28 luglio 2012

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000): 2/3 Brachilogia delle zuppe

I colori dei Cheongsam, mescolati e sommati di abito in abito, determinando un ritmo di ellissi che evocano una languida sensualità dei momenti assenti – nel  senso che il ricordo di Su si afferma nella sua visione pubblica relegando la sua intimità in una frammentazione di non visto (ellissi) e visione disturbata (specchi, oggetti, fuori fuoco) – accompagnano le passeggiate della signora Chang nei vicoli di Hong-Kong fino al negozio dei noodles ove acquistare il cibo. Le zuppe citate nei dialoghi  sono consumate nel non visto eppure si affermano come centro del percorso da seguire per conoscere gli aspetti reconditi degli incontri fuori programma tra Su e Chow.  Un percorso di zuppe, tra un’ellissi e l’altra, costruisce un’emotività dell’assenza, o meglio decostruisce il classico schema narrativo (con le sue quattro fasi canoniche: manipolazione, competenza, performance e sanzione) fino a spolparne ogni evidenza che poi spesso in tanto cinema è solo una forma collaudata di verosimiglianza per indurre dipendenza da appagamento; in questo senso il primo incontro, la psicologia dei personaggi, il conflitto dell’incipit, le pseudo-differenze caratteriali o culturali, la nascita dell’amore tra i due personaggi, il ruolo degli oppositori, le traversie e quindi il coronamento dell’amore per un epilogo spesso da happy end diventano istanze deboli, evanescenti, improbabili.  L’inquadratura al ralenti della parte inferiore del corpo di Su (soffermandosi sui colori del qipao di turno e sulla gamella di latta) sottolinea la forza della scelta di scavare all’interno del momento infinti istanti che si accumulano, si affastellano, si collegano come in un puzzle al fine di comporre non un quadro unitario, ma un’ipotesi di storia con la serie di camminate per un’andata e ritorno dal negozio dei noodles. Passeggiate e relativi incontri tra i due personaggi del film non rappresentano pertanto l’apice di una storia (come si incontrano, come si trovano, come iniziano ad amarsi). Le camminate diventano soprattutto un’espressione linguistica, denotano un costrutto: il linguaggio che entra in campo e si mostra in primo piano per definire il suo stesso affermarsi. È la struttura (sempre presente ovviamente in ogni testo) che qui indebolisce la trasparenza della storia mostrandoci tutta l’opacità e il turbamento del visibile. In tal modo, ad esempio,  ciò che conta non è l’incontro tra i due personaggi, quanto la zuppa in sé (zuppe tra l’altro mai mostrate), “oggetto” che definisce una scansione disturbata del tempo. L’atemporalità che ne deriva sancisce un modus operandi che trascina gli anni sessanta (ad esempio) nell’oggi, il 1962 e il 2000 diventano un inutile punto di riferimento, un modo per affermare la forza di un’opera che non ha tempo.  Il tempo non è lineare quanto caotico e gli orologi mostrati in primo piano nel film non indicano un’ora precisa, ma il vano tentativo di ordinare e controllare l’istante. La memoria al contrario (per non parlare del sogno) accatasta, unisce o disunisce, smembra o ricompone porzioni distanti di tempo, parvenze lontane di temporalità perduta o ritrovata (1). Ritornando alle zuppe, adesso mi interessa evidenziare il procedimento spettacolare utilizzato da Kar-wai. L’incontro tra Su e Chow, ad esempio, non avviene subito. In una prima sequenza vediamo Su che va ad acquistare la zuppa quindi Chow che si reca al negozio dei noodles, ma i due non si incontrano (o almeno si incontrano nel fuori campo) in quella che sembra la stessa sequenza.  La sig.ra Chang  torna poi al negozio e qui, lungo il vicolo, incontra Chow. I qipao indossati della donna sono diversi: un salto temporale. Ma dove è avvenuto? Nel mondo reale? Nei sogni di Chow? Nel suo ricordo? In un’altra sequenza sembra che Su e Chow non si incontrino. La mdp si sofferma un attimo a inquadrare una lampada del vicolo (già mostrata nella prima sequenza dell’acquisto al noodles shop): luce fissa che illumina prima l’oscurità, poi la pioggia che comincia a scendere copiosa (la pioggia è un’altra serie che sarebbe interessante analizzare). Questo è il motivo che permette a Chow di ritornare sui suoi passi, perché per non bagnarsi deve ripararsi sotto l’arcata del vicolo.  Su, causa la pioggia, rientra al noodles shop. Nonostante le premesse (quanto cinema farcito di luoghi comuni ha fatto incontrare due innamorati causa un temporale improvviso?) lo stratagemma della pioggia non è servito a niente: la pioggia non è la causa dell’incontro, e la sequenza non realizza un significato nel sintagma ma rimane immobile nel suo stesso nulla, isolata in un tempo non sottomesso all’immagine azione. La pioggia pertanto è una serie che non contribuisce a formare un significato immediato – anzi lo allenta – in quanto non ci è permesso conoscere l’incontro tra i due innamorati, né udire le parole che si sono detti. In questo caso la pioggia deve navigare in altri lidi, mentre spetta alla moltiplicazione di tre componenti la formazione del senso profondo dell’incontro tra Su e Chow. Dopo l’inquadratura di Su, seduta nel negozio di noodles in attesa che spiova, vediamo l’inquadratura della strada bagnata e poi Su e Chow che stanno salendo insieme le scale della casa della signora Suen. E il qipao di Su è sempre lo stesso. In questo caso il qipao ha ricucito un’ellissi, il salto temporale è stato breve, legato ad una discontinuità spaziale (noodles shop, strada, scale della casa della sig.ra Suen). Ciò che in molti casi ha formato una sorta di atemporalità, adesso ha compromesso pure questa certezza. È come se il qipao avesse ostacolato la zuppa, formando un tipo diverso di ellissi. Anche in questo caso l’atemporalità si muove fra non visto, non detto e salti irregolari e destrutturanti di tempo. Inoltre il suono dello Yumeji’s  Theme  di Shigeru Umebayashi, che scandisce e accompagna le sequenze del noodles shop, contribuisce ad allentare le forze intense della narrazione lasciando scivolare i movimenti e i comportamenti di Su e Chow in una terra senza tempo. Il tempo insomma diventa (come nei film della Nouvelle Vague) un tempo senza senso, un tempo qualunque, che non ha punti di riferimento, che non aiuta a ricostruire un principio e una fine, che non parte da e non arriva a nessuna parte. Eppure il senso profondo delle sequenze, nel loro decomporsi e ricomporsi nella casualità, s’ingigantisce restituendo allo sguardo l’intensa, atemporale, vastità di un amore. Di una poesia.

(1) Interessante sarebbe ampliare questa ipotesi alla luce della Recherce di Proust, putroppo devo ironicamente ammettere che “non ne ho il tempo”.

