Questa è la mia vita (Jean-Luc Godard, 1962)Amore e morte, luce ed ombra, bello e sublime acquistano senso solo nell’espressione artistica e nella coscienza dello spettatore, quindi lungo la linea dell’informazione che collega opera d’arte e fruitore. All’interno del mondo, invece, sono esperienze inverosimili, nel senso che non sarebbero comprensibili secondo le regole del cinema classico. Per Godard il vero non è verosimile e la morte “non è la morte grandiosa del cinema di guerra, degli Aldrich, dei Fuller, in cui l’attore ha tempo per dare addio al mondo e per indirizzare un ultimo birignao allo spettatore. È la morte vera, improvvisa, stupida”(1). La morte di un personaggio, ad esempio, non avviene nel sintagma, l’inquadratura che segue non serve a completare il senso dell’inquadratura che precede. La morte si trova dentro l’istante, non è costruita prima né viene rievocata dopo. La morte spettacolo la si va a vedere al cinema, piangendo per il destino avverso del protagonista. In Vivre sa vie Nanà entra in un cinema dove si proietta La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. Nella sequenza citata da Godard Antonin Artaud annuncia alla Falconetti la sua prossima morte e i primi piani dei due attori s’intrecciano ai primi piani di Nanà mentre i sottotitoli del vecchio film diventano i sottotitoli del film in corso. La morte annunciata a Giovanna d’Arco s’incolla, tramite una didascalia del film di Dreyer, al primo piano di Nanà. La morte sarà una liberazione per Giovanna-Nanà. L’idea di morte che la famosa sequenza di Dreyer trasmette, colpisce l’immaginario dello spettatore-Nanà. Le lacrime scivolano sul suo volto come già stanno scivolando sul volto della Falconetti. Questa sequenza è il negativo dell’ultima, il dodicesimo quadro, che inizia con un ragazzo che legge a Nanà un racconto di Poe (Il ritratto ovale). I dialoghi sono privi di sonoro, con i sottotitoli che indicano le battute. I sottotitoli non annunciano nessun evento di morte; caso mai sono questi stessi (riportando alla mente la citazione della Giovanna d’Arco) rappresentazione della morte. È come se Nanà non fosse mai uscita dal cinema e i suoi primi piani avessero continuato ad intercalarsi a quelli della Falconetti e di Artaud oppure come se Godard abbia indugiato tra una morte “classica” e una morte qualsiasi, inutile, imprevedibile. Imprevedibile come la morte di Nanà che sopraggiunge senza avviso quasi cogliendoci di sorpresa, senza preparazione e rimanendo sospesa nel frame-stop finale: l’immagine bloccata di Nanà distesa per terra, accasciata ai piedi dell’auto, immobilizzata, congelata nell’attimo stesso, senza tragedia, senza dramma, né ellissi. Il pianto è tutto per l’annunciata morte di Giovanna d’Arco, perché Giovanna d’Arco è la Storia. Per Nanà invece un attimo come tanti, più insignificante di tanti, più insignificante di uno sguardo al cinema atto a incrociare quello di una Santa condannata a morire sul rogo. Il cinema diventa più reale della realtà. Allora soltanto la potenza del Falso potrà “smontare” l’idea di morte sublime tanto cara al cinema classico. Caso mai è un’ulteriore citazione (in una delle ultime inquadrature del dodicesimo quadro) che può essere considerata un “segno” dell’imminente fine di Nanà. In una delle ultime inquadrature del film la macchina da presa (probabilmente dal punto di vista di Nanà) inquadra, posta all’interno dell’auto guidata da Raoul, i boulevards cittadini che scorrono ai lati dell’autovettura: l’Arco di trionfo, il traffico, e la fila che si è formata davanti ad un cinema dove si proietta Jules e Jim di François Truffaut. L’epilogo tragico di Jules e Jim (Catherine guida la macchina giù da un ponte morendo annegata insieme all’inconsapevole Jim), tragico ma improvviso, quasi stupefacente per la sua assurda inconsistenza, fa presagire l’imminente identica fine di Nanà. Ancora una volta sarà la citazione (ma stavolta è citazione di cinema “moderno”) a dare il "la" al “tragico” epilogo della vita di Nanà. Anche il cinema moderno, dunque, non riesce a rendere la mancanza di senso del mondo. La morte di Catherine (in un certo senso simile a quella di Nanà e a quella del poliziotto di À bout de souffle) non basta a rendere l’assenza di senso insita nella morte, non basta a stabilire l’ingresso nell'interno dell’attimo. Jules e Jim è già “proiezione in atto”, cinema, è già nella memoria dello spettatore e la morte di Catherine è già evento tragico. Nanà invece sta per morire adesso. Prima ancora di entrare nella memoria dello spettatore, è già morta nello spettacolo (prima al cinema con Giovanna d’Arco e poi nell’ultima sequenza quando appare la locandina di Jules e Jim), e quando infine muore nella “realtà”, per un attimo la morte “vera, improvvisa, stupida” prende il sopravvento. Ma tutto questo non può bastare a Godard. Per Godard nel cinema “l’immaginario e il reale sono nettamente separati eppure sono una cosa sola”(2). Anche Vivre sa vie sarà una citazione in potenza e la morte di Nanà sarà un po’ meno stupida, un po’ meno improvvisa e un po’ meno vera.
(1)Bernardi, Introduzione alla retorica del cinema, p. 110
(2) J.L. Godard, Il cinema è il cinema, p.235