29 gennaio 2008

Into the wild (Sean Penn, 2007)

Into the wild, nelle terre selvagge del cinema, negli spazi ineluttabili delle immagini, nei fotogrammi sospesi e nei costrutti analitici del correlativo oggettivo; nel tempo dissolto e ricomposto, nell’attimo morente, nei sogni lasciati, nel viaggio urbano di un autobus dov’è stato sufficiente cancellare il dintorno. Questi erano i miei pensieri appena uscito dalla sala. Dovevo riordinarli, lasciare che il film si svolgesse e si consumasse nella mia mente, non più esterno ma interno. Difficile esprimere un’opinione appena dopo una sola visione. Il film andrebbe rivisto per mirare meglio, per riorganizzare il discorso. Innanzitutto la narrazione è divisa, spezzettata, articolata e dipendente dalle immagini, la narrazione è una sincope o meglio, un correlativo oggettivo, così come determinato da Eliot e ripreso nelle poesie da Montale, una serie di eventi, situazioni, oggetti, costrutti, dispiaceri, desideri trasformati in qualcosa che va oltre la metafora. Infatti mentre la metafora è un metasemema prodotto dalla soppressione e aggiunzione di semi, ove siamo davanti a due significanti identici ma due significati diversi (1), il correlativo oggettivo è una forma simbolica che implica una “assenza” dell’io narrante e presuppone un processo di oggettivazione narrativo(2), trasformando i sentimenti in oggetti concreti. Le immagini risentono molto di questa presenza pregnante: gli oggetti (paesaggi “incontaminati”, artefatti umani, volti, sguardi, incontri) sostituiscono il lirismo dell’io narrante oggettivando l’io narrante tormentato e sofferente. In sintesi: il lirismo lascia il posto all’immagine. L’immagine da sola deve sopportare il peso della significazione. Ma in che modo si sviluppa questo percorso analitico e immaginifico? Sean Penn utilizza vari sistemi (non semplici da analizzare dopo una sola visione). Per sintetizzare ne prenderei in esame almeno tre: a) voce over/off; b) scriptum/post scriptum; c) campi/controcampi dimensionali.
A) La voce over di Carine McCandless (3) e quella off di Christopher feriscono le immagini, amplificano l’oggettualità (ciò con cui ho relazione), sottolineano la forza espressiva della visione. Una semantica dell’immaginario. Ma tutto questo si amplifica perché va ad imprimere il proprio sigillo sul tempo. Innanzi tutto il sapere si sprigiona attraverso la voce over di Carine che “racconta”, spiega il passato, ciò che è successo prima della laurea e dell’Alaska; alla voce off di Christopher invece il compito di sottolineare il viaggio, le letture, le citazioni, di aprire il mondo non come se visto da una finestra (o attraverso una finestra – cinema) ma come se fosse visto dentro la finestra. Carine, quale narratore extradiegetico (potrebbe essere addirittura un narratore onnisciente) in realtà non conosce le regole del presente, non conosce gli eventi, può solo definire il passato. Ampliando il discorso: il cinema può solo ricostruire e riciclare? Può invece semplicemente sognare? La storia vista attraverso gli occhi di Carine è coniugata al passato, è incompleta, possiede una conoscenza parziale dei fatti e sono fatti che possono solo informare. Ma corrispondono al vero? Christopher ha veramente vissuto e provato ciò che veniamo a sapere da Carine? L’altra voce è quella di Christopher, ci informa dei suoi desideri: libertà, silenzio, solitudine, felicità, letture, il richiamo della foresta, London, Tolstoj, Thoreau; una voce che ci trascina, ci lascia senza respiro, s’inerpica in alto, attraversa fiumi, osserva il cielo. Il sapere di questa voce off è meno prosastico, più poetico, ma corrisponde al vero? Forse no, perché nell’epilogo la voce si spegne, si addormenta, muore. Ma rimane il segno, rimangono il diario e le frasi scritte, colate dallo schermo, colate dai paesaggi, dalla luce, persino dal cielo ferito. In realtà sorge il dubbio che questa voce possa anch’essa essere over (appartiene veramente a Christopher? O è la voce di un’istanza assoluta, innominabile?).
B) Scriptum/Post scriptum. In realtà ritengo che questo aspetto sia come una terza voce (una voce scritta), ossia un altro narratore. Questa voce scritta sono le parole che gocciolano dallo schermo, si soffermano sul diario, si accatastano sui libri, anche quando devono definire l’arrivo ineluttabile della morte. I nomi delle cose (bisogna dare un nome alle cose) possono anche essere velenosi. Il cinema è un veleno che va preso a piccole dosi. Ma questa voce scritta non è univoca: le pagine sui libri, le didascalie che scorrono sulla tela dello schermo sono integrate e contraddette da una voce del post-scriptum (il diario di Christopher, le sue parole scritte sui libri, il suo viaggio intarsiato sul cuoio della cintura, ecc.) che non fa da contraltare agli scripta ma è anche integrazione (aggiunge dati) e integrità (forma un’unione di parole). Il post-scriptum rappresenta il bisogno di annullare persino la storia per affermare il lirismo dell’io (reso magnificamente tramite il correlativo oggettivo).
