18 dicembre 2007

L'ultimo metrò (François Truffaut, 1980)

L’Ultimo metro è soprattutto una riflessione del rapporto strettissimo tra cinema e teatro. Dopo un film “metacinematografico” qual è “Effetto notte”, Truffaut prosegue la sua strada verso lo sviluppo di una trilogia del linguaggio (l’ultimo episodio avrebbe dovuto incentrarsi sul music hall). Il rapporto tra cinema e teatro non si incentra soltanto sulla storia ma anche e soprattutto sugli aspetti formali. Il film racconta la vita quotidiana di una compagnia teatrale operante a Parigi durante l’invasione nazista del 1943 e del coraggio di attori e spettatori nel frequentare il teatro per via del coprifuoco. L’ultimo metrò è appunto l’ultima corsa verso casa prima del divieto di circolare per le strade notturne di una Parigi deserta. Quello che sembra un eccesso narrativo, e che teoricamente possiede le caratteristiche del melodramma (storia, dramma, coraggio, amore, tradimento), si sviluppa in realtà verso altre direzioni a seconda delle prospettive di analisi. Dal punto di vista della storia gli eventi sembrano precipitare con l’arrivo della Gestapo sopraggiunta per arrestare il regista della compagnia nascosto negli scantinati dalla moglie Marion, ma l’arresto non avviene; oppure il tradimento di Marion che fa all’amore con Bernard (il protagonista maschile della pièce) viene esperito con naturalezza. Gli eventi in sintesi non sconfinano tanto nel melodramma quanto nella commedia, pur essendovi sempre una suspense dovuta al pericolo incombente (guerra, coprifuoco, Gestapo). Per quanto riguarda il linguaggio siamo di fronte ad un confronto/osmosi di un cinema che entra ed esce continuamente dal teatro, nel senso che il cinema assorbe il teatro trasformandolo in un aspetto importante e irrinunciabile del suo stesso percorso. La riflessione sull’importanza della recitazione e del rapporto tra attori, ma soprattutto tra attori e pubblico, scorre lentamente dal teatro al cinema. Lo spettatore teatrale interagisce direttamente con i suoi idoli, applaude, soffre, osserva il sudore che scorre sui volti, sente la tensione che penetra nella sala (il fuori della Storia), premendo sulle cose e sulle persone. In fondo la Storia potrebbe colpire duro attraverso la propria mano armata, tramite la censura (il critico della rivista filonazista Daxiat stronca lo spettacolo definendolo filo-ebraico), ma si tiene debitamente a distanza, perché il film non è solo un evento storico, ma anche un discorso estetico, ossia una ricerca del rapporto/scambio tra autore, attori e pubblico. Ma il pubblico interno al film, il pubblico teatrale, divenuto nel cinema pubblico di attori, è il simulacro che incarna lo spettatore esterno (il pubblico che Truffaut immagina mentre gira il film, il pubblico che affollerà in seguito le sale per vedere “L’ultimo metrò”). Il pubblico interno è un quindi un relè, un delegato del pubblico ideale (non di noi spettatori reali del 1980 che attendiamo con ansia la prima del film). Quindi il film, oltre a scandagliare le possibilità estetico-formali del cinema-teatro, è anche in parte (senza però spingersi a fondo come nei film di Godard) un discorso sulla semiologia del film. Il film insomma si pone delle domande. Che pubblico verrà a vedermi? Di quale classe sociale? Saranno giovani neofiti e nostalgici amanti della Nouvelle Vague o maturi/vecchi nostalgici dei tempi della Parigi occupata dai nazisti? Quanto il personaggio, il carattere del personaggio, influenza l’attore e con esso lo spettatore? E quanto l’attore “occupa” l’anima del personaggio? E via di seguito. Ma il film è anche e soprattutto lo scorrere lento e implacabile o ellittico e inesorabile di un tempo “teatralcinematografico”. Come possono coesistere i tempi del film con quelli del cinema? Se il cinema prende una pièce e la rappresenta tenendo conto dei tempi del teatro è sempre cinema? Non diventa una ripresa teatrale? All’opposto se il teatro cede ai tempi del cinema, non è che diventa un banale film sul teatro? Truffaut usa espedienti di ogni tipo per far coesistere i due tempi, espedienti degni di un regista immenso qual è stato. Espedienti narrativi, psicologici, storici, ma soprattutto stilistici e linguistici. L’esempio per me più immenso è la sequenza finale che voglio provare a descrivere perché nel vederla (lo ammetto) ho pianto. Ma non ho pianto lacrime narrative bensì lacrime estetiche. Ammetto che non avevo mai pianto esteticamente prima di questo film (è successo molti anni fa). Bernard (che fa parte della resistenza) annuncia a Marion Steiner l’intenzione di abbandonare la compagnia teatrale per unirsi alla resistenza (storicamente siamo già credo nell’estate del 1944) e Marion lo bacia, quindi i due si amano (in questo modo Marion tradisce il marito nascosto nello scantinato del teatro). L’intreccio prosegue fino all’epilogo (per me la sequenza più bella), quando Marion va in ospedale a trovare Bernard che è stato ferito. Marion entra nella stanza dove sul letto è coricato Bernard. Sulla parete dietro il letto vi sono delle finestre e al di là delle finestre vediamo la facciata di un palazzo e delle persone affacciate alle finestre del palazzo; e qui siamo ancora nel cinema, il cinema che sta per mostrarci la più clamorosa, la più incredibile ellissi che abbia mai visto (sto lacrimando anche mentre scrivo). Improvvisamente dietro le finestre le persone affacciate non sono più reali, ma sono personaggi dipinti e la parete dietro il letto adesso è una quinta. Bernard scende dal letto e insieme a Marion, mentre il sipario si alza, ringrazia il pubblico che applaude.

62 commenti:

monia ha detto...

Un bellissimo film, penso che truffaut in tutta la sua carriera di regista, ma soprattutto di grande artista non abbia mai vacillato (anche se qualche suo film ancora mi manca);prima di guardare i suoi ultimi film ho pensato che forse avrebbero deluso e invece niente, i suoi film sono opere uniche sempre sorprendenti e mai banali. A volte penso a quanto sia ingiusto che se ne sia andato così presto, lui che al cinema ha dato tantissimo, chissà quanto ancora avrebbe potuto fare.ora smetto altrimenti mi prende una malinconia...
ciao

gea ha detto...

il film lo vidi (mai per intero)diversi anni fa, a più riprese...
(infatti non è penetrato...)
però ho letto quello che dici e, con rammarico mi domando: mi manca qualcosa nel cuore?
:perchè ti commuovi? (scusa la domanda, sarà sciocca, ma non capisco)

honeyboy ha detto...

io ho visto poco di truffaut ma quel poco l'ho semplicemente amato!
stupendo ciò che scrivi e spettacolari le "lacrime estetiche"!
devo assolutamente godere di questo film e di quel finale (e tornerò poi a rileggere, ovviamente!)

Luciano ha detto...

@Monia. Purtroppo è morto ancora giovane e... sì, anch'io spesso mi chiedo quanti e quali altri capolavori avrebbe potuto donarci. Non lo sapremo mai. Ma comunque possiamo sempre vedere e rivedere ogni giorno differenti dal giorno prima i suoi straordinari e numerosi capolavori che Truffaut ha creato... per noi.

@Gea. Grazie per la visita. Ho cercato di ricambiare ma non riesco a vedere il tuo profilo (se dovessi avere un tuo blog fammi sapere). Non ti manca niente nel cuore, abbiamo solo gusti diversi e ciò che a te non fa effetto a me sconvolge ma potrebbe capitarci anche il contrario, in tal caso sarei io a non avere cuore. Non mi commuovo per l'intensità delle emozioni espresse (il film in verità non presenta momenti intensansamente emotivi) quanto per l'intensità (e la genialità) dell'espressione formale capace di incidere sugli aspetti più narrativi. Ciao.

@Grazie Honeyboy. Se ti conosco bene credo che ne ricaverai una meravigliosa recensione ^^

chimy ha detto...

Uno dei pochissimi Truffaut che mi manca... devo recuperarlo.

Un saluto

Luciano ha detto...

@Bene, se ti capita di vederlo ci tengo a conoscere la tua opinione. Ciao.

Noodles ha detto...

T'avverto ora rischiamo di aprire un'altra tavola rotonda. tu non sai che hai fatto pubblicando questa recensione. Un chilo di cavoli miei che potrete saltare subito: ADORO truffaut, è più di un rispetto, un amore cinematografico; non so come ma Truffaut è come se conoscesse la mia infanzia e la parte più intima di me e l'abbia trasferita nei suoi film (come credo capiti a molti altri eh).
Ultimamente son lì lì che mi balocco che vorrei scrivere una recensione de La femmes d'à coté che è uno dei suoi film che prediligo. Insieme pure a L'ultimo metrò.
Mi soffermerei in particolare proprio sul finale, quel gran coup de theatre - è il caso di dirlo - che non è un semplice trucchetto ovviamente, ma svela appieno l'idea base del film, l'intreccio, come scrivevi, tra cinema e teatro(e libri) e vita, che è come a dire il paradigma della vita del signor T.
Ci sono le donne qui, donne che amano uomini e che amano donne. Truffaut quando le racconta è superiore a tutti quanti, c'è un amore una partecipazione, un sentire, una compassione nel senso proprio etimologico, che è difficilissimo da trovare.
E poi Marion è l'emblema di molte altre sue donne: forti, volitive, ma senza essere stupidamente contro.
Ciò che comunque mi piace di più di L'ultimo metrò è l'atmosfera. Truffaut ha creato in manera perfetta quel senso di soliderietà, di cameratismo che vive dietro le quinte e l'ha rimescolato col cinema e le passioni umane. Per certi versi questo è anche più caldo e vivo di Effetto notte (che pure è un capolavoro).
Ma vabbè sto sconnettendo, non so di che sto parlando, sto andando alla cieca. lasciamo perdere. Truffaut, come per tutti i registi che "sento" molto, mi fa sbarellare e non sono capace d discutere criticamente!

Luciano ha detto...

@Noodles. Be’ allora ti sei sicuramente immedesimato nei ragazzi degli anni in tasca (oppure nel ragazzo selvaggio) senza tener conto dei quattrocento colpi. Ragazzi, ma, come hai detto, anche Donne: la Deneuve, ma anche la Ardant, la Moreau o la Bisset, persino la bellissima e sfortunata Dorléac (sorella della Deneuve, morta giovanissima per un incidente d’auto) o l’algida Julie Christie. Quante donne! Donne bellissime piene di fascino, donne che Truffaut ha saputo “dirigere”, riuscendo ad estrarre il meglio della loro essenza femminile. Marion è una sorta di sintesi delle donne che attraversano tutti i suoi film: come hai giustamente detto, donna forte, volitiva, ma anche sensuale, dolce amante e donna che tradisce senza drammi né sensi di colpa, perché è una donna che sa solo amare. Meravigliosa. Sono d’accordo. Truffaut sapeva raccontare le donne, in questo era immenso. Il film è paragonabile senz’altro a Effetto notte. Per molti L’ultimo metrò gli è nettamente inferiore, ma io non ci scommetterei tanto. Effetto notte è sicuramente la finestra sul cortile di Truffaut, ed anche un film complesso, esteticamente perfetto, stilisticamente insuperabile, ma in effetti nelle sue vene scorre un sangue meno bollente (però per me ha altre qualità che L’ultimo metrò possiede in modo più sfumato). Ti riporto (scusami per la citazione) questa frase di Truffaut (che sicuramente conosci) tratta dal suo libro “Il piacere degli occhi” (p.31): “… trovo più poesia in una sequenza che mostra un bambino mentre asciuga i piatti che in un’altra dove lo stesso bambino vestito di velluto raccoglie dei fiori in un giardino al suono di un brano di Mozart”. Come non amare François Truffaut?

