20 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 4/5 Passaggi d'Europa


Nel commentare i lungometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

A moi seule (Frédéric Videau, 2011)

Una ragazza siede nella sala d’attesa di una stazione degli autobus in mezzo al nulla. In mano ha la foto di una bambina scomparsa. E’ lei. Otto anni prima, infatti, Gaëlle era stata rapita e tenuta isolata dal mondo. Un’esperienza traumatica con cui dovrà imparare a convivere, mentre cerca di adattarsi a una libertà. Il film riporta lo spettatore indietro nel tempo per farlo partecipare alla lotta per la sopravvivenza della piccola protagonista, chiusa in una cella sotterranea senza finestre, in attesa di vedere il suo rapitore. Con l’uomo che l’ha rapita, lei finisce per stabilire una relazione singolare, di sottomissione e di potere, di paura e di attesa, fino all’epilogo.

Gradevole da seguire e accattivante. Preso nella sua interezza mi è piaciuto, ma analizzato nelle sue sequenze profuma di cliché (ad esempio l’aguzzino in fondo non poi così aguzzino, la ragazza che a tratti sembra innamorarsi del suo carnefice, ecc.)
Voto 3

Un film a prima vista interessante che analizza il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino con relativa Sindrome di Stoccolma. Eppure Videau rinuncia ad approfondire i rapporti tra gli esistenti mescolando (tramite l’utilizzo di flashback) il periodo della prigionia con quello dell’acquisita libertà. E se si sofferma a mostrare quanto poco libera sia la ragazza anche dopo la prigionia (le restrizioni della casa di cura), il film non decolla. Lo studio del rapporto tra il rapitore e Gaëlle non riesce a portarci dentro una così smisurata tragedia, limitandosi a presentare un rapitore che vuole essere solo un padre padrone (insegna i compiti alla “figlia” e rinuncia volontariamente a fare sesso con lei) senza che via sia almeno l’abbrivo di un pathos o le motivazioni di un gesto simile. Mentre la ragazza viene abbandonata a se stessa, tra il “ricordo” della prigionia e il nuovo rapporto con madre e  psicologo, rinunciando a conoscere le sue più recondite pulsioni (come estrarre la rabbia di Gaëlle o mostrarci il terrore della ragazza per l’acquisita libertà), l’aguzzino evapora nel plot come una qualsiasi comparsa: purtroppo il personaggio rimane imbrigliato sulla superficie del film. Forse A moi seule ambiva a diventare metafora dell’artista che non riesce a recuperare la propria libertà espressiva neppure dopo una “prigionia” creativa (forse un romanzo o un film girato su commissione?). In effetti recuperare la propria libertà espressiva, liberarsi dai limiti imposti da un’economia che fagocita qualsiasi aspetto della nostra vita rimane un tabù. Ma se sia stato davvero questo l’intento di Videau allora il film risulta ancora meno riuscito, perché Videau non ha avuto il  coraggio di affondare la lama nel riflusso di un mercato che obbliga l’arte a sottomettersi, rinunciando a proporre una visione autentica (ad esempio creare un doppio tra la figura del rapitore e dello psicologo), con il legarla magari a un suo personale punto di vista; per fare un esempio (ma questa affermazione non vuole essere una scelta di campo): prospettare una decrescita economica riferita almeno all’arte.


Future last forever (Özcan Alper, 2011)

Sumaru sta conducendo una ricerca etnomusicale per conto dell’Università di Istanbul. Per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia si reca a Diyarbakir, città del sud-est della Turchia, abitata prevalentemente da curdi. Nel corso del suo viaggio ascolta anche le storie delle donne curde che hanno perso i loro mariti e i loro figli durante la sanguinaria tirannia ed è costretta a confrontarsi col suo passato. Il suo compagno, partito per un remoto villaggio del Kurdistan, non è mai più tornato. Le persone che incontra nel suo viaggio non riescono a rimarginare la sua profonda ferita. Neanche Ahmet, col quale inizia una breve relazione, riesce a liberarla dal passato. Il giovane non comprende cosa cerchi Sumaru in quel desolato villaggio nella provincia di Hakkari al confine dell’Iraq, cosa del suo passato la conduce proprio lì.

 Interessante e gradevole perché (come è stato già detto) sembra un documentario innestato in un film più tradizionale. Sono rimasto affascinato dai suoi campi lunghi.
Voto 4

Elegia di un popolo ferito da guerra ed eccidi resa mirabilmente tramite interviste ai veri abitanti di un villaggio turco del Kurdistan al confine dell’Irak. Nonostante le premesse il film non scade mai in facili messaggi politici o nell’esasperazione del dramma, in quanto lo “sfondo” di un popolo sofferente, le sue cicatrici mai rimarginate, diventano la degna cornice di un viaggio alla ricerca della propria anima come dell’anima del mondo. Il paesaggio stesso diviene (soprattutto quei campi lunghissimi sulle pianure e sulla costa dell’Anatolia) un personaggio. Citando Béla Balázs (per il quale vi è una corrispondenza tra volto umano e paesaggio per cui un primo piano può racchiudere un intero mondo) direi che la sofferenza dei volti degli uomini intervistati assume la straordinaria fotogenia dei colori e delle forme del paesaggio anatolico. Stessa cosa accade per il volto di Sumaru, la bellissima studentessa che intraprende il suo viaggio per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia, obbligata a fare  i conti con il suo passato legato appunto a quegli stessi luoghi. Un insieme perfetto di bellezza (i luoghi, il volto della donna), sofferenza (gli intervistati, le fotografie sul muro), relazioni (amore, amicizia) che concorrono a creare il pathos di questo film, la sua elegia.


L. (Babis Makridis, 2012)

Il protagonista, un uomo di quarant’anni, è molto più che un autista personale. Il suo lavoro è letteralmente la sua vita e la sua macchina è molto di più che un semplice mezzo di trasporto, ci vive dentro e lì riceve, a scadenze fisse, la sua famiglia. Il suo datore di lavoro è un ricco narcolettico che, ovviamente, non può guidare. L’autista, che noi conosciamo come l’uomo, gli procura del miele speciale, ma quando arriva un altro ancora più rapido di lui, perde il lavoro e decide di cercarsi un altro mezzo di trasporto. Il nostro eroe procede inconsapevole verso il disastro. Siamo a una metafora della Grecia attuale?