C) Campi e controcampi dimensionali. Anche le immagini si dividono, lo schermo potrebbe non contenerle (split screen?), si spezzettano, si velocizzano, rallentano, vanno a scatti. Le immagini sono simmetria: C1) esseri umani spesso in primo piano o addirittura primissimo piano, mentre nient’altro o poco altro riesce ad entrare nel quadro. Queste immagini mostrano i dettagli, il sudore, la sofferenza, gli sguardi, la falsità che solo una lente d’ingrandimento può scavare nei pori trovandovi una caterva di acari galleggianti. Sono immagini che inquietano: l’uomo è sull’orlo della catastrofe, sia che apra attività, si laurei, faccia cinture di cuoio, mieta il grano, si tuffi nelle rapide, parli danese o mangi una mela biologica come quella di Eva. C2) La natura, il mondo, i cieli sono in campo lunghissimo, gli insetti ad esempio appaiono solo per corrompere la carne, i vermi fluttuano nel rosso succo sotto il fogliame per corrompere la speranza (la carne macellata dell’alce). Per il resto campi lunghi, lunghissimi, vedute dall’alto, quasi cartine topografiche e vedute dell’alto, vedute del cielo. Un discorso particolare sui cieli nuvolosi o aperti, azzurri, azzurro grigio. Sono cieli impuri, feriti, cieli che neppure l’Alaska può salvare, cieli che ho conosciuto in Godard perché spesso solcati dalle scie abbandonate dagli aerei. Cieli feriti dall’uomo, ovunque: nelle terre selvagge (In the wild) e non nei cieli selvaggi. L’aereo (nato quasi insieme al cinema) contamina e ferisce il cielo (divide anche l’immagine di un cielo ed è uno split screen interno o una sutura che lega due porzioni di cielo), deprime la vista. Christopher vedrà cieli impuri. Due strutture, due punti di vista: il vicino e il distante;l’immensamente vicino (ma non tanto perché non si arriva a vedere il micron) e l’immensamente distante (ma non tanto perché non si arriva a vedere la distanza coperta dalla velocissima luce). Le immagini sono perturbanti, si scoprono e si coprono per fuggire. Cercano di non farsi prendere. Il cinema non può riprendere la purezza perché, nel momento stesso che una mdp lo fa, ha già violato la sacralità dei luoghi e il cielo ferito piange e allaga, l’acqua diventa neve o si scioglie ingigantendo i fiumi. Le rapide non sono un gioco ma un confine invalicabile. Quando si è giunti al termine del viaggio, quando l’autobus è al capolinea, si scende e viene voglia di tornare indietro e, non avendo superato confini lo facciamo mestamente. Torneremo a casa e racconteremo degli sguardi incrociati, silenziosi, e della debolezza dei sogni. Ma se dovessimo superare il confine non potremmo tornare più. Christopher supera un confine senza saperlo. Potevamo immaginarlo, ma chi l’avrebbe detto che un innocuo rigagnolo sarebbe diventato un fiume arrabbiato? Nessuna voce, nessun cielo, nessun luogo può cancellare il confine. Uscire dal fotogramma è vietato e Christopher, pur con i limiti e con gli errori e con l’incompetenza e l’ingenuità del neofita, non può trovare comprensione. Perché c’è un altro tipo di immagine: inquadrare la scrittura. Non è una novità, molti registi lo hanno fatto. Ma qui accade spesso: l’immagine della scrittura è un dettaglio, d’altronde per leggere bisogna mettere occhiali che ingrandiscano o usare una lente. Le parole, i nomi delle cose (4), vanno visti ingigantiti, ancora non si vedono gli acari ma ci manca poco. La scrittura definisce il mondo, limita il reale, innalza steccati, doma il cavallo selvaggio. Definire un paesaggio è già limitarlo. Rimane solo il silenzio. Ma il cinema è una scrittura che limita il suo paesaggio, limita perché sceglie ed effettua una selezione della realtà, prende il suo profilmico, eliminando e scartando tutto il resto. E dov’è allora il silenzio delle parole, degli sguardi, delle immagini. Into the wild? No. Non in to the wild, ma nell’atto stesso di provarci, sbagliando per mostrare i limiti intrinseci dell’uomo, ma anche della scrittura (in particolare del cinema). Into the wild è anche un film sulle terre selvagge del senso. L’Alaska è il senso che non può nutrire chi non ha fatto una scuola di macelleria, ma può farsi afferrare (anche se per pochi attimi) da chi proprio non ha fatto una scuola di macelleria.




