27 luglio 2010

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968) – 1/3 - il film

Teorema è un film sulla crisi della borghesia italiana della fine anni sessanta e inizio anni settanta, sul vuoto vivere delle classi abbienti e sugli effetti nefasti causati da una rottura del fragile equilibrio, di un mondo retto da leggi e regole e condizioni di vita consolidate (benessere, educazione). Un mondo apparentemente libero e sorretto dalle certezze (borghesia come élite, guida del paese, esempio per le classi meno abbienti, fiducia nella credenza di essere depositaria di un'etica assoluta) viene prima sconvolto poi distrutto dall'arrivo di un visitatore che coinvolge tutti i componenti della famiglia (serva, figlio, figlia, madre e padre) in un rapporto amoroso, rompendo ogni legame con le apparenze ma allo stesso tempo (con l'abolizione dei falsi idoli quali status sociale, convenienze, ecc.) rendendoli consapevoli del vuoto che li circonda. Le conseguenze saranno nefaste. Lo sviluppo del film vuole sottolineare (dimostrare come un teorema) la logica di questo mondo vuoto, la facilità con cui può essere frantumato e l'atroce consapevolezza della perdita di ogni certezza. Teorema, anche soltanto con queste premesse, sarebbe comunque un film importante, ma ciò che interessa è il modo in cui questo teorema viene dimostrato. Pasolini lavora soprattutto su quegli aspetti che caratterizzano il cinema moderno, lasciando implodere la narrazione, facendo uscire il discorso alla superficie. La narrazione è tutta in una frase: un uomo venuto da fuori sconvolge la vita di una famiglia borghese. Il resto è tutta una matematica degli eventi, ma non solo.
Gilles Deleuze non crede che Teorema sia un film teorematico ma soprattutto problematico:

"[...] il teorema sviluppa rapporti interni di massima con conseguenze, mentre il problema fa intervenire da fuori un avvenimento, ablazione, aggiunta, sezione, che costituisce le proprie condizioni e determina il "caso", o i casi, così come l'ellisse, l'iperbole la parabola, le rette, il punto sono i casi di proiezione del cerchio su dei piani secanti, in rapporto alla sommità di un cono." (1)

Per Deleuze la deduzione di Pasolini in Teorema è più problematica che teorematica. "L'inviato del fuori è l'istanza a partire dalla quale ogni membro della famiglia sente un avvenimento o affetto decisivi, che costituisce un caso del problema [...]. Ogni caso, ogni sezione, sarà considerata come una mummia, la figlia paralizzata, la madre fossilizzata nella propria ricerca erotica, il figlio con gli occhi bendati che urina sul proprio quadro, la serva in preda alla levitazione mistica, il padre animalizzato, naturalizzato"(2). C'è ancora un fuori che interviene provocando una metamorfosi, un fuori che trascina con sé l'imponderabile, non un nuovo sapere (che dovrebbe sostituire il falso sapere dell'incipit: "[...] la deduzione problematica immette nel pensiero l'impensato, perché lo destituisce di ogni interiorità per scavarvi un fuori, un rovescio irriducibile, che ne divorano la sostanza" (3). Il pensiero insomma prende il sopravvento sull'immagine (o almeno sull'immagine senso-motoria) o meglio, come si domanda Deleuze, potremmo trovarci di fronte a un cinema giunto a "[...] un proprio rigore matematico che non concerne l'immagine (come nel vecchio cinema che già la sottometteva a rapporti metrici o armonici), ma al pensiero dell'immagine [...](4). Questo pensiero allenta la narrazione (tramite la poesia) e mostra un nuovo tipo di immagine (l'immagine-pensiero o l’immagine-emozione?). Gli aspetti più interessanti di questa metamorfosi riguardano soprattutto. 1) Incipit, 2) Spazio-tempo, 3) Montaggio, 4) Esistenti, 5) Cinema di Poesia.

1) Dopo un brevissimo incipit da film documentario (intervista agli operai divenuti proprietari di una fabbrica regalata loro dal padrone che si è spogliato non solo di tutti i beni ma pure dei vestiti) e l'immagine di un deserto (che ritorna durante tutta la durata del film), le prime sequenze in bianco e nero mostrano la vita quotidiana precedente l'arrivo del visitatore, la routine di una ricca famiglia borghese: uscita in auto dalla fabbrica di Paolo (il padre), il figlio (Pietro) che esce da scuola e che fa lo scemo con gli amici, uscita di Odette (la figlia) dalla scuola, la madre Lucia seduta nella villa intenta a leggere un libro, Emilia la serva, infine la famiglia riunita al tavolo da pranzo. Questo incipit sembra direttamente estratto dal cinema muto (solo musica extradiegetica e immagini in b/n) come se la normale e gradevole vita del prima (di un mondo senso-motorio) fosse un'opera muta del cinema degli inizi, una storia qualunque che potrebbe essere stata presa a caso dal passato o da un presente già morto. Sempre all'interno del cinema muto il fuori dà i suoi primi segnali (stacchi tra sequenze o all'interno di sequenze con l'immagine del deserto e quindi l'arrivo di un postino danzante che consegna una lettera alla serva). Nell'inquadratura sempre in b/n della famiglia seduta al tavolo intenta a pranzare, la serva consegna al padre il telegramma su cui è scritto: "Arrivo domani". A questo punto nel film irrompe il sonoro e l'immagine diventa a colori. La corruzione del prima ha avuto inizio, ciò che sembrava purezza delle origini, era solo un inconsapevole vagare nel deserto, mentre adesso sta per rivelarsi come vuoto incolmabile e irrecuperabile. Il mondo che irrompe con i suoni e il colore non è poi tanto più "rumoroso" del cinema muto (pochissimi dialoghi e rumori di fondo ridotti all'essenziale), ma si sgretola ogni volta di più dopo che ogni membro della famiglia viene sedotto (ma in realtà ognuno di loro lo ha sempre voluto anche quando non lo sapeva) dal visitatore esterno: una sorta di messia che porta il verbo della conoscenza o demone a cui interessa solo corrompere e sconvolgere?

2) La vita milanese che "circonda" gli esistenti è solo intravista, appena abbozzata. La fabbrica, proprietà del padre, è mostrata nell'incipit in campo lungo per mezzo di brevi inquadrature: sono immagini di capannoni senza alcuna presenza umana, senza i suoni e il vissuto classico di una fabbrica (ad esempio gli operai che escono o scherzano o lavorano). L'uscita dalla fabbrica del padre si rifà ovviamente al cinema delle origini (b/n e muto) ma non è, non può essere il cinema delle origini. Dalla fabbrica non escono le operaie come nell'Uscita dalle officine Lumière (il cinema delle origini possedeva un che di mitico che riusciva a rendere il movimento come parte fondante della vita), esce solamente Paolo, padrone non del mondo e della vita di una cittadina ma di edifici vuoti e muti. Così la scuola, la villa e gli interni della villa: cucina, sala, ingressi ecc., sembrano più luoghi deputati di un museo dove vengono raccolti oggetti. Lo spazio non è quello reale di una Milano efficiente e funzionale della fine anni sessanta, ma è uno spazio mentale, relegato ai margini, uno spazio qualsiasi, insignificante. Potremmo essere a Milano o Parigi o Londra o in nessun altro posto. Il tempo sembra non esistere, non funzionare non seguire una narrazione che stenta a mettersi in mostra, perché (così come lo spazio) deve essere funzionale all'istanza problematica (o volendo teorematica), deve dimostrare la prevalenza del nulla, l'assenza di qualsiasi punto di riferimento (che poi sarà per un breve periodo incarnato dall'ospite). Gli episodi dei familiari, i loro rapporti col visitatore, le loro reazioni all'abbandono potrebbero essere capovolti, spostati, allungati, ridotti, proprio perché il tempo del racconto è indebolito, non si mostra cronologicamente, ma utilizzando una sorta di sincronia diacronica. Diacronia dell’accadente o sincronia dell'accaduto, o di ciò che capita o è già capitato (e le inquadrature del deserto che frammentano il plot sembrano sottolineare l'avvenuto, il dipanamento della pellicola che mostra solo l'ineluttabile avvento-avvenuto del vuoto). Sintetizzando inquadrature statiche e "mute" (fabbrica, scuole con vita cittadina mostrata di sfuggita, casa vuota e arida), tempo vago e imprecisato e sviluppo degli eventi contemporaneamente sincronico e diacronico.

3) Le sequenze sono composte da molte inquadrature, campi controcampi, carrellate (anche con mdp a mano) come per mostrare uno spazio-tempo insulso che non funziona ma che fa affondare gli esistenti in un magma fluido, in un fango di immobilismo e disperazione. Pasolini non vuole mostrare uno spazio e definire un tempo, ma soltanto utilizzare questo spazio e questo tempo per dimostrare un teorema, o meglio per dedurre un problema. Pertanto le immagini degli ambienti sembrano più la proiezione del mondo interiore dei personaggi, il loro modo di sentire e percepire una realtà distante, incomprensibile, vuota. Il montaggio per Pasolini (tipico del film e non del cinema) deve dare senso al cinema come la morte dà senso alla vita, mentre il cinema è un infinito piano sequenza proprio come la realtà vista dal nostro sguardo è un'infinita soggettiva. Pertanto "[il] montaggio opera dunque sul materiale del film (che è costituito da frammenti, lunghissimi o infinitesimali, di tanti piani-sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita.(5)

4) Allo stesso modo i personaggi sono sfuggenti e fragili. Inquadrati da lontano sembrano non andare da nessuna parte, si muovono incerti nell'ambiente, leggono od osservano, i volti sono inespressivi, vuoti, il loro sguardo osserva un altrove che sperano di trovare, un altrove che arriva quando sopraggiunge l'ospite. Parlano raramente e spesso per scusarsi, avendo terrore di oltrepassare la linea delle convenzioni. L'ospite al contrario è sicuro di sé e dona alla famiglia la certezza di poter superare in un attimo il nulla che li avvolge. Ma il deserto incombe, c'è e c'è sempre stato. Non è questione di salvezza o speranza ma di presente storico che si realizza nel film, in ogni film. Il visitatore è come un'istanza poetica che conduce al compimento del proprio destino, legge Rimbaud e sembra amare i suoi protetti. Ma non c’è amore, bensì una evanescente desertificazione dell'anima. I suoi gesti sembrano quasi automatici: quando abbraccia Pietro o si adagia sopra Emilia o Lucia non sembra colto da passione. Quando bacia Odette i suoi occhi sembrano fissare il vuoto. Il suo sguardo non irradia amore perché è lo sguardo distratto e insignificante che osserva il mondo contemplando il suo ineluttabile mistero, che osserva una classe sociale accompagnandola al suo declino. Interessante il momento dell'abbandono. Tutti i familiari faranno un breve monologo, con l’acquisita consapevolezza della loro perdita, il senso di un mondo vacuo ed evanescente. Pietro dice: "Lo capisco adesso che tu stai partendo e sapere di perderti è diventato la coscienza della mia diversità. Che cosa sarà di me d'ora in poi?" Lucia: "Dunque partendo non distruggi niente di ciò che c'era in me prima, se non una reputazione di borghese casta, ma che importa?, ma ciò invece che tu stesso mi hai dato: l'amore nel vuoto della mia vita lasciandomi lo distruggi tutto". Odette: "Ma adesso lasciandomi non solo mi fai riprecipitare indietro ma mi fai andare ancora più indietro. È questo che volevi?". Paolo: "Tu sei certamente venuto qui per distruggere. In me la distruzione che hai causato non poteva essere più totale. Hai distrutto semplicemente l'idea che ho sempre avuto di me". Dolore, distruzione, disperazione. Odette che diventa catatonica, Pietro che diventa artista inquieto, insoddisfatto, Lucia che inizia a frequentare tanti uomini e Paolo che si spoglia di tutto percorrendo nudo quel deserto che è sempre stato nel film sin dall'inizio. In Teorema si ha l’enunciazione formale e precisa di un cinema che toglie ogni illusione, perché distrugge il "vuoto" meccanismo della mimesi, dona consapevolezza, richiede spirito critico, annulla qualsiasi punto di riferimento: è il cinema della “soggettiva libera indiretta” la cui caratteristica è di non essere linguistica, ma stilistica. È il cinema di poesia (6).



