15 marzo 2014
La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013): 3/3 E' un romanzo, nient'altro che una storia fittizia.
28 febbraio 2014
La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013): 2/3 Adesso voglio farti vedere una cosa
La
festa in casa di Jep dell’incipit è tra le sequenze più suggestive del film.
Sette minuti circa di danza collettiva, una discoteca sulla terrazza,
l’erotismo sprigionato in ogni attimo, quasi volgare, pregno di labile
appagamento, luogo in cui si brucia inesauribile il desiderio di una mancanza.
L’assenza dell’amore vs la presenza della morte. La danza di corpi che si
dimenano, gli sguardi che si lanciano in richieste oscene nella canzone di
Raffaella Carrà (“A far l’amore comincia tu”) per afferrare l’attimo
nell’illusione di congelarlo. Un carpe
diem che ricorda molto da vicino il concetto oraziano nei cui epodi domina
il tema della morte inscindibile dal tema del tempo. « È la morte che dà
all’uomo l’angoscia del tempo, perché è la morte, ultima linea rerum (epist. 1, 16,79) che toglie al tempo la
rassicurante ciclicità della natura per distenderlo nella breve linea della
vita umana» [1]. Il carpe diem del
resto, come afferma Traina, è circondato da molti divieti: vedi a esempio l’ode
1, 11 ricca di performativi negativi: non indagare il futuro (ne quaesieris), è peccato sapere (scire nefas), non tentare l’oroscopo (nec temptaris), non prolungare la speranza oltre il breve spazio
della vita (spatio brevi/ spem longam
reseces), non farti illusioni sul domani (quam minimum credula postero)
[2]. L’attimo inteso come luogo dell’ansia, rifugio nel presente per fuggire
dal futuro. Ma nell’opera di Sorrentino l’attimo è solo rinviato. La rinuncia a
conoscere gli sguardi, a ripudiare il tema ricorrente per alimentare l’irrazionale
desiderio di nascondersi alla vita. Il preconcetto, il ruolo da ricoprire,
senza sorprese, senza possibilità di sfuggire all’etichetta che l’altro ci ha
stampigliato sulla fronte. Siamo quello che siamo, come una scrittura che
continua ansimante a mendicare evidenza anziché a creare nuove prospettive. Lo
sguardo di Sorrentino piuttosto, nel sottolineare la mancata fusione di corpi,
mostrando singole, disarticolate possibilità di movimento, si sofferma a manifestare
il tentativo di esorcizzare la noia; nella sequenza in oggetto la noia si
palesa come informazione collettiva, una massa di esseri che rimangono soli per
dimenticare la percezione della loro esistenza. In effetti il tema nel caso specifico non è il racconto
della vita, ma la parte vuota del racconto stesso, il suo incavo, ciò che non
si dice o non si vuole dire perché dicendolo, il senso perderebbe forza
riducendosi a mero dato inutilizzabile. E nel ballo reiterato, come nel
silenzio della danza di una donna tatuata e relegata dietro una vetrata, si sostiene, si racconta il vuoto che c’è tra
le cose, non le cose stesse, per citare Godard, ma quello che c’è tra le cose,
non la storia, o la vita mondana o la dolce vita, o il desiderio, ma l’assenza
che cresce, si allarga, debordando dallo schermo, sin dalla prima sequenza:
l’assenza dell’amore. Eppure l’amore andrebbe ricercato, non è una cosa da
raccontare ma un Graal da inseguire magari inutilmente, magari per l’intera
vita, da trovare nelle pieghe recondite di un discorso, nel fondo di occhi che
osservano, nell’oscurità di una scogliera con il mare in basso, calmo ma fragoroso,
e nello sguardo di una ragazza che mostra il seno e nient’altro. Se dovessi
esprimere una sinossi dichiarerei che il film è la ricerca dell’amore trovato
finalmente a ritroso nel passato, che è stato celato nei meandri reconditi
della mente di Jep. L’amore pertanto è un nucleo, piccolo, quasi introvabile, ma
allo stesso tempo denso significato puro; pertanto diventa soggetto epico,
capace di svanire lentamente, senza pathos, tra i ricordi e le parole, nel
blabla quotidiano, scambiato spesso per sesso, eppure così distante,
intramontabile, inspiegabile. Il contrasto tra il silenzio, luogo di
riflessione e meditazione, della breve sequenza del sogno (o ricordo)
ricorrente, con il mare in basso e la calma che domina e quella dell’incipit, fragorosa, lunghissima,
della danza collettiva sulla terrazza, luogo canonico in cui l’amore viene
negato dai movimenti dei corpi, questa differenza di potenziale, genera un
campo elettrico che oscura le immagini. Sia l’amore che il suo contrario (la
solitudine di corpi contumaci, vicini ma così distanti, uniti nelle danze ma
così separati) si perdono nel vuoto di tante vite sospese nella vita mondana,
priva di amore e nostalgica di amore. La danza è un elettrochoc linguistico nel
senso di luogo dove non è possibile decodificare i segni, dove l’ineffabile
diventa il dio da adorare, perché il linguaggio relega l’amore nel sapore amaro
di un ricordo: la grande bellezzafinem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.