(1)La metafora è una figura retorica prodotta dalla soppressione e aggiunta di semi. È grazie alla parte non comune che si manifesta l'originalità della figura. Per esempio, nella celebre affermazione di Pascal "l'uomo è una canna pensante" i sememi "uomo" e "canna" hanno in comune il sema della fragilità e non in comune il sema del pensiero. (http://www.bolognadue.it/angelorizzi)
(2) Nel correlativo oggettivo l'io empirico del poeta tende a scomparire dal testo, per lasciar posto a personaggi e oggetti, la cui natura costituisce un equivalente simbolico della condizione interiore del poeta, della sua concezione del mondo. Un esempio da una poesia di Eliot: “La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri, / Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri / Lambì con la sua lingua gli angoli della sera, / Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli, / Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini, (Da Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock (1917), Thomas Stearns Eliot)
(3) La voce over di Carine McCandless è tale solo se ammettiamo che Carine è al di sopra della vicenda. Ma Carine appare nella diegesi all’inizio del film. Solo nell’incipit o nei flash-back peraltro commentati dalla stessa Carine. Questa voce narrante mostra pertanto tutta la sua ambiguità. Voce over (extradiegetica) o voce off (diegetica)? Concordo di considerare per la vicenda in corso la voce di Carine come extradiegetica e pertanto voce over, ma rimane il dubbio.
(4) “Si trattava di immagini false anche per un’altra ragione: perché erano, per forza di cose, molto semplificate; certamente, ciò a cui tendeva la mia immaginazione e che, nel presente, i miei sensi percepivano in forma incompleta e senza piacere, io l’avevo racchiuso nel rifugio dei nomi […] ma i nomi non sono molti capienti”. Marcel Proust, Dalla parte di Swan, Oscar Mondatori, 1987 p. 470.

35 commenti:

Deneil ha detto...

letta..tutta d'un fiato..e finalmente su un film che ho visto!esauriente come al solito e piena di spunti molto interessanti..mi interessa anche una cosa:secondo questo modo di ragionare anche le musiche (in particolare quelle di eddie vedder) potrebbero essere prese coe parte di questo sviluppo analitico e immaginifico giusto?o le musiche sono comprese nello scriptum?o addirittura sono una quarta voce?poi una curiosità...dato che ammetto di non capire mai quando ti è piaciuto un film o meno (salvo casi eclatanti come shining)..ti è piaciuto questo into the wild?

chimy ha detto...

Bella analisi come sempre... mi è piaciuto molto il rimando ai cieli di Godard, mi viene in mente in particolare l'inizio di "Passion"..


Un saluto

honeyboy ha detto...

uuuuuuuhhhhhh
sììììììììììììì
evviva!!!!
[quello che io chiamo commento intelligente!]
[grande, grandioso, come sempre]
[gigantesco]
(ho risposto alla mail... ti prometto che ti darò una mano, quando avrò un po' più di tempo!)

