6 dicembre 2007

Seminario-Incontro con Peter Greenaway - (1/3)



10 Novembre 2007, Poggibonsi
FENICE International nine arts Festival





Il seminario con Peter Greenaway ha chiuso l'omaggio a lui dedicato da FENICE International nine arts Festival al Politeama di Poggibonsi, il regista gallese ha incontrato il pubblico per discutere della sua arte.
Chi avesse dimenticato i commenti di Luciano riguardo le proiezioni che hanno preceduto l’incontro può ri-consultare i post dell’ 07/11/2007, dell’11/11/2007 e del 14/11/2007.
Ho voluto riportare questa specie di seminario incontro sul nostro blog per poter aprire con Voi un dibattito riguardo l’interpretazione e il pensiero sul cinema di Peter Greenaway. Dal mio punto di vista il regista ci offre una serie di provocazioni che è quasi impossibile non raccogliere, credo che un atteggiamento del genere, così come lui lo mette in atto, può scatenare una miriade di reazioni anche su uno stesso individuo e la sola cosa che ci rimane da fare è rielaborare…
I dialoghi sono stati riarrangiati in modo da rendere la lettura il più possibile scorrevole e chiara, nello stesso tempo ho cercando di mantenere inalterato il senso dei discorsi.
Questo incontro è stato diviso in tre parti.



