
10 Novembre 2007, Poggibonsi
FENICE International nine arts Festival
Il seminario con Peter Greenaway ha chiuso l'omaggio a lui dedicato da FENICE International nine arts Festival al Politeama di Poggibonsi, il regista gallese ha incontrato il pubblico per discutere della sua arte.
Chi avesse dimenticato i commenti di Luciano riguardo le proiezioni che hanno preceduto l’incontro può ri-consultare i post dell’
07/11/2007, dell’
11/11/2007 e del
14/11/2007.
Ho voluto riportare questa specie di seminario incontro sul nostro blog per poter aprire con Voi un dibattito riguardo l’interpretazione e il pensiero sul cinema di Peter Greenaway. Dal mio punto di vista il regista ci offre una serie di provocazioni che è quasi impossibile non raccogliere, credo che un atteggiamento del genere, così come lui lo mette in atto, può scatenare una miriade di reazioni anche su uno stesso individuo e la sola cosa che ci rimane da fare è rielaborare…
I dialoghi sono stati riarrangiati in modo da rendere la lettura il più possibile scorrevole e chiara, nello stesso tempo ho cercando di mantenere inalterato il senso dei discorsi.
Questo incontro è stato diviso in tre parti.
Pubblico 1: In qualche maniera ha senso nei suoi lavori fare riferimento ad una video-arte piuttosto che a cinema, adesso non so se questa separazione è corretta oppure no, cioè dal suo punto di vista sente che può appartenere ad una divisione di generi come quella tra video-arte e cinema?
Mr. Greenaway: No! la tua domanda mi ha irritato enormemente! E’ ovvio che il cinema è arte, quindi questa ridicola distinzione tra cinema e video-arte mi sembra assolutamente assurda; se tu avessi una mente meno pigra, si potrebbe semplicemente pensare che il cinema è un’arte autonoma, la tua è una domanda così ridicola e assurda che non mi sembra neppure valga la pena di rispondere.
Pubblico 1: ...cerco di spiegarmi meglio. Capisco questo punto e lo condivido, nello stesso tempo se assistiamo ad un’opera di cinema... o meglio... no... lo prendo da un’altro punto di vista... il fatto che il cinema come propriamente pensato debba raggiungere un grosso pubblico, mentre un lavoro come quello a cui abbiamo assistito ieri sera (cioè Tulse Luper Vj performance) in qualche maniera è per un pubblico minore...
Mr. Greenaway: questa è un’altra affermazione stupida! La performance a cui avete assistito ieri l’abbiamo fatta una cinquantina di volte fino ad ora in Europa con pubblici enormi, l’ultima volta sei mesi fa in Polonia dove c’erano 8000 persone che non sono affatto un pubblico minore.
Pubblico 1: vorrei fare un’altra domanda…
Mr. Greenaway: Molto coraggioso a riprovarci...
Pubblico 1: anche questa penso che sarà una domanda irritante! Se ieri sera parlava di spaccare la narrazione, di rompere con la necessità della narrativa all’interno del cinema, volevo sapere cosa ne pensava di un film come "Mulholland drive" all’interno di un cinema più popolare e se in qualche maniera questo può essere considerato un termine per rompere con le regole della narrazione.
Mr. Greenaway: io quel film non l’ho capito e tu?
Pubblico 1: ho riempito dei buchi a modo mio.
Mr. Greenaway: non pensa che fosse una sorta di pseudo-cinema intenzionalmente mistificatorio, che poteva essere soltanto l’opera di Lynch?
Pubblico 1: Perché pseudo-cinema? Potrei dire che anche il Suo è pseudo-cinema!
Mr. Greenaway: quel film è anche abbastanza ortodosso!
Pubblico 1: ...infatti, ho parlato di cinema popolare perché non potendo fare una distinzione tra un cinema e l’altro... il cinema infondo è un obiettivo, però all’interno di un cinema per il grande pubblico in quel film i temi della narrativa tendono ad essere rotti.
Mr. Greenaway: secondo me anche in quel film le cosiddette regole della narrativa non sono rotte in modo significativo, mi sembra soltanto un esercizio sulla narrazione che appartiene allo scorso secolo infatti si rifà comunque alle regole della narrativa che per la prima volta furono fatte nel cinema quando si costrinse il primo regista ad introdurre l’elemento narrativo. Come ho già detto, il cinema viene dal circo e su questa base venne introdotto l’elemento narrativo e da allora, il cinema si è sempre basato su un testo, io invece ho sempre sostenuto che il cinema è un arte basata sull’immagine, come la pittura, non un’arte sul testo. Comunque ormai è inutile, è troppo tardi, ma non importa perché tanto il cinema è morto.
