
Nightwatching non è identico agli altri film di Greenaway. In verità, facendo attenzione, nessuno dei suoi film è copia dell’altro, ma questo è proprio differente, perché, come ha affermato lo stesso regista, questo non è un film sulla vita ma sulla pittura, su cosa sia la pittura e sul rapporto tra pittura e realtà. Non poteva uscirne un film frastagliato, composto da mille frammenti, caotico, inafferrabile e non riducibile a modello del reale, proprio perché l’arte (la pittura) è già di per sé una interpretazione, o meglio, una rielaborazione del reale. A Rembrandt, già ricco e famoso a 23 anni, viene commissionato un ritratto dalla compagnia del capitano Cocq della gilda degli Archibugieri. Finita la guerra con la Spagna i mercanti arricchitisi con la guerra volevano farsi ritrarre travestiti da soldati nel sempre identico quadro di ampie dimensioni. Ma Rembrandt, dopo l’uccisione di uno dei personaggi del quadro scopre la trama del delitto lasciando gli indizi dell’orribile reato sul dipinto che solo nel 700 sarà denominato La ronda di notte. Scoperta la sua accusa gli assassini si vendicano riducendolo in rovina e cercando di accecarlo. Ma il film, nonostante l’intreccio avvincente (viene anche ricostruita in parte la vita di Rembrandt e delle sue tre mogli), e nonostante la sensazione di un tipo di cinema in cui Greenaway sembra rinnegare la sua battaglia contro la narratività, non è un film su Rembrandt, o perlomeno non sulla vita di Rembrandt, ma sulla pittura o meglio, sulla

regia di Rembrand del film La ronda di notte. In effetti a Greenaway interessa il rapporto tra autore e opera d’arte, interessano i motivi per cui un quadro come questo, ripudiato e considerato dai contemporanei una aberrazione, sia invece un documento di grande qualità artistica. In ogni quadro c’è almeno un mistero e solo l’occhio allenato di un osservatore attento (Greenaway dice “di chi non è un analfabeta visivo”) può “possedere il codice” per decifrarlo. Un quadro non va visto come un’immagine tra le altre, ma come un evento dinamico che cela i suoi misteri e che obbliga a porsi delle domande. Nell’incipit del film è evidente l’analogia tra il pittore Rembrandt, che dispone i personaggi sulla scena prima di essere immortalati, e il regista moderno Rembrandt che indica le posizioni agli attori prima di iniziare le riprese. E siccome il cinema è l’arte di manipolare la luce, per Greenaway, essendo la Ronda di notte uno di primi quadri ad essere stato dipinto alla luce artificiale delle candele, la data di nascita del cinema non è tanto il 1895, quanto, probabilmente, il 1642. Il soggetto della Ronda di notte è insomma la luce e l’utilizzo che ne fece Rembrandt e come questa luce può essere manipolata allo scopo di rendere il dinamismo tipico delle rappresentazioni teatrali (per questo motivo Greenaway ha dato un taglio teatrale, ma non solo, al film). Nigthwatching inoltre fa parte di un altro progetto commissionatogli dal Rijksmuseum di Amsterdam per riqualificare il museo stesso rilanciando l’interesse per la cultura. Il film è solo un elemento tra tanti di un puzzle che Greenaway sta cercando di comporre . Il museo gli ha messo a disposizione la tela per tre mesi durante i quali, all’interno del Rijksmuseum, ha potuto effettuare diverse riprese cinematografiche (ad alta definizione) dopo di che sono state proiettate sulla tela stessa una serie di diapositive (Greeanway ha mostrato in un video il risultato) che hanno reso ancor più dinamico il dipinto (pioggia, fiamme, fonti di luce che provengono da varie direzioni mettendo in evidenza di volta in volta i vari personaggi, e molti altri effetti). Su queste diapositive è stato montato un “commento” sonoro (rumore della pioggia, crepitio dell’incendio, rullare di tamburi, ecc.). Insomma La ronda di notte è un film. Non come Nightwatching ma come il dipinto del 1642. Questo progetto proseguirà con una rappresentazione teatrale in una città olandese (non ne ricordo il nome) e con altri eventi. Questa “performance” eseguita sulla Ronda di notte ha interessato anche altri committenti e pertanto Greenaway eseguirà simili operazioni anche sulle Nozze di Cana del Veronese al Louvre, su Las Meninas di Velázquez al Prado e sull’Ultima cena di Leonardo nel refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie. Lo so, durante l’incontro tra Greenaway e il pubblico, che ha avuto luogo il 10 novembre a Poggibonsi, mi sono reso conto (opinione personale) di avere davanti un uomo pieno di sé: irritante, egocentrico, arrogante, presuntuoso. Ha infatti affermato che siamo tutti analfabeti visivi e che solo una élite è in grado di “vedere” oltre le apparenze, una preparata élite di persone che hanno studiato il disegno e hanno la capacità di “leggere” le immagini. Molto fastidioso, lo so, e anche opinabile, com’è opinabile la sua battaglia contro la narratività nel cinema. Comunque resta il fatto che l’arte di Greenaway (cinema, performance, pittura, elaborazioni varie, corti, riprese architettoniche, libri,ecc.) rimane un’eccezionale testimonianza di alta qualità artistica e una provocazione che è anche un tentativo di destare il cinema (ma anche l’arte nel suo complesso) da quel torpore che sembra in grado di bloccare ogni tentativo di riqualificare il gusto e la partecipazione attiva dei fruitori. Greenaway afferma che in fondo gli unici due temi “narrativi” del suo cinema (ma scavando a fondo un po’ di tutto il cinema) sono eros e thanatos e che il suo cinema non è per tutti.