22 luglio 2012

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000): 1/3 Cheongsam

I qipao che Su cambia in continuazione sono indici di ellissi, oggetti indexicali che mostrano strappi improvvisi e repentini del tempo che scorre, nascondono gli eventi nel non visto. Sono espressioni di un film che relega nell’ellissi i momenti più importanti della narrazione, lasciando allo sguardo “soltanto” l’indefinitezza di immagini che non riescono mai del tutto a formarsi, proto immagini che sintetizzano sia la difficoltà del ricordo a formare un’alta definizione sia la difficoltà di un amore a svilupparsi in quanto già formato e vissuto in altri tempi. I qipao oltre ad essere “superfici che esercitano sul personaggio la stessa egemonia soffocante dei muri […] innalzando  una sorta di parete tra la donna e l’uomo che la ama”(1), rappresentano una compressione spaziale nella durata. Destrutturano lo spazio, già di per sé stressato da numerose interruzioni (specchi, oggetti in primo piano, tende, fuori fuoco, ecc.) lasciando l’intervallo libero di occupare queste immagini collassate. Sono indici temporali, forme di un rapporto (la storia d’amore) che catturano l’occhio (forse più di ogni altro espediente) abituandolo a correre dentro le faglie sotterranee del tempo. I qipao, contenitori di ellissi, simboli di un tempo cristallizzato in stoffa colorata, adeguano lo sguardo all’antinormativa del film lasciandolo libero di fare la conoscenza di una realtà del racconto, nel senso di storia raccontata e pertanto soggetta a imprecisioni, omissioni, adulterazioni. Mentre la narrazione cede lentamente il passo al linguaggio, le parole alla poesia, il tempo occupa completamente lo spazio mostrandosi esso stesso come oggetto (oggetti) che Kar-wai continua a filmare. In altri termini: mentre gli eventi si nascondono nel “riportato” (le parole dette dai personaggi che sintetizzano l’accaduto con tutte le imprecisioni e senza garanzie di oggettività), i materiali, i colori, gli oggetti, i cheongsam coloratissimi e vividi indossati dalla Sig.ra Chan, così come le zuppe di noodles, prendono il sopravvento definendosi prima come componenti essenziali di uno spazio che limita i corpi (gli ambienti ristretti e ottusi della casa della signora Suen, oppure l’arcata di un vicolo dove Su e Chow si rifugiano per ripararsi dalla pioggia) quindi prolungandosi nelle faglie di un tempo sconosciuto di un qui e ora che non ci è dato conoscere, un tempo segreto che Chow bisbiglia nella fessura del tempio di Angkor Wat, tra le rovine di una civiltà scomparsa. Gli aspetti a prima vista più insignificanti, forse quelli meno intensi mostrati nelle classiche storie d’amore, ossia i vestiti indossati dagli amanti (a meno che non sia biancheria intima mostrata solo per poi essere tolta), il cibo (Su che esce per andare al negozio di noodles), la tecnologia (la rice cooker), il gioco del Mahjong, sono tutto ciò che ci è dato vedere (il gioco del Mahjong non è però neppure mostrato ma solo citato). Sono simili a deittici che prendono il sopravvento, risalgono alla superficie, uniche garanzie di un accaduto già perso, offuscato, come un sogno già dimenticato al risveglio. Poiché non è possibile ricostruire nella memoria un accadimento (figuriamoci pertanto un amore o addirittura una speranza d’amore), a meno che non si crei una classica “trasparenza” nella fiction per un’illusione di realtà, una verosimiglianza posta come regola (nel senso di proporre al pubblico un evento come vero), non rimane che sondare le debolezze del ricordo pieno di lacune, punti non chiari, omissioni, in grado pertanto di riportare un mondo frammentato e indefinibile.

(1) Silvio Alovisio, Wong Kar-wai, Il castoro cinema, Milano 2010, p. 148

7 luglio 2012

Hunger (Steve McQueen, 2008)


