Unico film di Laughton, con una luce e un modo di vedere il reale che potrebbero essere defi-niti espressionisti. Il film parte da dati realistici: l’avventura di Pearl e John Harper, due bambini inseguiti da un criminale (il Reverendo Harry Powell) che ha ucciso il loro padre Ben per un tesoro nascosto. Ma la realtà viene deformata dal punto di vista dei piccoli (e non solo) che fuggono su una barca lungo il Mississippi. Questa deformazione del reale, dando un valore espressivo all’immagine, è caratteristica della sensibilità neo-barocca del film (come anche del Nosferatu di Murnau). Il fatto che il Pastore (l’assassino del padre) non dorma mai non è realistico, come non è realistico l’attraversamento del fiume o i villaggi incontrati durante il viaggio perché questo mondo viene attraversato dalla favola (vari animaletti, il gufo, ecc.). Interessante la costruzione delle ombre e in particolare l’ombra proiettata dal cappello del Pastore sulla parete della stanza dove si sono rifugiati i bambini. Tutti questi aspetti definiscono un universo onirico, un incubo (cui molti film seguenti saranno debitori). Solo nell’incubo si è sempre raggiunti, e nel sogno i mostri si materializzano, l’angoscia porta a percorrere spazi invalicabili, luoghi non misurabili, dimensioni illogiche. Nella realtà posso contare i piani di un palazzo, nel sogno so già quanti sono i piani del palazzo. La dimensione onirica, resa a meraviglia con gli stilemi propri dell’espressionismo, riproduce soltanto quello che (anche se da accadere) è già accaduto. È una riflessione sul cinema, dove lo spettacolo che si sviluppa attraverso la pellicola che scorre nel proiettore, sta accadendo davanti a nostri occhi, ma è al contempo già un prodotto chiuso, irripetibile, non trasformabile. La storia potrebbe essere definita un “Thriller visto attraverso gli occhi e l’immaginazione dei bambini”. Ma è tutto accaduto veramente o è un sogno partorito da una mente infantile? Un capolavoro del cinema di tutti i tempi; un film definito "opera polifonica" da Serge Daney .
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25 luglio 2007
La morte corre sul fiume (Charles Laughton, 1955)
Unico film di Laughton, con una luce e un modo di vedere il reale che potrebbero essere defi-niti espressionisti. Il film parte da dati realistici: l’avventura di Pearl e John Harper, due bambini inseguiti da un criminale (il Reverendo Harry Powell) che ha ucciso il loro padre Ben per un tesoro nascosto. Ma la realtà viene deformata dal punto di vista dei piccoli (e non solo) che fuggono su una barca lungo il Mississippi. Questa deformazione del reale, dando un valore espressivo all’immagine, è caratteristica della sensibilità neo-barocca del film (come anche del Nosferatu di Murnau). Il fatto che il Pastore (l’assassino del padre) non dorma mai non è realistico, come non è realistico l’attraversamento del fiume o i villaggi incontrati durante il viaggio perché questo mondo viene attraversato dalla favola (vari animaletti, il gufo, ecc.). Interessante la costruzione delle ombre e in particolare l’ombra proiettata dal cappello del Pastore sulla parete della stanza dove si sono rifugiati i bambini. Tutti questi aspetti definiscono un universo onirico, un incubo (cui molti film seguenti saranno debitori). Solo nell’incubo si è sempre raggiunti, e nel sogno i mostri si materializzano, l’angoscia porta a percorrere spazi invalicabili, luoghi non misurabili, dimensioni illogiche. Nella realtà posso contare i piani di un palazzo, nel sogno so già quanti sono i piani del palazzo. La dimensione onirica, resa a meraviglia con gli stilemi propri dell’espressionismo, riproduce soltanto quello che (anche se da accadere) è già accaduto. È una riflessione sul cinema, dove lo spettacolo che si sviluppa attraverso la pellicola che scorre nel proiettore, sta accadendo davanti a nostri occhi, ma è al contempo già un prodotto chiuso, irripetibile, non trasformabile. La storia potrebbe essere definita un “Thriller visto attraverso gli occhi e l’immaginazione dei bambini”. Ma è tutto accaduto veramente o è un sogno partorito da una mente infantile? Un capolavoro del cinema di tutti i tempi; un film definito "opera polifonica" da Serge Daney .
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