24 febbraio 2008

Je vous salue Marie (Jean-Luc Godard, 1985)

“Dell’amore non ho visto che l’ombra, anzi l’ombra di un’ombra. Come quando vidi in un lago il riflesso di un fiore che si agita al ritmo delle onde. L’immagine del fiore sfugge allo sguardo. Come succede a me nel mondo che mi circonda.” (voce over di Maria).

Gabriele annuncia a Maria, figlia di un benzinaio, la nascita di un figlio e Giuseppe, suo fidanzo e tassista, pensa che Maria frequenti un altro uomo, ma Maria è incinta e vergine allo stesso tempo. Il film scatenò molte polemiche e si mosse persino il Papa che il 4 maggio 1985 recitò un rosario di riparazione. A Cannes, dove stava presentando il suo ultimo film, Detective, Godard ricevette una torta in faccia da parte di un certo Noël Godin (Noël in Italiano significa Natale), un situazionista Belga, che volle protestare contro il regista “passato al nemico” (1). Godard affermò che il Papa, in quanto vero autore del soggetto, aveva tutto il diritto di protestare, chiedendo allo stesso tempo che il film, almeno in casa del Papa (Italia) venisse ritirato, ma il distributore italiano si rifiutò. Je vous salue, Marie in realtà non è affatto provocatorio e neppure blasfemo, anzi, se qualcuno volesse vederlo come un gesto d’amore verso il mistero della fede potrebbe benissimo accettare il film come un omaggio alla religione. Ma il film è una poesia d’amore e allo stesso tempo è un film sulla purezza e la verginità dell’immagine. Il percorso intrapreso da Godard sin dal suo À bout de souffle in quanto ricerca della conoscenza e del suo mistero, raggiunge il suo apice con questo film. Il dispositivo cinematografico, che tanto interessa a Godard, lascia il posto alla poesia delle immagini e alla possibilità di accettare, senza preoccupazioni, il mistero dell’immagine, ma soprattutto della sequenza. È un atto estetico di ineguagliabile potenza, un gesto profondo di affermazione delle possibilità del testo e del suo mistero che non deve essere sezionato, ma solo accettato. Giuseppe, che in un primo momento non capisce, si agita, cerca di possedere Maria, è geloso per amore; quindi si rende conto che Maria è un’anima che ha assunto un corpo. Capovolgendo il concetto di corpo con anima, Godard ci mostra un percorso che porta all’evoluzione di un’anima che si fa corpo. Giuseppe accetta il mistero della vita, tra l’amore e l’egocentrismo sceglie l’amore e così facendo riesce a penetrare nel mistero delle cose, guardando per la prima volta il corpo nudo di Maria, sfiorandolo senza possederlo. L’essere supera l’avere, lo domina; l’avere subisce un’involuzione e quando il ciclo si compie, il corpo finalmente prende il sopravvento. Conoscere non significa sezionare, ma sanzionare, non tagliare (nel cinema formare sequenze) ma ratificare (nel cinema cercare il fulcro dell’immagine). Maria ad un certo punto dice al ginecologo: “Sto per avere un bambino dottore. Nessuno mi accarezza. Nessuno mi tocca. Lo vede sono vergine. E questo significa… essere disponibile. O libera. E non procurare dolore”. L’assunzione di un corpo, scoprire l’importanza del proprio corpo, è l’atto stesso del guardare, è il momento cinetico del tocco cinefilo nei confronti dell’immagine disponibile. Ossia, disporre di un’immagine non significa possederla (nel senso di occuparla) ma sfiorarla, toccarla, persino odorarla (ah, se il cinema fosse anche olfattivo!), accettando la sua purezza e il mistero che la attraversa. Spiegare significa aprire, significa penetrare nel corpo, ma anche togliere purezza, ridurre, trasformare in cliché. Nel film identificherei tre momenti fondamentali: a) Tango, b)Computer c) In quel tempo.

Tango. Non la danza argentina ma il “tocco” (la prima persona del tempo presente modo indicativo del verbo toccare in latino, paradigma: tango,tetigi,tactum,tangere). Tango, io tocco. Il tocco dell’audace che sfiora il frutto proibito, che osserva il pube nudo di Maria amandolo come pura visione, nel rispetto della volontà cinefila della benzinaia che sta per diventare madre di Dio. Toccare il cinema senza spiegarsi il mistero ma accettando il mistero, lasciandosi “occupare” dalle emozioni da esso sprigionate. L’anima (Maria mette benzina, fa canestro e ama Giuseppe) comincia ad avere consapevolezza del corpo solo quando Gabriele le ordina di rimanere vergine. E nel film queste immagini non sono classiche, ossia durevoli, legate al concetto mentale fondato un secolo prima di un cinema (per dirla alla Greenaway) che deve ancora nascere. Invece sono immagini disturbate, spezzate, immagini che non si lasciano comprendere, che s’interrompono d’improvviso, così come si interrompono le musiche di Dvořák, lasciando la diegesi fuori dalla porta. In altre parole le nostre aspettative di sviluppo della trama vengono continuamente deluse, relegate in un limbo perso, depurate dalla significanza. Qui è il senso che stiamo cercando, non la sensualità. E in effetti Godard ci mostra il corpo di Maria privo di ogni erotismo, ci mostra Maria nuda sul letto che si agita a gambe aperte con un’inquadratura che dura qualche minuto, ma nonostante ciò, non c’è erotismo (e a maggior ragione pornografia), ma solo la carne che sta prendendo il sopravvento. Mai un’inquadratura di un pube tanto lunga, aveva destato in me attimi privi di pensieri erotici, ma pieni del desiderio di leggere poesie d’amore. Insomma balliamo un tango con l’immagine, tocchiamola, percepiamola; non usiamo il bisturi ma i polpastrelli.

