3 agosto 2008

Funny Games (Michael Haneke, 2007)

In attesa di ri-vedere l’omonimo film del 1997, sto provando a convincermi che questo è il primo, unico Funny Games. Mentre le sequenze scorrono, con la mente ritorno al film precedente e “mi ricordo” di tanti particolari che avevo smarrito in qualche cassetto arrugginito del già visto. Impossibile non paragonare i due film, perché tutto è già accaduto, e mentre siamo propensi a perdonare due film dalla trama pressoché identica, non accettiamo (non accetto) di ri-vedere un film fotocopiato da un altro: la storia sì, il discorso no. Le scelte stilistiche, i movimenti di macchina, il modo di recitare, i personaggi: ogni cosa sembra ricostruita identica, e anche se le cose non stanno così (attori, location e altri particolari infinitesimali differenti) il film è paragonabile a una precisa fotocopia che presenta alcuni “click”, alcuni soffi, imperfezioni caratteristiche delle fotocopie. Sicuramente (ne avrò conferma quando avrò rivisto il Funny del 1997) inferiore all’ “originale”, ma comunque un film “necessario”. Ciò che a teatro è un iter accettato e acclamato (le repliche anche numerosissime di una commedia, ad esempio), non è permesso al cinema. Perché? Quando penso alla pittura mi accorgo che un pittore non dipinge mai un quadro identico ad un altro (se si esclude l’arte seriale), però dipinge tanti quadri simili, spesso facilmente confondibili da un occhio inesperto. Quadri “simili” anche se non prodotti seriali ma pezzi unici. Se osservo attentamente le tre “battaglie di San Romano” (1435-1440) di Paolo Uccello, noto differenze notevoli: sono tre aspetti, tre momenti importanti, “tre inquadrature” dello stesso evento che facevano parte dell’arredo della camera di Lorenzo de’ Medici: insieme erano come un’unica opera osservata da un punto di vista privilegiato: quello dello spettatore al disopra degli eventi (sia in senso sincronico che diacronico). La storia ha voluto che i tre quadri finissero in tre musei diversi: “Niccolò da Tolentino alla testa dei Fiorentini” alla National Gallery di Londra, il “Disarcionamento di Bernardino della Ciarda" agli Uffizi di Firenze, mentre l’ “Intervento di Michelotto da Cotignola” si trova al Louvre di Parigi. Tre opere “diverse” ma che si completavano per formare una storia, un racconto. Adesso, separate (anche se sui libri d’arte è possibile osservarle una dietro l’altra), sono tre mondi lontani che “parlano” di guerre antiche e di scontri di cavalieri, di lance e spade, di morte e dolore. Simili ma diverse. È come se tre pizze di un film fossero proiettate in tre epoche diverse. Saranno riunite un giorno per essere gustate nella loro pienezza? Eppure questi frammenti sono sufficienti allo spettatore per farsi un’idea ed esprimere un giudizio di gusto e provare un’emozione. Ritornando al film, Haneke ha ricostruito, rigirato, un suo vecchio lavoro come se avesse voluto rinfrescare un ricordo di un vecchio film perduto. Un film perso, o meglio, disperso nella memoria. Constatata l’impossibilità di riproporre il suo bellissimo “vecchio” Fanny Games, ha preferito “dare forma” ad un’opera simile. Come una vecchia canzone cantata da un nuovo cantante. Nessuno si scandalizza, né in pittura, né quando si tratta della musica o a maggior ragione del teatro, perché le repliche sono l’essenza del teatro. Nel teatro in particolare ogni rappresentazione è la stessa ma è anche allo stesso tempo un’altra cosa. Un appassionato dovrebbe vedersi sempre le cento, mille repliche di una piéce, perché solo così potrebbe afferrare il senso di un’opera. Ma servirebbe a qualcosa? Ho recitato poche commedie, ma ho calcato le scene recitando dieci, anche venti repliche dello stesso spettacolo e ogni volta era sempre una cosa diversa: gli imprevisti della “formazione” dello sviluppo in fieri della rappresentazione. Neppure cento prove possono permettere al regista di controllare ogni movimento, di raccordare ogni aspetto tecnico e di recitazione. È la bellezza del teatro. Un esperimento interessante potrebbe consistere nel girare due film identici contenenti storie differenti: all’interno di un ragionamento che predilige la sincronia potrebbe essere interessante e costituire una sfida, ma ragionando diacronicamente… be’…non potrebbe già essere successo con questo film di Haneke? Non potrebbe essere un quadro appeso in un altro museo? E la stessa storia (nella stessa epoca quindi nella sincronia) non potrebbe, dieci anni dopo, avere acquistato nuove connotazioni? Un film (anche in costume) rappresenta più l’epoca in cui è stato girato che quella rappresentata sulla pellicola. Ad esempio “Orgoglio e pregiudizio” di Robert Zigler Leonard (1940) mostra come gli anni quaranta “vedevano” l’epoca del regno di Giorgio III di Hannover (fine settecento) in modo completamente diverso da come lo stesso periodo storico viene messo in scena nell’omonimo film di Joe Wright (2005). Non potremmo sapere niente di più sulla famiglia Bennett, ma potremmo conoscere qualcosa sulla tecnica di ripresa, sulla sensibilità delle pellicole, sul trucco usato dagli attori, ecc. Così i due Funny Games (ricordiamolo: girati in due secoli diversi) sono, devono essere diversi. Tra i due il mondo (anche se sono trascorsi pochi anni) è cambiato, noi siamo cambiati; la violenza è sempre la stessa ma forse bussa alle porte con più forza spaventandoci sempre di più. Funny Games è una pizza del 1997 rifinita ai nostri giorni attraversando altri sguardi. Ci dice più su di noi di quello che potrebbe dire la copia del ’97, ma non perché sia migliore (sicuramente non raggiunge la qualità del vecchio film) ma perché, come dice Haneke, oggi la violenza parla inglese, i prodromi della crisi fine anni novanta sono adesso un’orribile certezza. L’abitudine al fuoricampo (riferendomi allo spettatore meno evoluto) è stata quasi persa. Adesso il fuori campo, ciò che accade nell’ “invisto” e che Haneke obbliga a ricreare nella nostra mente, spaventa, perché spaventa la nostra immaginazione, abituata a ricostruire tremendamente una violenza occultata dall’apparenza del “vedere a tutti i costi”. Questa pornografia della visione che allenta la responsabilità spettatoriale (mi riferisco non solo a certo cinema di serie B ma anche e soprattutto alla televisione), questo gusto sadico di voler rendere spettacolo anche la sofferenza, riprendendo ogni aspetto del reale, credendo ingenuamente di catturare le tracce del reale, toglie ogni responsabilità. In fondo sappiamo che lo spettacolo non è il mondo, sappiamo che la morte è una formazione di quadri, campi, movimenti di macchina, che catturano l’espressione del falso non più colto dalla nostra mente pigra. I morti veri sembrano quelli del cinema, mentre quelli scorti sfortunatamente nel mondo somigliano a parvenze da dimenticare. Ripudiando l’ “invisto” del cinema abbiamo accettato di dimenticarlo nel mondo, tanto niente è vero se non è espressione codificata dal potere. La “violenza” del fuori campo, abbandonata dal regista ma solo per farcela digerire a fatica, per obbligarci a “rifletterla” (nel senso di assorbirla e ributtarla nel fuori), lasciata in pasto ai nostri sensi tramite, ma non solo, suoni acusmatici, ci ricorda che non può essere esorcizzata. Non è possibile addomesticarla, né rimediarla. Quando arriva a colpire, giunge nell’attimo senza pietà lasciando segni ineluttabili: nessuna fuga, nessuna reazione può imbrigliarla, né l’anabolizzante messa in campo, né l’appagamento illusorio di una vendetta. In fondo, se proprio devo convincermi a osservare questo film come evento naturalistico (ma non lo è) posso pensare che la vendetta sia avvenuta e il replay (come tutto quello che avviene dopo) sia frutto dell’immaginazione di Paul. Ma tutto questo non contribuisce a migliorare la situazione. Anche un piccolo schiaffo, una piccola offesa, crea distorsioni nell’immagine che non possono essere ricucite. Haneke probabilmente preferisce le catalisi ai nuclei narrativi, preferisce mostrare la sofferenza del tempo che scorre, del dopo, delle ore eterne in cui l’anima dell’offeso muore lentamente, lasciata nella contemplazione di un vuoto incolmabile. Questa consapevolezza, che non esalta ma annichilisce, disturba e inquieta, ci lascia ai margini dell’azione, come quando la telecamera abbandona gli eroi per soffermarsi sui morti e improvvisamente giunge, a sconvolgere l’animo, l’epifania e ogni cosa, per un attimo, è chiara e illuminante. Come in questo famoso brano di Joyce tratto da “I morti” ultimo racconto di Gente di Dublino:

“[…] c’era neve in tutta Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva dolcemente nelle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili spini. La sua anima si abbandonò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell’universo e lieve cadere, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti”.

37 commenti:

Valentina Ariete ha detto...

Hai fatto teatro??!!??!

E chi se lo aspettava!

Allora hai studiato storia del teatro e cose simili?

Ecco perchè sai tutte queste cose.

O no?

Nel tuo profilo c'è scritto che ti occupi di agricoltura: ma insomma, chi è Luciano veramente?!

Questo mi intriga più del film di Haneke!!!

:-)))

Luciano ha detto...

@Valentina. Ho recitato in una compagnia amatoriale per 8 anni. Niente di speciale e non ero neppure un granché (non avevo la parte del protagonista). La mia conoscenza della letteratura teatrale è molto modesta ma il teatro è una grande passione (quasi quanto il cinema). Nel profilo c'è scritto Agricoltura perché non c'è la voce Ricerca (in agricoltura). Come vedi nessun mistero ;)

Noodles ha detto...

Tu citi degli esempi molto calzanti che in effetti mi fanno un po' vacillare nelle mie filippiche anti-haneke-2007, però poi mi riprendo l'equilibrio mio e torno il tignoso incazzato di prima. A me anche il film del '97 dava un po' di fastidio, anche se lo trovavo interessante. Il fuori campo, volgere lo sguardo, non mi pare poi questa gran trovata. I grandi autori (romanzieri e registi) horror - quelli veri - conoscono questo teorema da secoli. Haneke pare voglia farci credere che l'ha inventato lui.
E' la spocchia di Haneke che mi infastidisce. Un film ripetuto identico (sì va bene visono delle piccole differenze, ma su andiamo, quanti le notano? si può sostanzialmente affermare che i due film siano identici, cast e location a parte) mi da troppo il senso di un onanismo che non sopporto al cinema (e che haneke sfiora sempre troppo per i miei gusti). Haneke tira una filippica sulla desensibilizzazione dello spettatore alla violenza, okay, ma poi quando non la mostra e lascia all'immaginazione qualsiasi cosa, reiterando più volte il concetto, non è forse anche questo sadismo? e quel che più mi inquarta è che è VOLUTO. Per cui Haneke "insulta" la nostra fame di gore, e ci vorrebbe sbalordire privandocene, giungendo poi in realtà a una diversa forma di sadismo, quella dell'autore, che però ha il vizio terribile della spocchia, di chi ti guarda dall'alto in basso e pare volerti spiegare come stanno le cose.
Ho la sensazione che Haneke tenda a sottovalutare lo spettatore, o comunque a porsi nei suoi confronti come una divinità intellettuale cui fare la ramanzina. E queste cose a me danno fastidio.
A ciò s'aggiunge ovviamente, per FG'07, la ripetizione dell'eguale. Anche Monet dipinse molti quadri con soggetti identici (Ninfee e la cattedrale di Rouen), ma a parte la motivazione/differenziazione luministica, io credo che per un quadro la situazione sia diversa. Forse pecco di ingenuità (mi accorgo spesso di essere poco clemente con le operazioni "intellettuali" o pseudo-tali del cinema) ma mi pare esista ua gran differenza tra la pittura e il cinema, nel senso della loro ricezione. Un quadro è di per sé un oggetto "statico", immobile e ben squadrato, incorniciato, che si presta a una visione/indagine scrupolosa, che indaga i diversi aspetti avendoli tutti di fronte, immobili. La cinesi del cinema mi sembra che questo lo tagli fuori a priori. si possono guardare più volte i due film, è vero, ma non avremo mai la stessa posizione privilegiata, onnisciente dello sguardo che indaga due/tre quadri ponendoseli di fronte.
E poi c'è una differenza elefantiaca, secondo me (e qui pecco forse davvero di grave ignoranza o ingenuità che da essa deriva): il cinema è narrativa. Ora, possiamo menarcela in tutti i sensi, ma è evidente che quasi tutto il cinema racconti qualcosa, anche nelle sue forme più esasperatamente sperimentali. E se il cinema è quella forma d'arte "popolare" - che è uno dei suoi più grandi pregi - lo deve anche a questo. Un quadro racconta anch'esso, indubbiamente, ma è una questione diversa. Racconta per figure immobili, statiche. Al cinema quelle figure non solo si muovono (e si muove il "quadro" appresso a loro) ma parlano, anche. Per cui ri-raccontare una storia esattamente uguale alla precedente rischia di creare un precedente onanistico che intaserebbe ancor più il cinema, che già ultimamente - specie a Hollywood - soffre spesso di una gravissima forma di autismo narrativo.
Non voglio con questo condannare il remake in toto, come concetto, ma il remake calligrafico. Perché lì sfociamo nell'autismo autoriale, pure un po' pedante. IL remake, è un mio umile parere, trova la sua raison d'etre nella variatio, nel porsi criticamente di fronte a un immaginario già scritto e modificarlo. Sia esso verso un mondo-topico (Sergio Leone, i Batman di Nolan/Burton) o anche verso un film in senso stretto, ma dandone una riflessione personale (Jackson-Kong, per attenerci a uno dei più recenti).
Scusa mi sono allungato troppo. Mi sa che non ho chiuso neanche tutti i discorsi che ho aperto... non so quanto si capisce alla fine, semmai poi intervengo più in là per spiegarmi meglio :p

chimy ha detto...

