Apparentemente sembra fantascienza vecchio stile con l'uso di modellini e la ricostruzione di una Luna (che ricorda le illustrazioni di Chesley Bonestell) con risultati ottimi perché riporta alla mente il nostro satellite visto per la prima volta nel luglio 1969 quando Neil Armstrong, scendendo dal LEM dell'Apollo 11 ("Eagle"), lasciò l'indelebile impronta sul suolo lunare. Pertanto il "viaggio" postmoderno non avviene in uno scenario barocco con immagini digitali che esaltano le meraviglie dell'extra Terra; non avviene neppure nella mente di Sam in quanto non ci è permesso di "visitare" i ricordi e le speranze di un clone che crede di essere un originale. Le sue allucinazioni (in particolare la donna seduta sulla poltrona) ricordano quelle di Solaris, mentre la tecnologia (in particolare il robot) ricorda quella di 2001: Odissea nello spazio. Ma non sono la stessa cosa. Le allucinazioni non dialogano con Sam, ma sembrano indizi da seguire per "cucire" un percorso non solo all'interno del film, ma anche all'interno di un certo cinema di fantascienza. In particolare la ragazza sembra somigliare più alla quindicenne Eve che a Tess (se non altro dal taglio e dal colore dei capelli). Probabilmente non lo è, ma sono stato rapito ugualmente da questa visione che conduce più alla figlia adolescente che alla bellissima moglie (durante le allucinazioni amatorie di Sam la vediamo identica a quella della video telefonata). GERTY sembra HAL 9000, e si comporta in maniera opposta anche se forse è un HALL che sa di avere di fronte un uomo innocente portatore di una purezza ormai perduta. GERTY HALL sa di ingannare e in qualche modo, obbedendo ai cloni, disobbedisce agli uomini. Le allucinazioni non sono solamente l' "incarnazione" di ricordi innestati a Sam 5 (e anche a Sam 6) ma anche un tentativo di raccontare la distanza abissale della vita terrestre dalla vita del clone: Eve è già cresciuta, si è materializzata in una proiezione di Sam che "sa" di essere fuori sintonia, fuori dal tempo. Rivivere continuamente quei brevi tre anni (questa storia mi ricorda un bellissimo racconto di Frederik Pohl del 1955: Il tunnel sotto il mondo), "rigenerandosi" in un altro clone, lo porta ad essere una istanza di vita che prima o poi prenderà coscienza della propria diversità e l'incontro dei due non fa che amplificare il desiderio di urlare la propria innata umanità. Non importa chi si salverà, perché in fondo l'istanza, il personaggio Sam, è sempre stato lo stesso, anzi, tutti i cloni (anche quelli dormienti) sono in realtà "veri" doppi di un "finto" Sam invecchiato sulla Terra che non ci è dato neppure di vedere. Gli uomini sono assenti, l'umanità è già perduta. Il viaggio non avviene nello spazio o all'interno della mente, ma attraversando la storia dei ricordi e dei gesti dei cloni, la storia di costruzione del personaggio: è un viaggio, un progetto che afferisce a una ricerca. In Moon la conoscenza implode nei dialoghi dei due cloni, si innesta nella consapevolezza di essere gemelli identici, due "uomini" connessi e in sintonia, anche se (e proprio per questo motivo sono identici e in sintonia) sembrano possedere caratteri differenti. La loro umanità si forma e si sviluppa lungo la durata della pellicola, tra le pareti di una stazione spaziale che somiglia molto alle costruzioni di film tipo Alien, forse obsoleta o semplicemente l'unica che l'umanità potrebbe realizzare. Lo spazio e il tempo sono claustrofobici: Moon è stato girato in interni (il suolo lunare e l'interno della stazione), il tempo è circolare (cicli di tre anni) ma anche fortemente ellittico (il primo Sam con la barba mi sembra tanto un Sam 4) e probabilmente assente. Il tempo scorre solo sulla Terra (o così pare): la registrazione del messaggio di Tess Bell che induce la figlia Eve Bell a parlare con Sam ("Papà è un astronauta") è vecchia di almeno dodici anni e intanto Tess è morta ed Eve è diventata adolescente. Sam invece non invecchia: come la stazione, come il suolo lunare, come GERTRY. Loro sono il cinema. Solo l'umanità, che affolla quella bellissima distante palla blu, pronta a giustificare e mentire ("Sai che ti dico? Le cose sono due: o è un pazzo oppure un immigrato clandestino."), potrà invecchiare e perire. 22 agosto 2010
Moon (Duncan Jones, 2009)
Apparentemente sembra fantascienza vecchio stile con l'uso di modellini e la ricostruzione di una Luna (che ricorda le illustrazioni di Chesley Bonestell) con risultati ottimi perché riporta alla mente il nostro satellite visto per la prima volta nel luglio 1969 quando Neil Armstrong, scendendo dal LEM dell'Apollo 11 ("Eagle"), lasciò l'indelebile impronta sul suolo lunare. Pertanto il "viaggio" postmoderno non avviene in uno scenario barocco con immagini digitali che esaltano le meraviglie dell'extra Terra; non avviene neppure nella mente di Sam in quanto non ci è permesso di "visitare" i ricordi e le speranze di un clone che crede di essere un originale. Le sue allucinazioni (in particolare la donna seduta sulla poltrona) ricordano quelle di Solaris, mentre la tecnologia (in particolare il robot) ricorda quella di 2001: Odissea nello spazio. Ma non sono la stessa cosa. Le allucinazioni non dialogano con Sam, ma sembrano indizi da seguire per "cucire" un percorso non solo all'interno del film, ma anche all'interno di un certo cinema di