Computer. C’è una storia parallela nel film. Oltre alla storia di Maria e Giuseppe, c’è la storia tra un professore-scienziato che cerca di dimostrare l’esistenza di “un’intelligenza anteriore” in modo scientifico ascoltato da Eva, una studentessa che gioca con il cubo di Rubick. Questa storia è il contrappasso della prima. Il professore ama la natura, vorrebbe conoscere scientificamente (quindi utilizzando il computer) l’origine della vita, convincendosi che all’origine di tutto non può esservi il caso, ma una mente superiore. Eppure il suo “metodo” non è quello giusto (Godard direbbe che non sta cercando l’immagine giusta ma non giusto un’immagine). Ha una relazione con una studentessa, Eva, che il professore abbandona per tornare alla sua famiglia in Cecoslovacchia. C’è una scena in cui vediamo Eva nuda che si accende una sigaretta dopo avere fatto all’amore col professore. In questa immagine il corpo nudo di Eva, seppure visto come figura intera (e non come il pube di Maria visto nel dettaglio) sprigiona un intenso erotismo. Il corpo di Eva è un corpo con anima che classicamente suscita desideri diegetici (l’attrice tra l’altro è di una bellezza folgorante), e in effetti i pochi secondi della visione suscitano desiderio di possesso, curiosità di ri-vedere l’atto non visto dei due corpi che si sono amati. Ma il professore, che professa di voler conoscere, non riesce neppure a rispettare il dono avuto, perché il suo metodo (sezionare) può solo procurare tagli; non accettando il corpo, rimarrà sospeso nel limbo dei se e dei come, spiegandosi all’infinito ciò che crede di aver capito. Il suo mondo è una continua tentazione, e quindi è un continuo attraversare il sintagma perdendo la portata profonda dell’onda lunga che dall’interno forma le immagini. Vivendo nella storia univoca non potrà apprezzare la trinità dell’immagine (anima, corpo, luce).

In quel tempo. Nel film c’è una didascalia (tanto amate da Godard) che spesso interrompe il flusso dell’immagine dov’è scritto en ce temps là (in quel tempo). Quando? Come? La storia è ambientata in una Ginevra degli anni ottanta, Maria è una benzinaia, Giuseppe un tassista, Gabriele arriva in aereo con una bambina, ma il film inizia con la frase: en ce temps là. La storia in effetti è la Storia. Il mistero della creazione, Dio, la Sua venuta sulla terra in quel tempo. La Storia è sempre quella, e la natura, le stelle, le nuvole, il sole stanno innanzi a noi per ricordarcelo. Le immagini di Maria, di Giuseppe, della stazione di benzina, della palestra, sono interrotte spesso da immagini della natura: la Luna che si staglia in un cielo nero, il sole giallo del giorno o rosso del tramonto e le nuvole, sole e nuvole, l’acqua del Lago di Ginevra che s’increspa. Sono immagini che ritornano durante il film, e che durano, che insistono, che non spezzano solo le “altre” immagini (quelle moderne, quelle flebili degli uomini) ma le deformano, schiacciandole verso un senso assoluto. Sono immagini di una natura incontaminata che contrastano con l’aereo, il taxi, il pallone del basket? Non sono immagini e basta, sono esse stesse forme d’arte, pittura. Isolate nell’immagine, slegate dalle storie (in effetti non legano con le altre immagini per formare il sintagma ma penetrano nelle altre immagini per formare la polisemia) queste immagini della natura non vogliono rievocare il mondo incontaminato né riportarci a duemila anni or sono per riscoprire la storia dell’origine del Cristianesimo, ma sono una serie che si sviluppa di per sé per approdare agli stessi risultati cui giunge Giuseppe. En ce temps là è ieri, è un milione di anni fa, è oggi: la natura è incontaminata e quindi ieri? No, un treno improvvisamente attraversa un paesaggio “incontaminato” e l’immagine attende che esca fuori da se stessa per ritornare a essere “incontaminata”. È osservando il particolare del treno che ho forse imparato ad accettare il mistero. Qui il sapere è cambiato tre volte: da natura a tecnologia e nuovamente natura; ma la mia mente dopo il treno non ha più guardato la stessa immagine come nel primo momento. Allora non ho imparato nulla? Può darsi. Io non so niente. Devo solo guardare.