Concordo con ogni tua parola.

Un'opera necessaria. Un remake che ha un senso profondissimo, proprio nell'essere fotocopia del suo originale.

Haneke è un genio per me. Uno dei massimi autori di cinema teorico contemporaneo.


Un saluto

Martin ha detto...

Mi sorprendono un po' certe tue consderazioni.
Il paragone con pittura e teatro non regge per niente.
La pittura necessitava di duplicazione perchè rimaneva spesso chiusa tra 4 mura e ne necessitava per avere diffusione.
Il teatro è di per sè legato alla rappresentazione e a un'interpretazione, così come lo è la musica, classica soprattutto, legata all'idea dell'interpete.
Il cinema invece, per dirla alla Wenders. è l'unica arte in cui ciò che consideriamo originale è in realtà una copia, anzi il positivo del vero originale.
Essendo di per sè duplicazione, e quindi "falso" sempre wendersianamente parlando, abbiamo già infinite copie che spiegano la consuetudine di non "rifare" esattamente lo stesso film, a meno di non farne un remake più o meno fedele.
Ma Haneke fa una cosa diversa, fa lo stesso film, e poco importano le infinitesime differenze.
Anche perchè non sono ragioni artistiche che lo spingono a quest'operazione, checchè ne dicano i soliti esaltati pronti a cedere per l'ennesima "merde d'artiste".
Haneke ha dato agli americani quello che volevano per evitare che lo facesse qualcun altro stravolgendo la sua opera.
E ritendola già perfetta così com'era gliel'ha ridata, per quanto umanamente possibile, uguale.

Luciano ha detto...

@Noodles. Non è una gran trovata, ma è una delle caratteristiche principali del cinema. Il cinema è un’arte che forse più di tutte ha bisogno della “collaborazione” dello spettatore. Forse per questo ha grande successo. Ma secondo me non deve essere solo “epico” (tra l’altro gradisco anche film “epici”) ossia legato alla significanza (nuclei narrativi). Dalle mie parti durante il passaggio del fronte (seconda guerra mondiale) una ragazza si stava pettinando davanti allo specchio della sua camera: improvvisamente si accasciò a terra, morta. Un cecchino appostato su un albero dall’altra parte del fiume aveva preso la mira e le aveva sparato. Adesso come potrebbe il cinema rendere questo episodio drammatico? Ovviamente ogni “grande” regista troverebbe un modo stupefacente, magnifico, splendido di riprendere questo triste evento. Potrebbe informarci e renderci partecipi della sua conoscenza mostrandoci il cecchino sull’albero e saremmo a conoscenza di maggiori particolari rispetto al “limitato” punto di vista della protagonista (supponiamo che la ragazza sia il personaggio principale). Quindi saremmo in ansia, preoccupati che il colpo del cecchino colpisca la vittima, sperando che all’ultimo momento un qualsiasi evento giunga a evitare il peggio. Un altro regista potrebbe mostrarci il pdv del padre della vittima che in quel preciso istante potrebbe trovarsi in cucina, il quale potrebbe udire il rumore di un vetro rotto e salire in camera e constatare che per la donna colpita a morte non c’è più niente da fare. Un altro ancora potrebbe salvare la donna (contraddicendo l’assunto della sceneggiatura) perché magari le cade il pettine e si china per raccattarlo proprio nel momento in cui il cecchino spara. Oppure potrebbe assumere il pdv della vittima che ha un solo punto di vista: lo specchio. Il resto è tutto nel fuori campo e l’abilità del regista potrebbe consistere proprio nel lasciarci immaginare cosa sia accaduto senza avere possibilità di conoscere a priori i fatti. Sono scelte stilistiche che ogni regista è libero di fare in base alla sua cultura, alle sue aspettative, alle sue strategie anche (perché no?) economiche. Credo che quando un autore è capace ogni metodo sia quello giusto. A me piace quasi tutto del cinema. (anche quello epico) ma prediligo le “catalisi” ossia, per dirla alla Barthes, dettagli superflui, che fanno parte della narrazione, che non hanno alcuna funzione significante. Queste “catalisi” sono effetti di reale, inducono lo sguardo dell’osservatore a ri-vedere oggetti e particolari di una scena (anche un divano e un tv insanguinata) che ormai nella vita quotidiana sono automatizzati, oggetti che non sono conosciuti in “numero e volume” ma solo vagamente (Šklovskij). La mdp potrebbe avvicinarsi ai capelli mostrando il pettine: il pettine indica la mancanza di mezzi della famiglia, ha alcuni denti rotti ed è consumato, probabilmente la ragazza lo custodisce gelosamente, legandolo al suo desiderio di mostrarsi bella, pensa a un ragazzo che l’attende per uscire (una inquadratura del ragazzo fuori della porta o in cucina a parlare con la madre?) oppure si guarda allo specchio e noi spettatori vediamo il suo trucco semplice, improvvisato. Insomma tanti particolari ma nessun “nucleo narrativo” fino al colpo udito dal basso. Un regista capacissimo potrebbe addirittura mostrare solo il volto della ragazza riflessa allo specchio e “farci capire” che è morta per lo sparo di un cecchino. La vittima non può sentire lo sparo, il suono arriverebbe al suo orecchio dopo il colpo mortale. Se Haneke è un presuntuoso (può darsi che lo sia e può darsi che abbia anche l’intenzione di torturare il suo spettatore) non mi preoccupa. Come uomo potrei anche odiarlo. Ad esempio non ho mai amato l’uomo Pasolini ma apprezzo e stimo il poeta e regista che è in lui. Balzac era uno “sporco” reazionario ma un grande artista che descriveva magnificamente la Francia ai tempi di Luigi Filippo di Orléans. Certamente pittura e Cinema non sono la stessa cosa, ma hanno molto in comune, sono imparentati geneticamente a causa della luce. Mi pare fosse Fellini (scusami se cito a memoria) a dire che nel cinema la luce viene prima del soggetto e della storia mentre nella pittura viene prima del tema e dei colori: in ambedue i casi è la luce che esprime ciò che pittore e regista vogliono raccontare. Se si può accettare la produzione di due quadri “apparentemente” uguali non vedo perché non potrebbe accadere per il cinema. Il cinema è talmente grande che può permettersi tutto, con quali risultati poi dipende dalle capacità dell’artista. Per questo concordo con te sui remake: sono rarissimi i remake che apprezzo, la maggioranza sono un’operazione inutile. Ma quando i grandi registi si mettono a fare remake, spesso (non sempre) ci lasciano a bocca aperta. Ti ringrazio per queste tue pertinenti e interessanti osservazioni che inducono a discutere. Questi sono i momenti di confronto che preferisco.