(1) Gilles Deleuze, L'immagine-tempo, Ubulibri, Milano 1989, p. 195.
(2) Ib.
(3) Ivi, p. 196. Voglio citare qui anche parte dell nota a pie' pagina (n. 37): "Il tema del Fuori, e del suo rapporto con il pensiero, è uno dei temi più costanti di Blanchot (in particolare L'infinito intrattenimento) [...].
(4) Ivi, p. 194.
(5) Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano 2000(3), p. 241.
(6) Ivi, pp. 167-187.

22 luglio 2010

Premio Dardos




Ringraziamo tutti i blogger che ci hanno assegnato il premio Dardos. In ordine cronologico:I Cinemaniaci, Acquitrini cinematografici, Cinemaleo, Il Cineocchio, Eyeswideciak, Cinedrome, Cinedelia, Cineroom, Weltallsworld e Nessuno t'amerà come t'ho amata io.
A questo punto non mi rimane che applicare (mi scuso se solo in parte) il regolamento:
1) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio
2) linkare il blog che ti ha premiato
3) premiare altri 15 blog meritevoli

Ci sentiamo onorati di avere ricevuto il premio Dardos dai sopra menzionati blog che sono per noi tra i migliori e tra quelli che leggiamo più spesso e ringraziamo con grande soddisfazione e apprezzamento. Poiché la nostra lista di premiati è molto lunga (ricordate che l'elenco dei quindici è stato stilato da me e da Giuseppe, ma ognuno di noi due avrebbe desiderato stilarne 15 a testa per un totale di 30), nell'adottare gli stessi criteri di Cineroom, "nella nostra lista di 15 blog non inseriremo i blog che ci hanno premiato soltanto per questioni di spazio e per premiarne di nuovi, ma per noi è come se fossero in classifica":


Percorsi Diversi
Mulhollandblog
Our bed of california stars
Peeping Tom
Cinema da denuncia
Cinema visto da me
Il teatro dei vampiri
Antoine Doinel et ses copains
Xinematica
Markx
Riflesso cinefilo
Un lento apprendistato
Il piacere degli occhi
Direktor after hours
C'era una volta il cinema

Ringraziamo anche
Cinema e dintorni, Mondoattuale, Percorsi diversi, Direktor After Hours, altri blogger che ci hanno assegnato il premio Dardos e di cui ci siamo accorti solo dopo la pubblicazione del post: sono quattro blog di ottima qualità e che ci onorano con il loro premio. Grazie ancora.



7 luglio 2010

Van Gogh(1947), Gauguin(1950) A. Resnais


La teoria del cinema degli anni 20 è permeata dall’idea di fondo che questo strumento sia in qualche modo produttore di verità, una sua verità, che in questo caso non ha nulla che vedere con il realismo. Quindi un sistema di percezione "nuovo" o "altro". Epstein in questo senso con la sua definizione di fotogenia, parla di questo valore altro o accrescimento di valore che gli oggetti e le persone acquisiscono attraverso la ripresa cinematografica, per Epstein , mi semra doveroso ricordare è tutto insito nel primo piano. È pur vero che nelle parole di Epstein c’è una sorta di misticismo filosofico che possono in qualche modo distrarre il lettore da una certa concretezza di argomento, ma la verità di cui si sta parlando è l’effetto di discorso che non proviene da un'qualcosa di esterno o da formulazioni mentali, ma si fonda sul cinema stesso. Ciò che c’è di vero al cinema rimanda a ciò che del cinema rimane, come residuo, come GRANA. Qualcosa che si colloca tra lo spazio fisico dello schermo e lo spazio della rappresentazione, che come la pennellata, non è solo una porzione di spazio che occupa sulla tela, o come nella realizzazione di un buon pasto, non è solo procedimento meccanico c’è un autentico altro con il quale sbattiamo contro. Oggi più che mai una folta schiera di sostenitori della tradizione sostiene questa perdita di residuo di realtà della grana causa delle tecnologie digitali che appiattirebbero il tutto, cosi come accade anche in fotografia. La realtà dei fatti, a mio modesto parere, sembra un'altra, sembra che il digitale restituisca dignità all’immagine, ma più che all’immagine a "quell’autentico altro" che ha in se l’immagine. È un discorso a me caro e molto controverso che spero di poter continuare in un'altra occasione, ma che mi serve per poterne intraprendere un altro e per via del tutto paradossale, ovvero quello inerente agli esordi di Alain Resnais con i corti su Van Gogh e Gauguin. Il suo è un esordio molto singolare sia per la scelta di un documentario d’arte per esplorare le possibilità narrative del cinema , sia perché utilizzare il bianco e nero per parlare di artisti che hanno una grande carica di colore in maniera particolare Van Gogh, sembra a prima visto del tutto fuori luogo. Jean Luc Godard nel ricordare questi lavori disse:” Un movimento di macchina, in Van Gogh, si aveva l’impressione che non fosse un movimento di macchina, ma la ricerca del segreto di questo movimento” Il merito di Resnais sta nel essere riuscito a ricreare, a partire dal quadro che è uno spazio chiuso e autosufficiente, uno spazio fuori campo possibile, immaginabile dallo spettatore. L’immagine pittorica si sostituisce, si modifica e diventa cinematografica, centrifuga e acquista una nuova dimensione di reale più estendibile “ si trattava di sapere se degli alberi dipinti, delle case dipinte, dei personaggi dipinti potevano grazie al montaggio, svolgere in un racconto il ruolo di oggetti reali e se, in questo caso, era possibile sostituire per lo spettatore il mondo interiore di un artista al mondo rilevato dalla fotografia.”(1)
Questo passaggio dal pittorico al cinematografico avviene attraverso tutta una serie di movimenti e frammentazioni di grandezza diversa. Abbiamo un processo di diegetizzazione dei singoli quadri, che vengono spezzettati in più inquadrature , come se queste funzionassero come delle scene, dove all’interno di queste vengono individuate delle figure autonome di tematiche narrative elementari. Già in questo primo passaggio si può vedere un certo funzionamento del pixel, una segmentazione dell’immagine che ci viene restituita in maniera unica ma altra. La narrazione, nel montaggio in sequenza di questi frammenti tematici raccordano tra loro particolari quadri diversi declinando il montaggio non all’unità di quadro ma alla necessità del racconto. La sua successiva impregnatura con il fattore psicologico, ossia attribuzione del contenuto dei quadri è organizzato secondo una sorta di storia psicologica dell’artista utilizzando in controcampo gli autoritratti degli artisti come se il pittore guardasse le scene dei propri quadri. In Gauguin c’è la stessa ricerca narrativa esistenziale sull’artista avvenuta per Van Gogh, ma risulta meno penetrabile tant’è che qui viene usato l’espediente della divisione in capitoli come tappe fondamentali dello stato d’animo dell’artista (Parigi, Bretagna, Thaiti) L’esordio di Resnais è manifestazione di narrazione, di immagini comuni che si fanno altre per noi, facendo semplicemente cinema.

1) Pescatore G. Il narrativo e il sensibile hybris,2001 bologna

30 giugno 2010

Un americano a Parigi (Vincente Minnelli, 1951)