fantascienza. In particolare la ragazza sembra somigliare più alla quindicenne Eve che a Tess (se non altro dal taglio e dal colore dei capelli). Probabilmente non lo è, ma sono stato rapito ugualmente da questa visione che conduce più alla figlia adolescente che alla bellissima moglie (durante le allucinazioni amatorie di Sam la vediamo identica a quella della video telefonata). GERTY sembra HAL 9000, e si comporta in maniera opposta anche se forse è un HALL che sa di avere di fronte un uomo innocente portatore di una purezza ormai perduta. GERTY HALL sa di ingannare e in qualche modo, obbedendo ai cloni, disobbedisce agli uomini. Le allucinazioni non sono solamente l' "incarnazione" di ricordi innestati a Sam 5 (e anche a Sam 6) ma anche un tentativo di raccontare la distanza abissale della vita terrestre dalla vita del clone: Eve è già cresciuta, si è materializzata in una proiezione di Sam che "sa" di essere fuori sintonia, fuori dal tempo. Rivivere continuamente quei brevi tre anni (questa storia mi ricorda un bellissimo racconto di Frederik Pohl del 1955: Il tunnel sotto il mondo), "rigenerandosi" in un altro clone, lo porta ad essere una istanza di vita che prima o poi prenderà coscienza della propria diversità e l'incontro dei due non fa che amplificare il desiderio di urlare la propria innata umanità. Non importa chi si salverà, perché in fondo l'istanza, il personaggio Sam, è sempre stato lo stesso, anzi, tutti i cloni (anche quelli dormienti) sono in realtà "veri" doppi di un "finto" Sam invecchiato sulla Terra che non ci è dato neppure di vedere. Gli uomini sono assenti, l'umanità è già perduta. Il viaggio non avviene nello spazio o all'interno della mente, ma attraversando la storia dei ricordi e dei gesti dei cloni, la storia di costruzione del personaggio: è un viaggio, un progetto che afferisce a una ricerca. In Moon la conoscenza implode nei dialoghi dei due cloni, si innesta nella consapevolezza di essere gemelli identici, due "uomini" connessi e in sintonia, anche se (e proprio per questo motivo sono identici e in sintonia) sembrano possedere caratteri differenti. La loro umanità si forma e si sviluppa lungo la durata della pellicola, tra le pareti di una stazione spaziale che somiglia molto alle costruzioni di film tipo Alien, forse obsoleta o semplicemente l'unica che l'umanità potrebbe realizzare. Lo spazio e il tempo sono claustrofobici: Moon è stato girato in interni (il suolo lunare e l'interno della stazione), il tempo è circolare (cicli di tre anni) ma anche fortemente ellittico (il primo Sam con la barba mi sembra tanto un Sam 4) e probabilmente assente. Il tempo scorre solo sulla Terra (o così pare): la registrazione del messaggio di Tess Bell che induce la figlia Eve Bell a parlare con Sam ("Papà è un astronauta") è vecchia di almeno dodici anni e intanto Tess è morta ed Eve è diventata adolescente. Sam invece non invecchia: come la stazione, come il suolo lunare, come GERTRY. Loro sono il cinema. Solo l'umanità, che affolla quella bellissima distante palla blu, pronta a giustificare e mentire ("Sai che ti dico? Le cose sono due: o è un pazzo oppure un immigrato clandestino."), potrà invecchiare e perire. 10 agosto 2010
Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968) - 2/3 - Le ceneri di Gramsci
Per Pasolini la tradizione cinematografica che si è formata sin dalle origini (a parte alcune esperienze isolate) "[...] sembra essere quella di una «lingua della prosa», o almeno di una «lingua della prosa narrativa» anche se il cinema è un "[...]linguaggio artistico e non filosofico[...]" e pertanto tutto ciò dovrebbe far pensare che il cinema sia [...] fondamentalmente una «lingua della poesia»"(1). Eppure, nonostante questa violenza subita (poiché il cinema ha imboccato sin dall'inizio la strada di spettacolo di evasione, vista la mole di pubblico all'epoca impensabile per qualsiasi altra arte), "[...] i suoi elementi irrazionalistici, onirici, elementari e barbarici sono stati tenuti sotto il livello della coscienza" ma non aboliti. Pertanto questo strato di segni onirici e irrazionali sopravvive sotto la narrazione del film (racconto e messaggio), come una sorta di "terzo senso", un livello che Barthes definisce «evidente erratico ostinato» (2). Pasolini si chiede se oggi sia spiegabile e possibile nel cinema «la lingua della poesia» (3) ritenendo che per rispondere a questa domanda si debba trasformarla in un'altra domanda: «È possibile nel cinema la tecnica del discorso libero indiretto?» (4) ossia è possibile per l'autore l'immersione nell'animo di un suo personaggio anche nell'uso della sua lingua? Anche nel cinema è possibile un discorso libero indiretto ossia una «soggettiva libera indiretta». Ma se l'autore si immerge in un personaggio e "[...] attraverso lui racconta la vicenda e rappresenta il mondo, non può valersi di quel formidabile strumento differenziante in natura che è la lingua. La sua operazione non può essere linguistica ma stilistica" (6). La soggettiva libera indiretta offre non solo delle possibilità stilistiche molto articolate ma può ritrovare "[...] l'originaria qualità onirica, barbarica, irregolare, aggressiva, visionaria. Insomma è la soggettiva libera indiretta a instaurare una possibile tradizione di lingua tecnica della poesia nel cinema" (7).1. Teorema cinema di poesia?