 Ottimo film con il suo linguaggio per me innovativo da tenere in considerazione. Spero davvero che questo regista riesca a sviluppare un modo di girare film capace ogni volta di sorprenderci.
Voto 4

Metafora della vita, metafora del mondo, metafora delle aspettative e dei sentimenti di un uomo, L. raccoglie e dispone luoghi deputati rivoltandoli e rovesciandoli. L’auto-casa, il lavoro per un narcolettico, il suo licenziamento perché surclassato in abilità da un antagonista più rapido a consegnare il miele, l’amico ucciso per errore, la sua famiglia che incontra nei parcheggi, il miele stesso come combustibile-cibo speciale, l’abbandono dell’auto e il suo sodalizio con un gruppo di motociclisti, rappresentano il montaggio stesso, la capacità di decostruire il filmico e disporlo lungo una nuova linea di luoghi deputati che non rappresentano ognuno la propria realtà (auto, miele, orso, famiglia, ecc.) ma la possibilità di ricomporre in nuove immagini la conoscenza. In questo “paesaggio” decostruito si muovono le azioni umane, i loro reciproci rapporti che si formano e deformano in continuazione impedendo al cinema di fissarli indelebilmente. Ad esempio l’auto non è solo un mezzo di trasporto, ma una casa, un lavoro, un’ostrica che protegge e permette di sopravvivere. Il suo abbandono per la moto costituisce un cambiamento, una trasformazione, regola il plot ma anche un nuovo tipo di messaggio:  la storia della vita attraversa le forme plasmandosi a sua volta.

6 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 3/5 CortoEuropa


Nel commentare i cortometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

Posledny autobus (di Martin Snopek, Ivana Laučíková, Slovacchia 2011)

Cortometraggio sugli animali della foresta in fuga prima dell’inizio della stagione di caccia. Gli animali della foresta, a bordo di un piccolo autobus, stanno fuggendo verso la salvezza, quando i cacciatori fermano il bus nel cuore della notte…

 Interessante la tecnica usata, storia struggente che mostra bassi istinti tutti umani con conseguente incapacità di ribellarsi all'ingiustizia . Gli animali, i poveri animali della foresta, possono invece evidenziare solo la propria innocenza. Questo aspetto forse è stato poco approfondito.
Voto 3

Nonostante il voto basso credo che questo sia un cortometraggio molto interessante, nel senso che contiene in sé una potenza espressiva di altissimo livello. Peccato perché sarebbe stato sufficiente qualche minuto in più per indebolire la metafora degli animali-sudditi e cacciatori-potere al fine di evidenziare l’innocenza degli animali e la disperata violenza degli umani (cacciatori). Gli animali (che nel corto sono presentati come impauriti, deboli ma anche privi di solidarietà), personificano esseri umani che vivono alla giornata incapaci di ribellarsi al potere. Poiché nell’ultima sequenza il pullman si avvia verso un bastimento in attesa, percorrendo un pontile sul mare che collega il bosco alla nave, ritengo che alla fine le “bestie” siano riuscite a raggiungere la loro arca; ma a quale prezzo. In effetti, ripensandoci, sono pentito del 3, forse avrei dovuto assegnare almeno un 4, purtroppo certi film crescono dentro di me dopo giorni di maturazione.


Small circle of attention (di Josef Tuka, Repubblica Ceca 2011)

Premek è un vecchio e rispettato attore di teatro. Egli si innamora di una giovane collega, anche se sposato da molti anni. Sua moglie è malata di diabete, Premek si sente in dovere di aiutarla e cerca di ignorare il nuovo amore e ricordare i momenti di felicità passati con lei. Infine, Premek riesce a liberarsi dei suoi sentimenti per la collega.

Ottimo. Grande prova degli attori e tematiche che centrano in pieno la crisi della coppia (società) moderna. Un piccolo capolavoro.
Voto 5

Un film sull’altruismo di facciata sotto cui traspare l’egoismo. Un uomo di potere che non ama più la moglie ma che potrebbe dimostrare il contrario riuscendo a respingere le avances di un’altra donna, senza rendersi conto che il suo comportamento è legato alle apparenze. Infatti  quando la moglie gli rivela di averlo tradito risponde dicendo di essersi innamorato di una collega a Teatro ma di avere resistito a differenza della moglie stessa e adesso si sente un totale idiota. Apoteosi dell’egoismo e dell’assenza di amore. Grande cinema.


Sonic Birth (di Jérôme Blanquet, Francia 2011)

Dopo un incidente d’auto, Serge è in coma. Un gruppo di ricerca cerca, con successo, di stimolare la sua memoria. Serge dovrà scegliere se vivere o morire.

In effetti eccede in troppe sequenze lynchiane, ma vi sono altre parti costruite in modo originale: un viaggio nella mente, nella premorte o chissà dove? Lo sguardo è imploso nella mente. Qualche piccola correzione e sarebbe stato un corto sui generis. Lo so: è molto complesso evitare di essere influenzati dai grandi maestri.

Voto 5

Questo corto è piaciuto a pochi per via di una serie di immagini che definirei sperimentali e in parte lynchiane. Per me al contrario si tratta di un interessante viaggio nella mente di un uomo in coma prima di rientrare nella vita o di varcare la soglia del mistero. Immagini che, se depurate dai reflussi lynchiani, potrebbero essere presupposto per una ricerca di un modo alternativo di costruire storie (non solo riguardanti situazioni di pre-morte).


The First cut (di Tallulah Hazekamp Schwab, Olanda 2011)

Un cortometraggio incentrato su un momento decisivo nella vita e nella carriera di un giovane chirurgo donna. La sala operatoria è pronta. Il chirurgo esita. Questo momento riporta alla mente gli eventi cruciali dell’infanzia, la scelta della sua professione e la riluttanza a tagliare la pelle dei pazienti.

Coinciso, essenziale, ben girato. Una storia che emoziona. Uno di quei film che rivedrei volentieri tra qualche mese, perché, sono sicuro, riuscirebbe a farmi provare le stesse emozioni provate oggi.

Voto 4
Un chirurgo colto durante un’operazione rivive la sua prima volta quando operò un coniglio. Allora era una bambina e il tentativo, fallito, di salvare l’animale ha condizionato la sua intera vita. Tagliare la carne, operare è come un continuo esorcismo, ritornare a quel giorno e cambiare tutto. Ma non è possibile cambiare il passato che irrompe continuamente nella mente. Un bellissimo corto che, appunto, mi piacerebbe rivedere.


Tomatl: cronique de la fin d’un monde (di Luis Briceno, Francia 2011)

Il pomodoro è stato scoperto dagli Europei nello stesso momento in cui è stato scoperto il nuovo mondo. Gli Aztechi hanno piantato questa pianta, che ora ricopre un terzo delle aree coltivabili del mondo.

Pieno di spunti interessanti ma alcune parti andrebbero curate di più.

Voto 3

Questo lavoro in effetti è molto interessante, una sorta di mockumentary sull’importanza del pomodoro sin dalle sue origini quando veniva coltivato dagli Atzechi. Eppure il cortometraggio non funziona del tutto. Le parti sembrano slegate, l’animazione non aiuta a rendere fluido l’oggetto, ma contribuisce a spezzettarlo. Pur considerando l’idea molto valida, credo che il regista avrebbe dovuto progettare diversamente la propria regia.


Tuba Atlantic (di Hallvar Witzø, Norvegia 2010)

Tutti moriranno un giorno. Oskar, 70 anni, che fra sei giorni morirà, è pronto a perdonare il fratello per uno screzio accaduto alcuni anni prima. Egli è convinto che il fratello viva dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Riuscirà a raggiungere suo fratello prima che sia troppo tardi?

