
Sembrerebbe un Primo Piano come tanti nel cinema (tempo, passato, il nulla, il movimento che cessa a vantaggio del tempo e il tempo che si dilata per quattro secoli raccolti in uno sguardo). Invece c’è di più. Improvvisamente lo sguardo di Orlando (nel sintagma osserva l’angelo in cielo e nell’immagine osserva il tempo) si volta verso la macchina da presa e mi guarda dentro. In questo modo, collegando fotogenia, immagine-tempo e memoria, scardina il verosimile, ciò che è pertinente e pregno di significato per lo spettatore. È un atto ermeneutico, dove ho provato sulla pelle il superamento di quella coerenza intima (G. della Volpe) che rende credibile anche l’impossibile.
Dopo lo sguardo della Swinton che penetra dentro l’anima ho provato un brivido: il volto di Orlando, ingigantito nel Primo Piano, è diventato incredibile e possibile.
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