Noodles ha detto...

Ecco quella frase che hai citato lo (auto)definisce benissimo (tra l'altro che belli i suoi due libri di critiche. Io preferisco però I film della mia vita, il Truffaut meno "turco" e più placido). Ad ogni modo ovviamente hai ragione quando parli dei suoi film sui bambini, e sì, ho proprio una particolare passione per Gli anni in tasca. Non slo perchè è il primo tra i suoi che ho visto, dunque c'è anche un'affezione sentimentale, ma proprio perché credo sia quello che registra al meglio l'infanzia colta nella sua dimensione più quotidiana e normale (dove invece che so un altro capolavoro - nonché uno dei miei film preferiti in assoluto - come I 400 colpi affronta un personaggio più controverso e ribelle - qui poi ci sarebbe da aprire tutta la questione sul ciclo Doinel, esempio-ciclo unico della storia del cinema, ma lassamo sta - è che io mi immedesimo a tutto birra in antoine... ^^ ).
Su Effetto Notte: è indubbiamente più "perfetto", o almeno, più "paradigmatico", e ovviamente fai benissimo a definirlo la sua finestra sul cortile (vogliamo poi ringraziare ad infinitum il signor T per quella bibbia che si chiama Il cinema secondo Hitchock?), ma forse anche per questo un po' meno "sentimentale" - almeno nella trama - perché è evidente che in ogni fotogramma di quel film ci sia tutto l'amore di truffaut per il cinema (intendiamoci, pare che sto screditanto effetto notte, lungi da me eh).
Alle donne truffautiane aggiungerei anche la Adjani, attrice modesta, da cui pure Truffaut ha carpito una interpretazione ossessionata da Oscar. Mi fa piacere anche che ricordi la bellissima e sfortunata Dorleac (e poi vogliamo dire un attimo quant'è bello quel titolo originale che la vede protagonista? La Peau douce, banalmente volgarizzato in italiano). C'è quella scena dell'ascensore che me la rivedrei mille volte... da cui poi torniamo a un'altra delle sue ossessioni: c'è forse qualcuno che ha saputo filmare un feticismo (le gambe delle donne) con una leggerezza tale e una amore assoluto da annullare ogni vieta pruderie e tramutarla in un atto d'amore assoluto? Le gambe della Ardant che chiudono La signora, e che aprono Finalmente domenica, o quelle di Marion (cito a memoria parafrasando, Lucas: "Credi che ti faccia salire per prima per galanteria? è solo per guardarti le gambe..."), o quelle della madre di Antoine... eccetera eccetera.
avremmo bisogno di un truffaut oggi. mi chiedo cos'avrebbe fatto se la malattia non l'avesse fermato così presto (anche se lui diceva che n altro paio di film e poi si sarebbe fermato, il cinema andava troppo avanti per lui... :p ). Ma vabbè sto divagando troppo!

Noodles ha detto...

p.s. c'è un aspetto di truffaut che ho sempre amato molto, quel suo aforisma (che viene dritto, non a caso, da Effetto notte), secondo cui i film - e parafrasando, l'arte, le storie, la letteratura, - viaggiano come treni nella notte, spediti, ben più perfetti della vita. Nell'arte puoi tagliare, saltare, collegare, evitare i tempi morti...

Luciano ha detto...

@Noodles.Giusto, ho dimenticato la Adjani e pensare che vedo tutti i giorni la sua immagine di Adele H. immortalata sulla copertina del Piacere degli occhi. E sono d’accordo che se cominciassimo a discutere sul ciclo Doinel non smetteremmo più e i blog diventerebbero solo contenitori “di Doinel”. Sulle gambe delle donne poi nei film di Truffaut qualcuno potrebbe scriverci un intero saggio. Quando penso alle gambe e a tutto quello che significano rammento sempre (come hai già detto anche tu) la sequenza di Finalmente domenica in cui Julien dal seminterrato della sua Agenzia osserva le gambe delle donne (unica parte del corpo che può vedere dalla sua prospettiva) che camminano sul marciapiede. Barbara si accorge di questo suo particolare passatempo e appena lo saluta ed esce per la strada si sofferma un attimo decidendo di cambiare direzione per passare davanti alla finestra del seminterrato allo scopo di mostrare le sue gambe a Julien. Be’… non ci crederai… questa per me è una delle sequenze più erotiche che mi sia capitato di vedere (nel cinema ve ne sono tantissime altre naturalmente). Ogni volta che la vedo sento nell’aria un dolce profumo (forse uno Chanel n°5?)tenue, delicato, che allarga le narici e inebria la mente. Questo è uno degli effetti che mi fanno i film di Truffaut. Poiché ti piacciono i film con bambini e poiché discutiamo della donna nei film di Truffaut, non so se hai visto Les mistons un corto del 1957, girato prima dei 400 colpi. Ebbene in questo corto sono già presenti quegli aspetti che poi ricorreranno spesso nei suoi film: i monelli che si divertono a infastidire una coppia di innamorati, le prime pulsioni sessuali dell’adolescenza, la bellezza (altra donna: Bernadette Lafont), le gambe femminili, i lazzi e le urla dei monelli che ricordano i ragazzi degli Anni in tasca, ecc. Un corto che gli appassionati truffautiani dovrebbero possedere. In quanto ad Effetto notte… se dovessi scriverne sul blog probabilmente anche in questo caso dovrei spezzare la mia recensione in più parti (ma questo vale per ogni film e a maggior ragione vale per i film di Truffaut). Quando si parla di Truffaut non è facile dire: questo è migliore, questo perfetto, questo ha qualcosa in più, quest’altro qualcosa in meno. Sì, lo so, si dice (lo dico anch’io), ma sai meglio di me che è troppo riduttivo, forse banale (e critico me stesso che tendo a banalizzare), e in effetti il termine che usi, “paradigmatico” (riferito a La nuit américaine) rende bene l’idea di come dovrebbe essere gestito un approccio a questo film che (lo sai meglio di me) contiene all’interno un altro grande film: Je vous presente Paméla. Mi fermo perché anch’io non smetterei mai di discutere su Truffaut. Grazie Noodles. Ciao.

P.S. su un vecchio libretto, che era nella confezione insieme al VHS di Effetto notte, tra le tante cose ho trovato questo dialogo (bisogna che riveda il film ,perché non lo ricordavo) che è appunto l'aforisma da te citato. Te lo riporto: "Nei film non ci sono intasamenti", dice Ferrand a Jean-Pierre Léaud, "né vuoti, né tempi morti. I film avanzano come treni nella notte."
Grazie per avermi ricordato questa bellissima frase.

Noodles ha detto...

E poi quella sequenza di Julien verrà omaggiata, con fare un po' caustico, dal Moretti di Bianca ^^
Sono d'accordissim sul potere erotico-seduttivo di quella sequenza, senza parlare poi della sua originalità, ma è un tratto distintivo di Truffaut. Quante volte ad esempio ha trattato l'amour fou e senza mai ricadere in facili schemi, senza nemmeno mai autoimitarsi (anche quando è stato sfortunato al botteghino in realtà non lo meritava: c'è forse una storia d'amore altrettanto carnale - e non nel senso erotico-banale del termine - e sanguigna di Le due inglesi?). Sull'erotismo penso anche alla coppia Bernard/Mathilde (eh si ci ritorno scusami, adoro questo film); credo si veda appena una volta la Ardant leggermente svestita (coperta comunque da una camicia) eppure quel film trasuda passione ed erotismo da tutti i pori, di quelle passioni inarrestabili, romantiche, eppure truffaut la pianta in un contesto del tutto quotidiano, e da qui forse nasce anche più frizione, tra le partite di tennis, le cene coi coniugi e frasi come né con te né senza di te [per non parlare del gioco tipico delle rifrazioni in Truffaut, con la madame che racconta la storia ed è stata "vittima" anche lei in passato di un amour fou...]
Le Mistons è bellissimo!!! E Bernadette è bellissima in quel corto. tra l'altro, come diceva spesso T stesso, è possibile rintracciare lì già tutti gli elementi del suo cinema futuro, dai bambini, all'amore, alle donne, al sentimento che nasce, al "pedinamento" che sembra anticipare un po' quello di Baci rubati (altro film che - checché se ne dica, che a volte lo guardano con sufficienza come fosse una commediola da due soldi - per me è un capolavoro).
Assolutamente d'accordo: per Truffaut, un po' come Kubrick e Leone, non riesco a fare distinzioni. Nel senso che, si, ok, ci sono un pugno di film che proprio svettano per questioni miei personali, ma in senso oggettivo non riuscirei a bocciarne neanche uno. sono tutte perle. [tra l'altro stasera su sky danno La camera verde se non erro].

p.s. Eccolo là si!
però la MIA frase Truffuatiana, giustamente famosissima, è un'altra ancora, roba che la cito di continuo come fosse il rosario, e viene da L'uomo che amava le donne (altro titolo auto-paradigmatico) - la cito in francese perché nella lingua di Truffaut ha un effetto musicalmente anche più grande : "Les jambes des femmes sont des compas qui arpentent le globe terrestre en tous sens, lui donnant son équilibre et son harmonie."

Anonimo ha detto...

Quasi quasi hai fatto piangere anche me sul finale, nonostante non abbia ancora visto questo film che sono sicura mi emozionerà tantissimo. Bellissima analisi, come sempre ^_-
Ale55andra

Luciano ha detto...

@Noodles.Questa frase dell’Uomo che amava le donne non la ricordavo. Bellissima! Frase che rappresenta bene l’idea truffautiana di erotismo. Me la segno per ritrovarla quando rivedrò il film. Per quanto riguarda la coppia Bernard/Mathilde non posso che concordare: ogni scena è impregnata di erotismo e la passione si sente persino nel respiro dei due, si vede nelle immagini, nel loro rapporto tragico, nell’uomo forte che la picchia ma che poi s’indebolisce. L’erotismo trasuda persino dal prato dove i due fanno l’amore prima che lei spari. Una storia talmente sanguigna che poteva essere raccontata solo da Madame Jouve. Dovrei rivederlo questo film. Ormai assente al mio sguardo da diversi anni. Una delle migliori Fanny Ardant (tra l’altro incarnazione stessa dell’erotismo, non bellissima, ma charmante, affascinante, flessuosa, donna che cattura lo sguardo). Naturalmente sono d’accordo anche su Baci rubati che non è affatto quel film banale come molti pensano. E’ invece per me un film di altissima qualità, forse una dei migliori (dico migliore ma con T. “migliore” è pleonastico). Il film è tante cose e si può godere da tanti punti di vista: psicologico e/o come una storia di formazione, la vita di Doinel che prosegue, tematico (le donne di Doinel e il loro prezzo sia sostanziale che metaforico oppure l’amore e la sua imprevedibile crudeltà, ecc.)., estetico, formale, ecc. (Smetto perché mi viene voglia di fare una recensione su questo film e per il momento non mi è possibile). Grazie Noodles per i tuoi preziosi e stimolanti interventi. Ciao.