Un Americano a Parigi coinvolge soprattutto per le musiche di un compositore superlativo e al quale venne reso onore dallo stesso titolo del film che riprende il nome dell’omonima opera di Gershwin. Con i suoi sei premi Oscar tra cui miglior film, sceneggiatura, colonna sonora, scenografia, è uno dei musical più famosi girato nel periodo in cui il genere raggiunse l’apice e la danza diventò il respiro di una città, il ritmo di una storia avvincente. Eppure, nonostante il film venga osannato come uno dei migliori musical di tutti i tempi e rientri a pieno titolo nel genere, le sequenze di danza e canto non sono preponderanti. In quasi due ore di visione le performance musicali non raggiungono la mezz’ora di durata, ovviamente escludendo lo stupendo balletto finale di diciassette minuti. Anzi le sequenze diegetiche recitate rappresentano il nucleo narrativo della storia, mentre la regia di Vincente Minnelli ci mostra inquadrature prettamente classiche con movimenti di macchina calibrati e tesi essenzialmente ad incorniciare i volti e le espressioni degli interpreti. Lo spazio circostante è la ricostruzione di una Parigi popolare frequentata da artisti che vendevano i quadri lungo le strade o nelle piazzette, è una Montmartre evidenziata come luogo e simbolo di pittori, cantanti, musicisti desiderosi di sfondare e pertanto intenti a sviluppare uno stile personale sia nella musica che nel disegno. L’incipit quasi stupisce per l’impiego di tre narratori autodiegetici: in primis Jerry Mulligan ci presenta una florida e romantica Parigi anni cinquanta e ci introduce nel suo appartamento che sembra un loculo sapientemente arredato dove nessun oggetto è messo lì per caso (ad esempio il letto sul quale si sveglia al mattino viene sollevato contro il soffitto da una corda da fermare ad un chiodo infisso nel muro che agisce su una carrucola); quindi Adam Cook si presenta suonando il piano con la mdp che lo ha da poco sorpreso posizionandosi appena fuori della finestra (allo stesso modo di Jerry); infine Henri Baurel, o meglio la voce off di Baurel, dato che quest’ultimo narratore assume il punto di vista della mdp. Lungo il percorso seguito con una carrellata che costeggia i negozi, dalla reazione dei bottegai che salutano con riverenza e animo gioioso, veniamo a conoscenza del rispetto e della considerazione in cui è tenuto Baurel, finché finalmente non facciamo la sua conoscenza attraverso uno specchio sul muro che riflette il suo volto. Dopo l’incipit le voci off scompaiono per lasciare il posto, nelle sequenze non dialogate, alla musica. Ritengo che il film da questo punto di vista, nonostante la maestria di un grande regista come Vincente Minnelli, non aggiunga niente di nuovo rispetto alle incommensurabili commedie americane degli anni trenta, se non un uso molto attento delle inquadrature e delle scenografie (sia nel riprodurre la “realtà di una Parigi anni ’50 sia nel rappresentare le esperienze oniriche del balletto finale) che ci deliziano per l’abbondanza di oggetti e per la forza espressiva del colore. Probabilmente siamo davanti a un'opera costruita per affascinare il grande pubblico, in grado di sublimarsi nell’uso peculiare e continuo (anche durante le sequenze non musicate) della danza e dei movimenti simmetrici e ritmici del corpo. Una ritmica del corpo quindi che va oltre l’esteriorità formale del ballo e che s’innesta nella metafora stessa della narrazione (Lise Bouvier è una cenerentola che trova l’amore nel suo principe povero). Mentre la narrazione rimane sospesa in un romanticismo di maniera (il corteggiamento, l’apparente repulsione di Lise, la conquista di Jerry, Henry come terzo incomodo, l’amore impossibile, l’happy end con abbraccio e bacio finale sulla scalinata di Rue Foyatier), i movimenti sensuali e “astratti” delle danze ci conducono verso una liberazione del corpo dalle costrizioni dell'immagine-azione codificata da anni di cinema d’evasione. Il corpo, in particolare i corpi di Gene Kelly (Jerry) e Leslie Caron (Lise), mostra una prorompente sessualità che, pur rimanendo apparentemente velata, pare contraddire i luoghi comuni del plot negando le parole, i comportamenti e persino il pudore ipocrita dei benpensanti. Questo amore contrastato, poiché Lise sta per sposarsi con il buon Henri che non ama ma a cui è riconoscente per averla salvata durante la seconda guerra mondiale, si rivela tramite una danza che esprime, oltre alla malinconia della situazione (tipica del romanticismo) il desiderio represso, soprattutto sessuale, dei due innamorati. Mi riferisco in particolare al magnifico balletto sul lungo Senna (Love is Here to Stay) che sancisce un momento topico della tipica storia d’amore (il ballo, l’abbraccio, la fuga della donna ad un’ora stabilita – qui le ventitré anziché la mezzanotte), ma allo stesso tempo informa sull’attrazione fisica, decisamente carnale, tra i due. La sequenza sulla Senna appena sotto il Quai parigino (così come gli altri momenti musicali) va oltre l'apparente impasse della "commedia", poiché tanto l’intreccio ripete gli stilemi della commedia sofisticata americana (appunto happy end, buonismo, assenza di conflitti sociali, ecc), rasentando il cliché e il luogo comune (e il plot non ne è che l'ennesima dimostrazione), quanto la danza, al di là dei momenti in cui domina, sembra occupare lentamente le sequenze diegetiche, attestandosi sotto la superficie, quasi per non interrompere ed incrinare la struttura essenzialmente stereotipata. Eppure appena sotto la superficie traspare un ritmo continuo e interattivo, una sorta di brusio in controtendenza, contraddittorio, che potrebbe minare l'intera organizzazione narrativa. Questi disturbi o forme del movimento sono essenzialmente di due tipi: movimenti ritmici dei corpi e tendenze destabilizzanti della musica. I movimenti dei corpi (soprattutto di Jerry), anche quando la diegesi del racconto scorre e lo spazio si distende tutt'intorno a uso esclusivo dei personaggi, sono legati strettamente all'espressione dei sentimenti e alle esigenze dello spazio e in tal modo, ad esempio, nell'incipit ogni più piccolo gesto di Jerry (dal sollevare il letto a guardare il suo volto dipinto sulla carta, ad aprire la finestra) è una sorta di danza tesa a sottolineare una gestualità strettamente relazionata al senso di benessere e gioia di vivere e di dipingere a Parigi, nonché agli oggetti che occupano l'angusto spazio del monolocale. La musica inoltre, anche quella extradiegetica delle sequenze descrittive, come qualsiasi altro suono (voce, rumori) è sempre legata all'espressione dei sentimenti dei personaggi e soprattutto alla presenza ingombrante e sempre ribadita di una Parigi che cerca di dimenticare gli orrori di una guerra terminata da pochi anni. La musica e i corpi (suoni, e movimenti) sono il respiro della città e del suo fascino. Lo stereotipo si stempera fino ad eclissarsi nel ritmo poetico di musica e danza. La poesia della musica sopperisce alla debolezza del plot con il suo ritmo vitale, il suo substrato polisemico, con la sua tendenza centrifuga ad annullare gli eventi ripetitivi e prevedibili. Come se non bastasse Minnelli ci regala un epilogo imprevisto o meglio un tentativo di disinnescare l'happy end già annunciato nei titoli di testa. Gli ultimi diciassette minuti sono l'apoteosi del colore e del movimento accompagnati da una delle più belle musiche del novecento, il tema di An american in Paris di Gershwin. La danza parte flebile e dimessa prendendo spunto da un disegno che Jerry ha strappato, ma si inoltra presto in territori inesplorati, si inerpica in percorsi esclusivi. In una Place della Concorde disegnata, i movimenti si intersecano, si amplificano tra piroette, danze, passi di tip tap e movimenti di folle (soldati, passanti, bambini, marionette giocolieri, ecc.). Jerry balla con Lise, balla nella piazza, balla nei locali, balla nei manifesti di Lautrec, nei dipinti degli impressionisti e forse in quelli di Van Gogh (dico forse perché, nonostante il riferimento a Van Gogh sia citato da più fonti non ho visto le pennellate dense, quasi gettate con rabbia sulla tela, del grande pittore olandese). Jerry e Lise ballano nei colori, non solo nella città reale idealizzata dalle quinte disegnate (prima appena stilizzate poi sempre più definite cromaticamente), ma in quella ideale sottomessa al desiderio e alla gioia di vivere dei protagonisti (e del popolo francese che vuol ricominciare una nuova vita dopo la barbarie dell’occupazione nazista). Il colore in particolare prende il sopravvento, quasi staccandosi dagli oggetti nella caleidoscopica sequenza del ballo nella fontana di Place de la Concorde quando l'acqua stilizzata in vapore o nebbia si tinge di viola, di porpora, di giallo e i due ballerini amanti sembrano sospesi nella rappresentazione stessa, non nella loro storia simile a tante, ma nella rappresentazione dell'amore stesso al di là di ogni banalizzazione.

13 marzo 2010

Bastardi senza gloria (Quentin Tarantino, 2009)

Nei film di Tarantino alberga una sorta di indefinibile evanescenza, qualcosa di impalpabile o forse l'idea che il cinema sia diventato ormai la realtà, l’idea di un mondo definito attraverso un concatenamento di immagini che lo sguardo “raccoglie” nel reale, ma anche nei sogni e nei ricordi. Pur essendo d'accordo con la riscrittura storica ritengo che Tarantino abbia trasferito sulla pellicola il desiderio di trasformare il risultato drammatico degli eventi, rivivere e realizzare ciò che ormai non è più possibile. Il cinema cresce in sé e gonfia l'immaginario collettivo: Hitler, il male, rappresentano il continuo riciclaggio di tutte le violenze; e cosa meglio del mitico Far West (quello del cinema) per accogliere gli attori e i luoghi della fine del nazismo? Il nostro desiderio di riuscire a cambiare un evento passato, anche della nostra vita, per ricostruire diversamente nuove strutture, si disintegra nell'impatto di una durezza impenetrabile che è il cinico, asfissiante stato delle cose. Eppure “Bastardi senza gloria” non è solo un rifugio nel sogno e nel divertissement per conoscere e/o analizzare eventi che sarebbero potuti essere diversi , ma è soprattutto il desiderio di influenzare il mondo perché certi episodi non si ripetano. Desiderio di dare forma ad un sogno o meglio all'immagine di un pensiero tout court “assemblante” nel senso che non può fare a meno di dare vita a storie a lieto fine. E probabilmente questa procedura (immaginare nuove "realizzazioni" storiche) è contaminata da batteri che infettano la materia, imprevisti che allentano e tendono a disgregare il logico epilogo di un pensiero; questi batteri non sono altro che motivi romantici ossia aspetti che ritornano nel plot come “bisogni” della messa in scena: il killer (per i romantici una natura matrigna o il fato avverso), il vendicatore (la rabbia dell’io in balia del male), il massacro e il sigillo (la giusta punizione di un Dio che ristabilisca un equilibrio e il marchio indelebile, il graffito inciso sulla carne come volontà di rappresentazione). Eppure questi aspetti si amplificano in quello che per me diviene motivo conduttore del film, motivo che definirei legato ad un'estetica dei tavoli. Le tre sequenze più entusiasmanti, in cui lo sguardo si perde nell'attesa di una improvvisa esplosione di violenza ma che non riesce a superare una quasi naturale confluenza nel grande fiume tarantiniano di un’epopea infinita di richiami e riconoscimenti (di tanto cinema anche minore), le tre sequenze che mi hanno maggiormente incuriosito si sviluppano lungo tavole da pranzo dove i personaggi stanno seduti parlando più lingue, come se la tavola fosse simile a quei “luoghi deputati” delle chiese medievali nei quali si “raccontava” la Sacra Rappresentazione. E in effetti sulla tavola va in onda la volontà di un Dio-Regista che manipola e sconvolge: nell'incipit quando il colonnello Hans Landa parla in inglese, anziché in francese, con LaPadite per non farsi capire dagli ebrei nascosti in cantina; alla tavola di Goebbels quando Landa dialoga con Shosanna lasciando intendere di conoscere la sua vera identità; e infine a Nadine in Francia, nella taverna “La Louisiane”, quando l'attrice Bridget von Hammersmark e il tenente Archie Hicox sono disturbati prima da alcuni soldati intenti a giocare al “Chi sono”e in seguito da un ufficiale delle SS. Tre sequenze lunghissime: circa quindici minuti la prima, undici la seconda mentre la terza dura ben oltre i venti minuti. Qui mi limito a semplici osservazioni su alcuni aspetti scelti a caso tra i tanti che mi hanno stimolato.

