Ogni tecnica rimanda a una metafisica (André Bazin)
Attenzione in questo post faccio spoiler! Dopo cinquanta anni esatti dal suo primo film, Le Beau Serge, fa un certo effetto leggere ed esprimere un’opinione su un film di Chabrol. Claude Chabrol è stato il primo critico dei “Cahiers” a girare il suo lungometraggio, anche se gli accordi con Resnais, Truffaut, Rivette, Bitsch, prevedevano la creazione di una cooperativa. E questo è stato possibile perché la moglie ereditò dalla nonna 32 milioni di franchi che Chabrol investì immediatamente in una società di produzione fondando la AJYM Films (“A” era l’iniziale del nome della moglie Agnès; “JYM” le iniziali dei due figli Jean-Yves e Mathieu) e girando nel 1956 il primo film professionale della Novelle Vague (il cortometraggio Le Coup du berger). Semplificando al massimo (e sbagliando) mi viene da pensare che la meravigliosa esperienza della Nouvelle Vague è iniziata per l’eredità di una nonna. Dopo cinquanta anni il regista riesce ancora a graffiare mettendo in scena, come ha fatto in tanti altri suoi film, difetti e perversioni dell’alta borghesia francese, mostrando lo scarto tra rappresentazione della mente e reale, tra noumeno e Ding an sich. Il noumeno kantiano sarebbe la rappresentazione di tutto quello che sta oltre le possibilità della mente, tutte quelle cose che la mente non è in grado di conoscere ma che deve pur “rappresentarsi”, ossia “ciò che si pensa come reale”. Ma ciò che si pensa come reale, nel cinema, diventa spesso, o tende a diventare, il verosimile (che è differente in ognuno di noi perché ognuno di noi si costruisce nella mente una differente mappa della realtà). Il Ding an sich (la cosa in sé) invece è il limite a cui tende (senza mai arrivarci) il noumeno. Gabrielle, con la sua spavalderia, il desiderio di affermare la sua personalità senza distinzione di età e sesso, si innamora delle immani possibilità che può offrire la cultura, ma per far questo deve scendere nell’inferno della perdizione, sottomettendosi al gioco perverso di Charles Saint-Denis, uno scrittore cioè un creatore del falso. Ogni artista – si pensi alle Mémoires del Goldoni – è un bugiardo, in quanto tende a costruire a posteriori un percorso lineare degli eventi più o meno casuali che ha incontrato durante la sua ricerca quando si è mosso dentro un labirinto senza porte d’ingresso. E siccome l’artista è un bugiardo, in quanto non può fermare la parola in un significato (ti amo), impedito com’è dalla ricerca di nuove forme (“ti amo” diventa “non posso vivere senza di te”), la forza della ragazza crolla dentro le stesse immagini, durante i dialoghi con Charles davanti allo specchio o nel letto o seduti al tavolo di un ristorante. Letto, specchio, tavolo o scrivania: tre oggetti del quotidiano che accolgono la perdizione e l’estasi della cultura. Ma il rapporto tra i personaggi è molto complesso. Saint-Denis dice spesso alla moglie di amarla in un modo quasi fastidioso, senza anima, mostrando la sua indifferenza. Il nostro noumeno rapporta il tono della voce con il contesto (la tradisce) costruendo una rappresentazione ideale tipo “quell’uomo non ama la moglie perché la tradisce, ma è odioso perché la illude, non è sincero e poi se ne va con una ragazzina; quale punizione meriterebbe?” Invece il vecchio intellettuale abbandona la ragazza, non la moglie, e quindi ancora disprezzo: ha abbandonato una ragazza che lo amava, che aveva accettato la perdizione per amore. In realtà non è così. Chabrol riesce sempre a sorprendermi. Certo questo non è il suo miglior film. Vi sono film in cui questi “giochi” gli riescono meglio ma sono comunque sorpreso. La ragazza ha accettato di sua iniziativa la perdizione quasi come una sfida, si sposerà con Paul Gaudens, giovane rampollo di una famiglia ricca, continuando ad amare il suo vecchio scrittore. La fille coupée en deux non è solo una storia d’amore romantica, non è solo un voler affossare l’alta borghesia (Chabrol l’ha fatto in altri film e con altri argomenti) ma è il tentativo di mostrare l’opacità delle immagini, portandoci in un percorso senza uscite, alla ricerca di una metafisica delle “cose in sé”, la cosiddetta realtà con la sua imponderabile perversione. Ma i punti di riferimento sono spesso cambiati, la realtà è inafferrabile, l’immagine non sempre mostra quel che mostra. Il Ding an sich kantiano è nel fuori campo, ma non in quello che poi Chabrol ci mostrerà nel sintagma, ma in quello che non vedremo mai e che la nostra mente cercherà di ricucire a modo suo. Gabrielle si sposerà con Paul Gaudens, accetterà il potere dei soldi ma anche la forza della giovinezza, anche in questo caso rinunciando a mentire (la ragazza non legge e non ha fantasia), rivelando la parte orribile del suo rapporto con lo scrittore (la rappresentazione senza amore può diventare pornografia). Paul, a sua volta, “credendo” di essere innamorato (ma poi scopriremo che non lo è) cerca di rimediare in quanto parte lesa (o presunta parte lesa). Il rapporto a tre diventa molto complicato poiché il bene e il male si scambiano di posto, si abbracciano, si contorcono disturbando la vista, inquietando il nostro noumeno. La realtà non è una mappa geografica. Chi è allora Gabrielle Deneige? Una donna perversa? Ogni tanto ne nasce una e si veste di rosso, si tinge le labbra di rosso, è solare, e quando arriva il suo tramonto un’altra prenderà il suo posto (nel film vediamo Joséphine Gaudens vestita di rosso). È una donna innamorata? Probabilmente sì, ma anche no, perché tradisce persino la memoria dell’amato rivelando la verità (ma quale verità?) Il gioco si fa ancora più perverso: una bugia avrebbe garantito un certo equilibrio, ma una verità (direi più “una rappresentazione ideale della verità”) al contrario riporta il noumeno ad uno stadio primordiale. Adesso non resta che entrare nella magia, luogo dove il mondo è come lo vogliamo noi a prescindere dalle regole di “vero” create da chissà chi. L’immagine è tagliata e possiamo solo ricucirla a modo nostro. Un film dove i significati sono scollati e dove ha senso (mi si perdoni il bisticcio di parole) solo il senso profondo “delle cose in sé”. Il Ding an sich di Kant.