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Ti ringrazio. Se ti capita di vederlo fammi conoscere la tua opinione. A questo punto spero che ti emozioni, altrimenti potrei passare per un "piagnone". ^_-

Ciao!

Mario Scafidi ha detto...

la tua minuziosità analitica dei film mette a disagio nel momento in cui si voglia psotare un ben più spicciolo commento. L'Ultimo Metrò è un film bellissimo, intriso dei messaggi metaforici che hai ben delineato. Tuttavia una cosa mi è maggiormente rimasta impressa dopo la visione (qualche annetto fa): la sensazione di aver visto una commedia laddove veniva rappresentato un dramma. Perchè i toni insolitamente lievi per l'argomento trattato mettono fuori strada lo spettatore, lo sganciano dai soliti clichè delle pellicole sulla resistenza antinazista (un po' tutte uguali tra di loro), e lo portano su di un piano del tutto inedito, in cui la tragedia viene osservata impietosamente ma col sorriso sulle labbra. Poche parole da spendere sulla coppia depardieu/deneuve.

Luciano ha detto...

@Mario. Infatti il film poteva essere presentato come un melodramma, ma Truffaut ha, secondo me, esplicitamente evitato di cadere nella "trappola" del classico melodramma (e gli ingredienti c'erano tutti) proprio perché il melodramma avrebbe portato verso altre sponde. I film di Truffaut spesso trattano di grandi tragedie umane (pensa alla Sposa in nero o alla Signora della porta accanto) o di piccole ma sempre snervanti tragedie quotidiane (tradimenti, rifiuti, incomprensione). Eppure Truffaut ha sempre dato un'impronta, che definirei "morbida" ai suoi film, proprio perché "il melodramma" avrebbe potuto distogliere l'interessa da quello che Truffaut voleva veramente fare. I suoi film sarebbero stati film come tanti (anche tu lo hai sottolineato), invece ha mostrato come la vita, l'amore, il coraggio, convivano anche con le grandi tragedie. Ha mostrato come le piccole cose quotidiane (sentimenti, oggetti, rapporti interpersonali) continuano la loro esistenza (anche trasformandola)nonostante i grandi drammi (guerra, violenza,omicidio).

monia ha detto...

mi sono letta tutti questi post tra te e noodles (ti cui tra l' altro non riesco a trovare il blog), e volevo farvi i complimenti per come ne parlate facendo sentire insieme alla parte più analitica anche quella emotiva, perchè è un buon modo per far amare truffaut anche a chi non lo conosce (spero di riuscirci anch' io prima o poi). io fin da quando ho visto i suoi primi film ho pensato che una persona che tratta con tanta delicatezza un tema come quello dell' infanzia non poteva che essere una persona semplice e limpida; forse anche per questo è riuscito poi a parlare di passioni forti e distruttive senza lasciare quasi mai che lo spettatore avesse un giudizio sul comportamento non proprio ortodosso dei protagonisti (La femme d'à côté). quella frase che citi dal piacere degli occhi (“… trovo più poesia in una sequenza che mostra un bambino mentre asciuga i piatti che in un’altra dove lo stesso bambino vestito di velluto raccoglie dei fiori in un giardino al suono di un brano di Mozart."), mi colpì moltissimo e ogni volta mi fa pensare a i bambini al tatrino ne les 400 coups; anche dai suoi scritti si evince questa personalità sempre entusiasta. pensando a lui mi viene in mente una frase, che adesso non ricordo proprio dove l' ho letta: "bisogna mettere nel lavoro l' entusiasmo che il bambino mette nel gioco" questo ha fatto truffaut e per questo è così immensamente grande e piccolo allo stesso tempo.
ciao (scusa per il post lunghissimo)!

Luciano ha detto...

@Monia. Il tuo intervento è graditissimo e non c'è niente da scusare. Il nome del blog di Noodles è "Nessuno ti amerà come ti ho amata io" e lo trovi sulla barra laterale a destra dei blog da me linkati.

"(spero di riuscirci anche io prima o poi)"

Mi sembra che ci stai già riuscendo e il commento che hai fatto sopra mi sembra già un intervento interessante e appropriato di una persona che ama Truffaut e ha capito qual è lo spirito del regista. D'altronde una cinefila appassionata come te della Nouvelle vague e di un certo tipo di cinema non poteva che esprimere giudizi ed emozioni da tenere in considerazione. E' ovvio poi che ognuno possiede un suo gusto e una sua sensibilità. Ed è logico che non a tutti possa piacere Truffaut. D'altronde, lo sai, tra Godard e Truffaut non correva buon sangue. Proprio in seguito a Effetto notte vi fu un "infuocato" scambio epistolare". Scrive Godard "Sei un bugiardo. Tu dici: i film sono dei grandi treni nella notte, ma chi prende il treno, in che classe, e chi lo guida con la spia della direzione di fianco? [...] Visto effetto notte dovreste aiutarmi, perché gli spettatori non credano che i film si fanno solo come i tuoi". Truffaut gli risponde: "Me ne strabatto di quel che pensi di Effetto notte: quel che trovo penoso da parte tua è il fatto di andare, ancora oggi, a vedere un film come quello, film di cui conosci in anticipo il contenuto che non corrispnde né alla tua idea di cinema, né alla tua idea di vita". Godard e Truffaut (da me entambi amati) non andavano d'accordo.

Noodles ha detto...

eheheh pure a me con queste sempre interessanti discussioni che si fanno qui mi solletica poi l'idea di scriverne recensioni. Ad ogni modo, mi piace qui ricordare il ciclo Doinel, ora che, da poco, Sabine (Claude Jade) se n'è andata per sempre (anche lei in fondo non anziana) col suo creatore, lasciando il povero antoine-leaud proprio solo.
A proposito di La signora della porta accanto: c'è praticamente tutto truffaut, dall'amour fou, agli intrecci vita/racconto (con Madame Jouve), alla "delicatezza" con cui tratta i personaggi (il film funziona perché quelli che sarebbero gli antagonisti - i coniugi traditi - sono in realtà simpatici e comprensivi, oltre ogni modo. Arlette, la moglie di Bernard ,arriva addittura a dirgli che lo invidia, per quella passione così sincera e bruciante che prova) sino al rapporto classico tra donne più mature e uomini infantili (Bernard ha quel lavoro coi modellini che ne fanno quasi un bambinone che gioca con le barchette radiocomandate, per non parlare poi di Depardieu, figura di gigante-bambino buono). L'unica variazione, stavolta, è che Mathilde, al contrario dei personaggio forti è un una donna fragile (di nervi) e a volte di fisico. Al contrario di Marion, senza dubbio - mi pare che fosse Depardieu a definire la divina Catherine "l'uomo che avrei voluto essere" ahahah - e qui mi fermo che se apriamo una discussione sulla mia adorazione per Cathrine finiamo dopo capodanno. La fragilità di Mathilde tra l'altro permette a Truffaut delle sequenze che in mano ad altri sarebbero dei cliché vietissimi: Mathilde sviene dopo il prim bacio dopo anni con Bernard... e dove poi? nel garage di un supermarket! adoro i contrasti tra romanticismo e quotidianità in quel film.

Monia mi hai trovato poi :p
Comunque grazie per ciò che scrivi. è un monito affinché altri si uniscano. Il bello di questi commenti sta proprio nei dialoghi che intessiamo tra di noi tra le visioni che ci scambiamo ognuno sui film che amiamo, in comune. E credo che anche Luciano sia della stessa idea. :)
Il mio blog non appare più perché l'affaruccio dei commenti qui non mi permette più di inserire l'url e nn so perché.

Deneil ha detto...

voglio assolutamente vederlo!se non altro per il finale..sembra straordinario!mi organizzo subito!

Luciano ha detto...

@Noodles. L’incipit di questo film mi affascina particolarmente per via della voce off di donna che crea l’illusione di un narratore extradiegetico (come accade in tanto cinema classico), ma dopo una dissolvenza incrociata affiora il primo piano di Madame Jouve che prosegue la narrazione guardando in macchina e interrompendo quella complicità che lega lo spettatore al film, come a dire: io ti racconto una storia e tu fai finta di crederci. Invece qui Truffaut tiene a mostrarci e a dirci che in fondo siamo al cinema e nonostante tutto il cinema non è la vita e che nel cinema è tutto sotto controllo a differenza della vita dove è tutto sotto sopra. Infatti Madame Jouve interrompe immediatamente l’illusione di realtà dando forma ad uno dei deittici più belli della storia del cinema. Vediamo Madame Jouve davanti a un campo da tennis che improvvisamente ci informa di non crederla una tennista. Ci avverte che le informazioni ingannevoli sono causate dalla macchina da presa soffermatasi a inquadrare il suo volto, quindi chiede esplicitamente che la macchina da presa si allontani per mostrare che la donna, adesso inquadrata in un campo lungo, cammina con l’ausilio di un tutore. Quindi un narratore extradiegetico, forse generalizzando, che paragonerei al Walbrooks de La ronde di Ophuls (tanto per rimanere nell’ambito del cinema francese). Ma ancora una volta Truffaut ci stupisce, perché, mostrandoci come il cinema sia un mondo dove tutto è possibile, Madame Jouve si trasforma in narratore intradiegetico poiché interagisce con gli altri personaggi. La storia anzi a momenti si racconta da sé tramite un’istanza astratta che nel cinema denota volontà di” rappresentazione” più che “narrazione”. Insomma quello che sembra un film leggero (pur nella tragedia – attualissima – dell’omicidio-suicidio) è in realtà cinema, grande cinema (per me) opaco, non trasparente né naturalistico.

In un commento ho scritto “fanno l’amore sul prato” (scusami per il refuso), sappiamo benissimo che fanno l’amore sulla moquette.
Confermo che sono della tua stessa idea riguardo agli scambi di opinione. Inoltre mi dispiace per il problema causato da blogger ma per il momento non so che fare (ci sto pensando ma purtroppo non possiedo conoscenze tecniche sui blog e l'HTML.

Luciano ha detto...

@Deneil. Mi farebbe molto piacere conoscere la tua opinione su L'ultimo metrò. Ciao.

monia ha detto...

secondo me il massimo della "finzione", che ci porta a pensare a un film come tale e non come vero, nella femme d'à coté, è quando madame jouve dice "li vediamo qui posare per una fotografia ideale" a quel punto tutti sono portati a pensare che ci sia una costruzione, che quel che si vede sullo schermo non è reale e infatti madame jouve prosegue sottolineando "...che non è mai stata scattata". lo spettatore è portato a chiedersi perchè stanno posando per una foto che non esiste per nessuno, ne all' interno ne all' esterno della storia; perchè madame jouve ce lo dice esplicitamente, non ci fosse stata questa voce narrante avremmo pensato che fossero lì davanti alla casa realmente ed invece truffaut sottolinea la finzione. secondo me questa trovata è semplice ma di straordinario effetto.