a) Tavole. La tavola da pranzo rappresenta forse il luogo più sicuro, dove non ci si aspetta che accada niente di particolare se non un consumo di cibo. La tavola da pranzo è una pausa nel concatenamento di eventi, rappresenta una catalisi, un riempitivo in cui la storia si ferma e in cui l’oggetto (tavola) “racconta” l’ambiente ma anche le condizioni sociali, il carattere e l’umore dei suoi proprietari o almeno di chi si siede poggiando gomiti o mani per consumare o per parlare. Nella prima delle tre sequenze è una tavola misera, semplice, usata da una famiglia povera che vive nella paura perché offre un rifugio ad alcuni ebrei. In questo caso la tavola racconta l’assenza di cibo. Il contadino fa uscire le figlie e dialoga con Landa limitandosi a offrirgli un bicchiere di latte mentre la mdp pare indugiare muovendosi lentamente: campi e controcampi come nel più classico dei film, un primo piano sul bicchiere bevuto d'un sorso da Landa, il volto umiliato di LaPadite che non ha il coraggio di opporsi all'ironia malefica del tedesco e pare che ci dica in ogni attimo: avete visto le mie due figlie, cosa avrei dovuto fare? Minuti che non scorrono quando la mdp scende lentamente sotto le tavole del pavimento per mostrare gli ebrei rifugiati nella cantina; la suspense si prolunga nell’attesa di una catastrofe, fino alle schegge di legno che schizzano dappertutto, mentre i mitra delle SS, bucando il pavimento, bucano anche una speranza. La “seconda” tavola dove Shosanna siede al cospetto di Goebbels, scambiata per la fidanzata dell’eroe nazista Frederick Zoller, è apparecchiata con chicchere di porcellana e bicchieri di cristallo che fanno mostra di sé su una tovaglia bianca; è una tavola apparentemente capace di rasserenare (e in effetti la sequenza non si conclude con una sparatoria), come se il lusso e il bianco fossero automaticamente portatori di pace a differenza della miseria e della materia grezza (il legno non lavorato dei due tavolacci). Eppure questo candore racchiude il più alto grado di orrore dell’intero film, perché siamo appena entrati con Shosanna all’interno degli inferi, rappresentati da un apparente, tranquillizzante senso di normalità. Gli oggetti e le decorazioni dell’ambiente (un locale da pranzo) e i manufatti sulle credenze che denotano gusto del superfluo e pertanto consapevolezza di un ricercato piacere estetico, sono in realtà il biglietto da visita della fucina degli orrori, il luogo in cui si prendono decisioni di morte. La suspense non è qui incentrata nell’attesa di un epilogo da fine sequenza (trattandosi di Tarantino viene da chiedersi cosa farà Landa a Shosanna) ma nella proiezione di un epilogo ancora più drammatico e sanguinario (Perché l’ha risparmiata? Cosa nasconde il folle colonnello?). La suspense non esplode nell’epilogo di una lunga attesa, ma nella sospensione del senso, nell’attesa di un’altra attesa. La “terza” tavola è sempre misera, diventa la tavola di un’osteria dove la birra scorre a fiumi (mentre i bastardi bevono whisky ), in cui un gruppo di soldati delle SS giocano al “Chi sono” bevendo e cantando e coinvolgendo nella loro ilarità il gruppo di “bastardi”. Questa tavola è il luogo deputato in cui gli ostacoli (il gruppo di tedeschi che impedisce il regolare incontro dei nostri eroi) devono essere superati tramite una finzione, in cui ognuno finge di essere chi non è ad esclusione di Bridget che a sua volta finge di essere quello che è (un’attrice) per nascondere ciò che non è (una spia).

b) Bevande. Ogni tavola ha la sua bevanda: il latte (la purezza degli innocenti) bevuto dal colonnello nella capanna del contadino contrasta con la sua stessa ferocia ma anche sottolinea la sua raffinatezza (non è un volgare ubriacone). Questo aspetto viene però contraddetto quando Landa si trova davanti alla tavola dove sono presenti anche i prigionieri appena catturati: il tenente Reine e un suo bastardo. Sopra la tavola che segna come una linea di confine tra i personaggi (dalla parte del potere Landa e dalla parte della sottomissione Reine) sono posati un telefono e un fiasco di vino rosso. Il bianco della ferocia si è trasformato nel rosso della vittima, ciò che presupponeva una promessa di morte è ormai la morte stessa sopraggiunta, la fine di ogni speranza. Il brindisi con il male suggella l'epilogo della storia, la sconfitta e la perdita. Ma questo passaggio dal bianco al rosso avviene dopo aver indagato ogni possibilità di trasformazione alcolica o meno: dal bianco al giallo oro della birra, dal paglierino dello champagne bevuto nel candore della sala da pranzo al nero del caffè bevuto da Landa, al bianco del latte sorseggiato da Shosanna fino al bronzato dello scotch che gli avventori bevono nella locanda. La qualità degli oggetti sale di livello, il grossolano si affina con promesse di ferocia inaudita fino al suo estremo epilogo: il sangue macchia gli oggetti del loro stesso colore.

c) Due sparatorie e mezzo. Tra queste sequenze assistiamo a sparatorie con spargimento di sangue, nazisti uccisi e loro scalpi presi dai bastardi, esplosioni, incendi, torture, strangolamenti. Ogni oggetto può essere portatore di vita ma anche di morte. Le tre sequenze ai tavoli sembrano momenti di pausa, catalisi in cui si formano i motivi per altri episodi di violenza, sono emblema della violenza stessa, il luogo in cui si crea il presupposto che porterà a qualcosa di angosciante. Nella prima e terza sequenza d’altronde le sparatorie avvengono veramente ai tavoli, mentre nella seconda si ha un apparente squilibrio: la sparatoria finale non accade, ma solo perché la sparatoria è la stessa Shosanna, colei che darà il via allo sterminio dell’epilogo, condotto, voluto e sperimentato dall’alter-ego del regista stesso, dalla sua proiezione cinematografica: il colonnello Landa. Shosanna è un’arma appena innescata o almeno lasciata scivolare lentamente nel suo destino (anche nella sequenza della prima tavola Landa rinuncia a sparare mentre la ragazza ebrea fugge tra i campi). È il leitmotiv di una tragedia e quell’incontro nell’antro della “purezza” rappresenta benissimo il vuoto di un potere violento e feroce che nel mondo non è stato fermato prima di avere ormai provocato una tragedia planetaria. Fra trine e broccati, tra chicchere e teiere fumanti, tra oggetti e candore di tanta bellezza formale è sorto il nuovo mostro di Tarantino, ossia rabbia e disperazione per il fatto che nessuno abbia potuto fermare prima un dramma tanto immenso. Sarebbe andato bene anche un feroce e folle colonnello nazista con la sua svastica incisa sulla fronte.

27 febbraio 2010

Sogno (bi-mong) (Kim ki-duk, 2008)


Jin intaglia timbri e Ran cuce abiti. Non si sono mai conosciuti ma entrambi hanno una storia alle spalle di cui ancora combattono il ricordo lui ancora disperatamente innamorato della sua ex-ragazza, Ran invece detesta il suo ragazzo che ha da poco lasciato. Una notte lui sogna di provocare un incidente e lei da sonnambula lo provoca davvero, pur perdendone il ricordo. Da quel momento tra i due si crea un legame difficile da comprendere, che avrà effetti devastanti.

È per opposizioni e paradossi che, anche nell’ultima opera di Kim ki-duk, ci viene mostrato un angolo di esistenza, dove aporie coesistono e creano equilibrio con le rispettive conseguenze. Ran e Jin sono gli opposti che creano l’equilibrio di un meccanismo fisico e mentale, entrambi reduci da due diverse esperienze d’amore. Ciò che è umano, ciò che è presente sia nel nostro corpo che nella nostra mente diventa materia concreta. Il corpo così, diventa timbro da intagliare, dove incidere le espressioni e pulsioni, ed è proprio sul corpo che inizia e finisce l’indagine sul vissuto dei personaggi. Per quanto la forte natura onirica del film sia di derivazione fruediana, ovvero dove sono i desideri dei personaggi a manifestarsi e a scontrarsi rispettivamente, questi non possono e non devono prendere il soppravvento. Il sogno non sembra collocarsi come luogo ultimo dell’appagamento, ma ne evidenzia delle soglie tra luoghi, una mediazione tra la realtà ed un luogo “altro” è che per molti aspetti proprio l’amore indissolubilmente legato alla morte, ad essere identificato come “altro” come rispettivo gioco delle parti. La dottoressa sottolinea nel film; soltanto se entrambi s’innamorassero, i disturbi di sonnambulismo cesseranno. La spazialità dei luoghi è di natura pittorica, e la scarsa presenza di costatanti movimenti di macchina o di spezzettare la visione per creare senso, cedono il passo alla forza del quadro, che spesso diventa astratto come nei momenti in cui la violenza sul corpo inizia a diventare insostenibile per entrambe le parti allora tutto scivola in questo “spazio d’altrove”, un dirottamento improvviso dallo spazio reale ad un altro spazio di tipo mentale che nel film sono dei luoghi ben precisi, luoghi dove si riscopre se stessi e chi si ha accanto; nel primo caso la scena nel campo di grano dove le rispettive coppie sono legate dall’evidente abbigliamento di colore bianco e nero, il secondo luogo è il tempo buddista e il terzo è il raggiungimento di questo luogo ghiacciato, statico come in un limbo. In questo senso ho trovato una sorta di percorso dell’amore. L’amore non è un sentimento, e di per se non lo è mai stato, quest’ultimo è qualcosa di astratto, che non ha una tangibilità vera, i personaggi che sono spinti dai soli sentimenti finiscono sempre per fraintendersi, agire, parlarsi e urlarsi su piani di realtà differenti; lui che sogna di far l’amore con la sua ex ragazza e lei che da sonnambula raggiunge il suo detestato ex per fare l’amore dimostra appunto questo, ma i due protagonisti legati oniricamente , hanno un dialogo che è ridotto allo stretto necessario, caratteristica costante quello del mutismo esistenziale, dell’inadeguatezza della parola, come pesci dentro acqua che non vediamo, scoprono la loro unione senza sapere ancora cosa realmente sia. E’ ciò che accade nel tempio buddista dove tutto sembra fermarsi, e si mette alla prova la capacità di attesa verso l’atro, quanto si è disposti ad aspettare. si ama non a causa di un sentimento, ma a causa di un legame corporale, che diventa sacrificio ed è grazie a questo l’amore diventa una realtà altra ma paradossalmente concreta. L’ultimo luogo, il fiume ghiacciato, l’acqua si e solidificata trattenendo con se ciò che c’era dentro. S’intaglia se stessi fino alle estreme conseguenze, ma solo ed esclusivamente per amore dell’altro.