I corpi si dislocano, si contorcono, si percuotono, si rompono e si consumano delineando un percorso geometrico che si muove all’interno di un recinto senza uscirne fuori. L’aspetto più eclatante del film è la capacità autoriale di formare espressioni geometriche dall’utilizzo dei corpi e degli ambienti. Tutto è così pacatamente perfetto. Nelle prigioni, latrine puntualmente sporcate dai prigionieri (dirty protest), le feci si cristallizzano in cerchi concentrici, le celle si affacciano su un corridoio ripreso in prospettiva frontale: il classico disegno geometrico che appassionava i pittori rinascimentali. Il dialogo tra Bobby Sands e Padre Dominic Moran, del piano sequenza punto focale dell’intero film (circa diciotto minuti ininterrotti), avviene tra i tavolini della sala mensa vuota: nel tavolino centrale di tre file di tre tavoli ciascuna (la prima è fuori campo e intuita dallo sguardo da una sezione di tavolo che sporge proprio sotto la mdp), seduto uno di fronte all’altro, vi sono i due interlocutori: idealmente pertanto la “scatola prospettica” è formata da nove tavoli disposti simmetricamente, mentre il punto di fuga è serrato da una quinta di fondo, una parete decorata da due cornici parallele che “attraversano” esattamente la linea delle teste dei due uomini; inoltre il numero nove (anche se “mentale” perché i tavolini mostrati sono sei + una parte di uno) equivale a un numero tre (ricorda le tre dimensioni newtoniane) elevato alla seconda. La mano dolorante del poliziotto inglese mostra le cinque dita sanguinanti, un pugno dolente che ha offeso un uomo nudo, un prigioniero indifeso. Ancora un numero che sintetizza (come anticipazione del prologo) il dolore di un pugno, scarnificazione e contrappunto delle Five demands dei prigionieri politici, cinque diritti negati dal governo britannico. Poi vedremo i pestaggi e la sofferenza dei prigionieri dell’IRA che non vedono riconosciuto il loro status di prigionieri politici. Ritengo che la geometria sia la cifra di una tentazione, un pensiero che osi (molto complicato ma affascinante allo stesso tempo) rompere la forte coesione di un mondo nei confronti della politica di Margareth Tatcher e della sua ostinazione/forza morale(?) nel non trattare con i “terroristi”. Molto complesso entrare in questi ragionamenti “politici” ma McQueen non è Loach, nel senso che non ha interesse a denunciare gli eccessi della politica conservatrice della Lady di Ferro addirittura da oltre trenta anni di distanza. Il suo interesse è molto più profondo, va oltre i giochi di forza tra l’Irish Republican Army e la ricercatrice chimica. Nonostante le celle cloaca dell’incipit il film lascia un senso di pulizia, uno pseudo-candore paludato, una sorta di benessere di riflesso che rende le violenze e i disastri distanti  dal nostro mondo (sia nel tempo che nello spazio) e pertanto non in grado di coinvolgere lo spettatore. Con questo non intendo affermare che il film non susciti emozioni. Tutt’altro. Non è  lo spettatore di questo film a essere messo in discussione, ma lo spettatore degli eventi, l’uomo rannicchiato nel proprio mondo, allontanato e distratto che sente dalla tv, o legge sui giornali, di dieci uomini morti per avere digiunato. In fondo il mondo che McQueen intende macchiare di escrementi concentrici è un artefatto politico, un sentore di cose e vago adulatore di immagini lontane (telegiornali, spezzoni di reportage) intense e drammatiche ma non coinvolgenti. Spettatore del tutto simile alla madre del poliziotto che rimane immobile (causa la malattia) davanti all’esecuzione del figlio colpito con un proiettile alla testa proprio davanti a lei. L’immagine dell’uomo dalle dita doloranti, adesso appoggiato sul grembo della madre immobile sta all’immagine di Bobby Sands nel silenzio della sala mensa che annuncia al prete la decisione di digiunare. Questi effetti stranianti, resi con geometrie che ricordano le scenografie scarne e semplici del teatro elisabettiano, ma anche con sfumature di colore che dallo scuro (le celle cloache immerse nelle deiezioni, il corridoio) digradano verso il bianco (la degenza di Bobby Sands ormai ridotto a pelle ossa causa sciopero della fame) passando per i colori dei maglioncini e dei pantaloni imposti dall’autorità, dal candore dei panni ai mobili con cui i secondini arredano, dopo averle pulite, le ex cloache, questi passaggi dalla periferia al centro (i due prigionieri  dell’incipit che ci portano a conoscere Bobby Sands interpretato da un bravissimo Fassbender), oppure le dita doloranti del secondino (che ci portano al pestaggio di un galeotto), restituiscono il dramma profondo e irreversibile di una lotta che ha segnato profondamente la storia inglese degli anni ottanta del secolo scorso. Allo stesso tempo ci informano di una struttura filmica che riesce a coinvolgere all’interno lasciandoci all’esterno. Ossia mentre rimaniamo fuori, assorti nei silenzio prolungato dei protagonisti, assistendo a pestaggi e discorsi che non comprendiamo più (forse) ci rendiamo lentamente conto di essere entrati nel plot, di essere parte integrante di un mondo in fondo più vicino a noi di quanto pensiamo, scoprendo in tal modo che all’interno di una geometria di carne, sangue ed escrementi, il cinema pulsa di vita propria calandoci nel clima angosciante e inamovibile di un mondo ancora oggi ritenuto (mi riferisco a quegli anni di violenza in Gran Bretagna) il migliore possibile, visti i presupposti. Quando Booby Sand dice a Padre Dominic Moran, che cerca di convincerlo a desistere dai suoi propositi, di saltellare tra retorica e semantica, non fa altro che sintetizzare la cifra di tutto il film: un lavoro che penetra nell’angoscia e nella disperazione senza retorica e senza pomposi discussioni politico-semantiche che avrebbero indebolito la sua capacità di penetrazione. Ecco, il film di McQueen non racconta la fame di cibo o di violenza o di giustificazione o condanna, ma la fame di speranza che viene sgretolata sequenza dopo sequenza, con semplicità, nel candore dei corpi puliti e nudi, delle camerette pastello o persino dalle piaghe che punteggiano il corpo di Bobby Sands, a loro modo perfette e quasi pittoriche.

1 giugno 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 5/5 Passaggi d'Europa

Nel commentare i lungometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

Behold the lamb (John McIlduff, 2012)


Road movie centrato su una strana coppia, la ruvida, drogata, dura e incinta Liz, e Eddie, un perdente di mezza età che tenta di allontanare il figlio dalla sua influenza. Cominciano la loro corsa attraverso la campagna del Nord Irlanda alla ricerca di qualcosa che possa salvare le loro vite. Ma nulla sembra facile per lei, che ha abbandonato suo figlio handicappato a coloro che sanno e posso allevarlo, e per lui che vede la sua vita scorrere senza entusiasmi e senza alcuna vera speranza. Eppure il loro incontro produce adrenalina e la sensazione che esso segnerà per sempre le loro vite.

On the Road originale e di grande impatto emotivo. Una coppia improbabile con una prestazione notevole. Un film che vorrei rivedere sperando che capiti un’altra occasione.
Voto 4

Questo film potrebbe possedere tutti i crismi di un cinema di novità se non scadesse spesso in un humor fine a se stesso, prodotto per riempire alcune zone “vuote”. Si potrebbe obiettare che la comicità irlandese spesso non è capita nel Mediterraneo. Può darsi. Comunque la parte più angosciante del film rimane in questo modo sminuita. L’idea di una storia on the road, il viaggio di un coppia incredibile (Liz, fidanzata di Joe ed Eddie, padre di Joe) in effetti è molto intrigante. Joe è una sorta di catalizzatore, un fulcro che occupa solo la prima sequenza, un ragazzo che si è messo nei guai per la droga a cui deve rimediare il padre. Comunque il rapporto che si instaura tra i due (finalmente né sesso, né nascita di un amore) è di un profondità incommensurabile, a dimostrazione che la solidarietà e la comprensione possono diventare un collante persino tra mondi diversi. Una coppia sui generis quindi nonché originale. Per questo una delle sequenze più interessanti è quella del tentato stupro nel bagno di un fattorino della droga a scapito di Liz. Il tentativo fortunatamente fallito potrebbe far pensare al classico “arrivano i nostri” (Eddie), mentre la molla che sprigiona il desiderio violento del fattorino nasce dalla mancanza di un preservativo, altrimenti il rapporto sarebbe stato un baratto sesso/agnello. In effetti il lavoro di McIlduff riesce a colpire l’immaginario dello spettatore tramite simboli da decifrare che penetrano nella storia, simboli-gag (in quanto spesso utilizzati per provocare ilarità) che usati e inseriti in modo diverso avrebbero dato un contributo maggiore al film. Così la morte per congelamento del cane (il cui cadavere viene poi gettato in acqua) e per annegamento dell’agnello (ugualmente gettato in acqua), operazioni causate dall’intervento di Liz, collegano il piano simbolico (l’orrore-desiderio di disfarsi dell’innocenza), al piano dei contenuti (il figlio disabile che Liz ama ma che non ha tenuto con sé). Allo stesso modo l’epilessia di Eddie, che sopraggiunge come per impedirgli di uccidere con una pistola l’agnello (e per fargli colpire una gomma dell’auto), sembra più un’allegoria del consumato rapporto padre-figlio. E mentre questo viaggio trascina contraddizioni e scheletri di due mondi lontanissimi (Liz ed Eddie), dalle ceneri di questa disperazione urbana prende corpo una nuova coppia more uxorio, non ancora prevista e riconosciuta dalle abituali normative che connettono la famiglia a un legame giuridico-sessuale, ma capace di sprigionare una intensità profonda che concilia l’animo con la speranza.