Edo ha detto...

Questo mi manca. Non ho letto la descrizione della scena finale per non rovinarmi l'emozione che avrò nel vederla. Grazie! Un saluto

filippo ha detto...

di truffaut ho visto veramente poco...questo lo devo assolutamente recuperare...
Un saluto!

Luciano ha detto...

@Monia. Sì, la scena della foto mai scattata è stupenda, perché sottolinea la distanza tra cinema e realtà. Nel cinema torna tutto com'è stato registrato sulla sceneggiatura o almeno nelle scelte quotidiane dettate (oltre che dal rispetto del découpage)da mille impercettibili imprevisti (clima, bizze degli attori, umore del produttore, scelte politiche, incidenti, idee nuove ed improvvise che illuminano la mente del regista). Ma nel mondo è il caos, l'insostenibile effervescenza della precarietà, l'ombra inquietante dell'imprevedibile ramificazione degli eventi. In questo modo la foto, che non è mai stata scattata nel reale, diventa una foto ideale nel cinema ossia foto fantasma non rappresentativa del momento stesso, ma comunque foto simbolica, foto che rappresenta l'universalità del dramma. La foto scattata nel film diventa nella nostra mente più vera delle mille foto che abbiamo visto scattare per strada. E questa importante differenza è soprattutto una questione di conoscenza.

Luciano ha detto...

@Edo. Hai fatto bene e scusami se ho rivelato il finale. Trattandosi di un film di 27 anni fa ho pensato che non sarebbe stato un problema. Ma hai saggiamente risolto tu. Quindi appena avrai visto il film mi farai sapere. Grazie.

@Filippo. Benissimo. Anche tu, quando lo avrai visto, magari mi confermerai se le tue opinioni concordano o meno con le mie. Ciao.

Noodles ha detto...

@Luciano: riprendo cò che scrivi a proposito di Madame Jouve come legame tra il profilmico e chi sta invece dietro la mdp. Mi sembra una continuazione di una riflessione che Truffaut ha fatto anche altrove; qui certo è molto più "violento" perchè Madame Jouve parla proprio "a noi" rivolgendosi a noi spettatori (o comunque a "degli spettatori" cui è indirizzata questa "intervista"). Mi rimanda un po', non so se sei d'accordo, all'uso che T fa di se stesso in Effetto Notte: Lui è il regista di Effetto Notte, ma anche l'attore che interpreta il regista di Je vous presente Pamela - tra l'altro con tutti queste citazioni mi sta venendo una voglia pazza di rivederlo. Sembra quasi di poter vedere Truffaut che scavalca di continuo la quarta parete e passa di volta in volta da una mdp all'altra, da quella finta a quella reale. L'intersecazione è anche più complessa che ne La signora, eppure lui come suo solito non vuole confondere, ma tiene tutto su un piano di naturalezza inimitabile, forse anche per giocare e "ironizzare" sui doppi tra vita e cinema, che si realizza poi con un'esaltazione della potenza del cinema che - per esempio - può far risorgere e "presenziare" (di spalle) ancora nel profilmico un personaggio il cui interprete è morto (Alexandre).
Stavo pensando a una cosa assurda: mi chiedo cosa ne avrebbe pensato T di INLAND EMPIRE o di Mulholland dr., cos'avrebbe pensato di quell'esplosione magmatica di scavalcamenti allucinati e confusi che sono tipici in Lynch e così rari invece nel suo cinema.

Anonimo ha detto...

L'epilogo di Francois. Lui le amava le donne e le ha filmate, amate nella vita, filmate nella vita di regista. E' forse il film più completo di Truff in cui si libera totalmente dalla sua adolescenza sfortunata. CIao Nam
http://lacameraobscura.splinder.com/

Luciano ha detto...

@Noodles. Effetto notte, anche se dà l’impressione di essere semplice e gradevole, è un film complesso. In particolare il ruolo che Truffaut ritaglia per se stesso, come attore che interpreta un regista, trascina in ragionamenti da folli. Il regista nel suo film interpreta la parte di un regista di un film. In altre parole: io regista del film (fiction di primo grado) sono anche attore dello stesso film (quindi regista e attore del film), ma il mio personaggio è un regista che dirige un film (fiction di secondo grado). Questo semplice ragionamento potrebbe trascinarci in un discorso illimitato e stimolante, ma non mi interessa approfondire questo aspetto, bensì semplicemente affermare che in fondo il vero e unico film è Je vous present Pamela, perché voglio capovolgere il ragionamento e affermare che il reale in cui opera Truffaut viene interpretato, semplificato, rappresentato da un film (fiction) in cui esiste un reale in cui opera FERDINAND la cui realtà viene interpretata, semplificata, rappresentata da un altro film (un film di secondo grado), cioè Je vous present Pamela. E’ come se filtrassi il tè due volte da due setacci differenti, il tè filtrato la seconda volta sarebbe ancora più puro dello stresso tè filtrato una sola volta. Je vous present Pamela è stato depurato due volte dalle impurità del Reale, quindi è un cinema più “sicuro”, cioè cinema di sicuro,. I personaggi di Je vous present Pamela agiscono in una “realtà” remotissima. E’ come quando sogniamo di sognare e incappiamo nell’incubo peggiore: sogniamo di svegliarci nel sogno. Ecco cos’è effetto notte. Naturalmente questa mia speculazione, opinabile e riduttiva, serve solo a porre in evidenza la peculiarità del film e la possibilità (come per tutti quei film definiti o definibili capolavori) per il cinefilo di discuterne e scriverne ogni volta dopo ogni visione.
Non so cosa avrebbe potuto pensare del cinema di Lynch, forse bene (conoscendo il modo di agire delicato ed educato di Truffaut), o forse male (conoscendo la forza del suo carattere). D’altronde c’era un regista coevo che, pur non essendo Lynch e pur non somigliando il suo cinema a quello di Lynch, potrebbe essere vagamente accostabile a Lynch. Si tratta di Alain Resnais col suo film L’anno scorso a Marienbad (mi pare ma non vorrei sbagliare, che Truffaut amasse L'anno scorso a Marienbad).

Luciano ha detto...

@ Nam. Sono d’accordo. Non c’è dubbio: Truffaut amava le donne. Mi pare che Fanny Ardant sia stata la sua compagna. Quindi le ha amate nel cinema e nella vita. Ma nel cinema le ha potute amare di più mostrandone la forza o la fragilità, la bellezza e la carica erotica. Nella vita non era possibile perché Truffaut sapeva che nel mondo la bellezza e la fragilità sono astrazioni di apparenze ed eventi. (appena mi sarà possibile vengo a visitare il tuo blog). Ciao.

philippewinter ha detto...

a me con truffaut succede questa cosa strana, che non riesco ad isolare un film. nella mia testa è come se tutto ciò che di suo ho visto fosse un unico discorso, una vita che va, la pluralità di sentimenti riconoscibili (della stessa persona, sì)... non so bene, ma veramente sono tutti lì, impastati e brulicanti...
(mi piace truffaut.)
io aspetto che si parli di cassavetes, posso dirlo?
qui a milano una straordinaria rassegna e che bufere dentro!

Luciano ha detto...

@Philippewinter. Deve essere un'ottima sensazione. In fondo molti autori (anche scrittori) hanno proseguito le vite dei loro personaggi in altri romanzi, in altri film. Come se i film, tutti i film di Truffaut fossero un unico immenso "contenitore" di immagini, storie, personaggi.
Cassavetes? Mi pare ne abbia scritto Pickpocket. Un regista interesante, sicuramente da approfondire. Bufere perché ci sono differenti opinioni che si confrontano, immagino. I grandi registi fanno di questi effetti.

monia ha detto...

secondo me invece le donne di truffaut non mostrano più una caratteristica rispetto ad un' altra;le sue donne sono sempre delle femme fatale quindi l' incarnazione dell' eterno femmineo che ai nostri occhi appaiono però come madonne (nel senso petrarchesco del termine, la donna angelo, la donna perfezione) e questo porta a non poterle quasi mai giudicare.

Luciano ha detto...

@Monia. Se ho capito bene sostieni che le donne di Truffaut hanno la comune caratteristica di essere "femme fatale", mostrate come madonne petrarchesce e quindi non giudicabili. Be'... osservazione molto interessante. Un possibile argomento di discussione potrebbe allora essere: La donna nei film di Truffaut: demone o angelo? Scusa se ho ripetuto il tuo commento, ma non ero sicutro di avere capito bene.

@Noodles. In un mio commento postato di notte (cascavo dal sonno) ho erroneamente trasformato Ferrand in Ferdinand. Me ne scuso.

monia ha detto...

mi sono impelagata in un discorso più grande di me... una donna come mathilde ha un accezione negativa, uccidendo bernard, rende arlette vedova e due figli orfani e qui appare l' eterno femmineo (donna capace di passioni estreme che portano fino alla morte);a questo punto se non vedessimo mathilde come donna-angelo, saremmo portati tutti a giudicare questa scelta come inopportuna (perchè razionalmente è una scelta sbagliata), invece non lo facciamo siamo "con mathilde", e qui è la donna stilnovista che emerge, la donna con sembianze d' angelo, che diventa come una creatura extraterrena. pensa alla scena in cui il vestito di mathilde s' impiglia. mathilde spogliata, in quella posa che ricorda la nascita di venere non è una bellezza erotica è un' apparizione, è la donna.

Luciano ha detto...

@Monia. Discorso interessante; la parte che mi attrae di più del tuo discorso è la teoria di "donna angelicata stilnovista", ragionamento sicuramente da approfondire e tenere in considerazione. Comunque queste donne spesso fragili, simili ad angeli caduti, hanno il compito di regolare il rapporto che in fondo esiste dalla notte dei tempi nell'Arte in generale, rapporto soprattutto semantico (ma non solo) tra Eros e Thanatos. E paradossalmente Thanatos rappresenta il recondito desiderio di porre fine alla sofferenza per "rientrare" nel grembo della madre terra, sofferenza che Eros tende ad alimentare. Queste donne, viste come funzioni di queste tematiche, entrano in sintonia con lo spettatore che, nel rapportarsi al film, giustifica e protegge quelle passioni che nel reale, proprio perché incomprensibili, è subito pronto a respingere. Truffaut amando la donna (giustamente dài meno importanza all'aspetto erotico,- aspetto purtroppo che noi maschi tendiamo anche incosciamente ad evidenziare), appunto poiché ama la donna in quanto donna, le affida il ruolo dell'amore e della passione, dell'amore tout court, per le sue capacità di spingersi oltre ogni limite come solo chi sa amare può fare. Quindi, visto che citi gli stilnovisti, anche se la Commedia è un'altra cosa, potremmo citare Francesca, la Francesca del V canto che racconta da sola la storia dei due amanti mentre Paolo è intento a piangere?