Pubblico 1: In qualche maniera ha senso nei suoi lavori fare riferimento ad una video-arte piuttosto che a cinema, adesso non so se questa separazione è corretta oppure no, cioè dal suo punto di vista sente che può appartenere ad una divisione di generi come quella tra video-arte e cinema?
Mr. Greenaway: No! la tua domanda mi ha irritato enormemente! E’ ovvio che il cinema è arte, quindi questa ridicola distinzione tra cinema e video-arte mi sembra assolutamente assurda; se tu avessi una mente meno pigra, si potrebbe semplicemente pensare che il cinema è un’arte autonoma, la tua è una domanda così ridicola e assurda che non mi sembra neppure valga la pena di rispondere.
Pubblico 1: ...cerco di spiegarmi meglio. Capisco questo punto e lo condivido, nello stesso tempo se assistiamo ad un’opera di cinema... o meglio... no... lo prendo da un’altro punto di vista... il fatto che il cinema come propriamente pensato debba raggiungere un grosso pubblico, mentre un lavoro come quello a cui abbiamo assistito ieri sera (cioè Tulse Luper Vj performance) in qualche maniera è per un pubblico minore...
Mr. Greenaway: questa è un’altra affermazione stupida! La performance a cui avete assistito ieri l’abbiamo fatta una cinquantina di volte fino ad ora in Europa con pubblici enormi, l’ultima volta sei mesi fa in Polonia dove c’erano 8000 persone che non sono affatto un pubblico minore.
Pubblico 1: vorrei fare un’altra domanda…
Mr. Greenaway: Molto coraggioso a riprovarci...
Pubblico 1: anche questa penso che sarà una domanda irritante! Se ieri sera parlava di spaccare la narrazione, di rompere con la necessità della narrativa all’interno del cinema, volevo sapere cosa ne pensava di un film come "Mulholland drive" all’interno di un cinema più popolare e se in qualche maniera questo può essere considerato un termine per rompere con le regole della narrazione.
Mr. Greenaway: io quel film non l’ho capito e tu?
Pubblico 1: ho riempito dei buchi a modo mio.
Mr. Greenaway: non pensa che fosse una sorta di pseudo-cinema intenzionalmente mistificatorio, che poteva essere soltanto l’opera di Lynch?
Pubblico 1: Perché pseudo-cinema? Potrei dire che anche il Suo è pseudo-cinema!
Mr. Greenaway: quel film è anche abbastanza ortodosso!
Pubblico 1: ...infatti, ho parlato di cinema popolare perché non potendo fare una distinzione tra un cinema e l’altro... il cinema infondo è un obiettivo, però all’interno di un cinema per il grande pubblico in quel film i temi della narrativa tendono ad essere rotti.
Mr. Greenaway: secondo me anche in quel film le cosiddette regole della narrativa non sono rotte in modo significativo, mi sembra soltanto un esercizio sulla narrazione che appartiene allo scorso secolo infatti si rifà comunque alle regole della narrativa che per la prima volta furono fatte nel cinema quando si costrinse il primo regista ad introdurre l’elemento narrativo. Come ho già detto, il cinema viene dal circo e su questa base venne introdotto l’elemento narrativo e da allora, il cinema si è sempre basato su un testo, io invece ho sempre sostenuto che il cinema è un arte basata sull’immagine, come la pittura, non un’arte sul testo. Comunque ormai è inutile, è troppo tardi, ma non importa perché tanto il cinema è morto.
Innanzitutto vorrei partire da questa rassega che ha appunto come sottotitolo la rassegna delle 9 arti (a mio avviso le arti sono 6 e le altre 3 sono soltanto degli ibridi cioè degli incroci tra le altre) e poi da quello che definisce l’autonomia di un’arte, e cioè il fatto che il suo contributo la porta ad essere espressa in nessun' altro modo se non in quella determinata espressione artistica. Già nel 1921 si asseriva che il cinema si compone di letteratura, teatro e pittura ma la pittura non c’è, perché la maggior parte dei registi sono totalmente ignoranti riguardo la pittura e quindi l’elemento pittorico non esiste, se pensate che sono passati 112 anni dalla nascita del cinema, se la vogliamo attribuire ai fratelli Lumière anche se a mio avviso il cinema non nasce nel 1895 ma nasce con Rembrandt nel 1642, possiamo dire che dopo 112 anni di cinema il cinema non c’è, il cinema è soltanto testo illustrato e teatro registrato cioè ancora con una nozione cechoviana di tutto ciò, e la migliore definizione che per gli attori la dà Rembrandt nel mio ultimo film: "gli attori sono coloro che hanno studiato e che si sono esercitati a far finta di non essere guardati". Però il cinema "cinema" non è ancora stato inventato, se analizziamo qualsiasi opera cinematografica essa si risolve in due entità il testo e il teatro. Cosa è venuto fuori negli ultimi tempi di grande? "Harry Potter" e "Il signore degli Anelli", non sono altro che testo illustrato.