Dopo aver partorito il figlio e dopo che il figlio, dopo alcuni anni, lascerà Maria e Giuseppe, Maria non si preoccupa. “Tornerà a Pasqua”. Maria riacquisterà il suo corpo di donna e l’erotismo e si truccherà le labbra di rosso. Il primissimo piano della rossa bocca aperta di Maria sembra l’altra faccia del sole, un astro in cielo o un disco volante.

“Credo che lo spirito agisca sul corpo. Lo trasfigura. Lo copre di un velo che lo fa apparire più bello di quanto non lo sia in realtà. Che cos’è dunque la carne stessa?” (voce over di Maria).
- E' vero che l'anima ha un corpo?
- Ma cosa stai dicendo? E' il corpo che ha l'anima!
- E' molto triste: credevo il contrario.

(1) Alberto Farassino, Jean-Luc Godard/2, Il Castoro Cinema, 1996

33 commenti:

AmosGitai ha detto...

Oltre alla qualità delle recensione, devo annotare anche una scelta particolare delle pellicole che visioni.
Questo mi manca proprio... se mi dici come trovarlo mi fai un piacere!!!

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Grazie sei molto gentile. Il DVD si trova in libreria. Mi pare sia nell'edizione della Raro Video.

claudio ha detto...

oh godard! oh il cinema! anzi il Cinema...

Luciano ha detto...

@Claudio. Perfettamente d'accordo^^

monia ha detto...

di questo film avevo già letto tantissimo, godard che si prende una torta in faccia a cannes (c'è un video su you tube) è fantastico!a questo punto devo assolutamente vederlo, putroppo (o per fortuna) ho adorato godard prima ancora di vedere i suoi film, vederli è come avere la conferma di quel che mi sembra già di sapere. per me godard va al di la di tutto, godard non fa solo film, godard fa della filosofia. naturalmente complimenti, un post bellissimo!

Luciano ha detto...

@Grazie Monia. Sono convinto che quando lo vedrai ne rimarrai estasiata.^^

chimy ha detto...

Uno dei Godard che mi manca...
inizio già a godere, però, per la futura analisi del film che vedo lassù ;)

Un saluto

Luciano ha detto...

@Chimy. Mi fa piacere. Spero di poterla recensire presto. Ma adesso dovrei vedere anche qualche film recente. Purtroppo sono impedito da un'influenza.

AmosGitai ha detto...

RaroVideo!?!? Perfetto, quanto prima passo a San Lorenzo (Roma) a noleggiarlo!!!

Mario Scafidi ha detto...

deve trattarsi di un capolavoro. ho avuto solo ora il tempo di leggere la tua recensione. a furia di leggerti annoto sempre tanti titoli da vedere e mi chiedo quando inserirli tra le mie (già abbondanti) visioni!

Martin ha detto...

I francesi rimangono il mio grande rimpianto cinematografico, l'unica mia grande lacuna (ne ho ovviamente migliaia di piccole).
Datemi una mano, indicatemi cinque titoli che ritenete essenziali e prometto di recuperarli al più presto...

ps. ho ricambiato volentieri il link Luciano

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Mi devo scusare per la mia grave imprecisione sulla produzione del DVD. Il DVD della rarovideo "Je vous salue Marie" (che io sappia) deve ancora uscire. Ho guardato quello in mio possesso e mi sono accorto che è prodotto dalla "DNC Home Entertainment, 2005". Mi scuso per la notizia sbagliata data solo perché quando lo ho acquistato il DVD si trovava depositato accanto ad altri DVD della Rarovideo. Pardon.

Luciano ha detto...

@Mario. Spero che ti piaccia. Ad ogni modo leggerò con piacere sia la tua recensione positiva, ma anche una tua evenutale stroncatura.

@Martin. Ti ringrazio per il link. E' difficile indicare 5 titoli di cinema francese. Se mipermetti te ne indico almeno 10 indispensabili per cominciare a conosere anche storicamente il cinema francese:
Paris qui dort (Parigi che dorme) di René Clair (1924)
L’Atalante (1934) di Jean Vigo
La règle du jeu (La regola del gioco) di Jean Renoir (1939)
L'amore e il diavolo (Les visiteurs du soir) di Marcel Carné (1943)
La bella e la bestia (La belle et la bête) di Jean Cocteau (1946)
Il diavolo in corpo (Le diable au corps) di Claude Autan-Lara (1947)
Il diario di un curato di campagna (Le journal d'un curé de campagne) di Robert Bresson (1950)
Au hasard Balthazar di Robert Bresson (1966)
I quattrocento colpi( Les quatre-cent coups) di François Truffaut (1959)
Hiroshima mon Amour di Alain Resnais (1959)
Fino all’ultimo respiro. (À bout de soufflé) di Jean-Luc Godard(1960)

Mi fermo al 1960 perché dopo questa data citerei tanta nouvelle vague e anche un po' di neobarocchi. Non so, magari ne possiamo discutere in seguito.

