31 marzo 2008

Colpo d'occhio (Sergio Rubini, 2007)

Bisogna dare atto a Rubini del suo impegno per un cinema che cerca di uscire dai cliché tipici di molto, troppo, cinema italiano contemporaneo. Una strada smarrita da ritrovare vagando per vie incerte e che conducono alla produzione di film ripetitivi e soporiferi. Rubini (ma per fortuna non è il solo) ci prova e questo lo si nota in ogni immagine, in ogni sequenza. Prove di cinema, citazioni di cult (Hitchcock, De Palma, Rivette) ma soprattutto sequenze claustrofobiche che tolgono il respiro. E per fare questo ci vogliono grandi capacità registiche. Purtroppo la strada è appena imboccata e il gioco stimolante di portare l’arte in scena, di mostrare un cinema che riflette sulle proprie valenze estetiche ma anche sociali, naufraga a causa di una pressoché assente capacità di “pungere” il cinema stesso (estetica) e il mondo che lo circonda (sociale). Sembra che le bellissime location del film (aspetto peraltro da valutare) non riescano a sorreggere i movimenti degli attanti, così come la riprese fluttuanti (mdp che si avvicina e gira intorno oppure che riprende da una distanza metafisica) non abbiano la forza di penetrare l’immagine. Non è sufficiente formare un puzzle composto da mille pezzi meravigliosi (una Roma stupefacente, paesi da cartolina, i locali della Biennale pieni di vere opere d’arte, un nudo come icona della classicità) per ottenere un insieme riuscito e funzionale. In altre parole le immagini (e io apprezzo intensamente l’immagine presa di per sé) non sono completamente formate in quanto vengono abbandonate al loro effimero destino di profilmico non consumato. Voglio dire che sfuggono alla visione. Lo sguardo non riesce a penetrarle. L’idea di creare una claustrofobia densa come pece, capace di trascinarci nell’impeto delle passioni, è encomiabile. Il fatto purtroppo è che queste passioni vengono rimandate sempre, abbandonate sulla superficie degli oggetti (una collana, una sfera nera con impronta di mano, un inutile lenzuolo avvolto sul corpo di Adrian, un nudo lasciato andare troppo presto, una pistola che sembra stata rubata da un campionario di un piazzista anziché da un’opera d’arte). Il tentativo di occupare il quadro con l’arte non decolla, l’arte rimane come sospesa in una vetrina alla mercé di uno sguardo che ricorda il parossistico mordi e fuggi del turista più che la morbosa attenzione dell’appassionato estimatore. L’arte e il cinema sono attanti come altri, mentre gli oggetti usati per “dare carne” al plot vengono abbandonati a se stessi, non possedendo nemmeno una loro autonomia. Sono lì (la collana, il revolver, la scultura sferica con impronta) perché in seguito “saranno usati”, ma avrebbero dovuto essere lì anche in quanto oggetti autonomi, vivi, surreali e funzionali ai rapporti tra personaggi. I personaggi stessi (la recitazione sopra le righe potrebbe anche andare) non funzionano alla perfezione, perché non formano un connubio univoco, non entrano in sintonia in quanto ogni pedina gioca a mostrare il proprio mondo, mentre avrebbero potuto “scavalcare” la trama portandoci nell’abisso. In particolare s’eleva su tutti il ruolo di Lulli, ossia l’artefice, il regista delle “vite” delle vittime designate (Adrian e Gloria) il quale, introdotto nella storia ex abrupto, comincia a muovere le sue pedine sulla scacchiera del Caso. Lulli in effetti sembra vivere oltre il tempo, quasi come rappresentazione di un brutto ricordo o tentazione resa carne dalle ambizioni inappagate di Adrian. Adrian stesso, che vorrebbe emulare l’atemporalità, non ha la forza di dominare il proprio destino rimanendo sospeso nell’attimo (esemplare l’intervista alla Biennale o l’improvviso sfogo nella galleria in occasione della sua “personale”) poiché non possiede i codici per penetrare in quel mondo di “killer” (i critici) sempre pronti a definire l’arte, a domarla, e quindi incapaci di “capirla”. Solo Gloria sembra percorrere razionalmente il tempo (è l’unica a possedere ricordi). Ma il tempo, esemplarmente analizzato e avviato da Rubini (a differenza di tanti film in cui viene deliberatamente ignorato) non riesce a prendere il sopravvento, rimanendo impantanato nei limiti fisiologici della sceneggiatura. Dicevo dell’abisso, della speranza di essere presi per mano e trascinati lungo il tunnel della disperazione e della follia, ma non appare nessuna prospettiva di abisso, tutto avviene sulla superficie. La follia di Lulli (magistralmente interpretato da Rubini) non inonda lo schermo, non invade mai l’immagine. Una parte così importante è stata legata all’evoluzione del personaggio Adrian, mentre si poteva allineare il mondo allo sguardo di Lulli. In altri termini il momento più drammatico del film non c’è, e non ho ancora capito (probabilmente per mia incapacità) quale sia lo Spannung. Coincide con l’epilogo? È da ricercarsi nei flashback che non sorprendono? Oppure negli sguardi sperduti (perché purtroppo non controllati da Scamarcio e dalla Puccini) di Adrian e Gloria? Insomma la debolezza del film (che tra l’altro mi è piaciuto) è la rinuncia a suscitare forti emozioni e a "colpire" fino in fondo, sia attraverso le forme che sono troppo verginali, sia tramite l’analisi di un mondo (quello dell’arte, del cinema e dei ministeri finanziatori) che viene appena sussurrato senza mai essere denudato. Più che una Puccini senza veli forse si doveva mostrare che il Re è nudo (1).