Luciano ha detto...

@Deneil. La colonna sonora è molto bella: coinvolgente, accattivamente, necessaria. Ho evitato di scriverne per due motivi: dovrei approfondire rivedendo il film, la musica è diegetica ed extradiegetica. Mi sono posto una domanda: perché ad un certo punto Tracy e Christopher cantano insieme? Oltre ad essere la musica del West e degli Hippies invecchiati,nostalgici, abbrustoliti dal sole, che musica è? Come sperimentarla attraverso l'Alaska? Domande che non ho avuto il tempo di affrontare. Il film mi è piaciuto, come è piaciuto a molti e come è piaciuto anche a te. Naturalemnte a ognugno di noi è piaciuto in modo diverso. E' questo che mi affascina.

Luciano ha detto...

@Chimy. Infatti, pensavo proprio a Passion, uno dei miei film preferiti (ne feci anche un post tempo fa).

@Honeyboy. Ti ringrazio, sono lusingato :)
Grazie per l'aiuto ma non preoccuparti, non c'è fretta ^^

Iggy ha detto...

Stimolante come sempre questa riflessione! E ti ringrazio per avere parlato di aerei che solcano cieli, uno dei tanti "piccoli" dettagli che rendono INTO THE WILD meno utopisticamente consolatorio di quanto si pensi!

Anonimo ha detto...

Bellissimo, soprattutto l'analisi delle scritte che io ho trovato davvero molto ma molto interessanti e soprattutto indispensabili. Idem per gli aerei che squarciano il cielo e per le voci off e over. Spero che ti sia piaciuto così come è piaciuto a me o a Iggy o a Honey ^^
Ale55andra

Luciano ha detto...

@Iggy. Infatti Into the wild non è un film naturalistico (come potrebbe sembrare); la contaminazione è già avvenuta e neppure i cieli sono esenti dal virus. Anche i cieli sono degli artefatti. Grazie.

@Ale55andra. Gli aspetti interessanti e da approfondire del film sono innumerevoli. Capisco che la ridondanza di tanti "segni" possa disturbare, ma l'importante è lasciar "volare" la nostra immaginazione e non farsi ingannare dall'intreccio. Aprire le pieghe è per me un divertimento. Più un film ha pieghe da spiegare e più mi piace. ^_-

Mario Scafidi ha detto...

beh, da un punto di vista tecnico sembrerebbe davvero un capolavoro... non l'ho ancora visto, ma quello che dici mi fa capire che nulla sia stato affidato al caso da sean penn.
prossimamente lo guarderò e ti farò sapere la mia...

claudio ha detto...

bellissima recensione per un bellissimo film...
il richiamo a godard è forse l'unico che non ho fatto, io sono arrivato a citare ford eastwood malick kurosawa inarittu kazan...

Luciano ha detto...

@Mario. Ormai mi conosci e sai questo è l'effetto che ha fatto a me. Naturalmente vedrai altre cose che io non ho visto e magari alcuni aspetti della mia analisi potranno sembrarti ininfluenti. Ed è un bene che sia così. Attendo con ansia la tua recensione.

@Claudio. Ho letto la tua bellissima recensione e ho trovato notevoli e stimolanti i tuoi riferimenti a Malick, Eastwood, Inarritu e soprattutto a Kurosawa. A me è venuto in mente Godard per via dei cieli solcati dagli aerei proprio come in "Passion".

Anonimo ha detto...

bELLISSIMA..LA DOVRò RILEGGERE PER MEGLIO COGLIERE IL TUTTO...COMPLIMENTI COME SEMPRE!

mRdAVIS

Luciano ha detto...

@Grazie MrDavis. Anche la tua recensione sul film è di alta qualità. L'ho letta con grande soddisfazione.

Mr. Hamlin ha detto...

Come sempre tanto di cappello per l'accuratissima analisi, ancor più importante se si considera che è figlia di una sola visione.

Ciò detto, ricollegandosi ai punti di vista della sorella e di Chris, inevitabilmente filtrati dall'autore del libro e successivamente da Penn, mi sono "strumenti" al servizio di un filmeccessivamente didascalico. Credo che maggior asciuttezza (di regia, ma soprattutto di sceneggiatura) avrebbe giovato.