Grazie pe la fiducia.

Anonimo ha detto...

Di Godard purtroppo fin'ora ho visto solo Bande à part (straordinario).
La citazione iniziale è fantastica...
Ale55andra

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Hai visto un bellissimo film. Anche questo secondo me non è da meno, anche se molto diverso. Il film è una poesia ed è pieno di citazioni stupende.

Pickpocket83 ha detto...

Come sempre le tue analisi lasciano senza parole. Peraltro questo film mi manca...lo devo assolutamente recuperare insieme a "Due o tre cose che so di lei"...intanto, notizia delle notizie, sono finalmente riuscito a procurarmi "Pierrot le Fou". Non vedo l'ora di farmi una sana full immersion godardiana. Un abbraccio
;-)

Luciano ha detto...

@Pickpocket. Ah che piacere! Non vedo l'ora di leggere una recensione sul film da un esperto di vintage come te. Attendo con impazienza^^

monia ha detto...

mi ricordavo di questa splendida riflessione e sono tornata a rileggerla dopo aver visto (finalmente^^) il film. che dire hai espresso benissimo il concetto della purezza, mi ha dato l' idea che godard avesse voluto rispecchiare la purezza di ciò che stava raccontando nell' immagine stessa(forse dal punto di vista estetico è il film di godard più bello che ho visto); mentre abbia voluto rappresentare il dubbio attraverso la forma frammentata. anch' io non l' ho avvertito come blasfemo anzi direi che è esattamente il contrario: un film a tratti quasi mistico. però più che un omaggio verso la religione io l' ho interpretato come un inno al mistero della vita, pieno di ragionevoli quesiti che danno corpo a tutta l'anima esistenzialista di godard.
un saluto!

Luciano ha detto...

@Monia. Mi fa piacere che tu abbia visto questo splendido "capolavoro". Purtroppo è un film poco visto come molti altri del secondo periodo Godardiano, perché forse troppo "complesso". Ma questi film non sono complessi, basta guardarli allo stesso modo di come si legge una poesia. Naturalmente sono d'accordo con le tue osservazioni. Il film può anche essere visto come un omaggio alla religione, ma questo punto di vista non è quello che ho espresso nella mia recensione. Sono stato più che altro affascinato dalla purezza delle immagini. Grazie Monia, un caro saluto!

J. Doinel ha detto...

mi spiegate una cosa? Come mai la versione italiana ha un montaggio sonoro diverso dalla versione francese? In particolare l'uso delle musiche.

Saluti e complimenti per il blog e l'esaustiva recensione.

Luciano ha detto...

@J. Doinel. Scusami per il ritardo. Ho ripreso da poco la mia passione cinefila dopo un lungo periodo di inattività (ahimé). Purtropo non so perché il film di Godard sia stato "rovinato" nella traduzione italiana (e accorciato) ma questa cattiva abitudine nostrana è stata usata in molti altri film di Godard, persino in quelli del primo periodo (vedi ad esempio "Il disprezzo"). Godard non è stato mai capito in Italia e ogni suo film è stato spesso manipolato nella speranza di renderlo più "popolare". Conviene vedersi i suoi film nella versione originale. Ti ringrazio per i complimenti. Spero di ricambiare quanto prima la tua gradita visita.
A presto.

Gino ha detto...

Da qualche giorno ho acquistato il dvd di questo film, che è al momento tra i film che mi interessano di più... penso che entro breve mi deciderò finalmente a vederlo!
Questo e "Nouvelle Vague" del 1990 sono stati descritti come due dei film di Godard più belli visivamente: a quanto ho capito dovrebbero rappresentare delle nuove tappe estetiche Godardiane.
Appena vedrò questo film leggerò la tua interessante analisi, però prima credo che dovrei vedere "Prénom: Carmen" e qualche altro film del primo periodo che ancora mi manca("Bande à part", "Una donna sposata", "Les Carabiniers"...), poi mi dedicherò agli ultimi lavori del maestro.
Che dire? Prima di conoscere il blog ero completamente al digiuno di Godard ed è grazie a te che mi è sorta la passione per le opere di questo genio, a volte forse un po' eccessivo, ma spesse volte altrettanto appagante!
"Je vous salue, Marie" è un film che ormai attendo da mesi!

Luciano ha detto...

@Gino. Je vous salue Marie è un film che mi ha emozionato molto: poetico e passionale. Brividi sulla pelle. Ma anche gli altri che hai citato non sono da meno. Mi fa piacere che Godard sia diventato uno dei tuoi registi preferiti. Ti confesso che non ho visto tutti i suoi film, specialmente gli ultimi. Ne gira talmente tanti... Ogni suo lavoro anche se girato in poco tempo riesce sempre a impressionarmi. Con lui mi sembra di fare un tuffo nell'infinito.

Gino ha detto...