Noodles ha detto...

@Luciano: Non volevo assolutamente dire che Effetto notte è un film "semplice"; anzi, tutt'altro. E' un capolavoro, come scrivevi, e quando si dice ciò è inevitabile pensare a un'opera ricca di stratificazioni che proprio tu stavi mettendo in luce. Ciò che volevo dire è che Truffaut non vuole mai "confondere" volutamente, mantiene una limpidezza che è un risultato difficilissimo da ottenere (limpido non sta per semplice, sia chiaro).
Je vous present Pamela l'ho sempre visto né più né meno come un mcguffin - tanto per usare un termine Hitch-Truffautiano - una commedia volutamente banale, una storia trita, dato che ciò che a Truffaut interessa è la CORNICE e non ciò che contiene (fino a un certo punto, eh ovviamente).
credo che esista anche una sua recensione favorevole pubblicata nei libri del film di Resnais.

@monia, non sono tanto d'accordo sul fatto che le donne di Truffaut siano interpretate negativamente. Sono sì l'eterno femminino, ma in senso positivo. Semmai, quand'anche sono femme fatales, ma di un'originalità molto complessa, spesso lo diventano loro malgrado (la malattia di Mathilde) oppure finiscono per trascinare uomini un po' troppo deboli (nel cinema di T gli uomini hanno sempre un ruolo infantile-inferiore rispetto alle donne questo già la dice lunga sul giudizio che T ne da): è così sia ne La peau douce (il marito traditore è in realtà un grigio figurino incapace di prendere delle scelte, è il destino-moglie che deciderà per lui); sia per esempio in La sirène du Mississipi, o anche in Una belle fille comme moi.
Le donne sono adorate, messe anche su un piedistallo, ma spesso c'è differenza tra il personaggio e l'autore. Prendiamo Doinel, infantile cronico, incapace di relazionarsi davvero: il giudizio di Truffaut è complice, ma al tempo stesso sottolinea bene che la persona responsabile è Christine, sua moglie. C'è una battuta chiave in Domicile conjugal in cui Antoine - cito a memoria eh - dice più o meno (a Christine): Tu sei mia figlia, mia madre, mia sorella... E lei risponde: "avrei solo voluto essere tua moglie".
Le donne di Truffaut secondo me stanno sempre in una zona certo paradisiaca, ma sono anche donne vere, concrete, decise (Marion), assommano entrambi gli elementi. Poi certo ci sono quelle più passionali e romantiche (ne Le due inglesi per esempio), ma anche lì sembrano comunque avre una marcia in più, creare, disfare, organizzare (penso per esempio anche alla Cathrine di Jules e Jim). In un certo senso le donne appaiono angelicate perché è COSI' che l'uomo truffautiano, per sempre bambino, vuole vederle. Bertrand, protagonista di quello che è il film e il titolo paradigmatico in questo senso x truffaut (L'uomo che amava le donne!!!) è un tombeur de femmes, ma al tempo stesso incapace di comprendere davvero cosa rapprsentno le donne, e forse, ci dice anche T, è proprio questo che ci affascina, quel mistero che le avvolge da sempre e per sempre. Indubbiamente qui c'entra qualcosa sia lo Stilnovo, come dicevi, sia anhce la Beatrice della Commedia, ma siamo in una beatitudine orgogliosamente e volutamente terrena, che tuttavia non rinuncia al dato spirituale, anzi, calca la mano proprio su quello, visto che le donne, per truffaut, sono "magiche". E se un essere è magico, non può certo essere una strega.

monia ha detto...

infatti quindi la donna è comunque un essere ideale non terreno, per questo motivo tendiamo a giustificarla. io ho pensato alla donna del guinizzelli dove la donna guida l' uomo verso dio, a quel punto dio rimprovera il poeta dicendo che mescola il sacro el profano, ma il poeta si giustifica dicendo che la donna ha sembianze d' angelo.
in dante ricorda molto la donna (beatrice) della vita nova (ma qui i ricordi liceali si fanno lontani e quindi potrei sbagliarmi).
Per quanto riguarda il canto di paolo e francesca, direi che in quel senso l' amore è passione strettamente terrena (difatti sono all' inferno) francesca non è idealizzata è donna vera, il sentimento di dante per i due innamorati è di pena; certo mathilde e bernard li ricordano in quest' amore che grazie alla morte durerà in eterno ma la differenza sostanziale stà sempre nel fatto che noi mathilde e bernard li giustifichiamo, mentre dante non giustifica paolo e francesca.

noodles io non ho detto che le donne sono interpretate in maniera negativa

Luciano ha detto...

Avendo imparato a conoscere la profondità e la raffinatezza dei tuoi commenti non ho mai pensato, neppure per una frazione di secondo, di attribuirti giudizi banali quale ad esempio la supposta semplicità di Effetto notte. La mia affermazione (mi scuso per l’imprecisione che ha creato l’equivoco) intendeva evidenziare come vi sia l’idea che molti film di Truffaut (tra cui Effetto Notte) siano semplici. Questo non è vero ma so benissimo che non è mai stato il tuo punto di vista. Nonostante la mia affermazione ritengo che la semplicità non sia un valore estetico “negativo” o poco interessante in contrapposizione alla complessità. Avrei dovuto dire “semplificato”, perché credo che la semplicità (o l’impressione di semplicità) sia complicata da realizzare. Per quanto riguarda Je vous present Pamela è ovvio che non lo considero un film e quindi non sarebbe neppure da prendere in considerazione. Il film dentro il film è una cornice (d’accordo) e proprio per questo “Pamela” è un mondo remoto, una funzione sempre e comunque da collegare a Effetto notte. Di per sé sarebbe un film banalissimo, ma come funzione del film “vero” è un’elaborazione per me interessante perché mi piace speculare sulle scatole cinesi. Ciao Noodles. Continuo a ringraziarti per i tuoi utili (perché ho appreso anche notizie che non conoscevo) e stimolanti commenti.

Luciano ha detto...

@Monia. Interessante questo dibattito a tre. Interessanti anche i vostri punti di vista. La mia provocazione nel citare Paolo e Francesca (ma solo per capire quanto “intensamente terrene” siano le donne di Truffaut) è scaturita dall’accostamento (come hai sottolineato anche tu) tra il rapporto di Mathilde e Bernard (finito tragicamente), e quello tra Paolo e Francesca. Ora il giudizio di Dante rispetta i parametri della filosofia cristiana medievale (Scolastica) e Dante sa che nell’eternità unica cosa da amare è l’Eterno. Sa anche che nell’Inferno non c’è perdono, ma nemmeno il rimorso dei dannati. Ci sono solo rimpianti. Ma oggi la Scolastica non è più la Regola unica abilitata a “raccontare” il mondo. Anzi adesso c’è la consapevolezza dell’impossibilità di raccontare. Noi giustifichiamo anche perché questo è funzionale al principio di costruzione dell’intreccio. Il principio di costruzione dell’intreccio richiede l’assoluta credenza in un mondo definito, richiede la forma mentis del pensiero tragico e come afferma Goldmann il pensiero tragico riconoscendo l’assoluto, troverà il relativo. La ricerca dell’assoluto non è rintracciabile nel mondo (nessuna speranza può essere riposta nel mondo), ma nell’Arte (e nel cinema) sì? Forse giustifichiamo gli angeli perché riconosciamo i limiti del mondo e i nostri.

Noodles ha detto...

@monia & Luciano, a quanto pare quando si scrive è facil fraintendersi. Ad ogni modo risolte le questioni linguistico-informative torniamo a noi (eh sì questo "Convivio" cinefilo mi appassiona, venghino venghino quanti più convitati possibili!). Inutile dire che anche io qua sto apprendendo moltissime cose e altri input che mi spingono a cercare ancora, a leggere altre cose.


Luciano, per me la semplicità è proprio ciò che fa la grande arte. Non ho mai amato la poesia barocca proprio per questo motivo; mentre adoro la scarnificazione di Ungaretti o di un Montale o di un Saba, proprio perché da un accostamento di parole "comuni" fanno della grande poesia (o di un Pirandello-Svevo, per la prosa). Ma non divaghiamo.
Dunque, venendo a Dante (ora che Robertino lo sta declamando siamo pure in tema, molto tempisti). Qui cerco di stare attento perché rischio di fare paragoni impropri o di scomodare cose che non c'entrano nulla. Ad ogni modo sono d'accordisimo con Monia che scrive di Francesca come donna terrena: è per quello, infatti, che funziona così tanto e la ricordiamo tutti. Dante finge un viaggio nell'Oltretomba per camuffare il VERO viaggio dentro l'UOMO e le sue passioni. E non per condannarle, ma per comprenderle umanamente, pur rispettando la Legge divina. E' qui dunque che Luciano sottolineava magnificamente la distanza tra noi e lui, e dunque tra Truffaut e Dante. Il nostro è il tempo dell'antidogmatismo (a volte sfrenato), della ribellione (spesso finea se stessa) a ogni regola troppo rigida, a ogni Sistema di pensiero che voglia inglobare tutto - anche perché, con la mole delle conoscenze odierne, è ormai impensabile.
Mi piace però molto la domanda di Luciano, cui risponderei sì (e forse col beneplacito di Truffaut). Si torna un po' a ciò che si diceva prima: il cinema può essere un assoluto della Vita, in quanto la "imita" purificandola dei tempi morti, delle frasi insensate, dei gesti inutili. Certo celebrare nel cinema l'eterno femminino, l'angelo donna "disceso dallo schermo a miracol mostrare"* può essere anche un modo di "costruire" i nuovi assoluti (concettuali, estetici, sentimentali, perché no), attraverso quella che Eco definisce una rievocazione atea (parlando, non a caso di Leone - e dico solo questo se no qua, lo capite, non la finisco più): rievocare la realtà attraverso il mito del cinema è un officio religiosamente laico che riappaga forse l'umanità di quella sua naturale sete di assoluti in cui incarnarsi e vedersi. In fondo - perdonatemi il paragone forse un po' blasfemo - il divismo di Hollywood nasce più o meno da questi presupposti (e mi riferisco in particolare a quello "Storico", nascente, degli anni 30-40). Truffaut non era credente, ma credeva nel cinema (se mi passate questa disgustosa uscita d’effetto), come compagno stretto dell’uomo, rispondente a quel bisogno antico, primordiale che abbiamo di sentirci raccontare delle storie (in fondo, sarò naif, ma credo ancora che stringi stringi il fascino dell’arte stia nel fatto che ci racconti qualcosa). Non credo sia un caso che Truffaut sia morto letteralmente “guardando” un film, che fino all’ultimo abbia creduto in quella macchina-arte e, forse, chissà, abbia sperato quasi che il trapasso fosse nient’altro che la pausa che intercorre tra il cambio di un rullo da parte del Protezionista. [Sì vabbè mo sto esagerando, e quindi passo di nuovo la parola].

*che il Sommo mi perdoni se ho osato sfracellare così il suo endecasillabo

Luciano ha detto...