Kuma (Umut Dag, 2012)

Quando Ayse celebra il suo matrimonio, quasi tutti nel suo villaggio in Turchia credono che lei abbia sposato Hasan. In effetti, lei va a Vienna come seconda moglie del padre di Hasan, Mustafa. A Vienna è accolta differentemente dei membri della sua nuova famiglia. I figli di Mustafa, alcuni dei quali più grandi di lei, voltano le spalle alla ragazza. Solo Fatma, la prima moglie dell’uomo, da molti anni malata di cancro, sembra sinceramente contenta della sua presenza: ora è sicura di lasciare qualcuno accanto al marito, del quale è stata per anni una leale e obbediente moglie musulmana. Tra le due donne si sviluppa una speciale amicizia.

Anche per me il migliore (devo ancora vedere Spain). Sceneggiatura perfetta. Recitazione di altissima qualità (la sequenza del litigio è ormai una parte indelebile del mio animo). Plot avvincente ed efficace.
Voto 5

Un lavoro di alta qualità paragonabile al cinema dei grandi maestri. Una ragazza turca, Ayse, giovanissima, accetta con rassegnazione di diventare la sposa di Mustafa, il padre di Hasan figlio-avatar dello sposo alla cerimonia nuziale svoltasi in un villaggio della Turchia. Ayse, una volta in Austria, si vede così costretta a sostituire la moglie di Mustafa che sta per morire. Dovrà diventare la nuova moglie nonché madre di quattro figli. Mentre i figli non gradiscono la presenza della giovane donna, la madre ha voluto proteggere la famiglia trovando una giovane sostituta, perché la famiglia è anche amministrazione ed economia. E non a caso la donna è l’unica a provare comprensione e forse pietà per una ragazza praticamente coetanea delle sue figlie. Il film si sofferma ad analizzare i rapporti all’interno della famiglia, l’ostilità dei giovani, l’imbarazzo nel dormire nello stesso letto di un uomo molto più vecchio e l’affettuosità con cui Fatma tratta Aysa. La forza dirompente di Kuma non è tanto nell’enucleazione dell’ennesima storia della giovane costretta a sposare il vecchio, quanto nella capacità di mostrare la “normalizzazione” del dramma attraverso piccoli e apparentemente insignificanti gesti quotidiani: le chiacchiere per strada e nei negozi con concittadine, il bambino più piccolo che studia, i gesti nel rifare il letto prima della notte in cui il matrimonio sarà consumato con Mustafa, i dialoghi tra Aysa e le figliastre-sorelle, le confidenze con Fatma, donna malata ma anche Valide Sultan (madre del Sultano, la donna che governava l’harem) che protegge Aysa finché rispetta le regola dell’Umma (comunità e in questo caso famiglia). Quando invece il padre muore inaspettatamente, la volontà della donna “altra”, Aysa, la prigioniera velata dell’harem, esce allo scoperto, da Haseki Kadini (altra moglie) diventa Ikbal (odalisca) nei confronti di un giovane commesso del supermercato. Fatma vede così crollare un mondo. La famiglia che tanto aveva voluto proteggere, dopo che sarà morta, si scioglierà per sempre. La donna “altra” incarnata nella bellezza e nella pacata rassegnazione di una giovane femmina turca diventa, suo malgrado, strumento di discordia e motore di un meccanismo che frantuma un mondo. Tutto questo viene descritto con immagini semplici e nitide di vita familiare mentre la bellissima Aysa non è tratteggiata come una concubina ribelle pronta a dirottare e frantumare un mondo al fine di urlare la propria libertà, ma presentata come una semplice ragazza rassegnata agli eventi eppure dotata di una forza potentissima: la capacità di sapere amare gli altri. Grande cinema.


Spain (Anja Salomonowitz, 2012)

Uno straniero, bloccato in Austria contro la propria volontà, cerca in ogni modo di raggiungere la Spagna, sua originaria destinazione. Una restauratrice, che guadagna qualche soldo extra dipingendo icone religiose, ne ha abbastanza delle intrusioni del marito, violento, dal quale vuole divorziare. Quest’ultimo cerca le giuste parole per tornare con sua moglie andando a indagare, come parte del suo lavoro di poliziotto, in quel che accade tra coppie di doppia nazionalità. Un operaio spera nel prestito di uno strozzino per salvarsi dai debiti contratti col gioco. Ciascuno di loro è alla ricerca della felicità.

Film interessante e intenso, ma certe “coincidenze” ricordano un certo cinema blockbuster. Questo non preclude la qualità del film, ma limita le possibilità potenziali in nuce.
Voto 3

Più storie che si intersecano, storie di per sé interessanti e ben girate, ma improduttive. Soprattutto per due motivi. I personaggi non vengono scavati a fondo, ma (a causa della breve durata del film) rimangono appena abbozzati. Sono personaggi che passano come meteore, ne assaporiamo la singolarità e la loro energia che infondono nel plot, proprio in quanto esseri potenzialmente “luminosi”. Sono come delle supernove che potrebbero illuminare il cinema ma che non esplodono (vedi ad esempio Magdalena, moglie divisa da un poliziotto violento restauratrice e allo stesso tempo pittrice di icone o lo stesso Sava, uomo capace di fare qualsiasi cosa, ma impegnato a raggiungere la Spagna). I personaggi del film (forse troppi che interagiscono tra loro e tra quelli degli altri episodi) passano velocemente nella personaggi simili per abbandonarli a se stessi rinunciando pertanto a fare la loro conoscenza. mente, lasciando un sapore di scipito, la sensazione che manchi qualcosa. Terminato il film si ha l’impressione che questi esseri siano solo parvenze viste con la coda dell’occhio, amici di amici presentati a una festa e poi subito persi tra i buffet e i deschi dei cibi. La mdp li segue stancamente distratta da altri invitati.




20 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 4/5 Passaggi d'Europa


Nel commentare i lungometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

A moi seule (Frédéric Videau, 2011)

Una ragazza siede nella sala d’attesa di una stazione degli autobus in mezzo al nulla. In mano ha la foto di una bambina scomparsa. E’ lei. Otto anni prima, infatti, Gaëlle era stata rapita e tenuta isolata dal mondo. Un’esperienza traumatica con cui dovrà imparare a convivere, mentre cerca di adattarsi a una libertà. Il film riporta lo spettatore indietro nel tempo per farlo partecipare alla lotta per la sopravvivenza della piccola protagonista, chiusa in una cella sotterranea senza finestre, in attesa di vedere il suo rapitore. Con l’uomo che l’ha rapita, lei finisce per stabilire una relazione singolare, di sottomissione e di potere, di paura e di attesa, fino all’epilogo.