Sono d'accordo, uno dei corti più belli, con le sue allegorie e l'atteggiamento verso la morte affrontato come conoscenza e analisi di uno stato d'animo, mai come luogo comune fine a se stesso.

Voto 5

Forse il cortometraggio più conosciuto del festival che analizza tutte le fasi dell’elaborazione della morte di un malato terminale, dal rifiuto all’accettazione della propria fine. Un’analisi cruda e allo stesso tempo mitica degli ultimi giorni di vita di un vecchio che segue l’iter classico di chi è condannato da una diagnosi nefasta prima di giungere a morte, riuscendo persino a “istruire” un’apprendista Angelo della Morte al suo terzo tentativo di accompagnare nell’altro mondo un predestinato. Ma la bellezza del corto non è caratterizzata soltanto dal rapporto tra l’angelo della morte incarnato da una biondina poco più che adolescente o dal rapporto conflittuale con la natura (lo sterminio dei gabbiani). C’è molto di più in questo corto, c’è innanzitutto un vento che non vuole mai cambiare direzione e una gigantesca tuba che deve sostituire un telefono inutilizzabile (Oskar non conosce il numero del fratello che vive in America). L’urlo angosciante della tuba, trascinato finalmente da un vento che all’ultimo minuto cambia direzione, arrivando dall’altra parte dell’Oceano, collega ogni pezzo del puzzle: la morte, l’angelo, il vecchio, i gabbiani; definisce il montaggio come logica e bisogno, allo scopo di concludere e trascinare una storia nella struttura filmica. La tuba non è solo l’urlo di un bisogno (ultimo messaggio per affermare la propria esistenza) ma anche una sorta di regia che conforma tutte le difformità immaginabili (il ghiaccio, i gabbiani, la ragazzina-angelo) in un unico definitivo messaggio: conoscenza.
Dizionario
negazione
rifiuto
diniego
smentita


Two hearts (di Darren Thornton, Irlanda 2011)

Lorna ha faticato tanto per raggiungere la retta via. Ma quando un uomo del suo passato viene rilasciato dalla prigione, ritorna ad una vita e un amore che aveva dimenticato.

Duro e allo stesso tempo delicato. Lascia senza parole e provoca intense emozioni. Ottimo.

Voto 4

Intenso, forte, potente. Un lavoro che mostra la durezza, la sofferenza della vita per una donna che tenta faticosamente di condurre una vita normale. Ma il mondo oppone la sua crudele verità, la sua forza prorompente e il passato presenta sempre il suo conto. Un ottimo lavoro. Vorrei rivedere anche questo perché anche in questo caso sono stato molto indeciso se assegnare o meno un 5.


Washed up love (di Dylan Cotter, Irlanda 2011)
Moira cerca l’amore. L’amore non sa neanche che manca.
Debole ed evanescente. Alcune immagini gradevoli e divertenti ma niente di più.

Voto 3

Un uomo trovato  privo di sensi sulla spiaggia e tenuto da due donne in un casa di pescatori. Un ragazzo che le donne vorrebbero tenersi per se ma che alla fine deve essere restituito. Probabilmente non ho afferrato bene la vis comica a causa della lingua, ma questo corto mi è sembrato troppo debole, leggero. Potrebbe essere un episodio di una soap.

3 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 2/5 CortoEuropa


Nel commentare i cortometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.


Gianni Schicchi (di Francesco Visco, Italia 2011)


Una giovane coppia sta prendendo il sole in spiaggia quando arriva l’amico Gianni Schicchi. Gianni Schicchi è bello, Gianni Schicchi è simpatico, Gianni Schicchi sa fare  all’amore! Gianni Schicchi mi ha stancato.

Un musical nato male e finito peggio (eppure sono ben disposto nei confronti del musical - è una mia debolezza). Senza idee, struttura debole, camera che "gira a caso". Avrei da ridire anche sulla "martellata" data a Gianni.

Voto 2

Senza fare paragoni con l’opera di Puccini (né credo l’autore volesse cimentarsi o prendere spunto dal lavoro del grande maestro), nonostante il cortometraggio sia cantato, credo che questo lavoro dovrebbe essere girato nuovamente facendo attenzione a non evidenziare troppo certe scene stile commedia italiana anni ottanta che consociamo benissimo, pieno zeppo di luoghi comuni e tirato via. Purtroppo gli attori non convincono, la mdp (come è  stato acutamente evidenziato in alcuni commenti al cortometraggio) si sofferma troppo sulle curve di lei e la martellata in testa assestata dal ragazzo al “perfetto” Gianni Schicchi rende il lavoro un’opera grottesca.



Il giorno che vuoi che sia (di Alessio De Nicola, Italia 2011)

Nicoletta e Gabriele trascorrono un romantico pomeriggio al parco, mentre Ciccio, fratello della ragazza, passa il tempo in giro, aspettando che la sorella dica “addio” al suo amato. C’è solo un modo per non lasciarsi e i due innamorati lo mettono in pratica… ancora una volta.

Si rimane sempre sulla superficie in attesa che finalmente si faccia sul serio. La circolarità temporale poi è appena accennata e non approfondita.

Voto 3

Alcuni spunti sono interessanti come il picnic sul prato e la circolarità del tempo (l’epilogo è identico all’incipit) ma queste idee non sono realizzate con precisione. La recita di Nicoletta è troppo scolastica, gli altri personaggi (a parte Gabriele) in questo contesto sembrano inutili o per lo meno non si capisce quale sia l’utilità del loro intervento (forse rappresentano la routine e/o il tempo che scorre che ti rapisce nel vortice di concludere, correre e vivere in fretta?). A ogni modo secondo me era possibile produrre un buon lavoro lavorando di più sui due personaggi, scavando nella profondità del loro animo.



Jam Today (di Simon Ellis, Gran Bretagna 2011)

Impaziente di crescere e diventare un uomo, a undici anni, Robert è bloccato per una vacanza in barca solo con i suoi genitori e la sua curiosità per la compagnia.

Ben confezionato, regia di alta qualità così come la recitazione. Molte idee originali (un bambino che fa culturismo utilizzando un secchio d'acqua, ad esempio). Un corto di ottima fattura.

Voto 4

Corto affascinante e ben confezionato. Il giovane attore recita benissimo la parte di un ragazzo che sente il suo corpo crescere e vorrebbe crescere ancora più in fretta cercando di aumentare la propria massa muscolare usando un secchio pieno d’acqua. Le occhiate di Robert alle donne, la foto della pin up, ma soprattutto la sequenza in cui si avvicina ad una barca ancorata nella darsena dove una coppia sta facendo l’amore, restituiscono benissimo le pulsioni naturali del piccolo che sente il suo desiderio crescere ma che rimangono confinate in corpo di bambino soggetto ancora alla tutela dei genitori… e della natura.