Bisogna leggere Teorema come si legge una poesia. Il monologo interiore è il tentativo dell'autore di formare immagini come fossero proiezioni di personaggi malati, nevrotici, che non sono in grado di rapportarsi al mondo, di entrare in sintonia con lo stato bruto delle cose. Non dico niente di nuovo nell'affermare che il film ha un andamento anaforico evidenziato soprattutto dall'iterazione continua, quasi assillante, delle immagini del deserto come per riportarci in un passato lontanissimo dell'umanità (il deserto è metafora del vuoto ma anche origine e termine di una storia). Il deserto appare nell'incipit ma anche, e non solo, nell'epilogo. Anzi nell'epilogo ingloba la nudità di Paolo che sembra come uscito da un mondo borghese, cittadino: abbandonando la sua vita costruita sul niente entra direttamente nella brutalità delle cose senza alcun appagamento o visione che gli indichi una strada da percorrere, una riva su cui approdare: oltre il deserto c'è solo il deserto non metaforizzato. La nudità dei personaggi ad esempio è un altro aspetto che sottolinea il desiderio di spogliarsi della propria corazza borghese indossata come status symbol, come forma "immutabile" o cliché omologato dalle apparenze. L'atto di spogliarsi non è solo il desiderio di uscire da una forma, di attuare una metamorfosi, ma anche l'atto di donarsi all'altro e in questo caso di donare se stesso a un misterioso ospite per affidargli una sorta di personale lirismo, illudendosi di aprire una finestra sull'altrove. La nudità è un tuffo nell'aperto, un modo di aprire il proprio mondo, di mostrare le proprie debolezze all'altro: ad esempio Lucia, vedendo rientrare l'ospite dallo jogging, si denuda gettando i vestiti e sdraiandosi sul parquet del terrazzo, e Odette mostra il suo seno all'ospite nella speranza di perdere la sua timidezza e di non avere più paura degli uomini. Ma può essere anche metafora di morte civile: il corpo nudo come perdita del proprio status; infatti Paolo si denuda in pubblico abbandonando tutti i suoi averi e il suo modo di vivere, diventando un eremita per aver perso completamente se stesso (8). Persino la danza reiterata del postino che identifica un mondo subalterno (classi sociali inferiori) e forse ridicolo agli occhi dei borghesi (il postino, interpretato da Ninetto Davoli, pare felice, danza portando la posta e si complimenta della bellezza di Emilia) presenta un andamento metaforico. Le due lettere aprono e chiudono un evento e la sequenza della famiglia seduta al tavolo da pranzo, quando Emilia consegna la lettera a Paolo, si completa e ha senso in relazione all'altra inquadratura del pranzo, quando Emilia entra in sala per consegnare la lettera all'ospite. Le immagini architettoniche sottolineano e amplificano un mondo filtrato dall'animo dei personaggi. L'uscita dalla fabbrica del padre, con rapide inquadrature in campo lungo di capannoni, riflettono e annunciano le immagini del traffico milanese che evidenziano l'uscita di scuola dei due figli, nonché le immagini della villa ripresa in esterno e nell'interno che ci introducono dentro la malattia dei protagonisti. L'arredamento minimalista della casa, le stanze linde, la cucina, troppo pulita e ordinata da sembrare inutilizzata, evidenziano un che di falso e artefatto. Sono inquadrature che ci introducono dentro l'apocalisse, come in un'annunciazione già scritta che l'ospite (più angelo della morte che messia) contribuisce ad accelerare. L'anafora si presenta anche nel suono delle campane di molte sequenze: suonano mentre la madre, nel vedere i vestiti dell'ospite, decide poi di attenderlo nuda sul ballatoio; quando l'ospite e il figlio sfogliano un catalogo di opere di Bacon o quando Emilia è seduta sulla panchina del suo villaggio apparentemente immobilizzata in un frame stop, o la figlia è orami distesa in stato catatonico sul suo letto. Il rintocco riaffiora nella colonna sonora sempre nel paese di Emilia nel momento in cui i paesani le portano del cibo e lei accetta solo ortiche, e di nuovo quando Emilia sta seduta mentre le cucinano le ortiche. E viene riudito quando Lucia è a letto con un ragazzo e prosegue quando esce dall'appartamento. Infine le campane vengono suonate nel paese per annunciare il miracolo di Emilia che levita sopra il tetto della chiesa. Finalmente abbiamo modo anche di vederle direttamente come “metonimia” di un miracolo. Anche l'atto di scusarsi diventa (due volte) una breve anafora: Pietro, temendo di essere respinto, si scusa con l'ospite, così come si scusa Lucia, ed entrambi lo fanno subito dopo i loro approcci amorosi. Anche la musica viene utilizzata come produttrice di senso poetico: in particolare la Messa di Requiem di Mozart non è soltanto una musica extradiegetica qualsiasi ma una rima sonora (pertanto si propone come rima nel vero senso della parola) che emerge durante la malattia di Paolo (a letto leggendo Tolstoj e "guarito" dall'ospite) e soprattutto accompagna l'uscita di scena di ciascun famigliare (Odette che viene portata via dall'ambulanza, Pietro che abbandona la famiglia per andare a fare il pittore roso dall’impossibilità di dare senso a una forma sulla tela, Lucia che va in cerca di ragazzi per fare l'amore, e infine Paolo che vaga nudo nel deserto prima dell'urlo finale).
2. Le ceneri Gramsci
Le Ceneri di Gramsci è forse la raccolta di poesie più importante del corpus poetico di Pasolini. Leggendo quest'opera pubblicata nel 1957 ci si rende conto del percorso inverso intrapreso da Pasolini rispetto a Teorema (anzi, poiché la raccolta poetica è anteriore, il percorso inverso è stato fatto con Teorema). Mentre Teorema è cinema di poesia, Le ceneri di Gramsci potrebbe essere definito come "poesia di cinema", mentre in Teorema la narrazione rimane sospesa lasciando emergere "elementi barbarici, irrazionali e onirici", nelle Ceneri di Gramsci la poesia sembra voler costruire una storia organica. Si tratta di undici poemetti articolati in capitoli e sezioni che, se letti d'un fiato e intrecciati insieme, lasciano emergere una sorta di trama, un tenue racconto che lascia esprimere le idee, le riflessioni, i sentimenti di Pasolini. Causa i limiti espositivi di un blog, mi limiterò qui a prendere in esame solo alcune parti della raccolta. Recit ad esempio è un poemetto molto interessante, innanzitutto perché Pasolini ha scelto il settenario doppio di Jacopo Martello, un verso doloroso da leggere per il suo ritmo quasi "osceno" ma proprio per questo adattissimo a restituire l'oscenità del vissuto pasoliniano, ossia la notizia portatagli dall'Amico Attilio Bertolucci della condanna del suo romanzo Ragazzi di vita per, appunto… oscenità (10). Tutt'intorno pulsa la vita di Monteverde: voci gioiose, grida, canti di garzoni, di serve, operai. Questo contrasto di gioia e dolore (che rammenta il bailamme convulso dello stato d’animo dei protagonisti di Teorema in rapporto all’immobile aridità di oggetti e paesaggi) restituisce non solo l'emozione del momento, il vissuto del "personaggio" Pasolini, ma anche una perfetta e incommensurabile storicizzazione (la vita che pulsa oggi nei quartieri produce suoni diversi). La trama della vita emerge oltre il disegno, di là dalla poesia, si struttura in racconto martellante, quasi come un'iterazione filmica che vuol riprendere l'intermittente fracasso della vita di un quartiere popolare di una Roma degli anni cinquanta:
Con la mano, ferito, mi facevo specchio
vivi di gente nuova nella sua vecchia vita.
Giunsi nella piazza,accaldato e tremante,
chè gelo e sole insieme il quartiere accecante
sbiancavano con muta ed estasiata noia.