Gradevole da seguire e accattivante. Preso nella sua interezza mi è piaciuto, ma analizzato nelle sue sequenze profuma di cliché (ad esempio l’aguzzino in fondo non poi così aguzzino, la ragazza che a tratti sembra innamorarsi del suo carnefice, ecc.)
Voto 3

Un film a prima vista interessante che analizza il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino con relativa Sindrome di Stoccolma. Eppure Videau rinuncia ad approfondire i rapporti tra gli esistenti mescolando (tramite l’utilizzo di flashback) il periodo della prigionia con quello dell’acquisita libertà. E se si sofferma a mostrare quanto poco libera sia la ragazza anche dopo la prigionia (le restrizioni della casa di cura), il film non decolla. Lo studio del rapporto tra il rapitore e Gaëlle non riesce a portarci dentro una così smisurata tragedia, limitandosi a presentare un rapitore che vuole essere solo un padre padrone (insegna i compiti alla “figlia” e rinuncia volontariamente a fare sesso con lei) senza che via sia almeno l’abbrivo di un pathos o le motivazioni di un gesto simile. Mentre la ragazza viene abbandonata a se stessa, tra il “ricordo” della prigionia e il nuovo rapporto con madre e  psicologo, rinunciando a conoscere le sue più recondite pulsioni (come estrarre la rabbia di Gaëlle o mostrarci il terrore della ragazza per l’acquisita libertà), l’aguzzino evapora nel plot come una qualsiasi comparsa: purtroppo il personaggio rimane imbrigliato sulla superficie del film. Forse A moi seule ambiva a diventare metafora dell’artista che non riesce a recuperare la propria libertà espressiva neppure dopo una “prigionia” creativa (forse un romanzo o un film girato su commissione?). In effetti recuperare la propria libertà espressiva, liberarsi dai limiti imposti da un’economia che fagocita qualsiasi aspetto della nostra vita rimane un tabù. Ma se sia stato davvero questo l’intento di Videau allora il film risulta ancora meno riuscito, perché Videau non ha avuto il  coraggio di affondare la lama nel riflusso di un mercato che obbliga l’arte a sottomettersi, rinunciando a proporre una visione autentica (ad esempio creare un doppio tra la figura del rapitore e dello psicologo), con il legarla magari a un suo personale punto di vista; per fare un esempio (ma questa affermazione non vuole essere una scelta di campo): prospettare una decrescita economica riferita almeno all’arte.


Future last forever (Özcan Alper, 2011)

Sumaru sta conducendo una ricerca etnomusicale per conto dell’Università di Istanbul. Per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia si reca a Diyarbakir, città del sud-est della Turchia, abitata prevalentemente da curdi. Nel corso del suo viaggio ascolta anche le storie delle donne curde che hanno perso i loro mariti e i loro figli durante la sanguinaria tirannia ed è costretta a confrontarsi col suo passato. Il suo compagno, partito per un remoto villaggio del Kurdistan, non è mai più tornato. Le persone che incontra nel suo viaggio non riescono a rimarginare la sua profonda ferita. Neanche Ahmet, col quale inizia una breve relazione, riesce a liberarla dal passato. Il giovane non comprende cosa cerchi Sumaru in quel desolato villaggio nella provincia di Hakkari al confine dell’Iraq, cosa del suo passato la conduce proprio lì.

 Interessante e gradevole perché (come è stato già detto) sembra un documentario innestato in un film più tradizionale. Sono rimasto affascinato dai suoi campi lunghi.
Voto 4

Elegia di un popolo ferito da guerra ed eccidi resa mirabilmente tramite interviste ai veri abitanti di un villaggio turco del Kurdistan al confine dell’Irak. Nonostante le premesse il film non scade mai in facili messaggi politici o nell’esasperazione del dramma, in quanto lo “sfondo” di un popolo sofferente, le sue cicatrici mai rimarginate, diventano la degna cornice di un viaggio alla ricerca della propria anima come dell’anima del mondo. Il paesaggio stesso diviene (soprattutto quei campi lunghissimi sulle pianure e sulla costa dell’Anatolia) un personaggio. Citando Béla Balázs (per il quale vi è una corrispondenza tra volto umano e paesaggio per cui un primo piano può racchiudere un intero mondo) direi che la sofferenza dei volti degli uomini intervistati assume la straordinaria fotogenia dei colori e delle forme del paesaggio anatolico. Stessa cosa accade per il volto di Sumaru, la bellissima studentessa che intraprende il suo viaggio per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia, obbligata a fare  i conti con il suo passato legato appunto a quegli stessi luoghi. Un insieme perfetto di bellezza (i luoghi, il volto della donna), sofferenza (gli intervistati, le fotografie sul muro), relazioni (amore, amicizia) che concorrono a creare il pathos di questo film, la sua elegia.


L. (Babis Makridis, 2012)

Il protagonista, un uomo di quarant’anni, è molto più che un autista personale. Il suo lavoro è letteralmente la sua vita e la sua macchina è molto di più che un semplice mezzo di trasporto, ci vive dentro e lì riceve, a scadenze fisse, la sua famiglia. Il suo datore di lavoro è un ricco narcolettico che, ovviamente, non può guidare. L’autista, che noi conosciamo come l’uomo, gli procura del miele speciale, ma quando arriva un altro ancora più rapido di lui, perde il lavoro e decide di cercarsi un altro mezzo di trasporto. Il nostro eroe procede inconsapevole verso il disastro. Siamo a una metafora della Grecia attuale?

 Ottimo film con il suo linguaggio per me innovativo da tenere in considerazione. Spero davvero che questo regista riesca a sviluppare un modo di girare film capace ogni volta di sorprenderci.
Voto 4

Metafora della vita, metafora del mondo, metafora delle aspettative e dei sentimenti di un uomo, L. raccoglie e dispone luoghi deputati rivoltandoli e rovesciandoli. L’auto-casa, il lavoro per un narcolettico, il suo licenziamento perché surclassato in abilità da un antagonista più rapido a consegnare il miele, l’amico ucciso per errore, la sua famiglia che incontra nei parcheggi, il miele stesso come combustibile-cibo speciale, l’abbandono dell’auto e il suo sodalizio con un gruppo di motociclisti, rappresentano il montaggio stesso, la capacità di decostruire il filmico e disporlo lungo una nuova linea di luoghi deputati che non rappresentano ognuno la propria realtà (auto, miele, orso, famiglia, ecc.) ma la possibilità di ricomporre in nuove immagini la conoscenza. In questo “paesaggio” decostruito si muovono le azioni umane, i loro reciproci rapporti che si formano e deformano in continuazione impedendo al cinema di fissarli indelebilmente. Ad esempio l’auto non è solo un mezzo di trasporto, ma una casa, un lavoro, un’ostrica che protegge e permette di sopravvivere. Il suo abbandono per la moto costituisce un cambiamento, una trasformazione, regola il plot ma anche un nuovo tipo di messaggio:  la storia della vita attraversa le forme plasmandosi a sua volta.