Beh, credo sia umanamente impossibile vederli tutti, sia per l'irreperibilità di molti lavori che per la quantità stessa!
Anche la critica specializzata su Godard(in Italia credo Farassino)dubito abbia visto tutti i suoi lavori, anche senza voler contare quelli degli ultimissimi anni!
L'importante è allora individuare le tappe della sperimentazione di un così geniale regista e cercare di vedere quantomeno i film indispensabili per farsi un'idea precisa!
Di quelli visti finora forse quello che mi è sembrato migliore è stato "Vivre sa vie", ma sarebbe sbagliato cercare di ridurre un percorso così vario ad un singolo "capolavoro", anche perché a mio avviso Godard, per quanto abbia dimostrato di saper realizzare grandissimi film, non ha mai puntato "semplicemente" al capolavoro, ad un film summa, proprio perché ogni suo film rappresenta un rinnovato modo di concepire e "creare" il cinema.
Ciò che conta per uno spettatore è essere pronti a rivalutare, a tornare sui propri passi e rifletterci, non fermarsi alla superficie delle cose, perché il cinema di Godard è sicuramente molto impegnato(forse troppo alle volte!)e richiede anche la capacità di cogliere i legami poetici che vengono a crearsi tra i materiali(mi riferisco chiaramente a "Passion").
Così, rivedere "A' bout de souffle" è stata per me una grande riscoperta e sono finalmente riuscito a cogliere il valore di quel film e quanto possa essere stato "rivoluzionario". Poi che la maggior parte dei cinefili voglia individuare in quel film IL capolavoro di Godard(spesso addirittura l'unico), mi sembra francamente un po' esagerato, proprio per quanto detto sopra.
Appena riuscirò a reperire "Nouvelle Vague" gli darò senz'altro un'occhiata(se non due!), ma per il momento "Je vous salue, Marie" è quello che mi preme maggiormente!

Luciano ha detto...

@Gino. Sono d’accordo. Quando si tratta di Godard è molto complesso individuare il suo capolavoro. Sembra che il suo sforzo maggiore sia sempre stato quello di evitare di definire “capolavoro”un suo particolare film. Poiché la critica tende a sintetizzare e a creare definizioni per semplificare e rendere intelligibile e schematico il rodimento artistico, “pretende” pure di assegnare il bollino di qualità a un testo particolare (film, quadro, romanzo). Non voglio con questo criticare l’opera del critico, anzi, anch’io tendo a identificare alcuni film come capolavori, ma a Godard probabilmente non interessa nessun bollino. Pertanto, per quanto mi riguarda, quando discuto su Godard tengo sempre presente questo ragionamento anche se non mi esimo, forse per abitudine, forse per pigrizia, a indicare i suoi film che preferisco e tra essi quelli che per me sono capolavori, sbagliando lo so, e sbagliando ritengo, tra i film da me visti, À bout de souffle, Vivre sa vie, Deux ou trois choses que je sais d'elle, Weekend, Tout va bien, Passion, Nouvelle vague, For Ever Mozart i suoi migliori film. Smetto altrimenti riporterei la sua intera filmografia.

Gino ha detto...

Che dire? Visto il film(proprio a Pasqua!)e letta la tua ottima analisi.
Sul web ho letto diverse recensioni e ho consultato anche un po' d'antologia critica, ma sostanzialmente credo che non dicevano nulla di interessante.
Perlopiù si soffermavano sul dualismo anima/corpo e sulla questione della necessità della fede nell'invisibile, contrappuntata dalla necessità di conoscere scientificamente il "mistero"(che di fatto non accetta).
In realtà sono solo in pochi a quanto pare ad aver approfondito realmente il film, e tu credo che sia tra i pochissimi!
La bellezza del film sta secondo me, oltre che nella forza delle immagini(e di alcune scene), proprio nel suo porsi come un film leggibile a vari livelli, gradualmente più complessi.
Molti studiosi, tra i quali Norton e Sterrit(almeno così mi sembra), hanno effettivamente detto che il film rappresenta la ricerca dell'immagine "vergine" da parte di Godard, depurata cioè dalla significazione(o meglio, antecedente la significazione), dunque immagini "astratte", belle perché pure, simboli e al tempo stesso oggetti concreti(bella poi la commistione tra puro/impuro, naturale/artificiale).
La cosa che mi sembra da discutere è il finale, a mio avviso il più bello dell'intera filmografia di Godard.
Il pp della bocca di Maria, come evidenzi nella tua ottima analisi, porta ad una sorta di astrazione dell'immagine(anche stavolta), polisemica per l'appunto...
ad ogni modo qui sorge una questione, probabilmente neanche così originale: in molti critici hanno visto nella trasformazione finale di Marie(la Santa che diviene puttana o semplicemente l'anima che diviene definitivamente padrona del proprio corpo)un "ritorno alla significazione", una necessità di rompere la Legge appena acquisita(ne parla proprio Norton).
Altri invece hanno proposto una tesi opposta, sostenendo che non v'è un ritorno alla significazione e che l'immagine finale della bocca aperta rimanderebbe ad un "buco nero" del senso, ad un'apertura, cioè.
Che ne pensi?

Luciano ha detto...