(1) Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’Imperatore

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Quindi hai apprezzato lo sforzo di creare un tipo di cinema che da noi non esiste e di analizzare il rapporto tra arte e critica. Cose che anche io sulla carta ho trovato molto interessanti, ma di cui poi, leggendo varie critiche in giro (comprese quelle dei nostri colleghi cineblogger), ho cominciato a dubitare.
Tu mi ridoni la speranza di poter vedere se non un ottimo film, un buon prodotto, o sbaglio?
Ale55andra

chimy ha detto...

Ero quasi sicuro che il film, nonostante il tentativo importante di cui parli, avesse qualche difetto di troppo.
Non credo di andarlo a vedere a questo punto...

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Sì, ho apprezzato, perché si deve e si può (distribuzione e produzione permettendo) uscire da questa impasse. Però, non so, sarà perché come sai non sono molto appassionato del cinema italiano contemporaneo (e questo è un mio problema che dovrò risolvere); sarà perché probabilmente non abbiamo una vera scuola di attori (se pensi che in questo film recita anche la Barale), o meglio, forse l'abbiamo, ma per motivi di finanziamenti spesso i registi devono pescare (per le donne) nel mondo delle veline, e le nostre attrici hanno alle spalle curricula striminziti (per i maschi di solito secondo me va ancora peggio); sarà per questi o altri motivi ancora (in Italia non c'è una cultura cinematografica ), ma non sono riuscito a penetrare nel film. Mi sono sentito spesso distante, allontanato, raramente emozionato. Ma ritengo che tu, essendo più preparata sul cinema italiano, forse potresti anche provare quelle emozioni che a me sono state negate. Il film non è da buttare.

honeyboy ha detto...

non ho visto il film purtroppo (sono un po' allergico al cinema nostrano contemporaneo ^^)
quello che scrivi comunque un po' mi allontana dal mio pregiudizio totalmente negativo su questo film, anche se vedo che i difetti non mancano
almeno, un tentativo del cinema nostrano di liberarsi da sé stesso evitando di entrare in un ciclo ripetitivo e senza fine, lo apprezzo
al di là del risultato

Luciano ha detto...

@Chimy. Per me ha qualche difetto di troppo, però non me la sento di dirti di non andare a vederlo come non me la sento di dire di non andare a vedere qualsiasi altro film. Certo, in sala ci sono film che meritano di essere visti più di questo. Pertanto dipende dal tempo che uno ha a disposizione. Io l'ho visto perché era l'unico film che potevo vedere comodamente in questi giorni per me molto impegnativi.

Luciano ha detto...

@Honeyboy. Abbiamo un'allergia in comune. E naturalmente non sono uscito soddisfatto dal cinema. Però è stato come un approccio fallito, un abbraccio che non ha avuto esiti. Credo che in generale in questo momento vi sia poco coraggio tra i nostri registi, ma non ne faccio loro una colpa, perché immagino i condizionamenti e le imposizioni a cui vanno incontro prima, dopo e durante la lavorazione del film. Da noi si tenta anche di imbrigliare l'arte. Ma l'arte al guinzaglio non è arte.

t3nshi ha detto...

Quando si parla di cinema e musica divento molto patriottico (nemmeno io so spiegarmi bene perchè, non vado in fibrillazione nemmeno quando gioca l'Italia ai mondiali, per dire).