Ricco era il quartiere, ma popolana gioia
ne invadeva interrati ed attici con voci
vaghe ma violente, canti lieti e feroci
di garzoni, di serve e d'operai perduti
su bianche impalcature, tra bianchi rifiuti.
Come non sentire, con la vita il cuore
esser diverso e uno, essere gelo e sole?
Come non sentire ch'è pura gratitudine
per il mondo anche l'essere umiliati e nudi?
Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
l'amico, come incerto... Ah che cieca fretta
nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
Il lume del mattino fu lume della sera:
subito me ne avvidi. Era troppo vivo
il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo...
Mi disse ansioso e mite la notizia.
Ma fu più umana, Attilio, l'umana ingiustizia
se prima di ferirmi è passata per te,
e il primo moto di dolore che
fece sera del giorno, fu pel tuo dolore.
Intanto nulla era mutato sotto il fresco sole. (11)
...........
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
echeggia ancora di mille vite,
disamore, mistero e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
Non sembra l'incipit di Teorema, quando Paolo esce in auto dalla fabbrica? Quei luoghi tristi, in bianco e nero, quei campi lunghissimi e lunghi non compongono una sequenza naturalistica. Non siamo in un racconto dove lo sguardo si sofferma ad osservare la vita quotidiana di una famiglia dell'alta borghesia milanese della fine degli ani sessanta, ma stiamo entrando "dentro" lo sguardo di Paolo, in una sorta di monologo interiore (peraltro per Pasolini impossibile da comporre nel cinema): il primo piano di Paolo seduto sul retro dell'auto collega in un percorso ideale il paesaggio freddo e triste che ci porta a provare le stessa sofferenza del protagonista. È l'angoscia che Pasolini vuole portare alla superficie, non il racconto di una giornata triste, e pur usando molte metafore (deserto, sesso, nudità, citazioni dalla Bibbia) e tralasciando per motivi di spazio il discorso sull'allegoria cara a Pasolini, ritengo che (come nelle Ceneri di Gramsci) l'ossimoro e la metonimia siano le due figure più utilizzate per scavare nel profondo del dramma. Come ad esempio in Recit usa vari ossimori: (nuovo... Monteverde vecchio; gente nuova... vecchia vita; gelo e sole; fresco sole) in Teorema l'ossimoro risulta la figura più interessante: l'esempio forse più illuminante si riferisce alla sequenza in cui i vari personaggi si lamentano con l'ospite per il fatto che la sua partenza li possa gettare in turbamento esistenziale da cui non potranno più fare ritorno. Ma alla disperazione che questi brevi monologhi esprimono non corrisponde una recitazione degli attori nevrotica ed esasperata: in fondo vogliono comunque bene all'ospite, il quale li ascolta con apparente serenità e li conforta o con carezze o appoggiando la mano sulle spalle. Quando l'ospite parte tutti i familiari lo accompagnano al cancello come si accompagna un amico che è venuto a farci visita e si accinge a tornare da dove è venuto. Tanto dramma nelle parole affiora solo nelle sequenze dell'epilogo che ci mostreranno la "fine" dei personaggi, ma adesso l'ossimoro mostra molto bene l'apparente serenità del mondo borghese (fine anni sessanta) e riferendomi ad oggi oserei dire l'apparente serenità del mondo occidentale in generale.
3. Monologo interiore, ossia metonimia: ceneri per mondo.
La potenza della metafora, “che implica un trasferimento di significato” (esempio: paesaggio ripreso con una certa luce con un certo tipo di campo lungo, con una certa angolazione e anche ad esempio in plongée per restituire lo stato d'animo di chi osserva questo paesaggio, magari mostrando il suo volto anche inespressivo, tanto per citare l'effetto Kulešov) e la delicata nostalgia dell'allegoria (come la metafora ma con una interpretazione razionale) sono due aspetti importanti per comprendere il cinema di Pasolini, ma secondo me, in questo film, che rappresenta come l'inizio di un percorso ante litteram della morte (13), della fine (insieme a Salò o le 120 giornate di Sodoma e forse anche del film che avrebbe visto la luce se Pasolini non fosse morto, ossia Porno-Teo-Kolossal), la metonimia, prende l'abbrivo lentamente per occupare nell'epilogo, in tutta la sua maestosità, l'ampiezza dello schermo. L'urlo di Paolo non rappresenta solo la rabbia o lo sfogo di chi, pur abbandonando la sua "falsa e vuota" vita borghese, non ha trovato nient'altro che un deserto (pertanto c'è stato un passaggio da deserto metaforizzato a deserto fisico), ma è la constatazione che non è possibile uscire dalla propria metonimia. C'è insomma un inglobamento fra i due termini nel senso che mentre per comprendere la metafora è sufficiente analizzare i suoi componenti (differenti campi semantici), per la metonimia bisogna ogni volta ipotizzare una diversa base per spiegare ogni singola figura. “La metonimia, figura per ‘contiguità’, lavora all’interno di un’unità semantica data, entro la quale si relazionano tratti eterogenei, piuttosto che fra unità semantiche alternative che necessitano di una mediazione retorica” (13). La metonimia rappresenta la presa di coscienza di essere una parte e di credere di rappresentare un tutto perché quello che oggi è presunzione (sicurezza della borghesia per Pasolini, o di una contemporanea società anni 2000 in cui ogni uomo ha assunto un modo di ragionare borghese, di inglobare un universo - dal vocabolario alla cultura, ai luoghi comuni al cliché, all'etica - di elaborare un modus vivendi - pretendendo che il proprio stile di vita sia status inalienabile - di formulare una strategia di sviluppo "sociale") domani potrebbe divenire tormento (per modifiche strutturali della società o del mondo o per qualsiasi evento casuale esterno - il visitatore potrebbe essere il messia ma anche una tragedia planetaria). L'angoscia dell'urlo finale è la scoperta di avere vissuto in una perenne metonimia che non si è mai trasformata in metafora per mancanza di vocabolario. Siamo rimasti sempre all’interno dello stesso campo semantico. In altri termini Paolo, con la scoperta del deserto fisico dell'epilogo, che sin dall'incipit sembrava (ed è) metafora della sua vita vuota, scopre l'impossibilità di uscire dal suo vuoto e il gesto di essersi spogliato di tutti gli averi ed essersi incamminato lungo la strade del deserto lo ha portato a vedere da fuori quello che prima vedeva da dentro. L'urlo equivale ad una presa di coscienza, equivale a constatare che per (all'epoca) la classe borghese non c'è speranza, che (oggi) per un certo modo di vedere il mondo (Legge, Metafisica, Classicismo, ecc.) non c'è speranza. Paolo (ma anche gli altri componenti della famiglia ad esclusione forse di Emilia) è una parte del deserto, lo è sempre stato e continuerà come prima a vivere la propria vuota vita.