Pubblico 2: io vorrei fare una domanda abbastanza mirata e precisa, io insegno Disegno nel nuovo Dipartimento di arte multimediale all’Accademia di Belle Arti di Milano e faccio un corso su Peter Greenaway, credo che il disegno sia tutt’ora considerato un arte multimediale, la più multimediale di tutte, nel senso che si parla di luogo, di spazio e di tempo. Vorrei sapere, in modo da poterlo riportare ai miei studenti, che cosa rimane di questo archetipo del disegno dentro l’arte di Greenaway, cioè come il rapporto tra Rembrandt e disegno si possa considerare "contemporaneo".
Mr. Greenaway: il primo film attraverso il quale sono divenuto noto al pubblico italiano è stato quello che in italiano è stato tradotto come "I misteri del giardino di Compton House" ed in questo film si parla di un disegnatore, assolutamente d’accordo con lei che negli ultimi 8000 anni di arte occidentale è proprio questa la capacità che ha avuto il disegno, cioè di fare arte.
Vorrei parlare del fatto che a questo film sia stato cambiato il titolo da "The draughtsman’s contract" a "I misteri del giardino di Compton House" alterando così le mie intenzioni; il produttore italiano ha fatto una scelta in termini di botteghino gli sembrava che quest’ultimo titolo attirasse maggiormente il pubblico italiano anche se in realtà si è rivelata una scelta sbagliata. La forza e l’intenzione di questo film sta anche nel titolo. Riguardo al contratto che il disegnatore stipula con la natura bisogna porsi una domanda che sta alla base di questo film, ed è anche una domanda di natura accademica, e cioè se il disegnatore disegna ciò che vede o disegna ciò che sa; questa domanda ha contrapposto diverse scuole di pensiero artistiche prendiamo ad esempio Firenze, Venezia…ma tornando alla sua domanda... la mia riposta può suonare reazionaria, ma io credo che le scuole di cinema non possono prescindere dalle scuole d’arte, cioè le scuole di cinema e d’arte dovrebbero essere unite perché il cinema non è altro che una continuazione di tutto un discorso sul disegno e la capacità di percepire il disegno e l’arte. Per cui se non avete una preparazione artistica potete considerarvi delle persone visivamente analfabete, essendo degli analfabeti visivi, quindi, come potete mai osare pronunciarvi o vedere anche del cinema quando non potete nemmeno distinguere o parlare di tridimensionalità o bidimensionalità? Se volessimo avere una preparazione visiva dovremmo essere istruiti fin da bambini nello stesso modo come succede per il linguaggio. Quindi come osate parlare di cinema se non avete nozione di concetti come la figurazione, la non figurazione…?
Non esiste nessun discorso di egualitarismo nella comunicazione, non prendiamoci in giro, c’è un discorso elitario anche nella comunicazione che può venire da un artista, non è il fine di un artista capire una comunicazione egualitaria, popolare; così come per il linguaggio è necessario apprendere una serie di simboli e di codici, la stessa cosa vale per l’arte, dato che sono poche le persone che hanno fatto scuole d’arte, architettura …poche sono le persone che sono in grado di vedere, il fatto di avere gli occhi non significa che si possa vedere.
Forse posso ricollegare il primo intervento con il secondo, c’è uno scrittore americano Gore Vidal che ha detto che in America ci sono su 370 milioni di persone solo 50 mila persone sanno leggere e intende di quelli che sanno veramente leggere, cioè che sanno apprezzare la metafora, che sanno cogliere la sintassi complessa… questi sono dati riferiti al XX secolo; io penso che in tutti i momenti di picco delle varie civiltà, prendiamo ad esempio Versailles di Luigi XIV, la Repubblica di Weimar in Germania, in tutti i momenti di alto intento culturale ritroveremo la stessa percentuale di persone in grado di capire veramente un mezzo artistico e questa mia risposta la propongo sia al signore laggiù che ho apertamente insultato che al signore qui in prima fila.
Parlando di alti picchi culturali nel cinema, questi si sono visti anche in Italia negli anni ‘70, in questi momenti c’è sempre una tensione che è reciproca, cioè tanto è più alta l’intensità di comprensione del pubblico più alta è la produzione, cioè sono due cose che si influenzano a vicenda, per esempio facendo riferimento a Nightwatching fra il 1590-1670, cioè fra Vermeer e Rembrandt, c’è stato un periodo dove si è creato un momento perfetto di equilibrio fra mecenate (committente dell’arte), pittore e prodotto infatti sono i 70 anni dell’epoca d’oro dell’arte olandese; ed anche in questo caso appunto c’è sempre stato un progetto biunivoco.