Continuo a riporre speranze nel cinema italiano e qualche bella cosina esce, magari in pochissime sale e per pochissimi giorni, ma esce. I registi italiani contemporanei che hanno veramente qualcosa da dire sono, a mio parere, Paolo Sorrentino ("Le conseguenze dell'Amore" secondo me è un capolavoro, e "L'amico di famiglia" è un ottimo film, e che colonna sonora!) e Matteo Garrone ("L'imbalsamatore" è un noir favoloso e "Primo Amore" ha una delle scene più psicologicamente violente degli ultimi anni -la scena nel ristorante-). Anche nel panorama cinematografico italiano più commerciale ogni tanto esce qualcosa di buono: ho apprezzato molto "Notturno Bus" ad esempio e mi piace un sacco Virzì (spero di riuscire a vedere presto il nuovo film). Anche l'ultimo di Avati, "Il nascondiglio", nel campo horror (ero emozionato al cinema, un film horror italiano!) ha il suo perchè.

Insomma un lunghissimo preambolo, di cui i scuso, per arrivare a dire che apprezzo anche Rubini. Questo film mi attira(va) molto ad esempio.
Il problema qual è? Scamarcio. Sembra sia necessario avere la gallina dalle uova d'oro nel film perchè questo abbia successo. Sarebbe il caso di concentrarsi meno sull'attore che attira al cinema milioni di ragazzine, e cercare di scoprire qualcuno con reale talento. Un altro problema è che il cinema italiano osa poco, difficilmente esce dagli schemi. E sarebbe il caso di "osare" un po' di più.

Ciao,
Lorenzo

mario ha detto...

beh, sapendo che non bazzichi molto (per tua deliberata scelta) il cinema italiano, non mi sembra un giudizio del tutto negativo. forse noi italiani (anzi: sicuramente) non abbiamo il coraggio di sperimentare fino in fondo e non sappiamo valorizzare i nostri talenti. di questo ti do atto.

Luciano ha detto...

@Lorenzo. Ti ringrazio per i film italiani che mi hai segnalato. Farò il possibile per vederli. Anch'io sono convinto della mancanza di "coraggio" ma credo dipenda dai produttori e dai finanziatori più che dai registi. Anche da noi (sono convinto) ci sono bravissimi attori, ma si preferisce pescare dalle "stellette" della TV nostrana, luogo purtroppo in cui si trova di tutto fuorché la cultura (escluse le dovute eccezioni naturalmente).

@Mario. Amo il cinema italiano fino a tutti gli anni settanta. Dopo ho visto pochi film di qualità (anche se il mio giudizio non è attendibile in quanto ho all'attivo una ridotta filmografia di film italiani). Il problema è che i film di qualità (che vengono prodotti anche oggi) sono rari e non riescono a "creare" una scuola. Un po' come succede in atletica. Ogni tanto arriva un campione ma senza scuola dietro di lui c'è il nulla. Sembra quasi che sia il Caso a determinare l'andamento della cultura cinematografica italiana.

Pickpocket83 ha detto...

Grande Luciano! non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere leggere una tua recensione su questo film! indipendentemente dal giudizio (che alla fin fine condivido in pieno: io sono stato solo un po' più buono di te con il voto, ma anche e soprattutto per uno spirito di sostegno "locale" ad un regista bravo e pugliese come Sergio Rubini).

Sul cinema italiano poi, mi verrebbero in mente tante altre considerazioni da fare. Considero per esempio sbagliatissima la posizione di quelli che dicono il "cinema italiano di oggi fa schifo", per due motivi. Perchè si fonda su una generalizzazione (e le generalizzazioni sono sbagliate, sempre e comunque) e, ancora peggio, perchè si fonda su un pregiudizio (cosa che bisognerebbe sempre cercare di evitare tutti). Certo, il grosso della produzione italiana contemporanea è acqua fresca. Ma ci sono delle eccezioni, basta cercarle. Appoggio alla grande per esempio le due segnalazioni di Lorenzo. Sorrentino e Garrone sono due grandi, grandi e sottovalutati (quando non proprio completamente ignorati) veri autori. Mi vengono in mente anche i nomi di Edoardo Winspeare (altro regista giovane e talentuso, secondo me da conoscere e da amare), di Emanuele Crialese, oltre che dello stesso Rubini. E poi ci sono tanti autori validissimi "della vecchia guardia" ancora in attività, che negli ultimi anni ci hanno regalato delle piccole perle: Olmi, Avati, Bellocchio... Insomma, non solo Scamarcio, Letterine e Muccini. ;-)

Un carissimo saluto

Anonimo ha detto...