L’attaque du mostre Géant seceur de cerveax de l’espace (di Guillaume Rieu, Francia 2010)

In un bel musical colorato degli anni ‘60, arriva all’improvviso un orribile mostro, proveniente da un vecchio film in bianco e nero di Hollywood. Il mostro attacca gli abitanti di una piccola città disintegrandoli o genere del film, al fine di distruggere il mostro e di salvare le loro vite, la loro città, il mondo!

Esperimento interessante tra fusione di b/n e colore visto come reciproca invasione con trasformazione di "innocui" innamorati in combattenti decisi a eliminare il mostro, tra fusione di musical e horror come generi di uno stesso film costretto a trasformarsi "in fieri" per salvarsi. Idee valide che applicherei in un lungometraggio.

Voto 5

Uno dei migliori del festival. Non a tutti è piaciuto, ma ritengo che con un pizzico di coraggio in più saremmo stati di fronte a un piccolo gioiello. Far scontrare due generi cinematografici (un musical a colori anni cinquanta che ricorda tanto Les Parapluies de Cherbourg e un film fanta-horror in bianco e nero tipico di tanta fantascienza sempre anni cinquanta) è un’idea geniale. Nelle sequenze a colori del musical protagonisti e altri personaggi cantano e vivono una vita serena e felice, mentre dallo spazio arriva il pericoloso mostro alieno che, portandosi appresso il suo film horror ,trasforma i canterini in zoombies fagocitando l’altro genere. Alcuni critici molto acutamente hanno fatto osservare che il film sarebbe stato migliore se anche gli zoombies avessero cantato. Credo però che il regista si sia soffermato sullo scontro tra generi e nel fanta-horror nessuno canta. Magari sarebbe stato fantastico se fosse stato il Musical a “occupare” il  fanta-horror obbligando tutti quanti a cantare sancendo così la fine del mondo per inedia senza  reagire alla nuova avvilente realtà. Come dire: siamo già tutti zoombies.



L’estate che non viene (di Pasquale Marino, Italia 2011)

In un pomeriggio di maggio Nicholas, Daniel e Lollo possono ancora fare qualcosa per salvare la loro amicizia: lottare contro un destino che vuole dividerli.

Rettifico il precedente commento postato per errore. Comunque anche questo un corto di buona qualità anche se la sequenza dell'epilogo rimane come sospesa in un limbo, come la fine di un episodio in attesa del prossimo della serie.

Voto 4

Confesso di avere dato il mio 4 quasi per sbaglio. Per la bramosia di vedere velocemente il film (purtroppo non dispongo di molto tempo) e dare il voto ho confuso il corto in oggetto con “Nostos”. Avrei comunque dato un 3 perché il film risulta girato bene e le atmosfere pasoliniane (come è stato scritto in un commento con grande arguzia) sono ben rese. Però il finale mi sembra troppo evanescente come quelli di molte serie tv, epiloghi sospesi in attesa di un nuovo episodio.



La France qui se lève tôt (di Hugo Chesnard, Francia 2011)

È un musical sulla deportazione di un immigrato clandestino. Gli attori cantano, ballano e parlano in versi.
Un musical di grande qualità che riesce a "trascinarci" nel dramma di un immigrato clandestino.

Voto 5

Probabilmente il mio giudizio è offuscato dal fatto che amo il musical in quanto genere dotato di una certa opacità che lascia allo spettatore un margine di autodifesa (sensazione di essere al cinema e non dentro la storia). Ma non per questo il musical annulla l’evento drammatico (ci sono esempi di grandi film drammatici che trasmettono sensazioni forti pur utilizzando il musical: The Dancer inThe Dark e Sweeney Todd, ad esempio). È la storia di Souleymane che si è fatto una famiglia in Francia ma che sarà ugualmente espulso. Accompagnato sull’aereo sarà almeno compreso da alcuni passeggeri che si oppongono alla sua espulsione.  Legare un evento tanto drammatico al musical stabilisce una sorta di scossa per cui lo spettatore è libero di riflettere non solo sulla tragicità e l’ingiustizia capitate a un immigrato che vuole solo vivere e lavorare con la propria famiglia, ingiustizia poi accaduta in un paese cosiddetto civile e democratico, ma anche di sospendere il coinvolgimento al fine di stabilire un corto circuito tra la storia raccontata e la quotidianità dello spettatore.



Music for one Christmas and six drummers (di Johannes Starne Nilsson, Ola Simonsson, Svezia 2011)

Sei batteristi vestiti con costumi tradizionali della processione di Santa Lucia si recano in una casa di riposo per anziani. Qui creano una composizione musicale utilizzando una macchina da cucire e vari addobbi natalizi.

Un corto debole che non funziona. Avrei preferito una performance della "banda" musicale magari estrapolata dal contesto natalizio, un documentario girato in una casa di riposo di malati abbandonati nel "caos" dei suoni. Ma così...

Voto 2

Non sono proprio riuscito a capire questo corto. In questo senso condivido in pieno il commento di Barbara Nazzari di Cinema Errante (“ha un suo senso se pensato come videoclip musicale). Ecco, davvero, se fosse stato un videoclip forse sarebbe stato più interesante… uhmmm.


Nostos (di Alessandro D’Ambrosi, Santa De Santis, Italia 2011)

Il viaggio di un moderno Ulisse verso la conquista di una propria rinascita come essere umano, individuo e parte di una comunità disgregata dalla guerra.

Un buon lavoro. Regia fotografia recitazione. E pieno di spunti interessanti, flash, personaggi che sembrano usciti dal cinema "di una volta". Anche per me l'epilogo appanna leggermente questo corto. Bellissima la sequenza nella vasca da bagno con dissolvenza nel bianco accecante e quella nella nebbia: come per dire: questa è storia del nostro cinema.

Voto 4

Un buon lavoro, girato bene. Bravi i personaggi incontrati lungo il percorso dal disertore Michele. Film pieno di simboli che sintetizzano il percorso di crescita di un uomo addentratosi in un limbo di angoscia ma anche di amore e piacere: al riguardo bellissima la sequenza della vasca da bagno che Michele trova incredibilmente già pronta per il suo bagno accessoriata di acqua pulita e posta in un casolare abbandonato, con dissolvenza nel bianco accecante che ricorda vagamente la palpebra bianca bunueliana capace di far saltare l’universo.  Tanti sono le allegorie e i simboli (il cane, l’attrice-cantante-ballerina vestita in rosso, la bambina con i panni da lavare, una vittoria alata con spada?,  la vasca preparata per il bagno, la nebbia nel bosco che nasconde i soldati morti) e il film in effetti si perde troppo nello spiegare che i personaggi incontrati sono immagini, foto, ritagli di giornale custoditi in un quaderno del suo zaino (l’attrice, la bambina è una reclame, il cane dei nazisti, ecc.).



Oz (di Adrián López, Spagna 2011)
Nicolas incontra Leo di nuovo. I tristi adolescenti, soffrono della stessa strana malattia: la loro pelle è estremamente delicata, come quella delle ali di una farfalla.

Piacevole da vedere, storia avvincente e struggente anche se le piaghe sono così delicatamente composte sulla fragile pelle, mai troppo insanguinate e senza deturpare i bei corpi dei due ragazzi.