15 febbraio 2014
La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013): 1/3 - Finisce sempre così
●●●
22 novembre 2011
This Must Be the Place (Paolo Sorrentino, 2011)
●
5 giugno 2008
Il Divo (Paolo Sorrentino, 2008)
Seguendo la dittatura dello sguardo che “scivola” nella sua visione mentale (perché la mente unisce ingannata dal sapere) oppure corporea (perché il corpo freme sperimentando la sofferenza della carne ingannato dall’illusione di realtà) potremmo aver visto un film di movimenti, di immagini, di suoni, interfacciati l’uno con l’altro allo scopo di accattivarsi le simpatie e le empatie estetiche dello spettatore. Sedersi a vedere Il Divo non è come sedersi al cinema per vedere un film. Naturalmente siamo in sala sprofondati nelle poltrone col corpo ectoplasmatico(1) immerso nel buio, per correre con l’immaginazione lungo i segni linguistici dell’evento. Ma non è come vedere l’assemblaggio di immagini e suoni sincroni perché le immagini e gli acusmetri non sono disponibili. Ormai le scorte sono finite. Pertanto il senso metacinematografico del film (molti giustamente hanno citato Scorsese, Ophüls, Leone) prende il sopravvento, l’immagine di un vampiro che non cammina ma scivola (come fosse trasportato da un tapis roulant), e i cui passi echeggiano nell’oscurità slegati e distratti (distorti) dal corpo di Andreotti, non mostra più un personaggio e i suoi dolori/deliri (l’ironia falsificante e gli spilli del mostro), ma la perdita di un’occasione, l’amara constatazione di un’assenza ingiustificata. Questa assenza non è stata colmata: questo vuoto della vita politica italiana di questi ultimi sessant’anni non è stato riempito. Come mostrare l’assenza? Come mostrare la perdita (o l’incapacità di acquisire una capacità per contenere una forma)? Bisogna rinunciare alla vista. Se fosse possibile trasformare immagini in lettere, queste dovrebbero essere scritte tramite l’alfabeto braille. Riuscire ad esaurire la propria vista (come pure a diseducare l’udito abituato a suoni impropriamente significanti) consiste nel rinunciare a guardare accecando lo sguardo. Non mi capitava da tempo di stupirmi davanti a un film, non mi capitava da tempo di sentire i brividi scorrere lungo la schiena; questa è la capacità catalitica di Sorrentino: essere riuscito a trascinarci, volenti o nolenti, nel suo opinabile ma intenso e illuminante punto di vista e questo attraversando sempre e comunque il cinema. Non si esce mai dal film per entrare in una verosimiglianza accattivante ma pericolosa, costruita nel tempo attraverso una miriade di informazioni parcellizzate e “controllate” dai vari agenti del potere (politica, media, chiesa, magistratura, mafie), perché altrimenti questo Divo sarebbe stato uno dei tanti film sulla strategia della tensione, magari bello, capace di far riflettere, ma inequivocabilmente ordinario. Il Divo di Sorrentino è piuttosto escursione nell’immagine dell’ “invisto”, ricerca di una “aprospettiva” che riesca ad aprire il punto cieco della vista. In altri termini si tratta di rivestire di tenebra l’immagine per mostrare l’incapacità di una visione onnisciente e prospettica che rinvierebbe inevitabilmente a una scelta di campo, a una costruzione convenzionale del volto e dei luoghi mostrati. In questo senso il Divo potrebbe essere un fallimento (se percepito come un biopic qualsiasi), in quanto non viene concepito come catalizzatore centripeto dello sguardo, ma come constatazione dell’accecamento che esercita il tratto di un disegno non ancora concluso. Per Derrida “[…] il disegno non è mimetico e tra la cosa disegnata e il tratto che la mette in immagine resta una eterogeneità abissale. La mano che traccia è improntata o da una prospettiva anticipatrice o da una retrospettiva anamnesica, sempre oltre ogni mimetismo. Memoria immemoriale della mano in vista dell’ invisto […] Insomma, chi traccia il segno resta cieco al proprio tracciare”(2). Quando Andreotti strappa la pagina del “giallo” che sta leggendo, per non scoprire il nome dell’assassino, non fa altro che affermare l’impossibilità di una Verità svelata, che, in quanto svelata, oltre a perdere il mistero (e con esso la continua infinita ricerca di conoscenza tipica dell’arte) sarebbe uno “spiegamento” (nel senso di apertura, rottura dei sigilli) comunque parziale o almeno idoneo agli interessi di un punto di vista univoco e pertanto non significativo. Per avere un campione pertinente, idoneo, funzionale alla ricerca della conoscenza, (2) Federico Ferrari, L’eredità dell’avvenire. Riflessi di un’estetica spettrale, p.
(3) Jacques Derrida, Memorie di un cieco, Abscondita, Milano, 2003
(4) Federico Ferrari, op. cit, p. 167.
(5) cit, p. 166.
(6) cfr. Diderot, Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono.
(7) Jacques Derrida, cit, p. 29.
(8) cfr. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
(9) Federico Ferrari, cit., p. 171.