@Noodles. Ungaretti Montale Quasimodo e Saba sono stati i poeti della mia infanzia. Praticamente conoscevo solo loro, li leggevo, li adoravo. Non potevo concepire la poesia come un qualcosa di differente dalle loro poesie. Poi, crescendo, mi sono reso conto che esistevano anche altri modi di comporre poesia. Comunque sono sempre i miei poeti italiani preferiti. La stessa cosa potrei dire per Svevo e Pirandello (insieme a Calvino): erano i miei scrittori italiani del liceo. Adesso amo anche altri modi di scrivere, ma come per la poesia, mi sono rimasti nel cuore. Mi piace la tua citazione su Eco e sul divismo hollywoodiano, sul bisogno di assoluto in cui incarnarsi. In quanto al racconto credo nell’importanza assoluta del racconto restituito ai nostri sensi attraverso la resa formale del suo porsi. Intendo dire che amo scoprire il racconto non dalla superficie marina della narrazione, ma attraverso i gorghi e la vita che pullula nei fondali, che non è visibile, ma che aiuta almeno ad un approccio più approfondito della superficie. Il fascino dell’arte sta nel fatto che ci racconti qualcosa: condivido. Per raccontare intendo non solo il cosa ma soprattutto il come, ma su questa mia scandalosa ovvietà credo non vi sia nemmeno bisogno di parlarne.

Noodles ha detto...

Certo, è ovvio che, e soprattutto mai come oggi, epoca postmoderna per eccellenza, dopo i Tarantino (e anche i Leone prima di lui), è inevitabile che l'accento sia posto soprattutto sul Come. Ma secondo me i due elementi vanno insieme. Mi spiego: sarò un sauropode ma non amo molto l'arte troppo fissata sui suoi meccanismi e che poi alla fine non racconta un bel nulla se non se stessa. Questi narcisismi mi scocciano. E con questo non voglio dire che c'è spazio solo per una narrativa "regolare"; altrimenti non potrei spiegare la mia adorazione per Lynch.

Luciano ha detto...

@Noodles. Be'... mi sembra che la tua sia una posizione molto equilibrata e condivisibile. Penso che, a parte qualche piccola discrasia, più o meno ci approcciamo all'arte allo stesso modo. Però non so spiegarmi la mia passione anche per la pittura astratta e, ad esempio, le nouveau roman, oppure non capisco perché mi piace leggere opere oplepiane. Nota bene, la mia è solo una riflessione sui miei gusti e non un inizio di discussione su ciò che piace a me o piace a te. Per me la parte più interessante delle opinioni differenti (e nel nostro caso non si pone nemmeno il problema) è proprio la differenza: una parola che amo.

dottor benway ha detto...

ciao, il film l'ho visto diverso tempo fa e - purtroppo - lo ricordo in modo approssimativo. complimenti comunque per l'appronfondita analisi e per l'ottimo blog...:)

http://whydontyoueatcarrots.splinder.com/

Luciano ha detto...

@Dottor Benway. Grazie per i complimenti. Appena mi sarà possibile verrò a ricambiare la visita. A presto ^^

Noodles ha detto...

Luciano: ovviamente anche io esperimevo un giudizio personale, che vale giusto per i miei gusti. Ci saranno certamente opere interessantissime lambiccate e autoriflessive che però non incontrano troppo il mio beneplacito. Anche se ammetto di avere anch'io molte passioni artistiche che sono del tutto astratte (in questo momento stavo pensando ai Cosacchi di Chagall...).

monia ha detto...

io non credo che l' assoluto vada cercato nell' arte,o meglio, non strettamente. credo che l' assoluto vada cercato prima nel mondo, e poi sublimato nell' arte. nel mondo l' assoluto esiste ma va scovato, gli va data una forma e poi deve essere proiettata nell' arte e nel cinema. truffaut, ripeto, lo fa sia quando parla delle donne che quando parla dei bambini. si parte da una dimenzione realista, a volte spietata a volte carnale per arrivare ad una dimensione universale. per questo ci identifichiamo nei suoi bambini e amiamo e giustifichiamo le sue donne. ne l' argent de poche tutti quei bambini sono già l' assoluto dell' infanzia, ma perchè quell' infanzia ci apparisse anche come "nostra" truffaut l' ha universalizzata, altrimenti, se fosse stata troppo reale (a meno di non aver vissuto le stesse esperienze) o troppo fantasiosa, ci sarebbe apparsa come lontana. lo stesso discorso vale per le donne: truffaut parte dalla dimensione terrena di femme fatale quindi trova l' assoluto della donna, ma poi per dare un sentore di universalità, per non farla giudicare, la mostra come donna angelo e questa donna angelo, inspiegabilmente, si pone più vicina a noi (proprio perchè noi la capiamo).

Luciano ha detto...

@Noodles. I cosacchi di Chagall? Non ho presente questo quadro. Poiché Chagall è stato pittore che "ha attraversato" più correnti artistiche senza aderirvi mai del tutto, m'incuriosisce il quadro. E' del periodo surrealista, oppure risente della fase cubista o ad esempio è un quadro assimilabile al suprematismo di Malevic? Non riesco a trovarlo in nessuno dei cataloghi che possiedo di Chagall. L'hai visto a qualche mostra?
(scusami per la domanda ma sono troppo curioso).

Luciano ha detto...

@Monia. Ecco. Qui si potrebbe entrare in un discorso complesso. Ma siccome ritengo che rischierei di andare fuori tema, cercherò di essere breve. Innanzitutto credo di avere capito che siamo tutti d’accordo che stiamo trattando del bisogno dell’uomo di cercare l’assoluto (Religione, Etica, Arte, ecc.ecc.) Fin qui credo che almeno noi tre siamo d’accordo (credo). Detto questo il tuo punto di vista (l’assoluto non va cercato nell’arte) può essere o meno condivisibile. Io ad esempio (scusa la mia affermazione cruda) non lo cerco da nessuna parte, in particolare in nessuna manifestazione sensibile (ma anche in quelle insensibili). Però capisco che il tuo ragionamento è orientato esteticamente. A questo punto parlando di estetica mi pongo una domanda: cos’è l’Assoluto nell’arte? Esiste? È forse il Bello? Il vero? Il buono? Se fosse la triade Bello/Vero/Buono sai meglio di me che questi concetti sono labili e validi tanto quanto i loro cosiddetti opposti Brutto/Falso/Cattivo. Un’estetica del Falso? E perché no? Se, ammettiamo, qualcuno mi dice che la ricerca dell’Assoluto nel Reale si ottiene attraverso la sublimazione nell’arte e pertanto l’Assoluto diventa un concetto assimilabile al Falso, ebbene questo ragionamento potrebbe anche piacermi (e infatti tu dici che l’infanzia “troppo reale” è lontana da noi). Non afferro fino in fondo il discorso dell’Assoluto nel Reale. Per Hegel l’Assoluto (sintetizzo e mi scusino gli esperti per la mia volgare citazione) è diciamo uno Spirito in divenire, che trova maggiore compiutezza nello Stato; per Spinosa l’Assoluto è una Natura statica; per Schelling l’Assoluto si avvicina all’attività estetica, quindi all’arte che diviene rivelazione dell’Assoluto. Diciamo che condivido Nietzsche quando critica l’idea dell’artista come genio, di colui che è al di sopra della massa e condivido quando afferma che l’Universo non ha un senso assoluto (Dio, Arte, Legge, Stato, Scienza). Il bisogno di assoluto è un sentimento importante, da rispettare, da proteggere. Ognuno lo cerca e forse lo trova nelle pieghe degli Eventi (Religione, Arte, Etica...). Per me (se proprio devo cercarlo in un angolino della mia mente) si trova nel principio di costruzione dell'opera d'Arte (non ho detto che è, ma che si trova, ammesso vi sia).

monia ha detto...

forse avrei dovuto spiegare cosa intendo per assoluto; parlando strettamente di cinema: l' assoluto è per me l' essenza interna che è già nell' essere umano ma anche nelle cose, forse si potrebbe chiamare verità, ma il concetto di verità è un concetto instabile. continuo sempre parlando di truffaut, per cercare di spiegare un concetto che è un pò complicato, anche perchè è un' opinione personale magari non condivisibile. prendendo ad esempio les 400 coups, truffaut attraverso il personaggio di doinel trova l' essenza stessa del ragazzo che è, in quel momento, l' adolescenza (i conflitti interiori, il rapporto con il mondo adulto ecc.), non è un concetto astratto di adolescenza ma è già radicato nella realtà, ed ecco che, a mio avviso, si trova l' assoluto o essenza o verità dell' oggetto, è già nel reale(detto a parole sembra ovvio ma filmando non è la stessa cosa). A questo punto, una volta trovata l' essenza va mostrata. se truffaut non avesse "sublimato" (anche se non so se è il termine giusto)la realtà attraverso l' arte (parlo di arte solo come cinema), quella sarebbe stata solamente l' adolescenza di doinel, o di truffaut o comunque semplicemente un film su un' adolescenza difficile; non avendola vissuta saremmo distaccati, e invece siamo partecipi e la storia personale assume un tono di universalità.

Luciano ha detto...

@ Monia. Discorso interessante il tuo. Per entrare in sintonia col tuo ragionamento provo a tradurre nel mio contorto linguaggio (non ci fare caso così ti rendi conto a che punto di fusione è arrivato il mio cervello). Se l’essenza del ragazzo ossia adolescenza come concetto “concreto” radicato nel Reale “sublimato” dall’arte e reso universale dovesse essere inteso nel senso della teoria lukácsiana del “rispecchiamento” allora non sono d’accordo. Se invece l’essenza del Reale è assimilabile al concetto di "funzione" inteso anche in senso diacronico e non solo sincronico allora posso essere d’accordo. Praticamente traduco in linguaggio strutturale: il realismo nell’arte è un concetto relativo e aleatorio riferito alle funzioni artistiche/sociali in voga in un determinato periodo storico (sincronia). Quando la funzione viene meno, ossia diventa logora per l’eccessivo uso (es. la rima in poesia) trasformandosi in funzione ausiliaria, l’opera d’arte non è più sentita come tale, si dice che essa è “datata”. Secondo un’analisi “storicistica” potremmo dire che il nostro giudizio su quell’opera era sbagliato oppure potremmo dire che ci eravamo sbagliati. Questo non è vero. Tynjanov dice: Se la prosa cosiddetta d’intreccio è “logora” la fabula ha nell’opera funzioni diverse da quelle che assolve quando la prosa “d’intreccio”, entro il sistema letterario, non è “logora”. Riprendendo il discorso in pratica bisogna adottare una prospettiva diacronica e analizzare l’opera rapportandola anche alla mutevolezza del gusto e persino del cambiamento delle condizioni sociali ed etiche. Ecco se il tuo discorso è assimilabile a questo mio confuso ragionamento, allora sono d’accordo. Ti ringrazio Monia per questi tuoi profondi e stimolanti interventi. Riesci a farmi dire cose che tengo dentro per non annoiare e per non correre il rischio di essere pedante. ^_-

monia ha detto...

in tutta onestà devo dirti che non conosco questa teoria lukacsiana del rispecchiamento; ma dal discorso che hai fatto in seguito penso tu abbia capito quello che intendevo dire; non c'è nell' assoluto nè una concezione prettamente materialistica, nè una concezione che rimane chiusa nel suo tempo; anzi è esattamente il contrario, questa essenza di realtà non è chiusa in un suo tempo, molto spesso si dice parlando di cinema che un' opera è "senza tempo" e questo secondo me perchè si è trovata la vera essenza dell' oggetto, che è già nel mondo, in quello che abbiamo davanti ogni giorno; sta tutto nel gioco di mostrarla il renderla interessante o se vuoi universale. naturalmente il mio discorso si può applicare sia ad un' opera intera che ad un "oggetto". truffaut non è stato l' unico a riprendere dei bambini, ma i suoi sono allo stesso tempo plausibili, concreti, "veri" ma anche astratti, universali, sempre validi. questo perchè si è trovata l' essenza della cosa nel reale e gli si è dato un valore universale.
naturalmente il mio è un punto di vista magari restrittivo e non molto globale, cerco sempre di ragionare in termini di cinema (perchè alla fin fine e quello che m' interessa) e quando parlo di assoluto nella realtà, di sublimazione nell' arte penso sempre in termini di cinema e non in astratto ma nel concreto del filmare un dato oggetto. non so se questo discorso sarebbe applicabile ad altre arti perchè non ho i mezzi per saperlo.
almeno a me questi discorsi non annoiano, anzi, io sono per l' idea tanto godardiana che di cinema c' è sempre da discutere (ma non solo di cinema) in ogni punto, altrimenti si corre il rischio di fissarsi su delle idee e accontentarsi di una sola prospettiva, e questo è sempre un limite. ciao

Luciano ha detto...