Pickpocket83 ha detto...

Ho letto con grande piacere il tuo post: hai dato corpo (e testo) ad alcune considerazioni in particolare sulla pittura che erano balenate nella mia mente dopo aver visto il film ma che non sono stato in grado di "risolvere" nel post. Come avrai letto io a differenza tua sono approdato a conclusioni quasi del tutto negative sul film e sull'intera operazione "re-made" entro cui è stato concepito. Sono molto molto vicino a quanto ha espresso Noodles nel commento su quindi non mi ripeto.
Però riconosco un merito al film: averti dato la possibilità di scrivere un post bello come questo

Un caro saluto :)

Luciano ha detto...

@Chimy. Un artista deve anche avere il coraggio di osare oltre ogni limite, contro ogni consuetudine. Quale siano i motivi che abbiano spinto Haneke ad effettuare una simile operazione, mi interessa solo che lo abbia fatto. Siamo davanti a un evento nuovo. Forse sarà dimenticato come in tanti altri casi, ma forse lascerà un segno indelebile. Chissà. A presto^^

Luciano ha detto...

@Martin. Mi rendo conto che Haneke rifà lo stesso film soprattutto per ragioni economiche, ma la motivazione non dovrebbe inficiare lo “sbocco artistico”. Haneke esegue un’operazione nuova che può far discutere (ed è giusto che si discuta), ma che non dovrebbe essere sottovalutata. Le consuetudini si possono cambiare o trasformare. L’arte non dovrebbe porsi dei limiti. Non paragonavo l’operazione di Haneke alle “repliche” del teatro o della pittura (se non in senso diacronico), confermavo le consuetudini per queste arti sulle quali nessuno discute, consuetudini che avevano una loro logica quando la diffusione delle opere era pressoché impossibile, ma oggi ci sono i cataloghi (che duplicano soltanto, lo so) e il teatro in TV. Inoltre i musei sono ormai alla portata di tutti (viaggiare è più facile) e ci sono i dischi, anche degli infiniti interpreti di un’opera. Insomma teoricamente non ci sarebbe bisogno di “duplicare” l’originale ma interpretare ogni sera la stessa piéce con scenografie, interpreti e/o movimenti diversi o arrangiare sempre diversamente la stessa musica. Teoricamente, dicevo. In pratica va bene così non contesto la specificità di dette arti, ci mancherebbe. Anzi prendo atto delle infinite possibilità dell’arte. L’Urlo di Munch è stato dipinto in più versioni. L’arte seriale è accettata universalmente. Ogni giorno i prezzi stratosferici di certi quadri indicano che l’arte (soprattutto la pittura ma in parte anche la fotografia) potrebbe essere contaminata dal mercato. Un mio amico pittore un giorno mi disse che doveva smettere di dipingere vasi e iniziare a dipingere gatti, perché il suo gallerista gli aveva detto che troppi quadri di vasi dipinti in soprannumero avrebbero svalutato il valore degli altri. Il Cinema non è l’unica arte “mercenaria”. Haneke può essere un mercenario, ma la sua operazione è un “originale”. Per il suo Funny Games 2 ha formato un nuovo cast, sono state fatte nuove riprese, quindi ha “formato” un originale da cui poi ha ricavato una copia, un falso. Sennonché l’originale FG 2 è identico ad un altro originale, il falso FG 2 simile al falso FG 1. La specificità del cinema non coincide del tutto con la specificità di altre arti, ma pongo una domanda (credimi non è retorica ma una domanda vera alla quale sto cercando di rispondermi da tempo): è possibile con il tempo “contaminare” sempre più le arti e cancellare i nostri confini mentali tra un’arte e l’altra? Non che al momento desideri questo, ma secondo me una certa tendenza c’è già. Haneke ha solo sperimentato qualcosa di nuovo che può essere accettato o respinto. Paragonerei il suo “esperimento anche economico” al dipinto Les Demoiselles d’Avignon (1907). Quando il dipinto venne mostrato in pubblico sollevò uno sdegno quasi unanime. Vi fu persino un’interpellanza parlamentare. Non voglio usare questo esempio come paragone per il film di Haneke, ma solo per sottolineare le difficoltà cui vanno incontro gli artisti quando tentano operazioni “atipiche”. Ti ringrazio per il tuo commento non in linea con ciò che ho scritto, ma interessante e pieno di spunti di conversazione.

Luciano ha detto...

@Pickpocket. Ti ringrazio. Sei molto gentile. Conosco il tuo interessante punto di vista e ho letto il tuo post con molto interesse e piacere. Non sempre è possibile che le opinioni combacino. Altrimenti non avremmo niente da imparare. Per quanto mi riguarda credo di apprendere anche dai post che esprimono opinioni distanti dalle mie. Un saluto^^

Diego Altobelli ha detto...

Ciao Luciano,
e' uscito il mio libro.... se sei interessato dai un'occhiata al sito per vedere se ci sono delle librerie coperte nella tua citta'. Oppure vai sul sito www.edizionisabinae.com per avere informazioni su come reperirlo.

Mi farebbe piacere sapere che lo hai letto!
A presto, e perdona la momentanea invasione di campo!

Ciao,
diego

Luciano ha detto...

@Diego. Ci mancherebbe! Nessuna invasione. La tua notizia mi rallegra. Vado subito sul link che mi hai riportato e se ci sono problemi ti lascio un commento sul tuo blog. Grazie per la bellissima notizia^^

Martin ha detto...

Cerco di articolare un po’ meglio perché la discussione è stimolante davvero (e di questo sono io che ringrazio te).
Quando si parla di specificità delle arti non si può prescindere dal rapporto tra produzione e fruibilità.
La pittura a d esempio è fatta per essere, hic et nunc. Poi semmai siamo noi che cambiamo nel tempo e quindi “cambia” l’opera. Ma visto che in pittura esistono “originali” la diffusone avviene tramite duplicazione di originale, a loro volta copie ma originali essi stessi perché ogni volta diversi.
Teatro e musica (classica in genere e non è una precisazione da poco) vivono di interpretazioni e quindi sono sempre originali e non lo sono mai, perché l’originalità come concetto perde di significato. Paradossalmente nemmeno Prokofiev suonato da Prokofiev assurge a status di versione “definitiva” perché è musica che per assumere senso necessita di un “interprete”, proprio nel senso di chi “traduce” simboli in suoni.
Il cinema invece segue una strada propria perché, come dicevo, è una serie di “falsi” copiati all’infinito ed è qualcosa di già compiuto in sé. E il senso come in pittura lo dà lo spettatore, senza intermediazione, con la differenza che la duplicazione diventa digitale e quindi ogni volta identica e ugualmente falsa.
In questo contesto non dico che l’operazione di rifare puntualmente un’opera cinematografica sia da scartare a priori anche se un po’ me ne sfugge il senso. Chiaramente quello che viene fuori è qualcosa di diverso ma forse non abbastanza da meritarsi il prezzo di un biglietto.
Il senso dei due Funny Games è assolutamente identico, quello che cambia è solo lo spettatore.
Ma rivedere il film del ’97 oggi è come vederne la versione nuova, o almeno lo è nella sua essenzialità.
Nello specifico però il caso Haneke è ancora diverso perché non sono nemmeno vere le ragioni economiche del rifacimento o almeno lo sono in minima parte.
Haneke è stato costretto a rigirare il suo film perché gli americani tramite questioni legate alla produzione ne avevano comunque acquistato i diritti e in caso di suo di rifiuto lo avrebbero fatto dirigere a qualcun altro, molto probabilmente stravolgendo la visione originale.
A questo punto, un po’ per sfida e un po’ per non modificare ciò che considerava già compiuto così, gliel’ha confezionato pari pari, fotogramma per fotogramma.
Con buona pace degli americani che hanno il loro “prodotto” e del regista che vede la sua opera preservata da possibili scempi.
In questo scenario ricercare motivazioni artistiche pare proprio quello sterile esercizio intellettuale che molti hanno come norma (non tu Luciano) e che porta spesso a scavalcare le stesse intenzioni degli autori. Quando non trovo irritanti questi giochini mi viene quasi da ridere…