6 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 3/5 CortoEuropa


Nel commentare i cortometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

Posledny autobus (di Martin Snopek, Ivana Laučíková, Slovacchia 2011)

Cortometraggio sugli animali della foresta in fuga prima dell’inizio della stagione di caccia. Gli animali della foresta, a bordo di un piccolo autobus, stanno fuggendo verso la salvezza, quando i cacciatori fermano il bus nel cuore della notte…

 Interessante la tecnica usata, storia struggente che mostra bassi istinti tutti umani con conseguente incapacità di ribellarsi all'ingiustizia . Gli animali, i poveri animali della foresta, possono invece evidenziare solo la propria innocenza. Questo aspetto forse è stato poco approfondito.
Voto 3

Nonostante il voto basso credo che questo sia un cortometraggio molto interessante, nel senso che contiene in sé una potenza espressiva di altissimo livello. Peccato perché sarebbe stato sufficiente qualche minuto in più per indebolire la metafora degli animali-sudditi e cacciatori-potere al fine di evidenziare l’innocenza degli animali e la disperata violenza degli umani (cacciatori). Gli animali (che nel corto sono presentati come impauriti, deboli ma anche privi di solidarietà), personificano esseri umani che vivono alla giornata incapaci di ribellarsi al potere. Poiché nell’ultima sequenza il pullman si avvia verso un bastimento in attesa, percorrendo un pontile sul mare che collega il bosco alla nave, ritengo che alla fine le “bestie” siano riuscite a raggiungere la loro arca; ma a quale prezzo. In effetti, ripensandoci, sono pentito del 3, forse avrei dovuto assegnare almeno un 4, purtroppo certi film crescono dentro di me dopo giorni di maturazione.


Small circle of attention (di Josef Tuka, Repubblica Ceca 2011)

Premek è un vecchio e rispettato attore di teatro. Egli si innamora di una giovane collega, anche se sposato da molti anni. Sua moglie è malata di diabete, Premek si sente in dovere di aiutarla e cerca di ignorare il nuovo amore e ricordare i momenti di felicità passati con lei. Infine, Premek riesce a liberarsi dei suoi sentimenti per la collega.

Ottimo. Grande prova degli attori e tematiche che centrano in pieno la crisi della coppia (società) moderna. Un piccolo capolavoro.
Voto 5

Un film sull’altruismo di facciata sotto cui traspare l’egoismo. Un uomo di potere che non ama più la moglie ma che potrebbe dimostrare il contrario riuscendo a respingere le avances di un’altra donna, senza rendersi conto che il suo comportamento è legato alle apparenze. Infatti  quando la moglie gli rivela di averlo tradito risponde dicendo di essersi innamorato di una collega a Teatro ma di avere resistito a differenza della moglie stessa e adesso si sente un totale idiota. Apoteosi dell’egoismo e dell’assenza di amore. Grande cinema.


Sonic Birth (di Jérôme Blanquet, Francia 2011)

Dopo un incidente d’auto, Serge è in coma. Un gruppo di ricerca cerca, con successo, di stimolare la sua memoria. Serge dovrà scegliere se vivere o morire.

In effetti eccede in troppe sequenze lynchiane, ma vi sono altre parti costruite in modo originale: un viaggio nella mente, nella premorte o chissà dove? Lo sguardo è imploso nella mente. Qualche piccola correzione e sarebbe stato un corto sui generis. Lo so: è molto complesso evitare di essere influenzati dai grandi maestri.

Voto 5

Questo corto è piaciuto a pochi per via di una serie di immagini che definirei sperimentali e in parte lynchiane. Per me al contrario si tratta di un interessante viaggio nella mente di un uomo in coma prima di rientrare nella vita o di varcare la soglia del mistero. Immagini che, se depurate dai reflussi lynchiani, potrebbero essere presupposto per una ricerca di un modo alternativo di costruire storie (non solo riguardanti situazioni di pre-morte).


The First cut (di Tallulah Hazekamp Schwab, Olanda 2011)

Un cortometraggio incentrato su un momento decisivo nella vita e nella carriera di un giovane chirurgo donna. La sala operatoria è pronta. Il chirurgo esita. Questo momento riporta alla mente gli eventi cruciali dell’infanzia, la scelta della sua professione e la riluttanza a tagliare la pelle dei pazienti.

Coinciso, essenziale, ben girato. Una storia che emoziona. Uno di quei film che rivedrei volentieri tra qualche mese, perché, sono sicuro, riuscirebbe a farmi provare le stesse emozioni provate oggi.

Voto 4
Un chirurgo colto durante un’operazione rivive la sua prima volta quando operò un coniglio. Allora era una bambina e il tentativo, fallito, di salvare l’animale ha condizionato la sua intera vita. Tagliare la carne, operare è come un continuo esorcismo, ritornare a quel giorno e cambiare tutto. Ma non è possibile cambiare il passato che irrompe continuamente nella mente. Un bellissimo corto che, appunto, mi piacerebbe rivedere.


Tomatl: cronique de la fin d’un monde (di Luis Briceno, Francia 2011)

Il pomodoro è stato scoperto dagli Europei nello stesso momento in cui è stato scoperto il nuovo mondo. Gli Aztechi hanno piantato questa pianta, che ora ricopre un terzo delle aree coltivabili del mondo.

Pieno di spunti interessanti ma alcune parti andrebbero curate di più.

Voto 3

Questo lavoro in effetti è molto interessante, una sorta di mockumentary sull’importanza del pomodoro sin dalle sue origini quando veniva coltivato dagli Atzechi. Eppure il cortometraggio non funziona del tutto. Le parti sembrano slegate, l’animazione non aiuta a rendere fluido l’oggetto, ma contribuisce a spezzettarlo. Pur considerando l’idea molto valida, credo che il regista avrebbe dovuto progettare diversamente la propria regia.


Tuba Atlantic (di Hallvar Witzø, Norvegia 2010)

Tutti moriranno un giorno. Oskar, 70 anni, che fra sei giorni morirà, è pronto a perdonare il fratello per uno screzio accaduto alcuni anni prima. Egli è convinto che il fratello viva dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Riuscirà a raggiungere suo fratello prima che sia troppo tardi?

Sono d'accordo, uno dei corti più belli, con le sue allegorie e l'atteggiamento verso la morte affrontato come conoscenza e analisi di uno stato d'animo, mai come luogo comune fine a se stesso.

