Innanzitutto tengo a sottolineare che una bellissima recensione del film la trovate in Movie's Home. Un'analisi completa e precisa che rende bene l'idea a cosa si vada incontro nel vedere questo incredibile film. Metropolis non è solo un film. Metropolis è una sinfonia, un’armonia di immagini dinamiche e “suoni” tridimensionali in cui si specchiano gli eventi rifulgendo nella loro incredibile semplicità. L’idea del film venne a Lang quando, arrivando in America a bordo di una nave, vide il panorama di New York con lo sfavillio delle sue luci, vide una città luminosa e incredibile, così diversa allora dalle oscure città europee. La sceneggiatura venne scritta dalla moglie Thea Von Harbou che riprese l’idea del romanzo di di H.G. Wells Quando il dormiente si sveglierà: una storia degli anni a venire cambiando però alcune parti della trama per non incorrere nell’accusa di plagio, memore della sorte toccata al Nosferatu di Murnau, un adattamento di Dracula il vampiro di Bram Stoker. Infatti i giudici inglesi e tedeschi ordinarono di mandare al macero (o meglio in fumo) il film, dando ragione alla vedeva di Stoker la quale aveva intentato causa, vincendola, contro Murnau e Galeen accusandoli di aver ripreso direttamente la storia scritta dal marito. I due si erano limitati a cambiare solo il titolo del film. Thea, una eccellente sceneggiatrice, aveva iniziato a collaborare con Lang un anno prima di sposarlo nel 1919 e da allora la collaborazione dei due proseguì fino al divorzio, quando nel 1933 Lang rifiutò la proposta da parte del governo nazista di assumere la direzione della cinematografia tedesca, decidendo di abbandonare la patria per gli Stati Uniti. La moglie non lo seguì e cominciò a scrivere sceneggiature gradite al regime. La casa di produzione di Metropolis, l’Ufa, a causa degli enormi costi iniziò il suo declino nonostante gli aiuti economici della Famous Player e della Metro-Goldwyn. Metropolis è un film che ha influenzato il cinema per almeno un ventennio (ancora oggi se ne sentono gli effetti) determinando un modo di fare cinema più dinamico e funzionale. Ogni immagine, ogni scena, ogni sequenza non è superflua, ma contribuisce a condurre la trama verso il suo epilogo; queste capacità derivano da una ricerca formale e accurata degli equilibri interni all’immagine dove i movimenti delle macchine e i gesti degli uomini rispondono a ritmi bene architettati. Cosicché ogni movimento interno non è fine a se stesso, ma risponde alle esigenze dell’intera sequenza. Ogni movimento (dall’incedere ritmato e cadenzato degli operai avviliti, agli stantuffi,alle lancette di orologi che inglobano anche gli arti dei lavoratori, ecc.) si integra in uno spazio che rende bene l’idea della tridimensionalità (nonostante le tecniche dell’epoca e i limiti del quadro) rendendo la città una cosa viva. Questa vitalità sottesa, appunto dinamica, viene ottenuta non tanto tramite i movimenti di macchina quanto con l’incedere e il fluire di uomini (masse umane), macchinari, automobili, acqua, all’interno della scena. Il tutto condito da un mélange di stili in cui domina il disegno espressionista (ma vi sono alcune scena che ricordano di più il surrealismo come nella sequenza in cui Freder vede la morte con la falce che gli si reca incontro). Naturalmente in queste brevi “schede” su alcuni film degli anni venti non intendo approfondire i film (e per Metropolis non sarebbe sufficiente un libro) ma solo proporre approcci alla loro lettura o ri-lettura. Una scena che mi ha colpito, ad esempio, è quella in cui il robot-femmina si trasforma in Maria. Intanto il robot è di una modernità sconvolgente e ricorda molti robot moderni in cui il metallo non è uno scafandro che avvolge l’anima elettromeccanica dell’essere, quanto una pelle, un involucro che fa somigliare il robot ad un androide. Inoltre, quando il robot assume le sembianze di Maria, come non possono venire a mente i replicanti di Blade Runner? Voglio terminare rammentando la stupenda e bellissima attrice
Brigitte Helm, nata nel 1908, e incontrata dalla moglie di Lang negli uffici dell’Ufa in cui lavorava come dattilografa perché, pur avendo calcato il palcoscenico, non trovava lavoro. Il suo vero nome era Eve Schittenhelm e a soli diciotto anni divenne la donna più desiderata del momento, soprattutto per lo stupendo doppio ruolo di donna morigerata e quasi santa e di essere lussurioso (nell’incubo di Freder danza lascivamente e seminuda davanti a un pubblico di uomini che la osservano con un’avidità resa metaforicamente attraverso un’immagine surreale di occhi, molti occhi, tantissimi occhi). Nel 1933 la Helm venne definita da un giornale italiano “una fiamma fredda”. Se proprio devo trovare un difetto al film (ma non mi sento di definirlo tale), quasi più per curiosità che per voler criticare, trovo il finale dalla Von Harbou troppo “buonista”. Certo, ai fini degli incassi, il lieto fine probabilmente deve essere stato gradito dai produttori, ma forse avrei preferito il finale che voleva realizzare Lang, ossia la distruzione di Metropolis-Gomorra e la fuga dei due innamorati (Maria e Freder) su un razzo verso la Luna. In tal modo Metropolis sarebbe diventato l’ideale prima parte del film girato da Laing nel 1929 “La donna sulla Luna”.Le notizie del post sono state riprese da più fonti tra cui tengo a citare il libro di Luigi Cozzi “Gli anni d’oro del cinema di Fantascienza”, e soprattutto, per quanto riguarda la Helm il volume “Le dive del silenzio” di Vittorio Martinelli.