Luciano ha detto...

@Martin. Le motivazioni pragmatiche del rifacimento (o meglio della “clonazione” del film di Haneke) sono ovviamente la causa di questo “secondo originale” di Funny Games. Per me non ci sono dubbi. Probabilmente Haneke senza i soliti americani avrebbe usato il suo budget per fare un altro film. Ma questo genere di motivazioni si riscontrano spesso nell’arte. L’arte non è una torre d’avorio dove artisti che disprezzano le dozzinali cose terrene camminano coi piedi nell’aria. L’artista deve sporcarsi nel fango del macadam diceva Baudelaire. Ma poi, diciamo la verità, un artista (in fondo) un po’ desidera anche fare soldi. Niente di male. Suppongo sull’hic e nunc ti riferisca al saggio di Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove considera l’opera d’arte come unica e irripetibile legata al luogo in cui si trova, “opera” che con l’avvento di fotografia e cinema ha iniziato a perdere la propria “aura”. L’hic et nunc adesso attraversa lo spazio-tempo. La specificità delle arti si sta disgregando? Secondo me in parte sì e in questa “modernità liquida” (Bauman) i punti di riferimento stanno scomparendo, il nesso spazio/tempo si sta “liquefacendo”. La perdita del qui e ora si definisce ogni volta che ascoltiamo una sinfonia su un cd o indossiamo una maglietta con l’effige, poniamo, della Primavera del Botticelli. Appunto questi miei esempi, che non volevano sminuire le altre arti, né divenire un teorema inappuntabile, intendevano riflettere sull’importanza di certe operazioni, operazioni causate da “interessi economici” e non solo, ma, come hai asserito, da timori e preoccupazioni per il proprio lavoro. Anche se le motivazioni non presuppongono ideali artistici o etici questo non significa che il risultato non possa essere preso in considerazione e valutato come operazione per lo meno interessante, probabilmente originale. Sul “senso” non saprei, perché molti remake sono portatori di un senso paragonabile almeno al film originale, eppure nonostante ciò vengono accettati e magari osannati. Ritengo invece che il “fastidio” di questa operazione sia derivato dal legare un senso “identico” ad una stessa “forma”. Insomma alla fine sono gli aspetti tecnici, le stesse inquadrature, gli stessi movimenti di macchina, ecc. a disturbare. Ebbene questo “disturbo” questa sensazione “repulsiva” è per me interessante. In fondo le motivazioni economiche sono alla base di tutti i remake (riproporre storie vecchie in film nuovi, tanto la maggioranza non vuol vedere i vecchi film). Eppure (posso accettare anche il casualmente) ogni tanto abbiamo visto film bellissimi, bellissimi rifacimenti di vecchi film. Ti ringrazio per questo tuo ulteriore e pertinente intervento.

Noodles ha detto...

Luciano, tu citavi l'esempio della ragazza, raccontata da registi diversi, occhi diversi che raccontano diversamente un fatto. E lì sono d'accordo, anzi è quello il bello dell'arte, che un soggetto se dipinto da Picasso appare in un modo del tutto diverso da quello, mettiamo, dipinto da Van Gogh. Ma parliamo di due soggetti diversi. Qui sta il bello. Ma quando è uno stesso artista che rifà "pedissequamente", e con l'intenzione ben precisa di rifarlo così, un suo film precedente, mi pare che sfociamo in qualcos'altro.
E' il senso dell'operazione fredda, dell'esperimento estetico che forse mi è proprio estraneo e mi irrita, magari impedendomi anche di "capire" a fondo l'operazione.
La mia non è filippica verso l'uomo Haneke, che non conosco. Mi baso semplicemente sulle opere che ha girato. E che apprezzo anche, intendiamoci (Caché mi piacque molto e riprendeva molti dei temi di Funny Games ma in un racconto che era maggiormente racconto e meno "pippa mentale" se mi passi l'altissimo sintagma. O che so, La pianista, per quanto anch'esso spocchiosello e forse reso grande soprattutto dall'interpretazione della Huppert). Le sue opere trasudano spesso una certa macchinosità intellettuale che a me infastidisce un po'. Forse sono per il cinema più "sentimentale" (nel senso di approccio eh) e i chirurghi mi piacciono meno. A meno che non si chiamino Kubrick (ma, ecco il punto, Kubrick conosceva BENISSIMO - e l'ha sempre adoperato - il dolce carrello che fa scorrere un pensiero estetico-filosofico altissimo dentro le maglie del racconto).

Noodles ha detto...

p.s. Martin parlava giustamente di scavalcamento delle intenzioni degli autori. Non ricordo bene chi scrisse che le intenzioni degli autori spesso potevano e dovevano essere scavalcate, che era possibile insomma rintracciare una volontà "inconscia" nella produzione di un artista. E sono anche d'accordo. Ma spesso, e con l'arte contemporanea post-tutto - e dunque anche con le sperimentazioni al cinema che creano quasi un ponte con essa - ho il terrore che si rischi sempre di ballare su questo sottilissimo filo di fraintendimento, di ipotecare su un'opera molto più di quanto abbia in realtà investito il suo autore. Mi chiedo anche se Haneke non abbia semplicemente girato un film uguale per ridere di tutti gli spettatori e critici che sarebbero spuntati fuori con le più disparate motivazioni (confesso che nel caso mi starebbe pure più simpatico, e giuro non è per fare un torto a te, e alla tua recensione che anzi rispetto moltissimo - mi piace sempre confrontarmi con chi ha opinioni diverse e le esprime con la densità teorica e la dimostrazione estetico-filosofica che ne dai tu - e giuro che non è una captatio benevolentiae ^^).