(1) Pier Paolo Pasolini, Il cinema di poesia, in Empirismo eretico, Garzanti, Milano 20003, p. 172.
(2) Roland Barthes, Il terzo senso (1970) in L'ovvio e l'ottuso, Torino, Einaudi 1985, pp. 43 sgg. (vedi qual è la tua edizione e correggi). Una interessante analisi dell'argomento in oggetto si trova in: Sandro Bernardi, Introduzione alla retorica del cinema, Le Lettere, Firenze 1994 p. 103 e sgg.
(3) cit., p. 175.
(4) ib.
(5) ivi, p. 177.
(6) ivi, p. 179.
(7) ib.
(8) Riferisco il senso di alcune frase dette nel film dal padre all'ospite dopo che ha saputo della sua partenza
(9) Martelliano: verso italiano di quattordici sillabe, imitazione del verso alessandrino francese, accoppiato in distici baciati.
(10) Il romanzo uscito nel 1955 procurò a Pasolini la denuncia di oscenità. Cito da http://www.pasolini.net/processi_brevedescrizione.htm: La Presidenza del Consiglio dei ministri promuove un'azione giudiziaria contro il romanzo Ragazzi di Vita, Pasolini viene citato in giudizio, insieme all'editore Livio Garzanti, dal procuratore della Repubblica di Milano, per contenuto osceno del romanzo, segnatamente alle pagine 47, 48, 101, 130, 174, 227, 231, 242. Il processo viene rinviato perché i giudici non hanno letto il libro. Il P.M. chiede l'assoluzione degli imputati "perché il fatto non costituisce reato". I giudici accolgono la richiesta e dissequestrano il libro.
(11) Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti 1976, pp. 81-82
(12) Ivi, pp. 91-92
(13) I film della trilogia della vita, Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte, sono rispettivamente del 1971, 1972 e 1974, Salò (che doveva essere il primo della trilogia della morte) è del 1975 mentre Teorema essendo precedente alla trilogia della vita non è, almeno cronologicamente, da assimilare alla trilogia della morte, ma credo che in fondo tra Teorema e Salò vi siano delle affinità.
(14) cfr. Umberto Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino, Einaudi 1984
27 luglio 2010
Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968) – 1/3 - il film
Teorema è un film sulla crisi della borghesia italiana della fine anni sessanta e inizio anni settanta, sul vuoto vivere delle classi abbienti e sugli effetti nefasti causati da una rottura del fragile equilibrio, di un mondo retto da leggi e regole e condizioni di vita consolidate (benessere, educazione). Un mondo apparentemente libero e sorretto dalle certezze (borghesia come élite, guida del paese, esempio per le classi meno abbienti, fiducia nella credenza di essere depositaria di un'etica assoluta) viene prima sconvolto poi distrutto dall'arrivo di un visitatore che coinvolge tutti i componenti della famiglia (serva, figlio, figlia, madre e padre) in un rapporto amoroso, rompendo ogni legame con le apparenze ma allo stesso tempo (con l'abolizione dei falsi idoli quali status sociale, convenienze, ecc.) rendendoli consapevoli del vuoto che li circonda. Le conseguenze saranno nefaste. Lo sviluppo del film vuole sottolineare (dimostrare come un teorema) la logica di questo mondo vuoto, la facilità con cui può essere frantumato e l'atroce consapevolezza della perdita di ogni certezza. Teorema, anche soltanto con queste premesse, sarebbe comunque un film importante, ma ciò che interessa è il modo in cui questo teorema viene dimostrato. Pasolini lavora soprattutto su quegli aspetti che caratterizzano il cinema moderno, lasciando implodere la narrazione, facendo uscire il discorso alla superficie. La narrazione è tutta in una frase: un uomo venuto da fuori sconvolge la vita di una famiglia borghese. Il resto è tutta una matematica degli eventi, ma non solo.Gilles Deleuze non crede che Teorema sia un film teorematico ma soprattutto problematico:
"[...] il teorema sviluppa rapporti interni di massima con conseguenze, mentre il problema fa intervenire da fuori un avvenimento, ablazione, aggiunta, sezione, che costituisce le proprie condizioni e determina il "caso", o i casi, così come l'ellisse, l'iperbole la parabola, le rette, il punto sono i casi di proiezione del cerchio su dei piani secanti, in rapporto alla sommità di un cono." (1)
Per Deleuze la deduzione di Pasolini in Teorema è più problematica che teorematica. "L'inviato del fuori è l'istanza a partire dalla quale ogni membro della famiglia sente un avvenimento o affetto decisivi, che costituisce un caso del problema [...]. Ogni caso, ogni sezione, sarà considerata come una mummia, la figlia paralizzata, la madre fossilizzata nella propria ricerca erotica, il figlio con gli occhi bendati che urina sul proprio quadro, la serva in preda alla levitazione mistica, il padre animalizzato, naturalizzato"(2). C'è ancora un fuori che interviene provocando una metamorfosi, un fuori che trascina con sé l'imponderabile, non un nuovo sapere (che dovrebbe sostituire il falso sapere dell'incipit: "[...] la deduzione problematica immette nel pensiero l'impensato, perché lo destituisce di ogni interiorità per scavarvi un fuori, un rovescio irriducibile, che ne divorano la sostanza" (3). Il pensiero insomma prende il sopravvento sull'immagine (o almeno sull'immagine senso-motoria) o meglio, come si domanda Deleuze, potremmo trovarci di fronte a un cinema giunto a "[...] un proprio rigore matematico che non concerne l'immagine (come nel vecchio cinema che già la sottometteva a rapporti metrici o armonici), ma al pensiero dell'immagine [...](4). Questo pensiero allenta la narrazione (tramite la poesia) e mostra un nuovo tipo di immagine (l'immagine-pensiero o l’immagine-emozione?). Gli aspetti più interessanti di questa metamorfosi riguardano soprattutto. 1) Incipit, 2) Spazio-tempo, 3) Montaggio, 4) Esistenti, 5) Cinema di Poesia.