18 febbraio 2010

Avatar (James Cameron, 2010)

Il Pittoresco ingigantisce sequenza dopo sequenza prendendo il sopravvento come unica possibile redenzione, come motivazione fondante di un racconto che non è una storia ma il mito stesso della nostra umanità, ciò per cui noi siamo, pensiamo, crediamo. Simbiosi con la natura, connessione "naturale" (i capelli dei Na'vi) con ogni essere senziente (vegetazione, animali, indigeni), senso panico della vita inenarrabile (come raccontare e definire l’Origine?) atto a estrarre i nostri sogni più reconditi dal nostro cassetto dimenticato. Applausi al termine della proiezione (persino in 3D) come liberazione di uno stress da over-visione accumulato sequenza dopo sequenza, immagine dopo immagine. La perfezione del digitale che contribuisce al meraviglioso, come la struttura canonica di un plot collaudato, fanno di Avatar un altro successo di Cameron, un film di cui discuteremo per anni e che lascia lo spettatore appagato per cui un giorno potremo/potranno definirlo capolavoro (?). Intreccio pertanto tipicamente classico (eroe introdotto nel plot dal caso, la sua formazione, i suoi errori, tradimenti, la sua conversione, redenzione e amore) ma spazio narrativo topicamente post-moderno (nostro coinvolgimento, smembramento dell'io, decostruzione e ricomposizione di oggetti in uno spazio non gravitazionale). La luce in particolare sembra uscita dal proiettore e assorbita dalla notte di Pandora; non potendo fuggire dal vaso (come la speranza) rimane in sosta, depositata sulle piante e sul terreno a mo' di brace opalescente per illuminare la vegetazione, immagino per il piacere dello sguardo (perché altrimenti la luce di notte?), forse per scolpire nel nostro ricordo una natura che non abbiamo mai conosciuto. Il dilemma, ciò che mi preoccupa, si trova nello iato tra la meravigliosa e straziante bellezza del creato e la sua stessa angosciante estraneità. Non si respira (la meravigliosa "miscela" dei Na'vi è per noi una velenosa sostanza che ci fa soffocare), non si cammina se non alla guida di enormi robot armati o tramite connessioni con avatar non riconosciuti dagli indigeni. Mentre la forza proiettiva della mente ci trascina nel meraviglioso mondo di Pandora, il nostro corpo rimane recluso nel sarcofago, l'occhio cellofanato sotto occhialetti di plastica "offerti" all'entrata della sala per aumentare il senso di stupore (e di angoscia), l'occhio bloccato al di là del vetro perché tutta questa meraviglia non sarà nostra a meno che non si possieda la capacità di connettersi al di là, imparare a guardare oltre la luce (la notte lattiginosa di Pandora), oltre le apparenze (gli animali feroci sono amici per la vita), oltre le forme (metamorfosi di tutti gli esseri che non sono quel che sembrano ma sono ciò che vogliamo). Il corpo dello spettatore abbandonato nel sarcofago-poltrona na'vi-ga nello spazio cibernetico di Cameron, nel suo mondo idilliaco, solo per lo sguardo o meglio per una speranza di sguardo (anche la connessione per noi non è che una presa usb); così l'occhio del Na'vi aperto a nuova vita definisce l'estrema metamorfosi di un essere umano che ha imparato a conoscere l'impossibilità di comprendere il mondo ma anche la possibilità di compenetrarsi con questo mondo. Per questa sola, unica, imponderabile emozione, per questa sensazione di aver sentito un appagamento amaro nel cuore (sarò capace di aprire veramente gli occhi?), di aver provato una sorta di repulsione-attrazione per gli indigeni e il loro mondo (se non divento Na'vi soffoco e so benissimo quanto sia costoso respirare), Avatar è stato per poco meno di tre ore la mia preziosa, irrinunciabile maschera (occhialetti?) dell'ossigeno.

28 gennaio 2010

Avatar (J. Cameron, 2010)


Jake Sully, un ex Marine costretto a vivere sulla sedia a rotelle. Nonostante il suo corpo martoriato, Jake nel profondo è ancora un combattente. E' stato reclutato per viaggiare anni luce sino all'avamposto umano su Pandora, dove alcune società stanno estraendo un raro minerale che è la chiave per risolvere la crisi energetica sulla Terra. Poiché l'atmosfera di Pandora è tossica, è stato creato il Programma Avatar, in cui i "piloti" umani collegano le loro coscienze ad un avatar, un corpo organico controllato a distanza che può sopravvivere nell'atmosfera letale. Questi avatar sono degli ibridi geneticamente sviluppati dal DNA umano unito al DNA dei nativi di Pandora i Na’vi. Rinato nel suo corpo di Avatar, Jake può camminare nuovamente. Gli viene affidata la missione di infiltrarsi tra i Na'vi che sono diventati l'ostacolo maggiore per l'estrazione del prezioso minerale. Ma una bellissima donna Na'vi, Neytiri, salva la vita a Jake, e questo cambia tutto.

“Sospensione dell’incredulità”(1) Per molti aspetti, e in maniera assai maggiore di quanto non si pensi, è ciò che accade durante la visione di Avatar. La “sospensione dell’incredulità”o “sospensione del dubbio” consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un'opera di fantasia. In Avatar sia precedentemente al film stesso che durante la visione tutto sembra offuscato dalla martellante idea di essere davanti al 3D questo meraviglioso “prodigio delle tecnica” adesso di fronte ai nostri occhi, ma ciò che non diventa oggetto di critica, ciò che rimane sospeso almeno durante l’atto di visione, è esattamente il narrato.
C’è una diffusa teoria per il quale il corpus della letteratura- anche del teatro, del cinema, della televisione, del fumetto e di qualsiasi altro medium a carattere narrativo – sia costituito da un susseguirsi ininterrotto di “plagi”, ovvero che un numero assai limitato di storie originarie verrebbe riproposto continuamente in una serie di varianti e sotto varianti, differenziandosi tra loro soltanto per soltanto per elementi formali quali il mezzo narrativo o le scelte di stilistiche. Questa teoria insomma, formulata nei sui termini più radicali, vorrebbe mostrarsi come tentativo di negare alla narrazione qualsiasi possibilità di innovazione. A rafforzare questa teoria ci sono diversi studi quali quelli di V.Propp, o di C.Volger e di molti altri che non sto qui a citare che hanno individuato strutture fisse che non fanno altro che ripetersi, con l’impressione definitiva che tanto la letteratura, quanto ogni altro medium narrativo, se non proprio ridotta a plagiare se stessa, abbia realmente un margine sempre più ridotto di novità da esplorare. Questo ovviamente accade anche tutt’ora e nemmeno Avatar si esime da ciò. Ma cosa consente a storie simili o addirittura uguali di differenziarsi a tal punto da poter apparire alla fine completamente diverse??? La risposta è molto semplice, ciò che ci fa distinguere una storia dalle altre è il mondo in cui essa si svolge. Il cinema in questo senso è lo strumento primo che si appropria del “mondo” narrativo, ma che a differenza della letteratura, esso non c’è lo racconta, bensì lo mette davanti ai nostri occhi.”Il cinema è vero; una storia è menzogna” “Non ci sono storie. Non ci sono che situazioni, senza capo ne coda: senza inizio, senza nucleo senza fine ; senza dritto e senza rovescio; si possono guardare da tutti i punti di vista; la destra diventa la sinistra; senza limiti di passato o di futuri, sono il presente”(2) Con Avatar si è dentro un continuo andare e tornare, un connettersi e un disconnettersi, si entra e si esce restando sempre in unico luogo, il luogo “dell’io ti vedo”, si realizza il desiderio che un personaggio andando incontro ad un altro, ci porta finalmente con sé; e non lo stiamo accompagnando da dietro o da vanti, e nemmeno di fianco, siamo diventati lui, guardiamo attraverso i suoi occhi, è lui a diventare questa volta l’Avatar di noi stessi.
Ma al di là dell’ ambiguo gioco di parole che il titolo del film mette in questione e della prolissa riflessione che si potrebbe fare a proposito, Avatar aggiunge un sottilissimo tassello a quell’idea per il quale il cinema non serve a raccontare storie, la “storia” è solo una cornice senza il quale ci sarebbero solo un casuale susseguirsi di immagini. Il 3D ha ancora bisogno di essere indagato, ma soprattutto di essere sperimentato. L’utilizzo attuale è limitato alle scene d’azione e in quei sognanti carrelli in avanti di scoperta e meraviglia. Sembra quasi che la sua unica collocazione possa solo essere il Fantasy o quei generi che giocano su stilemi di eccessiva effettistica, ignorando totalmente un cinema sensoriale vero e proprio.


1) Termine coniato da Samuel Taylor Coleridge in uno scritto del 1817 ( fonte Wikipedia)
(2)Epstein J.(1922) in Jean Epstein, cur. L Vichi, il castoro cinema, 2003