Luciano ha detto...

@Noodles. Sono d’accordo. È proprio questo il bello del cinema, ma mi riferivo ad un mio precipuo gusto personale (il punto di vista della vittima, focalizzazione interna) relativamente a questo episodio (in genere gradisco di più una focalizzazione esterna). Il mio discorso esulava dalla “fotocopia” di Haneke. Ovviamente accetto ed è giusto che l’operazione di Haneke ad alcuni piaccia e ad altri no. L’arte non “dovrebbe” cercare il consenso e probabilmente Haneke se la ride veramente degli spettatori pronti ad adularlo. Magari ha pensato al guadagno (sto solo elucubrando tanto per giocare un po’) per pagare il gioiello costosissimo comprato alla sua nuova amante. Quindi forse chi apprezza Funny Games del 2007 potrebbe dover ringraziare le bizze di una bellissima donna davanti a una vetrina di Beverly Hills. Tutto è possibile e non mi scandalizzerei neppure se Haneke ammettesse pubblicamente la sua debolezza. Gli artisti sono uomini qualsiasi, né migliori né peggiori di altri e spesso non hanno una strategia (artistica). Ma non è questa la bellezza dell’arte? L’interpretazione di un’opera spesso va oltre gli intenti dell’autore stesso. Questo secondo me dovrebbe essere naturale. Se si prende in considerazione un qualsiasi testo e si rapporta al gusto di un’epoca o al gusto “storico” ossia se si analizza il successo sincronico e diacronico del testo, è quasi impossibile non aspettarsi “uno scavalcamento” autoriale. Questo aspetto risulta evidente nella Poesia. La funzione poetica (che per Jakobson si trova in ogni tipo di comunicazione ed è preponderante nella poesia) con il dominio della “polisemia” (per il decostruzionismo superata dalla “disseminazione del senso”) e di una semantica connotativa va molto oltre, anche anni luce oltre, le intenzioni dell’autore. Ma non sono proprio questi aspetti che rendono meravigliosa l’arte? Inoltre voglio aprire una parentesi che non rientra nel nostro appassionante (e per me gradevolissimo) scambio di opinioni, ma solo rendere nota una mia “debolezza” (Be’… è logico che ognuno possieda inclinazioni particolari e personali di gusto: per questo nascono, anzi DOVREBBERO NASCERE discussioni). Sintetizzando fino ai limiti del possibile (e quindi rischiando di scrivere gravi imprecisioni) mi trovo raccordo con le teorie Decostruzioniste nel sostenere che il linguaggio non può spiegare o esprimere l’essere (identità tra testo e il suo contenuto), al limite può solo richiamarlo perché tra essere e linguaggio c’è una “differenza” (per Derrida “differance”) nel senso che la verità dell’essere non viene espressa in modo chiaro e definitivo dal linguaggio perché il linguaggio può contenere solo tracce di questa verità. Il linguaggio non può definire un testo ma diventare un altro testo. Insomma, quando leggo un’analisi critica di un film mi pongo davanti a un altro testo, non cerco spiegazioni di un film, ma leggo per il gusto di “conoscere” altri punti di vista tra cui il tuo che mi sembra ogni volta interessante e da tenere in considerazione.

Ale55andra ha detto...

Penso che insieme al bellissimo post, questi commenti costituiscano la discussione più interessante intavolata su questo film. Ho letto avidamente e curiosamente tutte le vostre opinioni e devo dire che io sto "dalla partte" di Luciano, anche se non sono in grado di esprimere con la sua stessa bravura, gli stessi concetti.

Alicesu ha detto...

voglio fare il percorso inverso. Prima rivedere quello del 97, poi passare a questo.
L'operazione di Haneke a me ha incuriosito molto. Ho pensato ad altri avvenimenti del genere (lo psyco di gus van sant... tra l'altro pessimo) ma nessun regista ha osato ripetersi con tanta decisione.

dome (honeyboy) ha detto...

sempre complimenti per i tuoi post, uno più bello dell'altro (li leggo tutti anche se ultimamente non sto commentando..)
sulle intenzioni dell'autore vorrei dire, velocissimamente, la mia
nella ricerca di un modello, di una strategia interpretativa credo che le intenzioni dell'autore vadano superate, quello che conta è il film (quello che noi vediamo, come lo vediamo, come si relaziona al tempo in cui viviamo, cosa ruba e cosa restituisce all'immaginario popolare, etc..)
ma superare significa voltarsi indietro, cercare anche di capire cosa stiamo sorpassando, perchè, quali "realtà produttive" stiamo ignorando
non sono d'accordo, quindi, con chi riduce l'autore ad una entità anonima.per essere pratici e superficiali: l'opera non nasce da sè
(c'è un bellissimo saggio di D.F. Wallace sull'argomento, non mi ricordo come si chiami e non ce l'ho sotto mano purtroppo ^^)

Luciano ha detto...

@Ale55andra. In effetti i commenti di questo post sono tutti molto interessanti e stimolanti. E devo ringraziare tutti i partecipanti. Sono soddisfatto quando un "articolo" suscita discussioni tanto proficue. Ti ringrazio Ale55andra ma devo dire che quando leggo i tuoi post trovo una grande capacità espressiva.

@Alicesu. Credo che su questo siamo tutti d'accordo: nessuno prima di Haneke aveva "osato" tanto. Avrei preferito anch'io vedere per primo il film del 1997, ma temevo di perdermi questo del 2008.

Noodles ha detto...

Luciano, be' su questo sono d'accordissimo. Il linguaggio e la lettura del linguaggio di un artista è anche soggetto all'epoca in cui viene "letto". Se non altro il relativismo proliferato nel Novecento ha portato almeno questo vantaggio: non arrogarsi mai il diritto di dire l'ultima parola su un'opera, avere cioè ben presente il PROPRIO inevitabile relativismo storico-sociale-culturale, che permette dunque la "sovralettura" di determinate opere. E per me va benissimo, è uno degli aspetti affascinanti del rapporto arte-fruitori.
DEVE per forza esserci differenza tra linguaggio ed essere. L'essere è un'entità definita e data, il linguaggio - specie quello umano, da quello strettamente inteso a tutte le sue proliferazioni artistico-filosofico-e-via dicendo - è di per sé costruzione, artificio, per cui non potrà mai arrivare a esprimere la purezza dell'essere. Può solo produrne un'interpretazione, ed è giustamente questo il bello, ed è anche per questo che noi stiamo qui a discutere sul film di Haneke e sul linguaggio e quant'altro è passato dentro. Anche perché ogni volta che vengo qua ho sempre l'occasione per imparare moltissime cose (la tua cultura mi mette davvero i brividi - rispettosi eh LOL - certe volte). Molto probabilmente spesso non ci "intendiamo" anche perché la mia formazione può essere diversa e sicuramente meno corposa di quella che hai tu. E lo dico senza alcuna volontà di giustificazione o peggio ancora "accusa" di intellettualismo al padrone del blog. Ho sempre fermamente creduto che per capire-empatizzare (non mi piace capire l'arte col solo cervello, analizzandola come fosse un cadavere) bisogna nutrirsi di altra arte, perché molti aspetti che noi troviamo incomprensibili o stupidi, sono in realtà perfettamente a senso se uno ha i "mezzi" per capirli.
E intendiamoci, per me questo processo avviene durante la stessa visione, non è una questione a posteriori (che semmai puoi servire ad argomentare e incolonnare le sensazioni magmatiche ricevute durante la visione/lettura). Altrimenti si viene accusati di andare al cinema/leggere un libro con la lente di ingrandimento e ti dicono ma io se guardo un film/libro voglio rilassarmi/divertirmi e bla bla, non cercare il pelo. Ciò che invece io riscontro (e che non riesco mai a far passare ai miei interlocutori che mi obiettano ciò di cui sopra) è che se uno ha un solido "background" culturale alle spalle, quei collegamenti li fa automaticamente. Il cervello, in fondo funziona come un muscolo. Se lo tieni in allenamento solleva subito una questione come niente fosse, dove invece il cervello da divano e popcorn è talmente ingrassato e pigro che anche per connettere due neuroni trova delle scuse per aggirare il problema, considerato troppo faticoso!