Innanzitutto vorrei partire da questa rassega che ha appunto come sottotitolo la rassegna delle 9 arti (a mio avviso le arti sono 6 e le altre 3 sono soltanto degli ibridi cioè degli incroci tra le altre) e poi da quello che definisce l’autonomia di un’arte, e cioè il fatto che il suo contributo la porta ad essere espressa in nessun' altro modo se non in quella determinata espressione artistica. Già nel 1921 si asseriva che il cinema si compone di letteratura, teatro e pittura ma la pittura non c’è, perché la maggior parte dei registi sono totalmente ignoranti riguardo la pittura e quindi l’elemento pittorico non esiste, se pensate che sono passati 112 anni dalla nascita del cinema, se la vogliamo attribuire ai fratelli Lumière anche se a mio avviso il cinema non nasce nel 1895 ma nasce con Rembrandt nel 1642, possiamo dire che dopo 112 anni di cinema il cinema non c’è, il cinema è soltanto testo illustrato e teatro registrato cioè ancora con una nozione cechoviana di tutto ciò, e la migliore definizione che per gli attori la dà Rembrandt nel mio ultimo film: "gli attori sono coloro che hanno studiato e che si sono esercitati a far finta di non essere guardati". Però il cinema "cinema" non è ancora stato inventato, se analizziamo qualsiasi opera cinematografica essa si risolve in due entità il testo e il teatro. Cosa è venuto fuori negli ultimi tempi di grande? "Harry Potter" e "Il signore degli Anelli", non sono altro che testo illustrato.
Pubblico 2: io vorrei fare una domanda abbastanza mirata e precisa, io insegno Disegno nel nuovo Dipartimento di arte multimediale all’Accademia di Belle Arti di Milano e faccio un corso su Peter Greenaway, credo che il disegno sia tutt’ora considerato un arte multimediale, la più multimediale di tutte, nel senso che si parla di luogo, di spazio e di tempo. Vorrei sapere, in modo da poterlo riportare ai miei studenti, che cosa rimane di questo archetipo del disegno dentro l’arte di Greenaway, cioè come il rapporto tra Rembrandt e disegno si possa considerare "contemporaneo".
Mr. Greenaway: il primo film attraverso il quale sono divenuto noto al pubblico italiano è stato quello che in italiano è stato tradotto come "I misteri del giardino di Compton House" ed in questo film si parla di un disegnatore, assolutamente d’accordo con lei che negli ultimi 8000 anni di arte occidentale è proprio questa la capacità che ha avuto il disegno, cioè di fare arte.
Vorrei parlare del fatto che a questo film sia stato cambiato il titolo da "The draughtsman’s contract" a "I misteri del giardino di Compton House" alterando così le mie intenzioni; il produttore italiano ha fatto una scelta in termini di botteghino gli sembrava che quest’ultimo titolo attirasse maggiormente il pubblico italiano anche se in realtà si è rivelata una scelta sbagliata. La forza e l’intenzione di questo film sta anche nel titolo. Riguardo al contratto che il disegnatore stipula con la natura bisogna porsi una domanda che sta alla base di questo film, ed è anche una domanda di natura accademica, e cioè se il disegnatore disegna ciò che vede o disegna ciò che sa; questa domanda ha contrapposto diverse scuole di pensiero artistiche prendiamo ad esempio Firenze, Venezia…ma tornando alla sua domanda... la mia riposta può suonare reazionaria, ma io credo che le scuole di cinema non possono prescindere dalle scuole d’arte, cioè le scuole di cinema e d’arte dovrebbero essere unite perché il cinema non è altro che una continuazione di tutto un discorso sul disegno e la capacità di percepire il disegno e l’arte. Per cui se non avete una preparazione artistica potete considerarvi delle persone visivamente analfabete, essendo degli analfabeti visivi, quindi, come potete mai osare pronunciarvi o vedere anche del cinema quando non potete nemmeno distinguere o parlare di tridimensionalità o bidimensionalità? Se volessimo avere una preparazione visiva dovremmo essere istruiti fin da bambini nello stesso modo come succede per il linguaggio. Quindi come osate parlare di cinema se non avete nozione di concetti come la figurazione, la non figurazione…?
Non esiste nessun discorso di egualitarismo nella comunicazione, non prendiamoci in giro, c’è un discorso elitario anche nella comunicazione che può venire da un artista, non è il fine di un artista capire una comunicazione egualitaria, popolare; così come per il linguaggio è necessario apprendere una serie di simboli e di codici, la stessa cosa vale per l’arte, dato che sono poche le persone che hanno fatto scuole d’arte, architettura …poche sono le persone che sono in grado di vedere, il fatto di avere gli occhi non significa che si possa vedere.
Forse posso ricollegare il primo intervento con il secondo, c’è uno scrittore americano Gore Vidal che ha detto che in America ci sono su 370 milioni di persone solo 50 mila persone sanno leggere e intende di quelli che sanno veramente leggere, cioè che sanno apprezzare la metafora, che sanno cogliere la sintassi complessa… questi sono dati riferiti al XX secolo; io penso che in tutti i momenti di picco delle varie civiltà, prendiamo ad esempio Versailles di Luigi XIV, la Repubblica di Weimar in Germania, in tutti i momenti di alto intento culturale ritroveremo la stessa percentuale di persone in grado di capire veramente un mezzo artistico e questa mia risposta la propongo sia al signore laggiù che ho apertamente insultato che al signore qui in prima fila.
Parlando di alti picchi culturali nel cinema, questi si sono visti anche in Italia negli anni ‘70, in questi momenti c’è sempre una tensione che è reciproca, cioè tanto è più alta l’intensità di comprensione del pubblico più alta è la produzione, cioè sono due cose che si influenzano a vicenda, per esempio facendo riferimento a Nightwatching fra il 1590-1670, cioè fra Vermeer e Rembrandt, c’è stato un periodo dove si è creato un momento perfetto di equilibrio fra mecenate (committente dell’arte), pittore e prodotto infatti sono i 70 anni dell’epoca d’oro dell’arte olandese; ed anche in questo caso appunto c’è sempre stato un progetto biunivoco.