Voto 5

La storia di amore di due adolescenti, Nicolas e Leo, che si amano nonostante la loro grave malattia è resa con naturalezza senza cercare facili strade per accattivare il gusto dello spettatore. La pelle dei due ragazzi è fragilissima ma è evidente che questa fragilità porta all’esterno la delicatezza e la debolezza di questi giovani ragazzi che devono confrontarsi col mondo. Nonostante ciò, nonostante sia sufficiente toccarsi per farsi del male, i ragazzi faranno ugualmente all’amore insanguinando le lenzuola come perdita ininterrotta della loro verginità. Ecco, secondo me questa metafora è di una bellezza disarmante: il sangue che sgorga dai loro corpi non è una stimmate o una malattia, ma una purezza che perdono e riacquistano continuamente.

30 aprile 2012

Linea d'Ombra-Festival Culture Giovani 2012: 1/5 CortoEuropa

Nel commentare i cortometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

Armadiggen (di Philipp Kaessbohrer, Germania 2011)

Walter vive con sua moglie Helga in una fattoria isolata nel nord della Germania. La loro vita viene completamente stravolta dalla notizia che un asteroide colpirà la terra, distruggendo l’umanità. Walter fa di tutto per tenere nascosta la tragedia a sua moglie, cercando di trascorrere “un meraviglioso ultimo giorno sulla terra con lei…

Un corto che concentra in pochi minuti lo "spazio" di un intero film. Il plastico con la stazione e il paesino come "surrogato" di un mondo colpito dai meteoriti, poi rappresentazione onirica delle paure di un anziano in attesa della catastrofe, è una ciliegina sulla torta. Uno dei migliori del festival.

 Voto 4

 Interessante l’incipit con il plastico della stazione e del paesino in casa di Walter, lo stesso plastico che diventa metafora della distruzione del pianeta bombardato e incendiato dalle meteore provenienti dallo spazio per poi risultare il contenuto del sogno e delle ansie di Walter risvegliatosi in un mondo già al sicuro. La routine quotidiana di due vecchi coniugi, scompaginata da un evento eccezionale, non conduce a struggenti dichiarazioni e patetiche confessioni, come nuovo ritrovato amore o altro, ma alla bellissima immagine di Walter che la notte prima della catastrofe abbraccia Helga a letto. Il giorno dopo poi si ricomincia… ecco una mosca sul tavolo che deve essere schiacciata.  Sono stato a lungo indeciso se assegnare addirittura un cinque, però, anche se il film si sofferma soprattutto su Walter, avrei  preferito un maggiore coinvolgimento della moglie o una sequenza in più dedicata al “muro” di noia e routine alzato tra i due anziani.



 Baggages (di Danis Tanović, Bosnia Herzegovina, 2011)

Dopo alcuni anni, Amir ritorna in Bosnia- Erzegovina, al fine di prendere in custodia i resti dei suoi genitori. Essi sono stati uccisi durante la guerra, ma i loro corpi non sono stati subito recuperati . Amir decide anche di visitare il luogo in cui è nato. Lì, oltre ad una casa diroccata, c’è anche un amico che ha dimenticato e coloro che sanno di lui più di quanto egli conosce se stesso.

Un corto essenziale, asciutto, ma anche emozionante. La sequenza dei poveri resti messi nelle valigie come uniche reliquie rimaste di tutto un mondo perduto, è insuperabile.

Voto 4

Amir è un ostinato uomo di poche parole in cerca delle spoglie dei genitori uccisi durante la guerra bosniaca deciso a recuperare quel poco che gli è rimasto del passato. La sua ricerca lo porta a ritrovare le ossa sparse in un bosco. La sequenza finale, in cui Amir pone i resti dei suoi in una valigia, è di un impatto emotivo straordinario in quanto sintesi estrema della sofferenza. Potere almeno piangere davanti alle spoglia dei propri cari: questa è la ricerca ostinata di un uomo tornato nella sua terra natale. Non una caccia al tesoro, quindi. Qui l’oggetto del desiderio è il recupero del proprio passato. Anche in questo caso avrei prolungato la sequenza del bar e il rapporto con il vecchio amico focalizzando meglio la rinascita della fiducia reciproca.


 
Chasse à l’ane (di Maria Nicollier, Svizzera 2011)

Tre giapponesi, amanti della carne d’asino, si trovano da Sakado, un loro amico macellaio. Attratti dal sapore esotico di questo piatto, decidono di acquistare l’asino Igor per poterlo gustare. Per le vie del mercato di Komoro, addobbate con ghirlande, candele per le feste di Natale, Takeo, Jun e Hiroshi gongolano pensando al loro progetto.

 Probabilmente non sono riuscito a entrare in sintonia con quest'opera che mi sembra insulsa e tirata via.

Voto 2

Forse il peggiore di tutti anche se probabilmente non sono riuscito a comprendere in pieno il senso di questo lavoro. Le sequenze nella cucina in cui ci si ciba di ottima carne d’asino e le sequenze con l’asino sembrano slegate. Il rispetto dei giapponesi per l’animale,  ritenuto sacro dopo averlo visto in un presepe di una vetrina accanto a Gesù bambino, non è sufficiente a dare la svolta definiva al film. Anche il rapporto tra le religioni risulta slegato e la resa comica basata sui giapponesi che equivocano sulle usanze dei “cristiani” non è neppure divertente.  Mentre vedevo il film mi aspettavo di vedere qualcosa di simile al grande capolavoro di Robert Bresson, almeno una sequenza che pone l’animale in primo piano diventando il fulcro del plot. Invece solo parti giustapposte alla rinfusa con una regia titubante e incerta, attori che non sembrano recitare.



Cluck (di Michael Lavelle, Irlanda 2011)

Un gruppo di giovani orfani scopre la vera natura dell’amicizia, quando quest’ultima sarà messa alla prova dall’arrivo di uno sconosciuto.

Un corto molto originale ed educativo, con un'ottima regia. I bambini sono formidabili. (Il volo del pulcino preso al volo dal ragazzino è da antologia).

Voto 4

Altro corto di qualità. Location meravigliosa (un collegio gestito da suore) bambini che recitano benissimo la parte di orfani vessati e capaci poi di ritrovare la propria unità nel proteggere l’ultimo arrivato, una sorta di bambino-pulcino. L’epilogo però indebolisce un po’ il film ricordando tanti episodi già visti in stile “l’unione fa la forza” in cui infine il “cattivo” viene sconfitto. Peccato perché secondo me, con pochi ritocchi, sarebbe stato il migliore di tutti.



Dad, Lenin and Freddy (di Rinio Dragasaki, Grecia 2011)

Negli anni 80, ad Atene, una bambina di nove anni, perde gradualmente il contatto con il padre stacanovista comunista. Lei fantastica che Vladimir Lenin vuole fargli del male. Le cose peggiorano quando il maniaco Freddy Krueger del film americano si unisce all’esercito russo.