Luciano ha detto...

@Dome. La tua visita mi rende felice, caro amico. È da molto che non posti ed ero molto preoccupato. Grazie sei sempre gentile^^. Per quanto riguarda l’importanza dell’autore devo dire che (riferendomi al cinema) sono sempre stato (e sono) un fanatico sostenitore della “Politique des auteurs” portata avanti dai “giovani turchi”. E anche se oggi si tende a sminuire l’importanza dell’autore io rimango sempre della stessa idea anche se ho attenuato (forse sbagliando) certe mie posizioni eccessive: infatti ritengo che nel cinema (poiché per girare un film serve un cast) il regista non sia in grado di controllare ogni aspetto, ogni momento della ripresa (anche se in parte può rimediare in fase di montaggio); inoltre spesso il suo lavoro viene “disturbato” dai produttori e dalle star. Infatti credo che un grande regista possieda o acquisisca un suo stile personale che lo distingue dagli altri, un idioletto che "attraversa" ogni suo film. Un’analisi trasversale che comprenda più film di un autore sarebbe interessante. Per questo credo che rivestano una grande importanza anche le interviste, eventuali libri scritti dal regista, diari, ecc. Per quanto riguarda la pittura amo “raccogliere” (spesso comprare) diari e altri scritti di pittori. Insomma le intenzioni, i desideri, la “poetica” di un autore è molto importante e secondo me non entra in contraddizione con i propositi del decostruzionismo. Non posso che essere d’accordo con te. Attendo con ansia un tuo post^^

Luciano ha detto...

@Noodles.Io invece ritengo che ognuno possieda una sua cultura, un suo modo di vedere le cose, una sua formazione che per forza non può essere circoscritta tutta quanta dalla cultura di un altro. Leggendo il tuo post mi accorgo delle mie tante lacune che forse non colmerò mai; infatti, faccio un esempio, spesso leggo molte tue recensioni su romanzi letti (e sono tante) che io non ho letto e chissà se riuscirò a leggerne almeno una parte. Pertanto, quando giungo sul tuo blog (ma questo discorso vale anche per molti altri cineblogger) ho sempre l’occasione di imparare qualcosa di nuovo. Nessuno possiede la chiave che apre tutte le scatole, ognuno invece fa le sue ricerche, “ha” le sue letture preferite, viaggia nei musei più amati, ecc. Spesso non ci “intendiamo” perché, come dici giustamente, le nostre formazioni sono diverse (ma non meno corpose). Questo non intendersi è normale. Una volta esistevano i cineforum, ma dopo la visione di un film raramente capitava che qualcuno aprisse la discussione, il silenzio regnava in sala. Poche volte c’era gente che aveva voglia di discutere, e quando accadeva quasi nessuno era d’accordo con gli altri interlocutori. Con la nostra discussione il film cresceva di spessore, si alimentava dei nostri punti di vista. Adesso ci sono i blog con i loro difetti, ma pregni di potenzialità inimmaginabile. Come avrei potuto conoscere tanta gente in gamba in altro modo? Le tue ultime frasi avrei voluto scriverle io. Infatti, quando vedo un film, vedo anche altre cose. Ma è automatico, non mi sforzo. Alcune sensazioni potrebbero aver bisogno di una verifica, ma in generale ho già in mente tutto quanto: un mondo intero, durante la visione, mi viene “scaraventato” addosso e durante la visione interagisco più o meno in base agli stimoli che il film mi dà. Non è faticoso, è stimolante. In questo modo riesco ancora a meravigliarmi, ad emozionarmi (e mi rendo conto dai post che capita a quasi tutti noi). È come scrivere un sonetto: niente di più faticoso e limitante. Due quartine e due terzine di endecasillabi con rima incrociata (ad esempio con schema ABBA ABBA CDE EDC) e, supponiamo, oltre all’accento costante sulla decima sillaba, con accento mobile sulla quarta o sesta. Inoltre nel verso vi è una cesura che lo divide in due emistichi. Insomma, per non farla lunga, scrivere un sonetto senza alcuna esperienza è un volersi far del male (peggio dei cruciverba). E dove se ne va l’ispirazione? Come far coesistere tanto tecnicismo con le esigenze del senso? Il sonetto è una “cadenza”, è ritmo, è una musica perfetta, le parole devono scivolare e devono formare un flusso armonico che induca meraviglia e conduca alla catarsi. Ti assicuro che scrivere un sonetto (dopo faticosi tentativi) diventa quasi automatico, il flusso ti arriva nel dentro non so da dove e le tue emozioni escono dalla penna per formare un ritmo. ;)

Roberto Fusco Junior ha detto...

Cavolo ne vale la pena allora anche per te!
Ancora non vedo "l'originale". Oramai aspetto il DVD e me li sparo tutti e due.

Mario Scafidi ha detto...

ehm... mi inserisco timidamente nei lunghissimi dibattiti che ha sollevato questa recensione per dire che, sebbene non abbia visto nessuno dei due funny game, generalmente non ho pregiudizi nei confronti dei remake. a volte il remake supera l'originale (vanilla sky e apri gli occhi, ad esempio, o ancora è nata una stella, girato tre volte, ed il migliore rimane l'ultimo), altre si finisce sul piano dello scempio (pensiamo al delitto perfetto con michael douglas..). aperta e chiusa la parentesi vi lascio tornare al vostro fitto botta e risposta..!

Luciano ha detto...

@Roberto. Sicuramente avrai letto, oltre al mio post, anche i commenti. Quindi un film che fa discutere (ma più del film fa discutere l'operazione). Non so quale effetto ti farà. Attendo una tua recensione ;)

@Mario. Un botta e risposta graditissimo e utile. Devo ammettere che sono soddisfatto e ringrazio tutti gli amici che stanno partecipando alla discussione. Se ti capitasse di vedere Fanny Games entro breve potresti tornare per lasciare una tua opinione. Ti ringrazio per la visita.

