Visualizzazione post con etichetta Sur un air de Charleston. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sur un air de Charleston. Mostra tutti i post

21 marzo 2008

Sci Fi anni venti in 7 film: 3. Sur un air de Charleston (Jean Renoir, 1927)

“L’an 2028 – quelques années aprés la prochaine guerre… Un aéronef s’apprête à décoller d’Afrique Centrale…”.Nella civilizzata Africa un uomo parte con la sua astronave “Vers l’Europa Deserta, Terra Incognita” ove incontra a Parigi, identificabile con l’immagine di una Tour Eiffel piegata nella parte superiore, una “aborigena” accompagnata da una grossa scimmia (forse uno scimpanzé). La sfera atterra sulla sommità del rifugio della donna andando a comporre una sorta di moderno monumento megalitico, quasi una scultura surreale. I due purtroppo non si capiscono, l’uomo tenta di fuggire ma viene catturato dall’indigena che, dopo averlo legato a un palo, inizia quella che sembra essere una danza tribale dei bianchi: il charleston. L’uomo capisce di cosa si tratta e si rivolge alla ragazza mostrando il suo consenso, mentre una didascalia rivela la sua frase: - “Félicitation! Montrez-moi encore cette dance admirable! Après vous pourrez me tuer et me manger!” Ma la ragazza afferma di non digerire la carne nera. Dopo una scena in cui l’uomo al telefono (materializzatosi da un disegno della ragazza) comunica a degli strani angeli (surreali voci dell’etere che sopraggiungono dall’altra parte dello schermo?) che vuole apprendere il charleston (“la danse traditionelle des Blancs”), la ragazza lo libera e comincia a ballare. Da questo momento in poi inizia il loro dialogo “danzante”, unico modo in cui i due possono comunicare. Tra maestra e allievo (tra donna bianca e uomo nero, tra aborigena e uomo civile) nasce una profonda empatia. La ragazza seguirà l’uomo (naturalmente facendosi raggiungere in una divertente scena surrealista da un soprabito e un ombrello “animati”) salendo sulla sfera volante che ripartirà alla volta della civilizzata Africa. Un film importante, anche se forse considerato minore rispetto agli spettacolari film della fantascienza di quegli anni (Metropolis è del 1926). Charleston (purtroppo la musica originale è andata perduta) esprime tutte le potenzialità del cinema portando davanti allo sguardo la forza dirompente del movimento nel mostrare i passi ora veloci, ora rallentati, della bravissima attrice-ballerina e moglie di Jean Renoir, Catherine Hessling. Il “dialogo” a suon di passi tra i due esalta la plasticità delle forme, costringe a riflettere sull’importanza dell’immagine in quanto espressione intima della nostra volontà di possederla. Il dialogo attraverso il movimento del corpo e l’euforia incessante della maestra che imprime al ballo un andamento irreversibile, interrotto solo dai capogiri dell’allievo sfinito, unisce razze diverse, culture diverse, informa sulla storia e i costumi di un mondo alieno. Il movimento, soprattutto interno all’immagine, è una fonte preziosa di informazioni, ed essendo parte fondamentale e pregnante dell’immagine, riesce a superare ogni limite, spingendosi al di là del percepito, ben oltre i “significati” linguistici del sonoro. Infatti Cherleston, pur essendo muto, potrebbe anche essere definito un musical. Mentre il linguaggio della parola (per via di codici decifrabili attraverso il possesso di una o più chiavi) può non funzionare (e il cinema può franare nella banalità di frasi fatte), al contrario la mimica del corpo riesce a sopperire alle incomprensioni per la diversità, costruendo nella mente i codici universali che allineano le differenze e resettano le divergenze (e il cinema può ri-formarsi su altri livelli energetici). Il corpo e il suo stato naturale (sudore, dinamicità, espressività, gioia dolore, mimica) e soprattutto l’immagine del corpo e della sua interazione con lo spazio che lo circonda (che prosegue anche nel montaggio) uniscono le differenze degli sguardi e mettono in comunione gli uomini al di là delle convenzioni sociali, delle differenze di sesso, cultura, idee.

P.S. Il primo piano di Catherine Hessling è tratto dal film "La fille de l'eau" (1925) di Jean Renoir.