16 commenti:

Noodles ha detto...

conosco poco il regista e quel poco che ho visto non mi spinge a vedere altro. Lo trovo un po' ostico, formalista... (ma forse è solo uno stereotipo critico facile di chi non lo conosce bene...).

honeyboy ha detto...

certo che è sempre irritante leggere quel che dice lo zio peter :-)
che spari a zero anche su Mulholland Drive (CAPOLAVORO) proprio non lo accetto
"il cinema non nasce nel 1895 ma nasce con Rembrandt nel 1642"
non sono assolutamente d'accordo su questo, la pittura non è cinema, al massimo la pittura può essere inglobata nel cinema
e poi come risponde, è antipatico, io non vorrei mai parlare con greenaway!
vabbè aspetto nightwatching, se il film mi piace sono disposto anche a perdonarlo (forse ^^)

philippewinter ha detto...

io l'ho completamente saltato nella mia vita (per ora) ma quello che leggo qui m'incuriosisce tanto.
quast'ultimo discorso che fa sulla fruibilità dell'arte mi pare che rimanga un punto nodale per chi produce arte (in qualunque senso lo si voglia sciogliere)e forse anche uno degli importanti distinguo tra artista e artista (parlo volutamente in senso generico) per chi quell'arte la fruisce.

(non so se mi sono capita?)

detto questo mi dovrò procurare qualcosa di greenaway

AmosGitai ha detto...

Scusami, ma non ho trovato altro modo per contattarti. Magari cancella questo post non appena lo leggi.
Vorrei sapere come hai modificato il template di blogspot in modo da riempire tutto lo schermo.
Contattami alla mia mail che trovi sul blog.
Grazie e scusa il commento OT

Luciano ha detto...

@Amosgitai. (Mi scuso con Vale per questa comunicazione di "servizio"). Mi dispiace ma dal mio pc non riesco (e non capisco perché) a visualizzare il tuo blog. Proverò a contattarti domani mattina da un altro accesso. A presto.

Vale ha detto...

Honeyboy. Caro ragazzodolce, sono daccodo con te quando dici che Mulholland drive e´ un capolavoro, tuttavia trovo che sia corretto dire che non rinuncia completamente all´elemento narrativo. Per quando riguarda Rembrandt, certamente lui non poteva essere consapevole della rivoluzione che stava apportando e di quello che da lui abbiamo ereditato, comunque se e´ vero che il cimena si basa sulla manipolazione della luce artificiale allora dobbiamo convenire che lui prima dei Lumiere ´lo ha fatto egregiamente.

Mario Scafidi ha detto...

ti dirò, che non amo particolarmente peter greenway, anche se, dal tenore delle risposte date agli interventi del pubblico come da te riportate, l'ho rivalutato dal punto di vista umano. effettivamente quello di greenway è, anche a mio parere, pseudocinema, ma nel senso che è più attento all'aspetto artistico-avanguardistico della rappresentazione che alla regia ed alla narrazione in sè. non è un bravo regista greenway, ma un eccellente fantasista ed un discreto pittore.

Pickpocket83 ha detto...

Beh...mi "irrita" profondamente ammetterlo ma mi trovo d'accordo con l'acidissimo Peter quasi su tutta la linea, eccezion fatta per il giudizio volutamente frettoloso e sbrigativo su "Inland Empire". Ovviamente (penso sia chiaro a tutti) l'astio di Greenaway nei confronti del cinema di Lynch si basa su una forma di radicata ed inespressa invidia! Tutto il dibattito è davvero molto, molto interessante. Grazie per aver deciso di condividerlo con noi.

Luciano ha detto...

@Mi rivolgo non solo a Vale ma anche agli altri lettori.

Riguardo a questa intervista (questa prima parte) mi preme dire che sono d’accordo con Greenaway per due motivi e sono in disaccordo per altri due motivi:

Sono d’accordo sul fatto che la pittura sia fondamentale per il cinema. Molti grandi registi hanno sempre preso spunto dalla pittura per le immagini dei loro film (ad esempio in Ombre Rosse John Ford si ispirò alla pittura di Remington), quindi è ovvio che un “uomo di cinema” dovrebbe tenere in maggior considerazione la pittura.

Sono anche d’accordo che il cinema ha lasciato troppo spazio alla narrazione nel senso che ha lasciato credere che il film fosse la storia (l’ha lasciato credere ma in tanti non ci hanno creduto).

Sono in disaccordo (parzialmente in disaccordo) che la narrazione sia un demone da esorcizzare. In fondo l’intreccio è la pelle che riveste un corpo il quale, senza pelle, non sarebbe un corpo (ma vi sono vari tipi di pelle e non è la pelle a determinare l’aspetto?). In altre termini l’intreccio è la superficie e si può fare di tutto per eliminarla, ma alla fine una superficie deve pur esserci (questa mia ipotesi è naturalmente opinabile in quanto la metafora potrebbe essere non pertinente). Insomma si può fare grande cinema anche mostrando la narrazione (lo stesso Greenaway in Tulse Luper ci dà informazioni narrative). Volendo cambiare il cinema, annullando la narrazione, lo si può fare anche rimanendo “dentro” ossia lavorando sugli attanti (come sta tentando di fare Lynch). Lynch e Greenaway in fondo non sono poi così distanti.