1) Dopo un brevissimo incipit da film documentario (intervista agli operai divenuti proprietari di una fabbrica regalata loro dal padrone che si è spogliato non solo di tutti i beni ma pure dei vestiti) e l'immagine di un deserto (che ritorna durante tutta la durata del film), le prime sequenze in bianco e nero mostrano la vita quotidiana precedente l'arrivo del visitatore, la routine di una ricca famiglia borghese: uscita in auto dalla fabbrica di Paolo (il padre), il figlio (Pietro) che esce da scuola e che fa lo scemo con gli amici, uscita di Odette (la figlia) dalla scuola, la madre Lucia seduta nella villa intenta a leggere un libro, Emilia la serva, infine la famiglia riunita al tavolo da pranzo. Questo incipit sembra direttamente estratto dal cinema muto (solo musica extradiegetica e immagini in b/n) come se la normale e gradevole vita del prima (di un mondo senso-motorio) fosse un'opera muta del cinema degli inizi, una storia qualunque che potrebbe essere stata presa a caso dal passato o da un presente già morto. Sempre all'interno del cinema muto il fuori dà i suoi primi segnali (stacchi tra sequenze o all'interno di sequenze con l'immagine del deserto e quindi l'arrivo di un postino danzante che consegna una lettera alla serva). Nell'inquadratura sempre in b/n della famiglia seduta al tavolo intenta a pranzare, la serva consegna al padre il telegramma su cui è scritto: "Arrivo domani". A questo punto nel film irrompe il sonoro e l'immagine diventa a colori. La corruzione del prima ha avuto inizio, ciò che sembrava purezza delle origini, era solo un inconsapevole vagare nel deserto, mentre adesso sta per rivelarsi come vuoto incolmabile e irrecuperabile. Il mondo che irrompe con i suoni e il colore non è poi tanto più "rumoroso" del cinema muto (pochissimi dialoghi e rumori di fondo ridotti all'essenziale), ma si sgretola ogni volta di più dopo che ogni membro della famiglia viene sedotto (ma in realtà ognuno di loro lo ha sempre voluto anche quando non lo sapeva) dal visitatore esterno: una sorta di messia che porta il verbo della conoscenza o demone a cui interessa solo corrompere e sconvolgere?
2) La vita milanese che "circonda" gli esistenti è solo intravista, appena abbozzata. La fabbrica, proprietà del padre, è mostrata nell'incipit in campo lungo per mezzo di brevi inquadrature: sono immagini di capannoni senza alcuna presenza umana, senza i suoni e il vissuto classico di una fabbrica (ad esempio gli operai che escono o scherzano o lavorano). L'uscita dalla fabbrica del padre si rifà ovviamente al cinema delle origini (b/n e muto) ma non è, non può essere il cinema delle origini. Dalla fabbrica non escono le operaie come nell'Uscita dalle officine Lumière (il cinema delle origini possedeva un che di mitico che riusciva a rendere il movimento come parte fondante della vita), esce solamente Paolo, padrone non del mondo e della vita di una cittadina ma di edifici vuoti e muti. Così la scuola, la villa e gli interni della villa: cucina, sala, ingressi ecc., sembrano più luoghi deputati di un museo dove vengono raccolti oggetti. Lo spazio non è quello reale di una Milano efficiente e funzionale della fine anni sessanta, ma è uno spazio mentale, relegato ai margini, uno spazio qualsiasi, insignificante. Potremmo essere a Milano o Parigi o Londra o in nessun altro posto. Il tempo sembra non esistere, non funzionare non seguire una narrazione che stenta a mettersi in mostra, perché (così come lo spazio) deve essere funzionale all'istanza problematica (o volendo teorematica), deve dimostrare la prevalenza del nulla, l'assenza di qualsiasi punto di riferimento (che poi sarà per un breve periodo incarnato dall'ospite). Gli episodi dei familiari, i loro rapporti col visitatore, le loro reazioni all'abbandono potrebbero essere capovolti, spostati, allungati, ridotti, proprio perché il tempo del racconto è indebolito, non si mostra cronologicamente, ma utilizzando una sorta di sincronia diacronica. Diacronia dell’accadente o sincronia dell'accaduto, o di ciò che capita o è già capitato (e le inquadrature del deserto che frammentano il plot sembrano sottolineare l'avvenuto, il dipanamento della pellicola che mostra solo l'ineluttabile avvento-avvenuto del vuoto). Sintetizzando inquadrature statiche e "mute" (fabbrica, scuole con vita cittadina mostrata di sfuggita, casa vuota e arida), tempo vago e imprecisato e sviluppo degli eventi contemporaneamente sincronico e diacronico.