Infine una piccola considerazione/provocazione: l'analisi è assolutamente ineccepibile, ma siamo proprio certi (e non lo chiedo solo a te, parlo in generale) che lo sceneggiatore/regista vi abbia davvero inserito tutti questi simbolismi e sottotesti?
Attribuendo un preciso significato ad ogni elemento, anche quelli apparentemente più marginali, non corriamo tutti il rischio di costruirci un nostro "percorso" magari divergente da quello del regista?

Luciano ha detto...

@Mr.Hamlin. È possibile che il film sarebbe potuto essere più asciutto e meno didascalico, e pertanto migliore. È possibile. Ma ad ogni modo credo che comunque saremmo stati davanti ad un altro film, ed io e tu e un po’ tutti avremmo scritto recensioni diverse. Forse tutte positive, ma sicuramente ci sarebbe stato qualcuno pronto a fare una recensione un po’ meno entusiastica. E sarebbe stata una recensione fuori dal coro ma comunque da prendere in considerazione perché i cinefili che ho conosciuto in questi mesi attraverso i blog (compreso tu) sono capaci di fare comunque e sempre osservazioni pertinenti. Il film non mi sembra tanto chiaro e d’immediato significato (didascalico), ma supponendo comunque condivisibile (e probabilmente potrebbe essere un’osservazione condivisibile, perché no?) il presupposto che il film sia limpido e immediato, be’ … se questo essere didascalico si lega (come mi pare) a una narrazione equilibrata e a una drammaticità ben strutturata, allora il film supera questa impasse fluendo nel suo alveo naturale. La mia analisi è assolutamente opinabile e dubito che sia ineccepibile, ma è un’analisi estetica quindi legata al rapporto opera d’arte fruitore con conseguente formazione di un percorso estetico che non può essere il percorso di nessun altro, come le tue emozioni non possono essere le emozioni di nessun altro. Secondo me un’opera d’arte va oltre le intenzioni e i propositi del suo creatore, comincia a vivere di vita propria in quanto creatura libera di trasformarsi in base ad una fitta rete di rapporti interpersonali sia diacronici che sincronici. Praticamente nell’arte domina la polisemia, ma che non va confusa con l’afasia. Quando Ungaretti scrive “Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia” tutti afferriamo i codici della denotazione, ma ognuno esperisce le proprie emozioni in base agli aspetti connotativi. Queste differenze di gusto rendono l’opera d’arte veramente un’opera d’arte. Grazie per la tua gradita puntualizzazione.

gianluca ha detto...

ciao, ti ricordi del nostro scambio link? bene, tivolevo chiedere se, gentilmente, potresti cambiare l'indirizzo del blog [R]EVOLUTION da gianluca-revolution.blogspot.com a:

www.gianlucapistore.com

grazie ciao

iggy ha detto...

Io il rischio lo corro molto volentieri perchè, come ha già detto Luciano, il messaggio non deve essere mai univoco o al massimo deve essere un compromesso tra punti di vista. In caso contrario mi annoio perchè non credo all'arte come qualcosa che riguarda solo chi la produce. Nel momento in cui un'opera viene resa pubblica, credo nella sua valenza comunicativa e questo implica elaborare il suo messaggio e farlo proprio. Per questo motivo stimo Lynch e il suo non volere imboccare il pubblico spiegando i suoi film, giusto per fare un esempio.

Luciano ha detto...

@Gianluca. Provvedo immediatamente.

@Iggy. Infatti il giudizio di gusto non solo è quasi sempre personale (si può condividere ma raramente si può assumere)ma può anche cambiare nel corso del tempo magari dopo solo una re-visione, perché cambia il contesto, e cambiamo anche noi.

Mr. Hamlin ha detto...

Grazie a te per l'esaustiva replica.
Comunque ho utilizzato "didascalico" nell'accezione (cito il De Mauro): "di opera o di genere letterario che ha come scopo l’ammaestramento scientifico, morale, religioso del lettore". Alcune scelte mi sono appunto parse (più o meno inconsciamente) finalizzate a "far passare" alcuni concetti piuttosto che altri.
Trattandosi pur sempre di una storia reale, avrei apprezzato di più un approccio maggiormente distaccato, quasi "documentaristico". Comunque sono punti di vista...