Un corto pieno di stimoli. Concordo con i due commenti precedenti di Luca e Giusy: il Lenin santino, Freddy Krueger, le "torture", la bambina-"spia". Le suggestioni sono tante. Inoltre l'epilogo: dal sogno alla disco-dance con il ballo scatenato della piccola nel lampeggiare della luce psichedelica.

 Voto 5

Il corto segue un percorso immaginifico ricostruendo una realtà filtrata dalla fervida immaginazione della piccola convinta che qualcosa di brutto possa accadere a suo padre. Inoltre l’improvvisa  illuminazione del busto di Lenin sulla scrivania la induce a sorvegliare il genitore per scoprire cosa stia succedendo. Il percorso la porta a identificare il male nel “fanatismo” politico del capofamiglia e nella possibile alleanza tra Lenin e Freddy Krueger. Le idee politiche del padre, nonché la visione di Nightmare in casa del fidanzatino della sorella, accendono pertanto l’idea di cercare le cause del male nella speranza di conoscere chissà quali segreti . Il percorso la porta a  scoprire che il padre viene torturato dai due inediti alleati . L’urlo conclusivo della piccola con cui sconfigge il male e il suo ballo, nelle luci stroboscopiche della notte trasformate in luci da discoteca, aprono probabilmente alla bambina le porte di un’altra avventura. Forse il padre è salvo, forse la famiglia può continuare a sopravvivere tra i pericoli e le follie di una Grecia moderna. Un corto pieno di stimoli, citazioni, sequenze effervescenti. Tra i migliori della rassegna.




Een Bizarre Samenloop van Omstandigheden (di Joost Reijmers, Paesi Bassi 2011)

Per un assurdo caso del destino, ad Amsterdam si incrociano le vite dei tre protagonisti, Ferdy Bloksma, Erich Reinhardt e Jacob van Deyck. Essi dovranno affrontare una lunga giornata di situazioni imprevedibili e problematiche, che metteranno a dura prova la loro pazienza e resistenza.

Peccato perché l'idea è buona, ma secondo me nell'insieme il film non funziona. Il plot sembra dipanarsi con fatica, rimanendo sempre sulla superficie senza approfondire ad esempio lo stato d'animo dei personaggi e la loro predisposizione psicologica che "casualmente" conduce alla catastrofe.

Voto 3

La stupidità di tre personaggi che vivono in secoli diversi li porterà a commettere degli errori che causeranno una catastrofe ad Amsterdam. L’attimo di un calcio dato ad una lattina che centra in pieno un tombino non è la causa del disastro ma solo l’innesto di un evento preparato dalla dabbenaggine di tre uomini di tre epoche diverse (2011, 1943 e 1649). Le loro isolate e insignificanti azioni collegate dall’azione del tempo non creano una somma di eventi ma un crack inevitabile e altamente distruttivo (il crollo di Amsterdam). Metafora dell’idea che i grandi eventi siano in realtà il risultato di tante piccole azioni quotidiane, il film non funziona perché ci lascia sempre sulla superficie. Noi  che possiamo assistere al disastro dell’epilogo, riconoscere il climax, non sappiamo in realtà niente della vita dei tre uomini e dei loro problemi. Certo per questo il corto avrebbe avuto bisogno di un maggior respiro ma in fondo, visto che dura solo otto minuti e mezzo, mentre altri lavori arrivano anche a 25 minuti, forse qualche altro metro di pellicola sarebbe stato sufficiente a migliorarlo e renderlo più compatto.




Einspruch VI (di Rolando Colla, Svizzera 2011)

Il cortometraggio si basa su un fatto realmente accaduto in Svizzera, nel 2010. Il protagonista è Alex Khama, il quale fuggito dal suo paese, in Svizzera, chiede asilo. A Zurigo non trova nessun tipo di comprensione e nessuno disposto a spiegargli la sua situazione, tanto che la sua richiesta sarà respinta. Da questo momento inizierà un vero e proprio calvario, che terminerà con la sua morte.

Ripreso tutto in soggettiva riesce benissimo a metterci nei panni del personaggio. Inquadrature pertanto eccezionali, sceneggiatura ben strutturata che rende il film dinamico e coinvolgente. Eppure ci racconta una storia drammatica. Una tragedia che fa riflettere e che ti scava dentro l'animo.

Voto 5
La soggettiva è stata una scelta azzeccata per farci sentire nei panni dell’immigrato nel seguire un percorso che dalla speranza di fare una vita normale lo porta invece ad essere arrestato dall’ufficio immigrazione fino al drammatica conclusione.  Intensa la sequenza dell’epilogo che mostra l’hangar dell’aeroporto di Kloten (Svizzera) in cui vengono condotti gli immigrati in attesa di essere rimpatriati forzatamente. Indossano una sorta di casco da boxe, hanno mani e piedi legati e la testa coperta da una rete da apicoltore. La soggettiva, con lo sguardo limitato dalla struttura del casco, si sofferma sul luogo delle “torture” che accadono quotidianamente nella “civile” Svizzera. Un film coinvolgente, emozionante che invita a letteralmente a “mettersi nei panni” della vittima. Il corto è basato su una storia vera accaduta al nigeriano Ndukaku Chiakwa, deceduto il 17 marzo2010 in svizzera durante il rimpatrio forzato.



El trajecto (di Nadia Navarro, Spagna 2011)

Durante un viaggio Ana inizierà un lungo percorso. Un percorso che si rivelerà fondamentale per la scoperta di se stessa.

Certe idee sono molto interessanti e potrebbero essere utilizzate per un altro lavoro magari meglio strutturato (le "tre" ragazze, i binari, l'epilogo). Ma non riescono purtroppo a salvare un'opera (posso dire?) banale.

Voto 3

Ritengo che le metafore di questo corto (la metropolitana come viaggio nella mente di Anna; la triplicazione della protagonista come personificazione dei suoi sentimenti e delle sue sensazioni) prima della decisone finale come risposta al bacio di Michael, siano troppo consumate ed evidenti, lasciando la sensazione che la ragazza sia una persona superficiale. Niente da obiettare sulla storia, ma credo che la regista avrebbe potuto girare una “normale” giornata di due ragazzi e relativo rifiuto di lei alle avances di lui utilizzando altri criteri e mostrando meglio preoccupazioni e problematiche di una ragazza di oggi alle prese magari con discriminazioni e precariato (tanto per citare alcuni esempi).