Sono in disaccordo che sia compito del romanzo rispondere al bisogno di narrazione (come afferma Greenaway). Vi sono anche romanzi che ignorano la storia come l’Ulisse di Joyce o i romanzi di Butor o alcuni romanzi di Calvino. Io adoro i romanzi dove l’intreccio è lo sviluppo stesso della sua forma, ossia, detto in uno stile anni 60, dove la forma è il contenuto della storia.

Deneil ha detto...

simpatico greenaway..ma nonostante tutto alcune idee sono molto interessanti..come quella sulla nascita del cinema.quello su cui sono in disaccordo è esattamente quello che ha detto luciano nel commento precedente.

Amelie ha detto...

Mi sono laureata (ormai quasi due anni fa) con una tesi proprio su Peter Greenaway: Inizialmente è stata quasi una tortura macinare i suoi film e guardarli dal suo "punto di vista", ma una volta capiti i presupposti del suo intento "rivoluzionario"...l'ho trovato geniale. Tulse Luper su tutti, che mette a frutto quasi a pieno la sua idea di smantellare le tirannie che a suo dire ancora imbrigliano il cinema...ne avrà parlato al convegno? ;)
Ho anche avuto la fortuna di parlarci, e di seguire un suo convegno a Roma...beh, devo dire che è una persona molto ironica, molto British...e sempre coerente con la sua idea di cinema come "arte della visione", declinato poi sempre in modo più radicale negli anni...ok mi fermo qui! :)

Luciano ha detto...

@Amelie. Mi pare abbia parlato di "mostri" (Valeria comunque mi correggerà). Comunque in poche parole hai delineato bene carattere e modo di lavorare di Greenaway. D'accordissimo sul geniale e sulla radicalizzazione del suo "formalismo". ;)

Bruna ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Amelie ha detto...

Grazie Luciano, in effetti non è facile trovare una definizione "ordinaria" per Greenaway, uno dei "trucchi" per apprezzarlo è di leggere il suo cinema in chiave essenzialmente postmoderna, nel senso più radicale del termine: il suo mettere tutto "tra virgolette", la continua e a tratti frustrante interpellazione dello spettatore, l'estremizzazione del "non tutto è come sembra" sono godibili solo presupponendo un intento essenzialmente ludico di Greenaway, che sin dall'inizio della sua carriera (si veda un corto come "Windows") si propone di "giocare seriamente" con il cinema. :)

Mi fa piacere aver trovato questo blog, dove poter finalmente parlare con qualcuno che ha visto qualche film di Greenaway! ;)

Luciano ha detto...

@Bruna. Mi spiace che tua abbia eliminato il tuo commento. Forse non c'era scritto niente di male.

@Amelie. Sicuramente. Se si dovesse "affrontare" un film di Greenaway solo e soprattutto secondo canoni semantici, sarebbe un suicidio. Per guardare un film di Greenaway è come (ma non solo e sto banalmente semplificando) guardare un qaudro e come questo quadro (il disegno) si relaziona con lo sguardo e in che modo e attraverso quali segni mi induce a ricostruire contenuti più o meno indotti dal mio bisogno di diegesi. Per Greenaway il mio è un ragionamento da analfabeti e capisco che lui pretende di più, forse pretende che lo sguardo riesca a de-costruire le forme per montarle (non casualmente) seguendo certe linee prsopettico-simboliche. Vedere i suoi film è sempre un'avventura.

Amelie ha detto...

@Luciano: "Bruna" ero sempre io,avevo sbagliato a scegliere l'opzione identità (cancella pure questo messaggio "di servizio"!)

Grazie!