Luciano ha detto...

@Mr. Hamlin. Ah.. nel senso di "ammaestrare", pertanto nel senso meno nobile del termine. Chissà, un film più distaccato, più sul versante del documentario, non possiamo immaginare cosa ne sarebbe uscito. Non è detto che sarebbe stato migliore, né peggiore. Sarebbe stato sicuramente un altro film. D'altronde le nostre aspettative diegetiche si formano durante la visione e proiettano un "desiderio di epilogo" in base al rapporto tra la parte del film già visto e la nostra personale "cultura diegetica". Aspirazioni legittime. Le aspettative formali invece sono più coriacee, dipendono dalle passioni personali. Per farti un esempio di cosa intendo: mi auguro che un giorno i film emettano anche profumi e odori. Chissà forse anch'essi contribuirebbero a determinare i gusti del pubblico. ;)

chimy ha detto...

Ciao Luciano, abbiamo iniziato con il Contenebbia una protesta contro la distribuzione. C'è bisogno di supporto...
Se ti va passa da noi

Un saluto

Luciano ha detto...

@Chimy.Sì ho visto e ho lasciato un commento. Se c'è qualche azione da fare sono a disposizione. Fatemi sapere.

Mario Scafidi ha detto...

l'ho visto...mmmmmhhhhhhhhhhh...

Luciano ha detto...

@Mario. Ahi ahi. Brutto segno il tuo mmmhhh. ^_-

filippo ha detto...

Ancora lo devo vedere...la tua analisi mi invoglia, anche se andrebbe letta post visione per afferrare meglio alcuni concetti...ripasserò a visione avvenuta, un saluto!

Edo ha detto...

Io l'ho visto 2 giorni fa ma non sono riuscito ancora a buttare giù delle parole. è piaciuta molto anche a me la contrapposizione tra gli sguardi dolenti e i cieli altrettanto sofferenti , tra il vicino e il lontano..

Luciano ha detto...

@Filippo. Il film, come avrai notato, è uno di quei film che divide e pertanto secondo me meritevole di essere visto. Buona visione. ;)

@Edo. Ha fatto lo stesso effetto anche a me. Per due giorni non sono stato in grado di scrivere niente perciò ho dovuto lasciar riposare il film nella mia mente. Mi fa piacere. Infatti queste contrapposizioni tra sguardi e cieli e tra vicino e lontano non sono immagini banali o retoriche, perché a uno sguardo attento non può sfuggire l'assenza di risposte implicite e (per fare un esempio)la lacrima che scivola sul volto di Christopher non segnala l'attimo catartico, ma rappresenta l'ultima disperata difesa dell'organismo allo scopo di proteggere la vista dallo sguardo onnisciente di un'istanza "altra". (Ehm... naturalmente il mio discorso è opinabile e senza pretese). ;)

Noodles ha detto...

A questo giro sono meno convinto. e non per il tuo scritto, sempre denso e pieno di spunti, ma per il film in sé. Come dicevo anche a UdP forse le vostre analisi finiscono anche - per me eh, intendiamoci - per vedere più di quello che mostra il film. Che io non trovo affatto brutto o non riuscito, ma certo non un capolavoro come si strombazza. Troppe cose mi fanno storcere il naso.
Ma certo ciò che si sottolineava, l'aereo che passa nel luogo desolato, attraverso (quella che dovrebbe essere) "la natura selvaggia e incontaminata" fa il suo effetto. E qui vengo al punto. Ho amato molto le scelte visive di Penn, il racconto per immagini, ma non riesco a reggere troppo l'accompagnamento VERBALE che ci sta intorno, sia per voce off / o over, ai più scienfitici della materia l'ardua sentenza, sia per i dialoghi del film, per le "idee" propugnate dai personaggi che spesso "dicendo" banalizzavano gli assunti.
ma forse questo è un problema mio che sono uno che non ama alla follia On the road.

Luciano ha detto...