@Gino. Sempre molto difficile e complesso discutere film di Godard, tenendo conto che Godard tende sempre a smentire i critici dei suoi film. Pertanto mi permetto di esprimere una mia sensazione, legata soprattutto a ciò che Godard ha riportato nei suoi saggi e detto nelle sue interviste, basandomi su un certo modo di intendere la narrazione che in Godard non è assente, anzi, forse nei suoi film si presenta anche condensata a tal punto da risultare eccessiva e pertanto non memorabile (nel senso che lo spettatore dei suoi film non rammenta la storia, me le immagini). Infatti, per quanto mi riguarda, ciò che apprezzo di più dei suoi film sono le immagini, perché Godard “narra” per immagini, non tende a raccontare ma a mostrare, Godard dipinge, vuole “illustrare” il mondo, non descriverlo. Anche il ricordo è un’immagine, ma ci sono immagini e immagini. Come nel romanzo non tutte le parole sono immagini, così nel film non tutte le immagini sono immagini. Relativamente alla bocca aperta di Marie che decide di uscire dalla Storia (nel senso che la maternità di Maria è Storia o forse leggenda – non me ne vogliano i Cristiani poiché non intendo mancare di rispetto alla Religione ma solo esporre un’impressione sul film in oggetto), penso che Marie appunto “adesso”, dopo che il Figlio l’ha lasciata per proseguire “da solo” a comporre la Storia, possa finalmente uscire dal racconto per entrare nella vita, o meglio nella sua vita di donna che finalmente può recuperare completamente il suo corpo, usare il suo tempo anche e non solo per cose futili quali l’amore per un uomo (può finalmente donarsi a Giuseppe?). Insomma adesso Marie è nel mondo e l’immagine della bocca di Marie è un’immagine di mondo, potrà entrare a far parte del ricordo (non della leggenda) in quanto catalisi e non nucleo narrativo, in quanto riempitivo, effetto di reale magari, ma non nucleo narrativo fondamentale. Per me un’apertura di senso, un’altra storia, magari la storia di una donna che fugge sulla costa azzurra col suo uomo per dire e urlare “Non so cosa fare”. Adesso Marie può entrare nel cinema perché è giusto un’immagine, una bella immagine che induce ad apprezzare e amare la bellezza del suo farsi corpo. Ovviamente la mia è solo un’ipotesi opinabile.

luigi ha detto...

@Luciano: Sì, sono sempre Gino(c'è stato un qui pro quo con il nick!).
Invece la tua idea mi sembra del tutto condivisibile ed interessante, anche perché Godard è innanzitutto un pittore di immagini ed è proprio da "Passion" in poi(che io sappia)che Godard riesce a mio avviso a raggiungere una nuova tappa visiva, creando immagini bellissime, come appunto in Marie, a mio avviso un capolavoro.
La bocca aperta di Marie in effetti può essere sintomatica di un'apertura di senso come suggerivi, di un "buco" inteso non come mancanza, ma appunto come apertura, come ingresso in una nuova storia(quella della femminilità mariana?), ignota allo spettatore(ecco perché utilizzare il nero), ma segnata dal recupero della sensualità(il rosso delle labbra).
Il film può essere letto davvero in molti modi(e anche quest'ultima sequenza), ma quel che a mio avviso conta è davvero lasciarsi trasportare dalla potenza delle immagini, davvero "caste" nel proprio porsi in maniera al tempo stesso polisemica e simbolica, come è d'altro canto lodevole la commistione di Sacro e Profano, di Puro e Artificiale, che in un certo senso accomunerebbe "Je vous salue, Marie" ad alcuni lavori di un altro poeta cinematografico, Pasolini.
Anche Pasolini, ad esempio, usava la musica di Bach(proprio "La Passione secondo Matteo")per "commentare" immagini quotidiane di un sottoproletario schiacciato, sottomesso e sofferente, dandole un tono quasi mistico, trasfigurandole, come in "Accattone".
So che il paragone è un tantino azzardato, ma vedendo il film di Godard m'è venuta in mente questa cosa, a livello puramente indicativo.
Tra l'altro mi domando come mai un film così "bello" possa essere finito vituperosamente nel dimenticatoio: io non mi ritengo certo in grado di comprendere il cinema di Godard, ma credo che alcuni suoi film siano di un fascino e di una bellezza che tutti potrebbero cogliere.
"Capire" alle volte potrebbe ridurre certi film al mero valore di saggi, da apprezzare allora in maniera fredda, esclusivamente teorica, come forse un po' avviene in "Passion", specialmente se visto in maniera troppo "chirurgica", quando invece andrebbe approcciato forse in maniera meno meccanica.
In questo senso comunque "Je vous salue, Marie" lo ritengo l'apice del cinema di Godard(almeno di quel che ho visto!). Prossimamente vedrò "Prénom: Carmen" e magari ti farò sapere! Ultimamente ho visto anche "Une femme mariée", il complesso "Prénom Carmen" e il film-culto "Bande à part".
Carmen di Godard è molto interessante, ma anche difficilissimo e proprio non credo di averlo colto stavolta!