3) Le sequenze sono composte da molte inquadrature, campi controcampi, carrellate (anche con mdp a mano) come per mostrare uno spazio-tempo insulso che non funziona ma che fa affondare gli esistenti in un magma fluido, in un fango di immobilismo e disperazione. Pasolini non vuole mostrare uno spazio e definire un tempo, ma soltanto utilizzare questo spazio e questo tempo per dimostrare un teorema, o meglio per dedurre un problema. Pertanto le immagini degli ambienti sembrano più la proiezione del mondo interiore dei personaggi, il loro modo di sentire e percepire una realtà distante, incomprensibile, vuota. Il montaggio per Pasolini (tipico del film e non del cinema) deve dare senso al cinema come la morte dà senso alla vita, mentre il cinema è un infinito piano sequenza proprio come la realtà vista dal nostro sguardo è un'infinita soggettiva. Pertanto "[il] montaggio opera dunque sul materiale del film (che è costituito da frammenti, lunghissimi o infinitesimali, di tanti piani-sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita.(5)
4) Allo stesso modo i personaggi sono sfuggenti e fragili. Inquadrati da lontano sembrano non andare da nessuna parte, si muovono incerti nell'ambiente, leggono od osservano, i volti sono inespressivi, vuoti, il loro sguardo osserva un altrove che sperano di trovare, un altrove che arriva quando sopraggiunge l'ospite. Parlano raramente e spesso per scusarsi, avendo terrore di oltrepassare la linea delle convenzioni. L'ospite al contrario è sicuro di sé e dona alla famiglia la certezza di poter superare in un attimo il nulla che li avvolge. Ma il deserto incombe, c'è e c'è sempre stato. Non è questione di salvezza o speranza ma di presente storico che si realizza nel film, in ogni film. Il visitatore è come un'istanza poetica che conduce al compimento del proprio destino, legge Rimbaud e sembra amare i suoi protetti. Ma non c’è amore, bensì una evanescente desertificazione dell'anima. I suoi gesti sembrano quasi automatici: quando abbraccia Pietro o si adagia sopra Emilia o Lucia non sembra colto da passione. Quando bacia Odette i suoi occhi sembrano fissare il vuoto. Il suo sguardo non irradia amore perché è lo sguardo distratto e insignificante che osserva il mondo contemplando il suo ineluttabile mistero, che osserva una classe sociale accompagnandola al suo declino. Interessante il momento dell'abbandono. Tutti i familiari faranno un breve monologo, con l’acquisita consapevolezza della loro perdita, il senso di un mondo vacuo ed evanescente. Pietro dice: "Lo capisco adesso che tu stai partendo e sapere di perderti è diventato la coscienza della mia diversità. Che cosa sarà di me d'ora in poi?" Lucia: "Dunque partendo non distruggi niente di ciò che c'era in me prima, se non una reputazione di borghese casta, ma che importa?, ma ciò invece che tu stesso mi hai dato: l'amore nel vuoto della mia vita lasciandomi lo distruggi tutto". Odette: "Ma adesso lasciandomi non solo mi fai riprecipitare indietro ma mi fai andare ancora più indietro. È questo che volevi?". Paolo: "Tu sei certamente venuto qui per distruggere. In me la distruzione che hai causato non poteva essere più totale. Hai distrutto semplicemente l'idea che ho sempre avuto di me". Dolore, distruzione, disperazione. Odette che diventa catatonica, Pietro che diventa artista inquieto, insoddisfatto, Lucia che inizia a frequentare tanti uomini e Paolo che si spoglia di tutto percorrendo nudo quel deserto che è sempre stato nel film sin dall'inizio. In Teorema si ha l’enunciazione formale e precisa di un cinema che toglie ogni illusione, perché distrugge il "vuoto" meccanismo della mimesi, dona consapevolezza, richiede spirito critico, annulla qualsiasi punto di riferimento: è il cinema della “soggettiva libera indiretta” la cui caratteristica è di non essere linguistica, ma stilistica. È il cinema di poesia (6).
(2) Ib.
(3) Ivi, p. 196. Voglio citare qui anche parte dell nota a pie' pagina (n. 37): "Il tema del Fuori, e del suo rapporto con il pensiero, è uno dei temi più costanti di Blanchot (in particolare L'infinito intrattenimento) [...].
(4) Ivi, p. 194.
(5) Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano 2000(3), p. 241.
(6) Ivi, pp. 167-187.
22 luglio 2010
Premio Dardos
Ringraziamo tutti i blogger che ci hanno assegnato il premio Dardos. In ordine cronologico:I Cinemaniaci, Acquitrini cinematografici, Cinemaleo, Il Cineocchio, Eyeswideciak, Cinedrome, Cinedelia, Cineroom, Weltallsworld e Nessuno t'amerà come t'ho amata io.
A questo punto non mi rimane che applicare (mi scuso se solo in parte) il regolamento:
1) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio
2) linkare il blog che ti ha premiato
3) premiare altri 15 blog meritevoli
Ci sentiamo onorati di avere ricevuto il premio Dardos dai sopra menzionati blog che sono per noi tra i migliori e tra quelli che leggiamo più spesso e ringraziamo con grande soddisfazione e apprezzamento. Poiché la nostra lista di premiati è molto lunga (ricordate che l'elenco dei quindici è stato stilato da me e da Giuseppe, ma ognuno di noi due avrebbe desiderato stilarne 15 a testa per un totale di 30), nell'adottare gli stessi criteri di Cineroom, "nella nostra lista di 15 blog non inseriremo i blog che ci hanno premiato soltanto per questioni di spazio e per premiarne di nuovi, ma per noi è come se fossero in classifica":
Mulhollandblog
Our bed of california stars
Peeping Tom
Cinema da denuncia
Cinema visto da me
Il teatro dei vampiri
Antoine Doinel et ses copains
Xinematica
Markx
Riflesso cinefilo
Un lento apprendistato
Il piacere degli occhi
Direktor after hours
C'era una volta il cinema
Ringraziamo anche Cinema e dintorni, Mondoattuale, Percorsi diversi, Direktor After Hours, altri blogger che ci hanno assegnato il premio Dardos e di cui ci siamo accorti solo dopo la pubblicazione del post: sono quattro blog di ottima qualità e che ci onorano con il loro premio. Grazie ancora.
7 luglio 2010
Van Gogh(1947), Gauguin(1950) A. Resnais

Questo passaggio dal pittorico al cinematografico avviene attraverso tutta una serie di movimenti e frammentazioni di grandezza diversa. Abbiamo un processo di diegetizzazione dei singoli quadri, che vengono spezzettati in più inquadrature , come se queste funzionassero come delle scene, dove all’interno di queste vengono individuate delle figure autonome di tematiche narrative elementari. Già in questo primo passaggio si può vedere un certo funzionamento del pixel, una segmentazione dell’immagine che ci viene restituita in maniera unica ma altra. La narrazione, nel montaggio in sequenza di questi frammenti tematici raccordano tra loro particolari quadri diversi declinando il montaggio non all’unità di quadro ma alla necessità del racconto. La sua successiva impregnatura con il fattore psicologico, ossia attribuzione del contenuto dei quadri è organizzato secondo una sorta di storia psicologica dell’artista utilizzando in controcampo gli autoritratti degli artisti come se il pittore guardasse le scene dei propri quadri. In Gauguin c’è la stessa ricerca narrativa esistenziale sull’artista avvenuta per Van Gogh, ma risulta meno penetrabile tant’è che qui viene usato l’espediente della divisione in capitoli come tappe fondamentali dello stato d’animo dell’artista (Parigi, Bretagna, Thaiti) L’esordio di Resnais è manifestazione di narrazione, di immagini comuni che si fanno altre per noi, facendo semplicemente cinema.