22 dicembre 2009

2046 ( W. Kar-Wai, 2004) Pt. 2/2


La storia in 2046 ha una doppia natura da un lato è il film che stiamo guardando, dall’altro è il libro che Chow sta scrivendo. Parallelamente allo sviluppo del film c’è anche quella del libro quest’ultimo è arricchito dalle stesse esperienze vissute da Chow, ma in chiave letteraria, questo fa si che il protagonista si ponga con un piede nella “realtà” e con l’altro nella “finzione”. Ma per quanto la natura letteraria sia implicata cosi tanto da non renderne visibile il confine, viene comunque la necessità di collocare le rispettive parti; da un lato nell’ambito dell’avventura amorosa, come aspetto del vissuto dell’autore dall’altra come un’avventura puramente estetica afferente al libro che Chow sta scrivendo. Questa differenziazione prende piede dalla distinzione che Jankelevitch fa nel suo saggio sull’avventura.
Il saggio infatti propone di individuare all’interno dell’esperienza avventurosa una distinzione fondamentale. Detto in maniera semplicistica l’idea generale di avventura, secondo Jankelevitch, comporta un’oscillazione costante tra la serietà e il gioco, ovvero, tra l’idea di rischio che un’avventura di qualsiasi genere può comportare come l’ipotesi di morte e l’idea ludica il desiderio che spinge l’uomo avventuroso a vivere esperienze entusiasmanti, ma comunque ignote. Arrivando alla conclusione finale che non può esistere un’avventura senza che non vi siano questi due elementi messi in costante relazione. Inoltre Jankelevitch differenzia tre tipologie di avventura, queste sono caratterizzate da una presenza maggiore o minore di serietà o di gioco. Abbiamo infatti l’avventura mortale dove a prevalere è la serietà, l’avventura estetica dove a prevalere e invece il gioco e infine, la più importante , l’avventura amorosa dove le parti si controbilanciano vicendevolmente. L’avventura estetica in 2046 è quella rappresentata dal libro che Chow sta scrivendo, egli si trova più fuori che dentro, in quanto secondo Jankelevitch perché vi sia avventura estetica è necessario che il soggetto sia venuto fuori, non ne deve essere più coinvolto. Tutta la storia nel film è narrata da una voce off omodiegetica: “ovvero il personaggio che appartiene alla storia la racconta allo spettatore a cose concluse”(1) . Avviene che l’esperienza narrata da Chow nel suo libro si attua sottoforma di intertesto letterario, ma la percezione che se ne deriva è che in realtà Chow non è del tutto distaccato cioè non si trova ne del tutto fuori, ma neanche del tutto dentro, la componente di avventura amorosa è ben evidente tendendo ad avere una presenza maggiore rispetto al resto, le due categorie quella puramente estetica e quella amorosa si interscambiano. Guardando infatti gli aspetti dell’avventura amorosa descritti da Jankelevitch; […] “L’avventura amorosa è un’enclave all’interno della serietà prosaica della quotidianità […] l’avventura amorosa non fa parte del destino del’uomo, fa forse parte della sua destinazione […] L’avventura amorosa appare come una parentesi all’interno del vissuto, come una sorta di poemi in versi interpolato al centro del testo prosaico e serio dell’esistenza”(2). Il tema dell’amore per il protagonista mette profonde radici al centro della sua esistenza, e questa viene coinvolta globalmente, a tal punto da esserne trasformata. Per Chow l’amore è un gioco serio o una serietà giocosa, dualità che trova la sua possibile collocazione una nella forma del film e nella forma del libro. Il rapporto che chow intrattiene con le donne che incontra, ha in alcune una prevalenza di serietà con altre quella del gioco. Questo stesso comportamento oscillante è presente anche nelle donne. Vediamo infatti che con alcune di queste c’è un semplice rapporto amoroso, frivole avventure di qualche notte, mentre in altre sono i sentimenti a prendere i personaggi alla sprovvista facendoli cambiare atteggiamento. Ma un aspetto che Jankelevitch sottolinea, e che in questa sede risulta particolarmente appropriato, è come alle diverse parti, maschile e femminile, corrisponda un diverso modo di futurizione dell’avventura amorosa attraverso le categorie di Imminenza per le donne e Urgenza per gli uomini. “L’imminenza è femminile ella misura in cui essa prevale l’attesa passiva, ma solerte e affatto quiescente. […] Nell’Urgenza prevale al contrario il coraggio, che è la virtù dell’azione e la facoltà di andare apertamente incontro al futuro.”(3) Questo è ciò che fa esattamente il protagonista, egli parte verso il 2046 attraverso la spinta dell’urgenza , ma in previsione di una scadenza.
In un certo senso il libro, come atto volto a prolungare l’io in una altra realtà continuerebbe a oscillare tra memoria e scadenza, ma questa volta il primo avrà una valenza iterativa e ludica quindi un divertimento puramente estetico e il secondo invece sarà puntuale e serio, ma in un luogo (2046) che non ha concreta attualizzazione. Il 2046 in fondo è solo una camera d’albergo, che nell’accezione di Marc Augee (4) risulta essere un non –luogo, ma che in questo caso è un non-tempo di una memoria oscillante contornata da una scadenza sospesa, dove diverse donne del passato si sono alternate, tranne l’unica realmente amata da Chow.


(1)Metz C. Il luogo del Film, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995
(2)Jankelevitch V. L’avventura, La Noia, La Serietà Marietti edizioni, 1991
(3)Ibid
(4)Augee M.Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Eleuthera, 2005


19 dicembre 2009

2046 ( W. Kar-Wai, 2004) Pt. 1/2

Hong Kong, 1966. Chow ,fa ritorno nella sua città dopo tre anni passati a Singapore nel tentativo di ricostruirsi una vita dimenticando il perduto amore Su Li Zhen.
Chow trova rifugio in un piccolo albergo di quart’ordine dove inizierà a scrivere il suo romanzo dal titolo 2046. Il titolo del romanzo, ambientato in questo ipotetico futuro, corrispondente al numero della camera d’albergo dove anni prima nacque il suo amore per Su Li-Zhen e dove i due s’incontravano clandestinamente. Inizialmente Chow vuole occupare la medesima stanza per sviluppare il suo romanzo, ma a causa della sua momentanea inagibilità, si trasferisce nella stanza accanto (2047). Durante la scrittura del libro, la stanza adiacente a quella di Chow (2046) verrà occupata da diverse donne che durante gli ultimi anni hanno costellato la vita amorosa del protagonista.


“Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della terra. E c'è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046. Tutti quelli che vanno al 2046, hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti. Perché si dice che niente cambia mai, nel 2046. Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente, perché nessuno è mai tornato. Nessuno tranne me ”

Ma che il vero protagonista della storia sia il tempo è fuor di dubbio, ad iniziare dal titolo stesso del film. Il 2046 assume diverse forme all’interno del percorso intrapreso dal testo, esso infatti è un anno, un luogo nel tempo, un libro , una stanza d’albergo, ma più specificatamente esso sembra identificare una scadenza, un tempo limite.
Sin dalla voce off che introduce il film, viene messo in evidenza che lo scopo di/del 2046 per Chow, come quello del protagonista del libro, sia quello di recuperare i ricordi perduti, ma in modo specifico, cercare di ricordare se una donna in particolare , conosciuta anni prima (1), lo avesse amato veramente. Il 2046 diventa dunque punto limite, una scadenza entro cui è possibile ritrovare i ricordi perduti.
La storia è del tutto narrata al passato, siamo dentro un grande flashback, all’interno del quale la Programmazione temporale è suddivisa in quattro blocchi ben distinti, che vanno dal 1966 al 1969, essi a loro volta sono localizzati a partire dalla rispettive notti di natale 24-25/12, che ne identificano un nuovo inizio. Ma essendo all’interno di un passato ricordato la scansione temporale si presenta frammentata, ovvero siamo di fronte a delle immagini-ricordo che, come evidenzia Deleuze, è un immagine che non ha il suo prolungamento in un movimento senso-motorio, ma in una percezione, […] “la soggettività acquista un nuovo senso, non più motorio o materiale , bensì temporale e spirituale”(2) All’interno di questo flashback si delineano diversi circuiti che, corrispondono ai diversi blocchi temporali, ogni circuito evidenzia un’area di ricordi che tende a congiungersi o a sovrapporsi con i successivi blocchi di tempo, ma senza soluzione di continuità. Seguendo il discorso di Deleuze, che parlando di Mankiewicz, mostra come quest’ultimo abbia compreso che la memoria non potrebbe mai ricordare e raccontare il passato se questa non si fosse formata nel momento in cui il passato era presente, dunque con un scopo futuro. Ovvero l’immagine memoria/ricordo per potersi raccontare si forma nel momento in cui questa sta acquisendo il presente. Ciò sta a significare che l’immagine ricordo del testo non è una pura immagine ottico sonora sospesa, che allude ad una pura virtualità, ma è un’immagine attualizzata o in via di attualizzazione che rimanda, nel momento della sua fruizione, ad un presente. I ricordi infatti vengono riconosciuti e attualizzati. Con l’immagine ricordo si ha un riconoscimento attivo che permette di passare da un immagine di percezione ad un immagine senso motoria che si era momentaneamente interrotta. Ma l’idea di sospensione, cioè la pura percezione ottico sonora avviene come dice lo stesso Bergson “ nel momento in cui il riconoscimento attivo del ricordo fallisce”, quindi, nel momento in cui l’atto del ricordo non si concretizza, l’immagine senso motoria, non riesce più a concatenarsi con le altre rimanendo cosi sospesa. 2046 si muove esattamente attraverso questi due poli; da un lato abbiamo la presenza di immagini-ricordo che rinviano ad un riconoscimento attivo, quindi ad una memoria concreta e sttualizzata,( le diverse amanti che hanno caratterizzato i quattro anni della vita di chow) dall’altro abbiamo delle immagini-sogno, sospensioni ottico-sonore che non permettono una soluzione di logica continuità dei singoli blocchi temporali, se non attualizzandosi in altre immagini, e che provengono tutti da un tempo limite che ne identifica una scadenza. Una scadenza che ha una rappresentazione puramente virtuale (Il ricordo della donna amata non giunge mai). Questa Scadenza entra in relazione con il L’oggeto di Valore da raggiungere. In questo senso le diverse percezioni di ricordo fungono come Piani Nnarrativi d’uso ( ovvero delle azioni che fungono da acquisizione di competenze in vista di una prova finale) in funzione ad un PN di base che non verrà raggiunto. La speranza di Chow di ritrovare il ricordo amoroso di questa donna, fallisce.

“Ho amato una donna ma lei mi ha lasciato. Speravo fosse nel 2046. E quindi sono andato a cercarla lì. Ma non c'era. Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato. La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai.”

I singoli blocchi di tempo sono caratterizzati ognuno dalle diverse donne che rispettivamente occupano la stanza d’albergo 2046. La caratteristica di questi blocchi spiega chiaramente il funzionamento dell’immagine ricordo che si prolunga appunto in una percezione; il soggetto posto all’attenzione di Chow, ovvero l’unica donna da lui amata realmente, passa attraverso diversi circuiti, dove ogni volta l’immagine iniziale(donna amata) viene a cancellarsi per sostituirsi con un'altra,(amanti) cosi facendo, questi circuiti entrano in contraddizione, si riprendono e si annullano, come spiega Bergson […] “si può vedere come l’effetto del progresso dell’attenzione, consiste nel creare di nuovo, non solo l’oggetto percepito, ma anche i sistemi sempre più vasti cui esso può ricollegarsi”(3). La virtualità dell’immagine-sogno rimane permanente, essa si attualizza indirettamente attraverso le immagin- ricordo di altre donne. Bergson nello spiegare la generazione dei diversi circuiti a partire dall’oggetto originale indica come ci sia una “difficoltà” insita nel circuito più profondo ovvero dove l’oggetto di base crea la sua immagine consecutiva che lo ricopre. In 2046 questo primo circuito di sostituzione/creazione è dato dal fatto che solo una di queste donne, la prima che incontriamo nel film, ha lo stesso nome della donna amata da Chow, appunto Su Li Zhen, questa non occuperà la stanza 2046, in quanto “prima copia” da quale verranno generate tutte le altre. Il titolo del film come il titolo del romanzo funziona cosi come il circuito più vasto, l’involucro esterno entro in quale coesistono tutti gli altri, e in questo senso Deleuze non è mai stato più pertinente nel dire che “non si tratta più del legame senso motorio dell’immagine azione nel riconoscimento abituale e neppure i vari circuiti percezione-ricordo che li suppliranno nel riconoscimento, sarà piuttosto la relazione debole e dissociata tra una sensazione ottico-sonora e una visione panoramica, tra un’immagine sensoriale e un’immagine-sogno totale.