Luciano ha detto...

@Gino. Probabilmente tra Pasolini e Godard c’era un amore odio, si stimavano a vicenda ma nel ’68 Godard accusò Pasolini di essere un burocrate, forse perché si dilettava di semiologia, Pasolini rispose a Godard accusandolo di credere che ogni linguistica e semiologia siano normative. Nonostante ciò credo che tra i due ci fosse reciproco rispetto e stima, perché erano due artisti che amavano il cinema, e che manifestavano diversamente il loro amore per la settima arte. Per molti purtroppo il cinema di Godard è noioso. Oggi , come per molti altri aspetti della cultura, c’è il tentativo di ridimensionare gran parte del cinema, e dell’arte in generale, prodotto da una certa “cultura”. Si tende ad accusare di snobismo un certo modo di lavorare con la scusa che la vera arte deve essere “facile”. Ma questo è un modo di ragionare che ci riporta indietro di secoli e annulla almeno cinquant’anni di discussioni e ricerca e che non ha niente a che fare con l’arte. Gli artisti per fortuna non si sono mai preoccupati di revisionismi e revanscismi. Prénom Carmen è un altro bellissimo film, fresco e tecnicamente perfetto, che ricorda forse un po’ Pierrot le fou e un po’ Passion. Molto affascinante e capace di suscitare immagini originali. Purtroppo non ho trovato ancora il tempo di recensirlo ma ti confesso che ne ho grande voglia.

Gino ha detto...

Due artisti fenomenali, probabilmente entrambi tra i miei preferiti(non vedo l'ora di visionare "Mamma Roma", "Medea" e "Il vangelo secondo Matteo" di Pasolini!); credo anch'io che tra i due registi esistesse un rapporto d'amore/odio, legati probabilmente da una stima vicendevole.
E' probabile che, nei limiti del possibile, ci sia stata anche una certa influenza reciproca mai ammessa(anche perché erano molto differenti), ma quel che è certo è che si trattava di due grandissimi, da considerare comunque separatamente.

Quanto alla questione noia, credo che il problema sia di una certa entità: l'arte non deve essere considerata intrattenimento, ma al più stimolo. Questo dipende anche dalla concezione che si ha dell'arte(io non ho le idee precise in merito), ma ad ogni modo è limitativo lasciare da parte dei film solo perché possono sembrare noiosi o lenti.
Un film - o più in generale un'opera d'arte - deve essere inquadrata globalmente e se si riesce a "cogliere" gli intenti del regista ed i procedimenti stilistici, diviene molto più difficile annoiarsi!
Su "Prénom Carmen" ci ho scritto qualcosina su un forum, ma dubito di averci capito molto. Ad ogni modo il paragone con "Pierrot le fou" è azzeccatissimo: il rifacimento della storia della Carmen(o meglio, la "parodia")è più che altro una sorta di "riproposizione" di Pierrot le Fou con la maturità acquisita da Godard dopo quasi 20 anni!
Non solo il plot basilare è il medesimo, ma anche i riferimenti a Pierrot si sprecano: la fuga dei due amanti su una spiaggia, le immagini del mare, il personaggio maschile sdoppiato(Pierrot/Ferdinad; Don José-Joseph/Joe)...
Anche questo poi come "Passion" è suddiviso in due serie, l'una caratterizzata dalla compostezza e dalla ricerca della purezza, dell'ordine(la serie con i Quartetti di Beethoven), l'altra, caotica e caratterizzata da improvvise esplosioni di violenza, è la vicenda di Carmen e della sua banda. Farassino in merito si è espresso molto meglio di me!
Ad ogni modo su "Prénom Carmen" ci sarebbe troppo da dire e francamente credo di averci capito poco o nulla, dovrei rivederlo.
C'è una battuta nel film piuttosto curiosa: quella inerente il "pre-nom"(il nome), che coincide con il "nome di Dio".
Al limite lo riguarderò(come anche "Je vous salue, Marie")e ci penserò un po' su!

Luciano ha detto...

@Gino. Senza dubbio due grandi registi, diversi ma in fondo due uomini che amavano l’arte senza compromessi. In effetti definire “arte” un lavoro o un’opera è impresa molto complessa che può condurre a cocenti delusioni. E non sono nemmeno tanto convinto che dipenda dal “successo” che l’opera avrà tra i posteri. Vi sono molte opere d’arte che vengono fruite poco o niente eppure rimangono sempre lavori artistici. Forse è arte la capacità di influenzare la vita degli uomini o almeno la capacità di far vedere il mondo con occhi diversi. Comunque sia di sicuro non dipende dal successo coevo alla sua produzione. Guarda ad esempio van Gogh che non riusciva in vita a vendere un quadro eppure adesso è considerato uno dei più grandi pittori di tutti i tempi. Ma tu hai sintetizzato benissimo dicendo che deve essere uno stimolo. Mi sembra invece che tu abbia capito molto su Prénom Carmen e sarei curioso di sapere quello che hai scritto sul forum. (Come sempre mi devo scusare per il ritardo, ma purtroppo non dipende da me).