@Noodles.Capisco. Le voci off e i dialoghi sanno troppo di cliché? Be’.. come mi pare di avere già scritto in risposta a qualche commento, dovrei rivedere il film. È ovvio che ad una prima visione certe sfumature possono sfuggire. Naturalmente le prime impressioni di un film (che per me sono fondamentali per l’emozione) possono essere più o meno “fuorviate”. Per carità non intendo dire che un film deve essere sezionato, anzi, sottolineo che l’emozione della prima volta potrebbe anche non far notare alcuni “difetti” o addirittura trasformarli in pregi. Poi, dopo una seconda visione forse le emozioni si trasformano (ma possono anche affermarsi). Chissà. In questo momento le voci off mi hanno scosso proprio per la loro incapacità di sottolineare il mostrato. Non sono in grado di dire e/o capire se Into the wild sarebbe stato migliore senza le voci fuori campo oppure con dialoghi meno “banali”. Non so. Il fatto è che personalmente amo da impazzire le voci acusmatiche (che in questo film non ci sono perché voci fuori campo che interferiscono nella diegesi mi pare di non averne udite… mi pare… non ricordo bene). Grazie Noodles per questi tuoi interventi sempre apprezzati.

janeluke ha detto...

mah...
io non ci vedo tutta questa bellezza.
la voce off della sorella, almeno nel doppiaggio, è oscena. e tutto questo senso al film io proprio non l'ho percepito. ma cosa voleva raccontare: che per trovare la verità bisogna per forza abbandonare tutto?? e che cosa rimane della forza di combattere, di lottare sul campo? facile fuggire. io non mi sono per niente affezionata per il protagonista, per niente, tipico prodotto di una certa borghesia che ha poi generato gli hippies.
non riesco davvero a capire.
orrribile.
salvo la musica e la fotografia ma niente più. e poi la regia: a beh, ci credo che sean penn ha dichiarato di aver ripreso tutto quello che la macchina coglieva... basta accenderla! il cinema non è questo. assolutamente.
tutti i sensi e i significati che ci avete trovato, sono falsi.

Luciano ha detto...

@Janeluke. Innanzitutto grazie per la visita e per il commento. Se hai un blog di prego di comunicarmelo affinché possa ricambiare la visita. Naturalmente le mie recensioni (come quelle di tutti) sono opinabili, pertanto non credo si possa concedere lo status di analisi scientifica ad una recensione, anche se vi sono analisi semiologiche molto accurate che studiano il testo con gli stessi metodi dell’analisi scientifica. Comunque non è il caso dei post che pubblichiamo. Il tuo sguardo sul film mi sembra interessante e rispecchia il tuo punto di vista (so apprezzare le differenze di opinione) che però si sofferma sulla trama e fonde storia con discorso. Invece nel mio post ho posto l’accento più sul discorso ritenendo (è mio costume) di non esprimere giudizi ideologici sul comportamento e sull’appartenenza sociale dei personaggi in quanto l’analisi da estetica diventerebbe sociologica. Inoltre (e ti ringrazio per avermi dato lo spunto per definire il mio approccio al testo) se c’è una cosa su cui non transigo con me stesso è un’analisi di tipo lukàcsiano che secondo me ha fatto e continua a fare danni all’arte in generale e al cinema in particolare. Sensi e significati non sono mai falsi in un’analisi estetica proprio perché ritengo che l’emozione (personale e intima) non può essere simulata, caso mai può essere considerata opinabile. Grazie di nuovo per la tua graditissima visita.

stella ha detto...

Bellissimo film!
L'ho visto pochi giorni fa e lo rivedrò sicuramente!!

Luciano ha detto...

@Stella. Questo è un film che ha diviso i cinefili e in particolare i cineblogger. Secondo me un film che divide è già meritevole di essere visto. Io sono tra quelli a cui è piaciuto e quindi non posso che condividere il tuo entusiasmo^^
Ciao!

stella ha detto...

"ho vissuto molto e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici. Una vita tranquilla appartata in campagna, con la possibilita´ di esser utili alle persone che si lasciano aiutare e che non sono abituate a ricevere e un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilita´ e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo: questa e´la mia idea di felicita´. E poi la di sopra di tutti, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa puo´desiderare di piu´ il cuore di un uomo?!"

Luciano ha detto...

@Stella. Una delle più belle frasi del film pronunciate da Christopher.