Come non accodari a Lorenzo e a Pick!! Luciano, prova a vedere Le conseguenze dell'amore o L'amico di famiglia o Nuovomondo o Respiro o L'imbalsamatore o Primo amore e mi fermo qui...il nostro cinema, anche se non nel suo complesso, non è poi così fatiscente, ci sono degli autori che osano e che ci regalano ottimi film, con attori straordinari (Toni Servillo su tutti) e storie che escono fuori dai canoni, purtroppo ad avere la meglio sono gli Scamarci e le veline, ma io spero in un futuro migliore!!
Ale55andra

Roberto Fusco Junior ha detto...

Insomma poteva osare di più ma non l'ha fatto. Rubini non mi dispiace né come attore né come regista. Credo proprio che lo vedrò. Quello che manca al nostro cinema in fin dei conti è proprio il coraggio di non voler regole.
Un regista che a suo modo se ne frega è Virzì. Caterina va in città se non l'hai visto vedilo perché secondo me ne vale la pena. È un buon osservatore Virzì.

Luciano ha detto...

@Pickpocket. Sì in effetti forse sono troppo duro con il cinema italiano contemporaneo, ma per due motivi. Uno è personale, l'altro è dedotto da alcune mie considerazioni. 1) Il confronto tra il cinema odierno e quello del passato. Purtroppo i buoni film di oggi (salvo rare eccezioni) non riescono a tener testa ai capolavori del cinema italiano anni 50-'70. Questo mi ha condizionato anche se sto tentando di rimediare in quanto ritengo come te che non si può generalizzare e che qualche capolavoro forse si può ancora trovare. Dovrò concentrami sul made in Italy, ma purtroppo sono distratto da tanto ottimo cinema orientale e da un'ancora oggi discreta cinematografia europea e americana. Ma queste sono scuse. Comincerò col guardare un film in mio possesso che cercai dopo aver letto una bella recensione di Ale55andra: Primo amore di Garrone. 2) Le eccezioni ci sono e questo fa ben sperare, ma le eccezioni purtroppo confermano la regola. Ricordo ancora una delle tante provocazioni di Greenaway all'incontro di novembre (cito a memoria): "Ogni Nazione ha il cinema che si merita" disse. Una frase fastidiosa, ma non del tutto errata. Forse ci meritiamo tutto questo perché non riusciamo (i politici) a risolvere problemi ben più impellenti (giustizia, lavoro, legalità, ecc.)? Le eccezioni ben vengano. Ma i giovani di talento potranno uscire allo scoperto? Potranno finalmente essere formati senza cercare strade alternative o particolari? Io lavoro in un centro di Ricerca e vedo con i miei occhi ogni giorno talenti sprecati. Molti devono andarsene dall'Italia per trovare lavoro all'estero e i nostri ragazzi si fanno sempre valere (all'estero). Questo succede anche per il cinema? Ti ringrazio per il tuo stimolante e graditissimo intervento che mi dà modo di riflettere sul nostro cinema. ^_^

Luciano ha detto...

@Ale55andra, Come ho detto a Pickpocket presto vedrò Primo amore. Mi ha incuriosito la lettura della tua recensione e me lo sono procurato. Poi magari ci scambieremo altre opinioni sul film. E' vero, bisogna sperare in un futuro migliore perché le potenzialità ci sono, perché l'Arte non può essere imbrigliata.^^

@Roberto. Caterina va in città l'ho visto molto tempo fa in Tv (quindi visione non attendibile per esprimere un giudizio) e non mi convinse del tutto. Ma voglio dimenticare la prima impressione visto il medium utilizzato. Lo rivedrò perché anche alcuni amici mi hanno parlato bene di questo film. "Il coraggio di non voler regole". Hai riassunto in una frase un concetto fondamentale. A presto^^

claudio ha detto...

io mi sa che questo me lo perdo volentieri non per astio per il cinema italiano, anzi... io ho difeso anche Nessuna qualità agli eroi per il coraggio... e poi in questo periodo ci sono 2 ottimi film italiani: virzì soprattutto ma anche quello di zanasi che esce in questi giorni...

Luciano ha detto...

@Claudio. I film di Virzì e Zanasi che mi citi non mi attirano molto, ma siccome ne ho letto bene anche su altri blog farò il possibile per vederli sperando di rimanerne positivamente colpito.