Gino ha detto...

Non preoccuparti per il ritardo, figurati! ;)
Io una mia idea precisa di arte non l'ho mai sviluppata e mi trovo sempre in difficoltà a parlarne "liberamente", per grandi linee, cioè.
Posso dire che alcuni "lavori" riescono davvero a contenere un mondo in sé, aprirsi(ed aprire lo spettatore/ascoltatore)ad una particolare percezione d'insieme che non sia disarticolata, ma al contrario ben organizzata.
Detto in maniera spicciola, un capolavoro - e mi riferisco al solo cinema - può contenere un mondo, essere una sorta di "monade"(per fare un paragone)e insomma costituire una dimensione a sé stante.
Mi rendo conto di avere esposto queste idee in maniera un po' vaga, ma altro non saprei proprio dire perché le mie stesse idee sono confuse quando si tratta di parlare d'arte.
Diciamo che dinanzi ad un grande film(mi limito sempre al solo ambito cinematografico)è naturale sentire una sorta di "spaesamento" misto ad un senso di "epicità", che non sia un senso di completezza, ma che invogli a rigettarsi nel circuito, a riaffrontare una visione tanto sconcertante.
I film di Godard hanno forse una carenza dal punto di vista dell'epica(inteso proprio come "epos"), ampiamente compensata però da quel grande senso di "incompiutezza" di cui sopra che non coincide certe con "incompletezza" del film, ma al contrario postula la necessità da parte dello spettatore di una revisione: dunque non più neanche un mondo a sé stante in cui immergersi per sentire quel senso di compiutezza, ma al contrario una sorta di "circuito"(ti rubo l'espressione che usasti per Pierrot!)in cui dover necessariamente rientrare per scoprire cose sempre nuove!
Insomma, per farla breve, il cinema di Godard è bello perché ogni suo film è una nuova scoperta e ad ogni revisione dei suoi film lo spettatore percepisce nuovi dettagli, prima inesplorati, e acquisisce nuovi stimoli.

Prénom Carmen è un film piuttosto complesso(siamo ai livelli di Passion)e certamente meno "immediato" di Marie e dubito davvero di averci colto molto di sostanzioso ad una prima visione, quindi dovrò sicuramente rivederlò.
Ovviamente non mi riferisco alla qualità del film, chiaramente ottima(forse è perfino meglio di "Passion"), ma all'astrusità del film, che è comunque molto poetico.
Sarà che degli anni '80 ho visto solo la trilogia del sublime(più l'ottimo Scénario di Passion), ma francamente non riesco a comprendere mica tanto perché il Godard di questo periodo sia tanto sottovalutato!
A mio avviso porta a compimento - in particolar modo con questo "Je vous salue, Marie" - la ricerca estetica che aveva iniziato già a partire da "Pierrot le fou"(e che aveva trovato in "2 ou 3 choses que je sais d'elle" un primo risultato eccellente).
Naturalmente lo fa con una libertà espressiva maggiore, ma la maturità del suo stile mi sembra di gran lunga superiore e ormai adeguata alle proprie ambizioni pittoriche/poetiche.
Su "Je vous salue, Marie" leggerò appena possibile un saggio di David Sterritt, che anche sembra interessantissimo; in un articolo pdf, purtroppo reperibile solo in lingua inglese, il critico perfino menzionava Deleuze e Guattari in riferimento al film, parlando di schizoanalisi, però l'articolo non l'ho ancora letto. Magari ti faccio sapere poi!

Luciano ha detto...

@Gino. Sì, infatti l’opera d’arte dovrebbe mostrarsi sempre “diversa” dopo ogni visione. Un film già visto non è più lo stesso film, in quanto capace di assumere ogni volta nuove forme”, dettagli prima sconosciuti (come hai affermato anche tu nel commento precedente). Per questo i lavori di Godard riescono sovente a sorprendermi. In effetti Prénom Carmen richiede maggiore attenzione degli altri due film del “Sublime”, ma forse è quello che ricompensa anche di più lo “spirito”. Non saprei spiegare perché Godard sia stato “compreso” solo negli anni sessanta. Forse perché gran parte del cinema ha imboccato una strada più “goliardica” (prendi queste mie affermazioni solo come discorsi fatti al bar^^), mentre il cinema di Godard ha proseguito lungo la via della sperimentazione e della conoscenza. La sua filmografia ha sempre garantito una coerenza invidiabile riguardo alla produzione di film che sono un po’ narrazione, prodotto artistico (mi verrebbe da dire veri e propri pezzi unici), ma soprattutto saggio, ossia storie narrate per incorniciare tesi, supposizioni o costruite allo scopo di porsi delle domande. Un film di Godard è molto più di un film. Il saggio di David Sterritt mi interessa molto (quando uno specialista mette nello stesso saggio Godard e Deleuze vado in fibrillazione). Non vedo l’ora di conoscere la tua opinione sull’articolo.