Scadenza e memoria sono le due marche di riconoscimento entro il quale si muovono i ricordi di Chow. Il tempo più che avanzare scivola e i personaggi sono in balia di questo flusso che li conduce alla deriva e le loro esperienze si tramutano in immagini di transizione. E’ raro l’uso di dissolvenze per indicare passaggi di inquadratura, la tecnica del jump-cut diventa motivo principale dei raccordi tra inquadrature che si uniscono tra loro con dei bruschi tagli come appunto nella ricostruzione di un ricordo, i frammenti mancanti devono essere ricostruiti quando è possibile dalla mente dello spettatore. A conferma di una tensione di coscienza tutta individuale, il ralenti in 2046 funzione come pratica dettagliante a livello temporale, la durata dell’evento rappresentato è dilazionata, frazionata. Se infatti il ralenti ci mostra da un lato l’azione nella sua esatta totalità dall’altro, esso si allontana da una temporalità percettiva reale dello spettatore. Viene ad annullarsi l’idea baziniana che l’inquadratura nel cinema non è una immagine ma un blocco di tempo omogeneo. Nel film , in una stessa inquadratura gli elementi che la compongono si muovono a diverse velocità, ad esempio quando Chow sta consumando il suo pasto in ralenti e dietro di lui le persone si muovono in accelerato. E in effetti è proprio una mancata coordinazione di velocità dei sentimenti che ci viene mostrato. I protagonisti non sono mai allineati tra di loro, il vero amore lo si può conoscere o troppo presto o troppo tardi, giungendo alla lucida riflessione sulla sedimentazione delle forme del tempo nell’articolazione delle emozioni, il tempo come una tensione di coscienza.

1) Cfr. dello stesso regista In The Mood For Love
2)Deleize G. L’immagine-tempo, Ubulibri Milano, 1986
3)Bergson H. Materia e Memoria, Laterza, 2004
4)Gilatta L. Wong Kar-Wai, Dino Audino Editore, 2004

29 novembre 2009

L'australiano (J. Skolimowski, 1978)


Nel villaggio di Lampton (Gran Bretagna), la squadra di cricket locale sfida quella del manicomio. Il ricoverato Charles Crossley funge da giudice con la collaborazione di Robert, un ragazzo sano di mente. Mentre la partita si svolge con alterne vicende, Charles racconta all'occasionale amico la sua storia. Dopo avere passato 18 anni presso aborigeni, da uno stregone ha appreso l'arte di concentrare la propria forza in un urlo distruttore e assassino. Pervenuto a Lampton, si è infilato di prepotenza nella casa dei giovani coniugi Anthony e Raquel sconvolgendone le loro vite.


“Ogni parola di ciò che sto per dirle è vera, solo che io potrei dirla diversamente, ma è sempre la medesima storia. Vario la sequenza degli eventi , vario il momento culminante di quel tanto che basta a far si che sia viva.”

Film come questo offrono una vastità di argomentazione così elevata che in un primo momento spaventa, la varietà dei temi messi in gioco è notevole, e in questo senso, mi son voluto occupare di uno degli aspetti più ovvi del film, ma che in qualche modo questo agisce in modo “silenzioso”. Lo straordinario protagonista de l’australiano è percezione sonora . Il percepito supera i limiti dell’inquadratura stessa. Lo schermo frontale che abbiamo dinnanzi a noi viene sfondato e noi con lui. Al cinema lo sguardo è un’esplorazione spazio-temporale delimitato che si mantiene dentro il quadro dello schermo. L’ascolto è invece un’esplorazione in un dato a udire anzi “un imposto a udire” molto meno delimitato sotto tutti i punti di vista a iniziare dalla localizzazione della sua provenienza, dai suoi contorni incerti e mutevoli, che in molte occasioni fa oscillare elementi tra ciò che è diegetico e ciò che non lo è. L’impatto visivo-sonoro del film è davvero imponente, ma se da un lato la narrazione o meglio le immagini che già di per se, come annuncia il protagonista Crossley, si presentano come una sequenza di eventi modificata, che ci vengono restituiti con una paradossale unità narrativa, dall’altro il montaggio sonoro per sua natura non restituisce unità, proprio perché in qualsiasi film le giunte sonore, sia la colonna sonora o i suoni “in” e “off”, non sono ben identificabili da poterne suddividerne in blocchi. Nel senso che uno spettatore solitamente non si impone l’obbligo di riconoscere questi stacchi, proprio perché in balia di un flusso sonoro eterogeneo ma indistinto. Qui in modo perentorio avviene qualcosa di diverso, ciò che sentiamo ha un volume decisamente più alto di ciò che vediamo. Siamo quasi sempre dinnanzi a dei climax psico-sonori/visivo-musicali che rendono la rappresentazione una maestosa sinfonia contrappuntistica, ma applicata in questa sede sul valore aggiunto (1) L’urlo micidiale di Crossley si oppone per analogia al mestiere dell’altro protagonista, Anthony. Questo è un musicista che campiona suoni e rumori provenienti da oggetti di uso quotidiano. Crossley descrive la produzione musicale di Anthony «musica che non esiste, vuota». Anthony riproduce numerosi effetti sonori nel suo laboratorio; biglie su vassoio di metallo con acqua; scatola di sardine suonata con archetto; sigaretta accesa con fiammifero e aspirazione del fumo; pelo di cane strofinato col microfono. Dei successivi esperimenti sembra volerne misurare il ritmo col metronomo, come del ronzio d’ape intrappolata nel vaso di vetro dal microfono, che poi si libera; del soffio sul microfono; del tintinnio della scatola di sardine e del trillo di una vecchia sveglia. Il micidiale urlo di Crossley viene emesso in totale tre volte, Nel ricordare che siamo comunque dentro il racconto di un pazzo, la tripartizione dell’emissione dell’urlo segna una regolarità interna, al quale non voglio attribuire logiche d’incastro. Crossley, come dice lui stesso, ama inventare storie per il suo medico curante, la sua è una costruzione che poggia su altre parti, l’anima si ripartisce in quattro pezzi che posso assumere diverse forme. Cosi come sono quattro le parti in cui il racconto e suddiviso. Ma alla fine siamo noi ad essere uccisi, l’emissione dell’urlo sembra più diretto verso di noi, ed è sempre a noi che viene puntato l’osso dall’aborigeno. Suono e rumore possono essere contrapposti a ciò che nel testo risulta essere “sensato” e ciò che invece è matto. Si vive dentro questa frattura, in una continua percezione fuori sincronia frammentata.

1) Con il termine di Valore Aggiunto nel campo degli audiovisivi, designamo il valore espressivo e informativo di cui un suono arrichisce l'immagine data, sino a far credere, nell impressione immediata che se ne ha o nel ricordo che se ne conserva, che quell'informazione o quell'espressione derivino "naturalmente" da ciò che si vede, e siano già contenute nella stessa immagine. Chion M. L'audiovisione suono e immagine nel cinema, Lindau 1990

4 novembre 2009

Red Cliff ( la battaglia dei tre regni) J. Woo, 2009

Anno 208 a.C. : sono i giorni finali della dominazione della dinastia Han. Il primo ministro Cao Cao convince l’imperatore che l’unico modo per riunire tutta la Cina è dichiarare guerra ai regni confinanti di Shu e di Wu dell’Est: parte così una campagna militare d’inedite proporzioni, condotta dallo stesso Cao Cao. Per contrastare le forze che li stringono sotto assedio, i due regni attaccati decidono di stringere un’alleanza. Sarà l’inizio di una guerra combattuta per terra e sulle acque del fiume Yangtze, che culminerà nella Battaglia delle Scogliere Rosse, il cui andamento segnerà tutta la storia della Cina a venire.

Un’ ipotetica definizione di “genere” trova, nel cinema contemporaneo, un terreno pieno di lacune, per quanto la battaglia dei tre regni ne evidenzia uno ben preciso, quale potrebbe essere quello del kolossal epico, anch’esso si sottomette a delle logiche temporali che fanno della definizione di genere una forma di tendenza ad un certo modo di fare cinema, o meglio delle forme di soggettività (dove per soggettività non s’intende il regista, o la produzione ma il film ( soggetto) stesso) e non un marchio di coerente identificazione. Perché se è vero che il genere individua un determinato prodotto indirizzato ad un pubblico che identifica l’oggetto della sua visione come qualcosa che, in un certo senso, se ne conosce il sapore in anticipo. E’ anche vero che l’etichettatura di genere limita e in un certo senso condiziona la visione, come ad esempio dire che Matrix è un film di fantascienza misto a trhiller e azione, si sta parlando di indicazioni che hanno un riscontro solo sul piano generico del oggetto film, se dicessi che è un film filosofico nessuno potrebbe darmi torto eppure non basta ad identificarlo. Il discorso sul genere è stato affrontato ( e continua ad esserlo) per lungo tempo sul piano teorico e risulterebbe molto complicato e dispendioso poterlo affrontare in questo breve spazio.(1) Mi muovo su queste linee per parlare di film indipendentemente dal loro regista dalla loro natura produttiva e tematica, ma attraverso la loro produzione di senso.
Di sicuro ciò che accade anche in questo film, non si sottrae alla classica rappresentazione di genere epico: eserciti in tutta la loro magnificenza, scenografie imponenti, eroi disposti a sacrificare qualsiasi cosa pur di preservare la loro integrità e quella del loro paese. Eppure il percorso intrapreso dal testo stona con il genere stesso al quale lo si vorrebbe attribuire, infatti non mancano nel film elementi di tipo western e melodrammatico, anche se quest’ultimo non particolarmente approfondito. Sembra che la volontà dell’eroe sia spesso condizionata sul proprio agire. Sul piano sintattico “il soggetto”, rappresentato dai regni del sud ribelli e “l’anti-soggetto” rappresentato dal regno del nord vivono una costante “dissonanza” nel loro personale modus operandi. Seppur entrambi dispongano di abilissimi strateghi quest’ultimi agiscono secondo delle volontà condizionate dall’ambiente pendendo più su un lato sensibile/istintivo. In realtà sembra che in un primo momento lo scontro non avvenga tra i regni del sud e quelli del nord ma, su un piano del tutto figurativo, ci sia uno scontro tra i regni e l’ambiente circostante, e solo grazie alla “conquista” di quest’ultimo, che può veramente esserci lo scontro, che sul piano narrativo, coinvolge i regni del sud con quelli del nord. A elementi di geometria militare strategica si contrappongo i quattro elementi della natura (acqua, fuoco, aria, terra) che attuano un vero e proprio scontro con le parti in causa, ma alla voracità di agire prevale la ritualità della guerra. I soggetti dunque agiscono in relazione a dei “movimenti di mondo”(2) e da questi sono condizionati, come la direzione del soffio del vento o la difficoltà che hanno i regni del nord ad integrarsi al clima del sud. La natura non potendo essere contrastata la si sfrutta, ma non può mai esserci un dominio totale su di essa, infatti genera una costante oscillazione sulla conclusione della battaglia. Data l’impossibilità di controllo non resta che affidarsi all’ambiente; Ad una colomba viene affidato un compito dal quale dipenderà parte della riuscita dell’impresa. La musica e l’armonia diventano elementi essenziali per l’andamento ritmico visivo, tant’è che un intero dialogo viene sostituito da un fraseggio armonico-musicale sostenuto dai protagonisti, sempre a favore di una armoniosa ritualità d’intenti. C’è un assunto di base implicito che si muove di scena in scena: il conflitto è componente integrante della vita umana, si trova dentro di noi e intorno a noi. Anche il dialogo musicale, che ho citato prima, ha una costruzione visiva che richiama più ad una sfida che ad una conversazione. La conoscenza di sé comprende la consapevolezza di quali siano le nostre forze quando sono al massimo, ma prende forma da qualcosa di più intimo, ovvero dalla conoscenza della nostra mente. L’apertura della mente diventa attività principale come mezzo di introspezione. Nel mondo in cui viviamo è impossibile evitare le aggressioni, di qualsiasi natura esse siano, dobbiamo conoscere l’altro perchè si possa attirare la sua attenzione. È quindi diventa necessario imparare a gestire il conflitto direttamente nell’ambiente circostante, senza ignorarlo o far finta che esso non esista. Per quanto profonda possa essere la saggezza individuale, essa non inciderà sul mondo reale. L’idea di conquistare non coincide con l’idea di distruzione, bensì l’intento di un dominio volto a preservare l’integrità del nemico(3). La distruzione pur essendo presente non ha mai il fine ultimo della devastazione totale, che spesso porta a colpire lo stesso conquistatore. La vera vittoria è la vittoria sull’aggressione, una vittoria che rispetti l’umanità del nemico rendendo così inutile un ulteriore conflitto.