@Monia. György Lukàcs afferma che l'arte è una forma di rispecchiamento della realtà. Nell’arte viene colto il tipico, cioè l'universale presente nel particolare. Ogni forma d’arte tende a cogliere il tipico presente nel particolare, tende pertanto a restituire una rappresentazione della realtà tramite immagini organizzate con gli strumenti di ciascuna forma d’arte. L'arte é molto vicina alla vita, ma non va considerata una “riproduzione fotografica della realtà nella sua singolarità: questa é tipica del naturalismo”. Lukàcs condanna il naturalismo affermando che l’arte é sempre realismo. Le tue considerazioni potrebbero essere assimilate a questa teoria per via del concetto di “universale”. L’adolescenza di Truffaut è “tipica” perché colta realisticamente nell’universale e restituita tipicamente attraverso la rappresentazione particolare della vita di un gruppo di ragazzi. Ecco su questo non sono d’accordo, perché se si afferma che l’arte è realismo, allora si commettono tre errori: 1) il concetto di realismo è aleatorio e cambia diacronicamente a seconda delle scuole artistiche (Jakobson); 2) “l’aspetto” che definisce il realismo non è la verosimiglianza ma l’effetto di reale (Barthes); 3) affermare che l’arte è realismo significa escludere dall’arte tutte quelle forme artistiche che non si riferiscono direttamente al realismo (pensa all’arte astratta, alla poesia, ecc.). Il concetto di realismo è un falso problema. Al contrario se il tuo discorso è simile a quello che fa Barthes ne “Il problema della significazione del cinema” (in Roland Barthes, Sul cinema, Il Melangolo, Genova 1997) allora sono d’accordo. Ti riporto una parte di ciò che dice Barthes: “Del significato filmico si potrebbe arrischiare la seguente definizione: è significato tutto ciò che fuori dal film ha bisogno di attualizzarsi in lui. Inversamente, se una realtà sta tutt’intera nel corso del film, cioè è inventata, creata dal film stesso, non può essere oggetto di una significazione. Ad esempio, se il film racconta, in atto, l’incontro amoroso di due personaggi, questo incontro è vissuto davanti allo spettatore, non ha bisogno di essere notificato, ci troviamo infatti qui nell’ordine dell’espressione, non in quello della segnalizzazione; ma se l’incontro ha luogo fuori dal film, sia prima, sia tra due sequenze, non può essere appreso dallo spettatore che attraverso un preciso processo di significazione, e definisce espressamente la parte semiologia del continuum filmico. Altrimenti detto la significazione non è mai immanente al film, ma trascendente”. Ne consegue che la significazione non è centrale in una sequenza ma marginale. Ecco questa trascendenza è forse assimilabile alla tua universalità. Ecco dove mi trovo d’accordo con te. Però la trascendenza non è un valore appreso direttamente dalla Realtà, ma è una “ellissi” (o probabilmente anche una voce fuori campo) che fa leva sulla nostra aspettativa diegetica, quindi sul Reale (ma non solo) filtrato dalla nostra mente. Scusa se ho insistito ancora su questo discorso, ma ti prometto che chiudo qui. Il fatto è che i tuoi interventi mi stimolano e ti ringrazio per questo. Ciao.

Noodles ha detto...

Luciano, per Chagall non riesco a trovare su internet quel quadro. Ce l'ho su un libriccino sul pittore... Sono due linee, due pennellate che si incrociano ad altre due che danno un'espressione astratta di forza, due uomini a cavallo. Le linee sono di colore diverso. è molto suggestivo.

Monia & Luciano, a volte il nostro dialogo mi sembra paradossale. Ci contraddiciamo e poi mi ritrovo a leggere i vostri commenti che dovrebbero essere il contraddittorio e mi rendo conto che stiamo dicendo più o meno la stessa cosa.
O forse no, e dunque ciò indica la fusione neurale mia personale. (Ho fatto una rima involontaria disgustosa... a proposito di rime...).
Quando parlavo di cercare l'assoluto nell'Arte, non intendo un assoluto che si sgancia del tutto dal reale (anche se etimologicamente un assoluto è "sciolto" dal resto). Ma che parte da esso, lo trasporta (nel nostro caso) nel cinema e ne da una versione al contempo realistica ma che si piega facilmente a una lettura anche idealistica (la donna di Truffaut è al contempo in carne ed ossa ma anche apparizione dell'eterno femminino, pare per sempre sconosciuto all'uomo-Doinel). Kubrick diceva che il cinema non è la fotografia del reale, ma la fotografia della fotografia. Credo che in questo vi sia, in termini semplici e sintetici, il bandolo della matassa. L'arte rispecchia la vita (che invece rispecchia la cattiva televisione secondo un altro Genio del cinema) ma lo fa scegliendo una PROSPETTIVA. E questo cambia tutto, perché, è ovvio, ora dico una banalità da seconda pagina dell'introduzione al manuale di storia del cinema, già la posizione la mdp crea inevitabilmente una restrizione della realtà, una scelta, ciò che voglio e ciò che non voglio che entri nel profilmico. Per cui la mia realtà d'autore è ovviamente poetica e non realistica in senso stretto. Ma in quest'ambito può tuttavia diventare Assoluta perché purificata dal resto, dal contingente, dalla modificabilità casuale propria della realtà e inscritta in un quadro imperituro (sebbene in movimento a 24 fotogrammi al secondo) che non indica banalmente il Reale, ma la sua interpretazione, che può assolutizzarsi attraverso il pensiero che la pensa e la riflette. Ciò non significa che l'immagine filmica diventi l'equivalente di un concetto teologico o filosofico, un dogma sempre uguale a se stesso e immodificabile; ma rappresenta la tensione dell'artista verso l'assoluto (che per l'uomo è, per concetto, irraggiungibile), proprio attraverso figure reali (le donne) trasfigurate però in una dimensione più alta, che non perdono assolutamente la loro natura quotidiana e umana (le donne di truffaut sono molto "comuni" nel senso più alto del termine, anche come personaggi, come estrazione sociale ecc.) ma acquistano in più un surplus informativo-simbolico che le relega in una zona che permette una lettura molteplice della loro funzione (narrativo-simbolico-artistica).
Il cinema rende le donne bidimensionali (in senso proprio stretto, perché le proietta come immagini su un telo bianco) ma al contempo dona loro la terza dimensione con la credibilità ma al tempo stesso anche una quarta che proprio perché "invisibile" e accettata per concetto, può rappresentare proprio la dimensione dell'assoluto, la zona in cui un personaggio acquista un plus-valore che non nega il precedente (concreto, terreno, quotidiano) ma lo inscrive in una dimensione più ideale, assoluta appunto. Che ovviamente, come diceva Luciano, rappresenta sempre una tensione dell'uomo, mai un obiettivo raggiunto. Un po' come la perfezione: per l'uomo in teoria non esiste, esiste la possibilità di andarci quanto più vicino possibile considerando le variabili e le cadute e dunque "depurando" i personggi di quelle che sono le storture, gli empasse, i tempi morti delle persone reali.
Per tornare a Truffaut: perchè, ad esempio, per riprendere un concetto già espresso, il feticismo delle gambe non diventa pornografia nel suo cinema? Proprio perchè le gambe delle donne nel suo cinema sono il compasso che permette di descriverle "depurate" sì delle scorie reali, ma senza che questo le renda madonne inerti e senza nerbo. Truffaut usa l'immagine del compasso credo non a caso: da l'idea del cerchio, della circonferenza, forma perfetta e intoccabile per eccellenza - per non parlare del riferimento alla rotondità, tipico, parlando proprio per assoluti, della definizione artistica del corpo femminile.
Vivere l'assoluto al cinema, o meglio, tendere all'assoluto attraverso il cinema, secondo me è ravvisabile in T proprio perché il cinema per lui è "un prolungamento della vita e la vita del cinema" (lo cito parola per parola :p ); il cinema può essere il momento in cui la proprio biografia, sublimata, assolutizzata, diventa di tutti, e l'adolescenza di un enfant terrible possa additare sia all'adolescenza del suo autore, sia all'Adolescenza, epoca di ribellione tout court, sia a quella di ogni spettatore che proprio nell'assoluto di quella dimostrazione, seppure ovviamente calato nell'episodico attraverso la narrazione di certi eventi più o meno ispirati alla realtà, ritrova scampoli di sé. Che non vuol dire, banalmente, di ritrovare - anche se può succedere - "fatti", situazioni, che abbiamo vissuto anche noi, ma vale nel senso di raccogliere tra i fotogrammi l'atmosfera generale di un periodo che forse tendiamo a dimenticare (o peggio, lo diceva proprio Truffaut) a romanzare/inventare.
Spesso riconsiderando l'infanzia ne traiamo un'idea arcadica che nulla ha a che fare con la realtà dei fatti che non ricordiamo o non vogliamo ricordare. L'assoluto in tal senso per Truffaut non è falsificazione, ma il bisogno di infilare la propria biografia dentro una macchina che la immortali e la assolutizzi facendone il racconto condiviso da tutti e per questo, dunque, elemento che associa in sé elementi assoluti che valgano sotto ogni regime, latitudine e lingua.

Luciano ha detto...