Luciano ha detto...

@Roberto. Come hai visto dai commenti è un film che fa molto discutere (e secondo me è un bene). Le discussiioni sono un momento importante per un cinefilo,scambiare opinioni e punti di vista arricchisce sempre. Pertanto aspetto con ansia un tuo post per conoscere la tua opinione. (Avevo postato la risposta ieri, ma, sono preoccupato, blogspot l'ha mangiata! Non era mai successo!).

Noodles ha detto...

Be' si quello è un guaio/dilemma che mi pongo spesso. Mi ricordo sempre di una battuta di Troisi: "Gli scrittori sono tanti a scrivere, io sono uno a leggere: non li raggiungo mai". Ed è anche vero che nell'oceano smisurato di pubblicazioni uno deve per forza di cosa fare una cernita, seguire un battistrada, altrimenti impazzisce di fronte alle megalopoli libresche che si trova di fronte.
Per i sonetti. Io non son mai riuscito a scrivere poesie. A parte qualche bagatella in versi liberi, che in realtà chiamarla poesia è un insulto. Erano piuttosto pensierini in riga verticale. ^^ Comunque, è vero che l'abitudine alla "tecnica" poi rende le cose più semplici, il cervello si abitua a pensare e - soprattutto - "creare" all'interno dello schema, anche di uno schema chiuso come quello del sonetto. Ora, magari siamo d'accordo che Alla sera e che so Tanto gentile e tanto onesta pare, sono su un piano irraggiungibile, ma perché anche espressione di una genialità probabilmente genetica.
E a proposito di limitazioni, pensavo che Dante santo cielo ha scritto tre cantiche in quella "forzosa" terzina incatenata, eppure non riesco a pensare a qualcosa scritto in italiano che abbia la "libertà" e la "varietà" di quelle cantiche. Credo che insomma l'esperimento gli sia venuto particolarmente bene, se poi il tempo gli ha dato pure la paternità onomastica di quella terzina.
[sono andato parecchio off post! -_-" ]

Noodles ha detto...

Be' si quello è un guaio/dilemma che mi pongo spesso. Mi ricordo sempre di una battuta di Troisi: "Gli scrittori sono tanti a scrivere, io sono uno a leggere: non li raggiungo mai". Ed è anche vero che nell'oceano smisurato di pubblicazioni uno deve per forza di cosa fare una cernita, seguire un battistrada, altrimenti impazzisce di fronte alle megalopoli libresche che si trova di fronte.
Per i sonetti. Io non son mai riuscito a scrivere poesie. A parte qualche bagatella in versi liberi, che in realtà chiamarla poesia è un insulto. Erano piuttosto pensierini in riga verticale. ^^ Comunque, è vero che l'abitudine alla "tecnica" poi rende le cose più semplici, il cervello si abitua a pensare e - soprattutto - "creare" all'interno dello schema, anche di uno schema chiuso come quello del sonetto. Ora, magari siamo d'accordo che Alla sera e che so Tanto gentile e tanto onesta pare, sono su un piano irraggiungibile, ma perché anche espressione di una genialità probabilmente genetica.
E a proposito di limitazioni, pensavo che Dante santo cielo ha scritto tre cantiche in quella "forzosa" terzina incatenata, eppure non riesco a pensare a qualcosa scritto in italiano che abbia la "libertà" e la "varietà" di quelle cantiche. Credo che insomma l'esperimento gli sia venuto particolarmente bene, se poi il tempo gli ha dato pure la paternità onomastica di quella terzina.
[sono andato parecchio off post! -_-" ]

Luciano ha detto...

@Noodles. Ho iniziato io con l’esempio dei sonetti, perché hai toccato un argomento per me molto importante: il modo di vedere un film. Questi discorsi mi rammentano un bellissimo libro di Edoardo Bruno (“Dentro la stanza”). Tutto il suo ragionamento inizia da una domanda. Scusami se la riporto. Il capitolo si intitola: Un paradosso estetico.
“Perché quando sfoglio un libro di cinema la fotografia di un film cessa di essere una fotografia e diventa film? Perché la mia memoria si sovrappone all’immagine immobile e attraverso quei segni iconici, rivedo il film?”. C’è modo e modo di vedere un film e ognuno può guardare in qualsiasi modo preferisca, ma sicuramente ci sono tanti modi più interessanti, non faticosi, ma stimolanti che ci trascinano nei vari sottotesti o nella memoria di altre immagini non presenti nel film. “Partiamo da un’immagine e immediatamente mettiamo in moto qualcosa che non ha niente da vedere con l’immagine, saltiamo gli elementi costitutivi, saltiamo l’ordine del linguaggio, la lettura analitica dei segni, e riconnettiamo il nostro giudizio a un’immagine che non c’è, all’immagine della memoria di un’altra cosa, di una cosa che forse non abbiamo direttamente visto ma che una serie di meccanismi mentali mette in moto, chiarisce e confonde in noi stessi, afferma e nega, in una oscillazione di sensi […] (Bruno). E questo modo di vedere non è, come pensano molti, snobismo o intellettualismi vari.

Roberto Fusco Junior ha detto...

C'è stato qualche problema con Blogger in questi giorni. Per quanto riguarda i film, appena li vedo ne scriverò qualcosa.

Luciano ha detto...

@Roberto. Sì purtroppo e su questo post continuano ad esserci. Per visualizzare i commenti buoni devo postare commenti fasulli perché solo così mi "appaiono" quelli desiderati. Spero che ciò nopn capiti con i prossimi post. Attendo con ansia le tue opinioni sui film visti.

filippo ha detto...

NO NO!

Questo è un progetto che non mi ha per niente convinto...che oltretutto denota una smisurata e fastidiosa considerazione di se che me lo fa digerire ancora meno...

COntinuo a preferire quello del 97...

Luciano ha detto...

@Filippo. Il film del 1997 è senz'altro migliore (anche perché è originale), ma questo denota una scelta che risulta a sua volta (qualunque siano i motivi)originale (mai tentata prima), scelta che ovviamente (e giustamente) fa discutere. Naturalmente ribadisco ciò che ho scritto anche nei commenti precedenti e prendo atto ancora con maggiore consapevolezza della notevole quantità e ottima qualità dei pareri discordi. ;)

Zenn ha detto...

non sapevo che haneke avesse accmpato tutte queste scuse sulla violenza che parla inglese per coprire l'intento fondamentalmente masturbatorio che si cela dietro questo pessimo remake...

Luciano ha detto...

@Zenn. La tua visita mi fa molto piacere. Immagino che tu non possieda un blog, altrimenti sarei felicissimo di poterlo visitare. Be'... ormai dai commenti sopra sai quale sia il mio punto di vista. A presto e grazie di nuovo!