(1)Altman R. Film/genere Vita e Pensiero edizioni, 2004
(2)Deleuze G. L'immagine-movimento, Ubulibri, 1984
(3)Sun Tzu, L'arte della guerra

30 ottobre 2009

Eraserhead ( D. Lynch, 1975 ) Pt. II


ATTENZIONE SPOILER!!!!!
Il prologo del film è anche in questo caso esplicativo sulla struttura della narrazione, cosi come in INLAND EMPIRE un vorticoso movimento di un giradischi ci introduceva ad un logica circolare di spazi inscritti l’uno dentro l’altro, anche qui il movimento introduttivo ci porta all’interno di una logica dell’attraversamento di soglie: dentro il buco della fessura posta sul Pianeta, per arrivare all’uomo che azionerà la leva ( di un meccanismo), dentro il liquido in cui cade questo feto primordiale, all’interno di un buco che attraverso una dissolvenza in bianco ci porta nel mondo esterno, per giungere fino al primo piano del volto di Henry Spencer. E’ un movimento che parte da dentro per arrivare fuori, verso uno spazio che non ha confini distinguibili, “la mdp si tuffa dentro la voragine che il seme ha creato dentro la sua testa, animatosi durante la notte il buffo vermicello spalanca le fauci e urla un sibilo sottile, inghiottendo la visuale costringendo a tornare all’esterno del pianeta a osservare la superficie squarciata e il profillo di Henry all’interno, seduto sul bordo dell’letto. Ma nella stanza di Henry esiste un altro spazio, seppur creato dalla sua mente, un “caloroso” teatro, rifugio ultimo in cui trovare serenità. Ciò che risulta più interessante non è solo l’inclusione di spazi dentro spazi, ma l’investigazione di corpi dentro altri corpi. La nascita di una creatura aliena, venuta al mondo senza alcun rapporto sessuale ( come viene detto da Henry), bensì immessa, attivata da un “meccanismo” porta ad attivare una sorta d’indagine da parte di Henry che esplora la propria identità rapportandola a quella dell’alieno L’atto di smembramento della creatura è appunto l’ossessiva ultima analisi di un’identità violata. “L’ossessione identitaria di corpi che contengono altri corpi è connessa alla preservazione dell’involucro nel mentre la fecondazione e l’alimentazione la negano.” (1) Giungere all’ultimo livello, nel reperire la materia aliena porta tanto allo smembramento dell’involucro quanto a quello del pianeta stesso, dove l’uomo delle leve non è più in grado di controllare meccanismi di fecondazione. In questo senso l’atto di rottura dell’involucro coincide con un’ euforia sensoriale, nella mistura di materi propria e altra. Che trova giusta conclusione nell’abbraccio con la donna del termosifone all’interno di un luogo evanescente, proprio quello della sensazione. Concordo con Fossali nell’affermare che esiste una vertigine immaginativa, dive sul piano disforico abbiamo la dispersione della propria materia (grigia) sotto forma di gamma da cancellare, ma che sul piano euforico coincidono con una “ vertigine d’assoluto” tolaizzante Il rappresentabile è di per se una sintomatologia di stati vertiginosi, si rappresenta la dove c’è una finestra sbarrata, lì dove la co(no)scenza non può giungere, ne tanto meno immaginare, un’assurda commistione di carni. Cosi la luce ha intermittenza, cosi come il pavimento del palazzo dove vive Henry, e il pavimento del teatro termosifone alternano linee bianche e linee nere, avvertono dei contatti tra mandi in modo incoerente, affermando l’indeterminatezza di un percorso, qual è quello di Henry. L’intera sintassi narrativa poggia su questo effetto d’inderminatezza, non siamo di fronte a passaggi cronologici, ne tanto meno a una logica d’intreccio. C’è l’indeterminata apposizione di spazi e corpi, dove alla pluralizzazzione di spazi corrisponde una moltiplicazione dei punti di vista. Una possibile ricostruzione della fabulazione risulterebbe sempre parziale e incompleta. Proprio perchè Eraserhead riflette sulla fragilità dell’esistenza, ma nel momento in cui questa deve essere compresa, diventa necessario divenire altri sé.


1)P. Basso Fossali, Interpretazione tra mondi, edizioni Ets 2006

26 ottobre 2009

Eraserhead ( D. Lynch, 1975 ) Pt. I

Film come Eraserhead che sfidano le logiche della comprensione , sono film che si appellano all’interpretazione della coscienza dello spettatore, paradossalmente viene chiesto allo spettatore di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie in modo che ogni immagine o suono che possa riportare ad una realtà terrena venga definitivamente allontanata a favore della realtà filmica. Il primo lungometraggio di Lynch è quello che per molti aspetti ha più cose in comune con il suo ultimo lavoro, ovvero INLAND EMPIRE. Due film che si situano all’estremità nella carriera del regista. Ovvio è che questo post non vuole essere motivo di riscontro di similitudini tra i due lavori, ma allo stesso tempo non posso esimermi da un breve accenno. Faccio riferimento a quella logica di introspezione che confonde lo sguardo dell’attore con quello dello spettatore, tale sguardo si muove all’interno di uno spazio eccessivo, selvaggio. Lo sguardo spaesato e turbato del protagonista Henry si unisce al nostro. Il corpo attoriale, non è assolutamente coeso con il mondo che lo circonda. Si ha una totale supremazia di un’immagine spregiudicata che entra con violenza a discapito di un dialogo che fa fatica ad inserirsi coerentemente nella sequenzialità delle scene, “Immagine quindi come capacità di mantenere un legame consustanziale con il sensibile e con il pulsionale che invece la parola con la sua matrice astratto-cognitiva, non potrebbe mai preservare al punto da non essere affatto in grado di tradurre il visivo.”(1) “ Il racconto di un incidente e la visione della stessa disgrazia appartengono a due ordini differenti. La sofferenza è una parola a cui l’emozione resiste con facilità, ma l’aspetto tragico di un volto scomposto suscita subito compassione e emozione. E’ questa la differenza primaria tra l’informazione per mezzo della parola e l’informazione per mezzo dei sensi, tra la coscienza ragionata e quella non ragionata.”(2)
La realtà è perturbata proprio nell’accezione Freudiana del termine dove il quotidiano si è fatto letteralmente altro mantenendo la sua matrice di riconoscibilità.
Sul piano temporale abbiamo una durata estesa che dunque ci immerge nel vissuto dell’attore, ma non come soggetto che agisce, ma come ho detto prima, come soggetto che percepisce simultaneamente con noi. Ma è anche un tempo che vive una frattura sia diegetico narrativa (tempo del soggetto, tempo onirico) sia discorsiva. Sul Piano spaziale attua la strategia dell’incassamento di più mondi in cui il soggetto entra. ( altri rimandi a IE)
Si configura per tutto il film una linea che attraversa il rapporto chiasmatico che c’è tra il corpo e il mondo, una sorta di continua transizione tra lo stato mentale delle cose e quello materiale della loro rappresentazione. “Per noi la materia è un insieme d’immagini. E per immagine intendiamo una certa esistenza che è più di ciò che l’idealista chiama una rappresentazione , ma meno di ciò che il realista chiama una cosa, - un’esistenza situata a metà strada tra la cosa e la rappresentazione.” (3)
L’immagine diviene un'istanza attiva nel soggetto come costante vibrazione di un continuo allontanamento dalla realizzazione di processi di comprensione del reale e della propria natura, come l’orrore di essere padre. Sul protagonista agisce una pressione esistenziale “La pressione esistenziale indica in Eraserhead l’esercizio distribuito di una forza in atto, rispetto ad una condizione di passività del soggetto che la subisce.”(4) Alla pressione esistenziale non si sottraggono nemmeno l’ambientazione visiva e sonora, se si pensa alla pressione acustica causata dai rumori delle industrie che inondano l’itero campo uditivo annullando qualsiasi altro suono diegetico. Essi non si presentano come suoni provenienti da definite macchine, bensì singoli suoni che ne determinano una sorta di sinfonia composta da stridii, boati, fischi rombi, che si confondono con rumori naturali, come soffio di vento, tuoni di temporali, quasi a sottolineare che malgrado l’assenza umana, la città risulta essere tutt’altro che morta. Un ‘aspetto interessante è notare come se da un lato ci sia una frattura narrativo/visiva dall’altro l’audio è in perfetta sincronizzazione con le immagini, le inquadrature sono organizzate armonicamente con l’audio, offrendo paradossalmente un ambiente chiuso e protetto.
Il delirio sensoriale che abbiamo di fronte nega, a mio personale parere, una ricostruzione rassicurante su un piano psicoanalitico, all’interno di una mente che costruisce ordina e poi cancella. La testa di Henry che compare nelle prime sequenze del film non è luogo della soggettività ma superficie materiale delle quinte sceniche del teatro della rappresentazione.

(1)P. Basso Fossali, Interpretazione tra mondi, edizioni Ets 2006
(2)J.Epstein, Alcol e cinema, il principe costante edizioni, 2002
(3)H. Bergson, Materia e Memoria (A Pessina cur.) Biblioteca universale Laterza,1996
(4)ibid. (1)