@Noodles.Credo di avere capito che in fondo io te e Monia diciamo le stesse cose in modo differente. Questo mi piace e mi incuriosisce, perché è un esempio di come le persone esperiscano gli stessi concetti in modo diverso ed esprimano le stesse opinioni con sfumature diverse, perché (scusami la metafora) lo stesso colore non viene registrato identico dal cervello, ma acquisisce sfumature diverse. Il colore rosso ad esempio (a parte eventuali difetti di vista) oltre ad essere registrato come “rosso” può comunque essere decodificato in base al concetto di rosso che ognuno possiede, diciamo un concetto denotativo e inoltre a questo significato denotativo può essere incollato un significato connotativo (amore, paura, odio, tristezza, ecc. per il colore rosso). Riepilogando: il cinema è una foto di una foto e non del reale: non posso che essere d’accordo. D’accordo anche con la prospettiva dell’arte che opera pur sempre una scelta arbitraria . Esempio le donne di T. “acquistano in più un surplus informativo-simbolico che le relega in una zona che permette una lettura molteplice della loro funzione (narrativo-simbolico-artistica)”. D’accordo. Fin qui mi sembra che diciamo le stesse cose naturalmente partendo da cultura e concetti differenti (ed è giusto sia così). Sono un po’ perplesso (ma non in disaccordo, solo perplesso perché non sicuro di avere capito) sull’ultimo periodo. La mia perplessità parte da questi presupposti: la tendenza all’assoluto può essere nell’uomo, un bisogno di certezza, di identificazione, di immedesimazione, ecc.ecc., ma può accadere la stessa cosa nell’opera d’arte? Certi bisogni, certe tendenze, certe formazioni mentali (posso chiamarle Gestalt?) reggono al tempo o alla geografia? Prendiamo un bambino del Trecento, anzi un bambino del I sec. dopo Cristo. Leggiamo un’opera dell’epoca (la datazione risale a dopo il 60 d.C. ma c’è chi la pospone anche di un secolo) ossia il Satyricon di Petronio. Inutile raccontare la trama ma vi sono nell’opera scene disgustose per noi moderni occidentali. Esempio durante la cena di Trimalchione vi sono scene di sesso anche con bambini ([…] “ita, ita,” inquit Quartilla “bene admonuisti, cur non, quia bellissima occasio est, devirginatur Pannychis nostra?” continuoque producta est puella satis bella et quae non plus quam septem annos habere videbatur et ea ipsa quae primum cum Quartilla in cellam venerat nostram.” È ovvio che l’arte non deve avere paura di niente e può anche mostrare violenze verso i bambini (non celando la violenza l’arte apre i nostri cuori, mostra l’intollerabile ecc.ecc). Ma qui la violenza è una tipica scena dell’antica Roma. La bambina è un oggetto di piacere, una piccola creatura indifesa portata ai commensali per il loro uso. Eppure l’opera è talmente lontana da noi che sentiamo non solo datato ma disgustoso questo modo di procedere. Eppure il Satyricon è un’opera d’arte. Com’è possibile questo? Il racconto non è condiviso anzi è inaccettabile e questi elementi assoluti non valgono per noi: culture troppo distanti nel tempo, nella morale, in tutto. Ma l’arte supera anche questo, perché l’opera d’arte è innanzitutto opera d’arte in sé, in quanto artificio che si pone nei confronti del reale come oggerto deformante, interferenza, rappresentazione, che influenza, filtra, “rispecchia” ma soprattutto trasforma il Reale. Il Satyricon è opera d’arte in quanto attraversando i tempi (diacronia) propone gioiosamente al nostro disgusto la violenza su una bambina: è la società romana dell’epoca che giudichiamo (mi perdonino gli storici, perché nemmeno questo) non il Satyricon. Insomma se una cosa non è condivisa da tutti può essere sempre un’opera d’arte? Ma forse continua dire le stesse cose che dici tu e dice Monia. Diciamo le stesse cose in lingue diverse. Stupefacente! Ciao e grazie per il tuo profondo intervento.

P.S. Grazie per i Cosacchi. Cercherò il quadro spulciando i cataloghi in libreria, Ciao.

Noodles ha detto...

Il riferimento al Satyricon è molto interessante (grazie anche per la citazione). In effetti, sollev un problema di non poco conto, ma hai dato anche la risposta più giusta. Spero di aver capito bene ciò che scrivi e ne tento un corollario-commento: la pedofilia era un costume accettato anche nell'antica grecia, e - ciò che è più importante - da uomini di alta levatura mentale. Questo credo sia da associare a un problema storico, di evoluzione dei costumi. Non vorrei dire una blasfemia, ma in un certo senso spesso l'orrore è più una questione sociale che naturale. Con ciò non sto difendendo in alcun modo la pedofilia, me ne guarderei bene. Il problema è la distanza, appunto. Pensare ai romani ci obbliga a notare delle sfasature terribili, cose inaccettabili (come potremmo oggi giustificare i giochi che prevedevano lo sterminio con belve e guerrieri di cristiani?).
Tuttavia il Satyricon va letto come opera d'arte e giudicato in termini estetici e mai morali. In fondo anche l'autore (Petronio?) a volte è (auto)ironico, critico. Stavo pensando anche a Nabokov. Con tutte le differenze del caso, intendiamoci. Ma è per dire che il COSA di un racconto-romanzo non è per forza il punto focale della sua trattazione, il suo "assoluto" se posso chiamarlo così. Humbert Humbert non è certo presentato come persona ammirevole (ma neanche come un mostro, e forse è qesto a fare più "scandalo"); tuttavia Lolita è, e resta un capolavoro. E così dev'essere; perché attraverso quella trama e quella apparente trasgressione racconta in realtà - tra le altre cose - anche le distanze tra l'assoluto dell'arte e quelle della vita, gli scontri che necessariamente devono provare.
E l'arte come dicevi anche tu se non erro, dev'essere libera, assoluta rispetto alla realtà. E credo che questa mancata "libertà" (che è stata anche e - credo prima di tutto - autoimposta) a non rendere al film di Kubrick la potenza che invece sembra poter avere (fermo rimamendo che resta un film bellissimo).

Spero di aver risposto restando in tema e non aver detto un cumulo di sciocchezze :p
ciao, a presto :)

Luciano ha detto...

@Noodles. Ecco, siamo in completa sintonia. Hai perfettamente tradotto il mio linguaggio contorto. In poche parole: non è questione di realismo o rappresentazione fedele, ma di procedimento. Un film (rimanendo nel cinema) può essere semanticamente astruso, moralmente osceno, apparentemente non coinvolgente, storicamente falso, dichiaratamente illogico. Può essere questo e tante cose, ma se il principio di costruzione funziona, se il “motore” si avvia, il sangue circola nelle sue vene, allora sarà un film (anche se non compreso dalla maggioranza delle persone) che entrerà di diritto a far parte della Storia del Cinema. Se si misurasse il valore di un’opera dal suo successo, dovremmo tutti osannare l’ultimo film dei Vanzina. Van Gogh durante la sua breve vita riuscì a vendere un solo suo quadro per quattro soldi.

Anonimo ha detto...

buonasera a tutti. anch'io sono un'amante di Truffaut. Vorrei porvi un quesito. Sto preparando la mia tesi di laurea e pensavo di svilupparla proprio sul regista francese collegandolo ad hitchcock e al famoso libro intervista tra i due registi.
Mi piacerebbe avere delle idee,commenti o proproste circa la mia idea.
grazie a tutti!
Rita

Luciano ha detto...

@Rita. Innanzitutto ti ringrazio per la richiesta su Truffaut. Questo mi lusinga anche se preparare una tesi su un regista simile è molto complesso. Infatti il rapporto tra Truffaut e Hitchcock è molto interessante. Mi ricordo di una sua riflessione su Hitchcock (“Alfred Hitchcock nel 1980” in F.Truffaut, “Il piacere degli occhi”) in cui afferma che la suspence è una dilatazione dell’ “attesa” e per il grande regista francese la maestria di H. consiste nell’uso tutto personale nel manipolare lentezza e velocità, sequenze “lente” ed ellissi. A me personalmente questo modo di girare un film mi ha sempre affascinato. Per questo ritengo H. un grande maestro e trovo un parallelo tra il modo più “classico” (ma non sempre) di girare di H. e quello più “moderno” di Truffaut. Ci sono parallelismi? Quali sono i film che avvicinano i due grandi maestri? Purtroppo non ho mai approfondito il cinema di Truffaut (nel senso che certamente ho visto tutti i suoi film ma non ho mai avuto il “coraggio” di approfondire come ho fatto invece con Godard). Ti confesso un mio personale segreto (così facendo però verrà a saperlo chiunque legga questo commento): sono anni che sto scrivendo alcune riflessioni su quello che per me (non ci crederai) non solo è il suo più grande film (lo dico senza timore di scandalizzare nessuno perché Truffaut ha girato tantissimi film di grande spessore), ma anche uno dei più fantastici film che siano mai stati girati: Effetto notte. Ecco in questo caso forse H. non c’entra nulla (bisognerebbe però verificare). Sto visionando il film da anni e sono arrivato alla conclusione che siamo davanti a un “cinema moltiplicatore di realtà”, nel senso che questo film possiede un suo particolare meccanismo collaudato che si ripropone sequenza dopo sequenza nel “fabbricare” non solo effetti di reale, ma virtuali possibilità, bivi, biforcazioni, scelte che possono variare di sequenza in sequenza, di quadro in quadro. Ne volevo fare un post ma ormai è quasi un saggio ma molto lacunoso. È lì, sotto forma di file con data sempre più vecchia, e più lo leggo, più mi accorgo che “Effetto notte” sfugge sempre ad ogni mio tentativo di “fermarlo”, anche per un attimo, allo scopo di descriverne l’incredibile coesione di mondo. Quindi puoi capire quanto sia complesso per me darti consigli troppo affrettati. L’idea di H. comunque mi sembra ottima. Potresti scegliere alcuni film (o meglio scegliere solo qualche sequenza di film) dei due registi per scoprire l’influenza della loro scrittura o i tratti in comune tra due grandi artisti. Un altro aspetto che a me piace molto di Truffaut è il “personaggio” Antoine Doinel. Conoscerai sicuramente il volume di Truffaut “Le avventure di Antoine Doinel”. Come sai questo personaggio attraversa in vent’anni cinque film e pertanto in questi film s’intreccia un incredibile “moltiplicazione” di senso, di vita, di realtà (un po’ come succede secondo me con Effetto notte), ma in questo caso non è una mia impressione. Interessante insomma questo intreccio tra personaggio, attore reale (Jean-Pierre Léaud è invecchiato come attore ma anche come personaggio nei cinque film) e rapporto tra personaggio/attore e regista/padre. Volendo potremmo anche, riferendoci ai Quattrocento colpi introdurre la figura del padre putativo come è accaduto anche allo stesso Truffaut, André Bazin, che lo fece uscire dal riformatorio. Insomma, banalmente, chi è Antoine Doinel? È Jean-Pierre Leaud? È lo stesso Truffaut? La realtà come vedi si intreccia con il cinema. Truffaut amava leggere romanzi. Il romanzo per lui era talmente importante da uscire allo scoperto intrecciandosi direttamente con il mondo. Su Truffaut ci sarebbe tantissimo da dire. È un regista molto impegnativo. Complimenti per la scelta e in bocca al lupo. Spero almeno di avere acceso anche un solo barlume, di averti dato anche un frammento di idea per la tua tesi. A presto^^