Voto 5

Forse il cortometraggio più conosciuto del festival che analizza tutte le fasi dell’elaborazione della morte di un malato terminale, dal rifiuto all’accettazione della propria fine. Un’analisi cruda e allo stesso tempo mitica degli ultimi giorni di vita di un vecchio che segue l’iter classico di chi è condannato da una diagnosi nefasta prima di giungere a morte, riuscendo persino a “istruire” un’apprendista Angelo della Morte al suo terzo tentativo di accompagnare nell’altro mondo un predestinato. Ma la bellezza del corto non è caratterizzata soltanto dal rapporto tra l’angelo della morte incarnato da una biondina poco più che adolescente o dal rapporto conflittuale con la natura (lo sterminio dei gabbiani). C’è molto di più in questo corto, c’è innanzitutto un vento che non vuole mai cambiare direzione e una gigantesca tuba che deve sostituire un telefono inutilizzabile (Oskar non conosce il numero del fratello che vive in America). L’urlo angosciante della tuba, trascinato finalmente da un vento che all’ultimo minuto cambia direzione, arrivando dall’altra parte dell’Oceano, collega ogni pezzo del puzzle: la morte, l’angelo, il vecchio, i gabbiani; definisce il montaggio come logica e bisogno, allo scopo di concludere e trascinare una storia nella struttura filmica. La tuba non è solo l’urlo di un bisogno (ultimo messaggio per affermare la propria esistenza) ma anche una sorta di regia che conforma tutte le difformità immaginabili (il ghiaccio, i gabbiani, la ragazzina-angelo) in un unico definitivo messaggio: conoscenza.
Dizionario
negazione
rifiuto
diniego
smentita


Two hearts (di Darren Thornton, Irlanda 2011)

Lorna ha faticato tanto per raggiungere la retta via. Ma quando un uomo del suo passato viene rilasciato dalla prigione, ritorna ad una vita e un amore che aveva dimenticato.

Duro e allo stesso tempo delicato. Lascia senza parole e provoca intense emozioni. Ottimo.

Voto 4

Intenso, forte, potente. Un lavoro che mostra la durezza, la sofferenza della vita per una donna che tenta faticosamente di condurre una vita normale. Ma il mondo oppone la sua crudele verità, la sua forza prorompente e il passato presenta sempre il suo conto. Un ottimo lavoro. Vorrei rivedere anche questo perché anche in questo caso sono stato molto indeciso se assegnare o meno un 5.


Washed up love (di Dylan Cotter, Irlanda 2011)
Moira cerca l’amore. L’amore non sa neanche che manca.
Debole ed evanescente. Alcune immagini gradevoli e divertenti ma niente di più.

Voto 3

Un uomo trovato  privo di sensi sulla spiaggia e tenuto da due donne in un casa di pescatori. Un ragazzo che le donne vorrebbero tenersi per se ma che alla fine deve essere restituito. Probabilmente non ho afferrato bene la vis comica a causa della lingua, ma questo corto mi è sembrato troppo debole, leggero. Potrebbe essere un episodio di una soap.

3 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 2/5 CortoEuropa


Nel commentare i cortometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.


Gianni Schicchi (di Francesco Visco, Italia 2011)


Una giovane coppia sta prendendo il sole in spiaggia quando arriva l’amico Gianni Schicchi. Gianni Schicchi è bello, Gianni Schicchi è simpatico, Gianni Schicchi sa fare  all’amore! Gianni Schicchi mi ha stancato.

Un musical nato male e finito peggio (eppure sono ben disposto nei confronti del musical - è una mia debolezza). Senza idee, struttura debole, camera che "gira a caso". Avrei da ridire anche sulla "martellata" data a Gianni.

Voto 2

Senza fare paragoni con l’opera di Puccini (né credo l’autore volesse cimentarsi o prendere spunto dal lavoro del grande maestro), nonostante il cortometraggio sia cantato, credo che questo lavoro dovrebbe essere girato nuovamente facendo attenzione a non evidenziare troppo certe scene stile commedia italiana anni ottanta che consociamo benissimo, pieno zeppo di luoghi comuni e tirato via. Purtroppo gli attori non convincono, la mdp (come è  stato acutamente evidenziato in alcuni commenti al cortometraggio) si sofferma troppo sulle curve di lei e la martellata in testa assestata dal ragazzo al “perfetto” Gianni Schicchi rende il lavoro un’opera grottesca.



Il giorno che vuoi che sia (di Alessio De Nicola, Italia 2011)

Nicoletta e Gabriele trascorrono un romantico pomeriggio al parco, mentre Ciccio, fratello della ragazza, passa il tempo in giro, aspettando che la sorella dica “addio” al suo amato. C’è solo un modo per non lasciarsi e i due innamorati lo mettono in pratica… ancora una volta.

Si rimane sempre sulla superficie in attesa che finalmente si faccia sul serio. La circolarità temporale poi è appena accennata e non approfondita.

Voto 3

Alcuni spunti sono interessanti come il picnic sul prato e la circolarità del tempo (l’epilogo è identico all’incipit) ma queste idee non sono realizzate con precisione. La recita di Nicoletta è troppo scolastica, gli altri personaggi (a parte Gabriele) in questo contesto sembrano inutili o per lo meno non si capisce quale sia l’utilità del loro intervento (forse rappresentano la routine e/o il tempo che scorre che ti rapisce nel vortice di concludere, correre e vivere in fretta?). A ogni modo secondo me era possibile produrre un buon lavoro lavorando di più sui due personaggi, scavando nella profondità del loro animo.



Jam Today (di Simon Ellis, Gran Bretagna 2011)

Impaziente di crescere e diventare un uomo, a undici anni, Robert è bloccato per una vacanza in barca solo con i suoi genitori e la sua curiosità per la compagnia.

Ben confezionato, regia di alta qualità così come la recitazione. Molte idee originali (un bambino che fa culturismo utilizzando un secchio d'acqua, ad esempio). Un corto di ottima fattura.

Voto 4

Corto affascinante e ben confezionato. Il giovane attore recita benissimo la parte di un ragazzo che sente il suo corpo crescere e vorrebbe crescere ancora più in fretta cercando di aumentare la propria massa muscolare usando un secchio pieno d’acqua. Le occhiate di Robert alle donne, la foto della pin up, ma soprattutto la sequenza in cui si avvicina ad una barca ancorata nella darsena dove una coppia sta facendo l’amore, restituiscono benissimo le pulsioni naturali del piccolo che sente il suo desiderio crescere ma che rimangono confinate in corpo di bambino soggetto ancora alla tutela dei genitori… e della natura.



L’attaque du mostre Géant seceur de cerveax de l’espace (di Guillaume Rieu, Francia 2010)

In un bel musical colorato degli anni ‘60, arriva all’improvviso un orribile mostro, proveniente da un vecchio film in bianco e nero di Hollywood. Il mostro attacca gli abitanti di una piccola città disintegrandoli o genere del film, al fine di distruggere il mostro e di salvare le loro vite, la loro città, il mondo!

Esperimento interessante tra fusione di b/n e colore visto come reciproca invasione con trasformazione di "innocui" innamorati in combattenti decisi a eliminare il mostro, tra fusione di musical e horror come generi di uno stesso film costretto a trasformarsi "in fieri" per salvarsi. Idee valide che applicherei in un lungometraggio.