22 aprile 2012

Vincitori XVII edizione di Linea d'ombra-Festival Culture giovani - Salerno (16-22 aprile 2012)

Il 22 Aprile 2012 si è chiusa la diciassettesima edizione di Linea d’Ombra-Festival Culture a cui ho avuto l’onore di partecipare in qualità di giurato. Il festival comprendeva due sezioni: Passaggi d’Europa (con sei lungometraggi) e Corto Europa (venticinque cortometraggi). Ai voti della giuria web di qualità si sono sommati i voti della giuria ufficiale presente nelle sale del festival. Il vincitore della sezione Passaggi d’Europa (con voto unanime delle due giurie) è risultato: Kuma (di Umut Dag). Il premio come miglior cortometraggio della sezione Corto Europa è stato aggiudicato dalla giuria ufficiale al cortometraggio Armadingen (di Philipp Kaessbohrer), mentre la giuria web ha assegnato il primo premio all’opera di Hallvar Witzo, Tuba Atlantic. Ringrazio ancora direzione e organizzatori del Festival per avermi permesso di partecipare a questo importante evento che ha ospitato 25 cortometraggi e 6 cortometraggi di ottima qualità. Anche quest’anno è stato molto difficile per me assegnare un voto più alto a un film piuttosto che a un altro. La giuria disponeva di cinque voti differenti: 1-pessimo; 2-scarso; 3-sufficiente; 4-buono; 5-ottimo. Per quanto riguarda il vincitore della sezione Corto Europa proclamato dalla giuria ufficiale (Armadingen) mi trovo moderatamente soddisfatto perché questo lavoro per me è un prodotto di buona qualità, mentre sono pienamente d’accordo sulla vittoria del corto Tuba Atlantic assegnato dalla giuria web. Piena soddisfazione per la Sezione Passaggi d’Europa per il lungometraggio Kuma, vincitore del festival per entrambe le giurie. Intendo postare nei prossimi giorni i miei commenti sperando di non dilungarmi troppo.