Voto 5

Uno dei migliori del festival. Non a tutti è piaciuto, ma ritengo che con un pizzico di coraggio in più saremmo stati di fronte a un piccolo gioiello. Far scontrare due generi cinematografici (un musical a colori anni cinquanta che ricorda tanto Les Parapluies de Cherbourg e un film fanta-horror in bianco e nero tipico di tanta fantascienza sempre anni cinquanta) è un’idea geniale. Nelle sequenze a colori del musical protagonisti e altri personaggi cantano e vivono una vita serena e felice, mentre dallo spazio arriva il pericoloso mostro alieno che, portandosi appresso il suo film horror ,trasforma i canterini in zoombies fagocitando l’altro genere. Alcuni critici molto acutamente hanno fatto osservare che il film sarebbe stato migliore se anche gli zoombies avessero cantato. Credo però che il regista si sia soffermato sullo scontro tra generi e nel fanta-horror nessuno canta. Magari sarebbe stato fantastico se fosse stato il Musical a “occupare” il  fanta-horror obbligando tutti quanti a cantare sancendo così la fine del mondo per inedia senza  reagire alla nuova avvilente realtà. Come dire: siamo già tutti zoombies.



L’estate che non viene (di Pasquale Marino, Italia 2011)

In un pomeriggio di maggio Nicholas, Daniel e Lollo possono ancora fare qualcosa per salvare la loro amicizia: lottare contro un destino che vuole dividerli.

Rettifico il precedente commento postato per errore. Comunque anche questo un corto di buona qualità anche se la sequenza dell'epilogo rimane come sospesa in un limbo, come la fine di un episodio in attesa del prossimo della serie.

Voto 4

Confesso di avere dato il mio 4 quasi per sbaglio. Per la bramosia di vedere velocemente il film (purtroppo non dispongo di molto tempo) e dare il voto ho confuso il corto in oggetto con “Nostos”. Avrei comunque dato un 3 perché il film risulta girato bene e le atmosfere pasoliniane (come è stato scritto in un commento con grande arguzia) sono ben rese. Però il finale mi sembra troppo evanescente come quelli di molte serie tv, epiloghi sospesi in attesa di un nuovo episodio.



La France qui se lève tôt (di Hugo Chesnard, Francia 2011)

È un musical sulla deportazione di un immigrato clandestino. Gli attori cantano, ballano e parlano in versi.
Un musical di grande qualità che riesce a "trascinarci" nel dramma di un immigrato clandestino.

Voto 5

Probabilmente il mio giudizio è offuscato dal fatto che amo il musical in quanto genere dotato di una certa opacità che lascia allo spettatore un margine di autodifesa (sensazione di essere al cinema e non dentro la storia). Ma non per questo il musical annulla l’evento drammatico (ci sono esempi di grandi film drammatici che trasmettono sensazioni forti pur utilizzando il musical: The Dancer inThe Dark e Sweeney Todd, ad esempio). È la storia di Souleymane che si è fatto una famiglia in Francia ma che sarà ugualmente espulso. Accompagnato sull’aereo sarà almeno compreso da alcuni passeggeri che si oppongono alla sua espulsione.  Legare un evento tanto drammatico al musical stabilisce una sorta di scossa per cui lo spettatore è libero di riflettere non solo sulla tragicità e l’ingiustizia capitate a un immigrato che vuole solo vivere e lavorare con la propria famiglia, ingiustizia poi accaduta in un paese cosiddetto civile e democratico, ma anche di sospendere il coinvolgimento al fine di stabilire un corto circuito tra la storia raccontata e la quotidianità dello spettatore.



Music for one Christmas and six drummers (di Johannes Starne Nilsson, Ola Simonsson, Svezia 2011)

Sei batteristi vestiti con costumi tradizionali della processione di Santa Lucia si recano in una casa di riposo per anziani. Qui creano una composizione musicale utilizzando una macchina da cucire e vari addobbi natalizi.

Un corto debole che non funziona. Avrei preferito una performance della "banda" musicale magari estrapolata dal contesto natalizio, un documentario girato in una casa di riposo di malati abbandonati nel "caos" dei suoni. Ma così...

Voto 2

Non sono proprio riuscito a capire questo corto. In questo senso condivido in pieno il commento di Barbara Nazzari di Cinema Errante (“ha un suo senso se pensato come videoclip musicale). Ecco, davvero, se fosse stato un videoclip forse sarebbe stato più interesante… uhmmm.


Nostos (di Alessandro D’Ambrosi, Santa De Santis, Italia 2011)

Il viaggio di un moderno Ulisse verso la conquista di una propria rinascita come essere umano, individuo e parte di una comunità disgregata dalla guerra.

Un buon lavoro. Regia fotografia recitazione. E pieno di spunti interessanti, flash, personaggi che sembrano usciti dal cinema "di una volta". Anche per me l'epilogo appanna leggermente questo corto. Bellissima la sequenza nella vasca da bagno con dissolvenza nel bianco accecante e quella nella nebbia: come per dire: questa è storia del nostro cinema.

Voto 4

Un buon lavoro, girato bene. Bravi i personaggi incontrati lungo il percorso dal disertore Michele. Film pieno di simboli che sintetizzano il percorso di crescita di un uomo addentratosi in un limbo di angoscia ma anche di amore e piacere: al riguardo bellissima la sequenza della vasca da bagno che Michele trova incredibilmente già pronta per il suo bagno accessoriata di acqua pulita e posta in un casolare abbandonato, con dissolvenza nel bianco accecante che ricorda vagamente la palpebra bianca bunueliana capace di far saltare l’universo.  Tanti sono le allegorie e i simboli (il cane, l’attrice-cantante-ballerina vestita in rosso, la bambina con i panni da lavare, una vittoria alata con spada?,  la vasca preparata per il bagno, la nebbia nel bosco che nasconde i soldati morti) e il film in effetti si perde troppo nello spiegare che i personaggi incontrati sono immagini, foto, ritagli di giornale custoditi in un quaderno del suo zaino (l’attrice, la bambina è una reclame, il cane dei nazisti, ecc.).



Oz (di Adrián López, Spagna 2011)
Nicolas incontra Leo di nuovo. I tristi adolescenti, soffrono della stessa strana malattia: la loro pelle è estremamente delicata, come quella delle ali di una farfalla.

Piacevole da vedere, storia avvincente e struggente anche se le piaghe sono così delicatamente composte sulla fragile pelle, mai troppo insanguinate e senza deturpare i bei corpi dei due ragazzi.

Voto 5

La storia di amore di due adolescenti, Nicolas e Leo, che si amano nonostante la loro grave malattia è resa con naturalezza senza cercare facili strade per accattivare il gusto dello spettatore. La pelle dei due ragazzi è fragilissima ma è evidente che questa fragilità porta all’esterno la delicatezza e la debolezza di questi giovani ragazzi che devono confrontarsi col mondo. Nonostante ciò, nonostante sia sufficiente toccarsi per farsi del male, i ragazzi faranno ugualmente all’amore insanguinando le lenzuola come perdita ininterrotta della loro verginità. Ecco, secondo me questa metafora è di una bellezza disarmante: il sangue che sgorga dai loro corpi non è una stimmate o una malattia, ma una purezza che perdono e riacquistano continuamente.