6 aprile 2012

Pierrot le fou di Jean-Luc Godard(*): Generazione dei mostri (parte seconda) 5/5

Per brevità analizzerò due esempi di immagini ove lo sguardo si lascia pietrificare dalla Medusa: l’incontro tra Marianne e il nano e l’incidente simulato di Ferdinand e Marianne.
Dopo un primo piano del nano con la pistola ingrandita dalla ripresa ravvicinata, un’inquadratura mostra Marianne con un paio di forbici che apre e chiude imprimendo al braccio un movimento da destra verso sinistra. Il volto di Marianne è inquadrato nel centro dell’immagine; ai lati, appesi al muro, i due quadri di Picasso (Jacqueline coi fiori e Ritratto di Silvette sulla poltrona). Nei due quadri domina il blu, ma in Jacqueline coi fiori la parte inferiore del quadro è rossa come il maglione di Marianne. Ma se osserviamo attentamente l’inquadratura, notiamo che Marianne è intenta a tagliare il fotogramma stesso (come ha tagliato il blu del quadro di Picasso lasciando il rosso del suo maglione). In pratica sta eseguendo un montaggio all’interno dell’immagine. Il blu dei due Picasso è il dramma che la diegesi ci mostrerà o non ci mostrerà (la tortura di Pierrot da parte dei banditi soltanto udita – al suo posto Jacqueline coi fiori – e il nano morto disteso sopra un tappeto rosso). In uno dei due quadri il blu è stato però tagliato da un colpo di genio di Picasso (la parte superiore di Jacqueline è blu ma quella inferiore è rossa), mentre Marianne non solo sta affrontando il nano con le forbici (diegeticamente impossibile), ma sta soprattutto tagliando il fotogramma stesso e lo sta rimontando pittoricamente. Il sapere non si sfoglia nel sintagma successivo attraverso lo scontro tra Marianne e il nano, e (supponiamo) casuale vittoria di Marianne che riesce a spuntarla contro un revolver, ma trova la sua motivazione nel fatto che Marianne ha tagliato il sintagma successivo, obbligandoci a leggere lo scontro dentro l’immagine stessa: un taglio all’interno dell’immagine, là dove un revolver non può spuntarla contro il montaggio, perché è stato tagliato immediatamente prima. Tagliando pezzi in qua e là (come l’andare a zonzo – in qua e là - di Marianne che volteggia intorno a Ferdinand nel bosco) e incollandoli col tempo e con i “mostri” di Picasso, si è formata una chimera (il mostro accovacciato sulle spalle nello Spleen di Baudelaire si è fatto visibile). Adesso vediamo i nostri incubi (o sogni): la morte, l’amore, il tempo, la violenza (in una parola: “emozione”, come dice Fuller all’inizio del film) giustapposti in pose diverse, non immaginate come nella prospettiva quattrocentesca, ma analizzate e poi sintetizzate come nella prospettiva cubista. Marianne è una sorta di prosopopea della pittura di Renoir (l’abbiamo già vista rappresentare l’impressione dell’attimo, la spontaneità, la vita che Pierrot non riesce ad imbrigliare). Le sue vittime, sia amando che uccidendo, sono il frutto dell’impressione dell’attimo. L’attimo dopo può essere dominato da altre impressioni. Per questo Marianne è una bugiarda nel sintagma, perché solo la verità dell’immagine può essere contraddetta dalla verità opposta di un’altra immagine (e quindi nel sintagma Marianne dice di amare Ferdinand ma poi scappa in un’isola col suo amante). Nell’immagine stessa invece possiamo affrontare la potenza del falso, la sua verità. Marianne Renoir che taglia l’immagine, vestita di rosso (sangue), forse colato da Jacqueline coi fiori, è nel mezzo a due quadri blu (o quasi) di Picasso, colori che rimandano a Pierrot (non solo ai sintagmi successivi, ma anche a quelli precedenti), alla sua morte (il blu che dipingerà sul proprio volto) e al suo diario in cui cerca di definire Marianne (Amour, arm, Marianne = amare Anna) senza riuscirci. Marianne ha nel suo nome l’arma, ama e uccide, è bugiarda ma sincera (guarda in macchina quando dice che no, sì, non tradirà, sì). Questa immagine sembrerebbe un collage cubista, tagliato in “diretta” da Marianne (due quadri colori rosso e blu, forbici, Renoir). Ma c’è anche la deformazione dell’immagine (forbici in primissimo piano, collo allungato di Jacqueline), deformazione della geometria che è nell’immagine. Questa immagine mostro (formata da serie differenti: Picasso-Ferdinand-Pierrot, Marianne-Renoir, i colori, l’andare a zonzo, la serie Fuller che cita se stesso) porta nel suo grembo il prima e il dopo, ma soprattutto ci fa vedere lo scorrere all’indietro del tempo (Pierrot è già stato torturato sin dal primo fotogramma, Marianne ha già montato il film con i suoi amanti e i suoi omicidi, ha già ucciso il nano ancor prima di ucciderlo). Mentre secondo la visione classica del film il nano sarà ucciso, Pierrot sarà tradito, ecc., secondo la visione cubista-espressionista tutto è già accaduto eppure sta accadendo nell’immagine stessa: le “distruzioni” di Picasso, i suoi mostri, ritagliati e innestati nel montaggio in fieri (Marianne che taglia il fotogramma per evitare di essere uccisa), e il rosso del maglione. Una chimera. Un’irrealtà che definisce il sapere (come afferma Godard: “la libertà dello spettatore alla libertà dell’essere”) meglio della verosimiglianza (Bonnie e Clyde ripetuti all’infinito non formano il circuito ma appagano il già saputo, mentre il sapere non si fa conquistare).
Godard forma delle serie con le citazioni che scorrono lungo tutto il film. Serie che s’intersecano con altre serie, che a volte si scontrano, si stratificano, si respingono si fondono: sono materiali (come dice Amengual), residui di materiali (spezzoni di pubblicità, monconi di frasi di cartelloni pubblicitari, ecc.) che Godard assembla come gli artisti pop. «Ma Godard attinge anche alle opere d’arte e dello spirito. Senonché le riduce subito a residuati: frammenti letti male, detti male, sviliti, deteriorati, scorci presi di sghembo, riproduzioni di riproduzioni» (7). Queste serie talvolta s’intersecano fondendosi, formano aggregati, fusione di frammenti di realtà (come nella “Bottega dell’antiquario” della Pelle di Zigrino di Balzac) che sovrapposti, assemblati, incorporati, generano veri e propri mostri.
Come abbiamo visto la serie “storia dell’arte/pittura” (Picasso, Renoir, Espressionisti) e la serie “colore” (blu, rosso, giallo – morte follia sangue) si intersecano con la serie “taglio, tagliare” (le forbici di Marianne, la Galaxy che lascia la via diritta e taglia la strada per andare in mare, il cofano sbattuto sopra il corpo del benzinaio che risulta tagliato in due); si fondono impressionando la pellicola stessa, in un punto dell’immagine, per poi disperdersi, prendere altre vie, cercare altre soluzioni.
Quando Pierrot e Marianne lasciano la loro auto (la 404) nel luogo di un precedente incidente (lamiere contorte di auto e morti-manichini fusi in una composizione che ricorda White Burning car Twice (1963) di Andy Warhol) sparando sul cofano e innescando un incendio sulla composizione mostruosa, citano una serie di città in cui sarebbero potuti andare (è una serie “geografia/cartoline” che s’innesca: Chigago, Las Végas, Montecarlo, Venezia, Firenze, Atene). Questi viaggi che Marianne e Ferdinand non faranno mai, queste città che non visiteranno mai, e che avrebbero potuto visitare solo se Marianne non avesse bruciato i soldi nella valigia, sono comunque luoghi di ipotetici viaggi, sono il viaggio stesso, perché l’avventura non comincia quando arriviamo sulla spiaggia, ma già nel momento in cui si compra il biglietto del treno per andare su quella spiaggia (8). Il viaggio è anche pericolo, è un rischio, può finire con un incidente. E l’incidente può anche solo essere nominato (nel cinema classico può essere non mostrato con un’abile ellissi al momento giusto), si può mostrarne solo l’epilogo (la parte finale dell’incidente) o la scena finale (il risultato finale dell’incidente: la macchina deformata, le lamiere contorte, forse anche i morti opportunamente coperti o il volto sanguinante della vittima, ecc.). Però in questa immagine l’incidente è posto all’inizio del viaggio. Vediamo un’auto incidentata con due morti-manichini, che ricorda i crash test delle case automobilistiche. Vediamo Marianne che prende la mira, spara sulla 404 (i nostri eroi dicono: “simuleremo un incidente”); vediamo il fuoco che inonda la 404, lo spezzone di viadotto con le lamiere contorte delle auto del precedente incidente. Infine udiamo le voci off di Ferdinand e Marianne che dicono: “Capitolo Ottavo. Una stagione all’inferno”. Inizia pertanto, come nella raccolta di poesie in prosa di Jean-Arthur Rimbaud, il viaggio all’inferno, una discesa entro se stessi, che comporta il pericolo del dissolvimento completo della propria personalità, la frantumazione della stessa psiche umana. Non a caso mentre i viaggi ipotetici di Marianne sono proiettati verso città moderne (Las Vegas, Montecarlo) quelli di Ferdinand sono diretti alle città-arte (Firenze, Venezia, Atene). Ognuno quindi alla ricerca del proprio inferno. Una serie città moderna, degli affari, dei casinò (giochi, grattacieli, palazzi di vetro, altitudine) si allinea ad una serie città-arte (classicità, rinascimento, illuminismo). Le due serie sono mentali, ipotetiche (ah, se avessero avuto i soldi!), ma solo nel sintagma dato che nel prosieguo del film questi viaggi non avvengono. Avvengono invece nell’immagine stessa, nel momento stesso in cui i nostri due eroi si allontanano all’orizzonte, mentre il troncone di viadotto brucia (la fine, incidente finale di tanti film-tragedia, è qui l’inizio); avvengono quando la discesa agli inferi ha luogo. Ciò che hanno detto: soldi, città, moderno, arte: un percorso insomma di esperienze, ha luogo. Tutto ha avuto luogo, la creatura si è già formata nell’immagine ove confluiscono e si dipanano i fili di mille viaggi (come arrivo o come partenza – vedi i due manichini giunti al loro porto e i nostri colti in fieri, ancora fiduciosi nel futuro dei mari del Sud), ove iniziano (ma anche l’inizio qui ha il sapore dell’eternità ove niente è mai iniziato né mai terminato) questi viaggi mentali. Ferdinand-Pierrot (Dr.Jekyll-Mr.Hyde, tanto per ricordarci di Robert Louis Stevenson citato nel film) e l’arma-amante Renoir Impressione-Vita-Morte (insomma Marianne) si annegano nei loro corpi, abbandonati nel fuori campo, citando Rimbaud. In questo allontanarsi vediamo il tempo ingigantirsi come nelle poesie-prosa di Una stagione all’inferno, ove Rimbaud descrisse passato, presente, futuro, omettendo ogni collegamento temporale. L’eternità dell’attimo ci viene mostrata come alla fine del film, quando le voci off di Marianne e Ferdinand (non le voci dei corpi, ma dei loro spiriti) declamano ancora Rimbaud: «È ritrovata!/ Che? l’eternità./ È il mare che si fonde/ Con il cielo» (9). Ed è in questa fusione di città, incidenti di percorso, morte, modernità, arte-pop, colori, in questo groviglio di citazioni, (mare e cielo uniti non sono più solo mare o solo cielo) che le mostruosità tentano di paralizzare lo spettro del sintagma, nel non semplice tentativo di fare esplodere l’analogia, “luogo” ove «[…] si raccolgono le ceneri del senso […], gli eccessi dell’immaginazione […], la malinconia per la fine del tempo poetico e il sogno d’una mutazione» (10).


(7) B. AMENGUAL, Jean-Luc Godard, «Etudes Cinématographiques», 1967, 57-61.
(8) J.L.GODARD, Il cinema è il cinema (1968), Milano, Garzanti, 1981, p. 241.
(9) A. RIMBAUD, Una stagione all’inferno (1873) in Opere, a cura di Ivos Margoni, Milano, Feltrinelli, 1975(4), p.231.
(10) A. PRETE, Il demone dell’analogia, Milano, Feltrinelli, 1986, p. 10.

(*) Luciano Orlandini, Pierrot le fou di Jean-Luc Godard, in Annali del Dipartimento di Storia delle arti e dello spettacolo, Università Firenze, Anno II, 2001, pp. 141-150.