1) Pescatore G. Il narrativo e il sensibile hybris,2001 bologna
30 giugno 2010
Un americano a Parigi (Vincente Minnelli, 1951)
Un Americano a Parigi coinvolge soprattutto per le musiche di un compositore superlativo e al quale venne reso onore dallo stesso titolo del film che riprende il nome dell’omonima opera di Gershwin. Con i suoi sei premi Oscar tra cui miglior film, sceneggiatura, colonna sonora, scenografia, è uno dei musical più famosi girato nel periodo in cui il genere raggiunse l’apice e la danza diventò il respiro di una città, il ritmo di una storia avvincente. Eppure, nonostante il film venga osannato come uno dei migliori musical di tutti i tempi e rientri a pieno titolo nel genere, le sequenze di danza e canto non sono preponderanti. In quasi due ore di visione le performance musicali non raggiungono la mezz’ora di durata, ovviamente escludendo lo stupendo balletto finale di diciassette minuti. Anzi le sequenze diegetiche recitate rappresentano il nucleo narrativo della storia, mentre la regia di Vincente Minnelli ci mostra inquadrature prettamente classiche con movimenti di macchina calibrati e tesi essenzialmente ad incorniciare i volti e le espressioni degli interpreti. Lo spazio circostante è la ricostruzione di una Parigi popolare frequentata da artisti che vendevano i quadri lungo le strade o nelle piazzette, è una Montmartre evidenziata come luogo e simbolo di pittori, cantanti, musicisti desiderosi di sfondare e pertanto intenti a sviluppare uno stile personale sia nella musica che nel disegno. L’incipit quasi stupisce per l’impiego di tre narratori autodiegetici: in primis Jerry Mulligan ci presenta una florida e romantica Parigi anni cinquanta e ci introduce nel suo appartamento che sembra un loculo sapientemente arredato dove nessun oggetto è messo lì per caso (ad esempio il letto sul quale si sveglia al mattino viene sollevato contro il soffitto da una corda da fermare ad un chiodo infisso nel muro che agisce su una carrucola); quindi Adam Cook si presenta suonando il piano con la mdp che lo ha da poco sorpreso posizionandosi appena fuori della finestra (allo stesso modo di Jerry); infine Henri Baurel, o meglio la voce off di Baurel, dato che quest’ultimo narratore assume il punto di vista della mdp. Lungo il percorso seguito con una carrellata che costeggia i negozi, dalla reazione dei bottegai che salutano con riverenza e animo gioioso, veniamo a conoscenza del rispetto e della considerazione in cui è tenuto Baurel, finché finalmente non facciamo la sua conoscenza attraverso uno specchio sul muro che riflette il suo volto. Dopo l’incipit le voci off scompaiono per lasciare il posto, nelle sequenze non dialogate, alla musica. Ritengo che il film da questo punto di vista, nonostante la maestria di un grande regista come Vincente Minnelli, non aggiunga niente di nuovo rispetto alle incommensurabili commedie americane degli anni trenta, se non un uso molto attento delle inquadrature e delle scenografie (sia nel riprodurre la “realtà di una Parigi anni ’50 sia nel rappresentare le esperienze oniriche del balletto finale) che ci deliziano per l’abbondanza di oggetti e per la forza espressiva del colore. Probabilmente siamo davanti a un'opera costruita per affascinare il grande pubblico, in grado di sublimarsi nell’uso peculiare e continuo (anche durante le sequenze non musicate) della danza e dei movimenti simmetrici e ritmici del corpo. Una ritmica del corpo quindi che va oltre l’esteriorità formale del ballo e che s’innesta nella metafora stessa della narrazione (Lise Bouvier è una cenerentola che trova l’amore nel suo principe povero). Mentre la narrazione rimane sospesa in un romanticismo di maniera (il corteggiamento, l’apparente repulsione di Lise, la conquista di Jerry, Henry come terzo incomodo, l’amore impossibile, l’happy end con abbraccio e bacio finale sulla scalinata di Rue Foyatier), i movimenti sensuali e “astratti” delle danze ci conducono verso una liberazione del corpo dalle costrizioni dell'immagine-azione codificata da anni di cinema d’evasione. Il corpo, in particolare i corpi di Gene Kelly (Jerry) e Leslie Caron (Lise), mostra una prorompente sessualità che, pur rimanendo apparentemente velata, pare contraddire i luoghi comuni del plot negando le parole, i comportamenti e persino il pudore ipocrita dei benpensanti. Questo amore contrastato, poiché Lise sta per sposarsi con il buon Henri che non ama ma a cui è riconoscente per averla salvata durante la seconda guerra mondiale, si rivela tramite una danza che esprime, oltre alla malinconia della situazione (tipica del romanticismo) il desiderio represso, soprattutto sessuale, dei due innamorati. Mi riferisco in particolare al magnifico balletto sul lungo Senna (Love is Here to Stay) che sancisce un momento topico della tipica storia d’amore (il ballo, l’abbraccio, la fuga della donna ad un’ora stabilita – qui le ventitré anziché la mezzanotte), ma allo stesso tempo informa sull’attrazione fisica, decisamente carnale, tra i due. La sequenza sulla Senna appena sotto il Quai parigino (così come gli altri momenti musicali) va oltre l'apparente impasse della "commedia", poiché tanto l’intreccio ripete gli stilemi della commedia sofisticata americana (appunto happy end, buonismo, assenza di conflitti sociali, ecc), rasentando il cliché e il luogo comune (e il plot non ne è che l'ennesima dimostrazione), quanto la danza, al di là dei momenti in cui domina, sembra occupare lentamente le sequenze diegetiche, attestandosi sotto la superficie, quasi per non interrompere ed incrinare la struttura essenzialmente stereotipata. Eppure appena sotto la superficie traspare un ritmo continuo e interattivo, una sorta di brusio in controtendenza, contraddittorio, che potrebbe minare l'intera organizzazione narrativa. Questi disturbi o forme del movimento sono essenzialmente di due tipi: movimenti ritmici dei corpi e tendenze destabilizzanti della musica. I movimenti dei corpi (soprattutto di Jerry), anche quando la diegesi del racconto scorre e lo spazio si distende tutt'intorno a uso esclusivo dei personaggi, sono legati strettamente all'espressione dei sentimenti e alle esigenze dello spazio e in tal modo, ad esempio, nell'incipit ogni più piccolo gesto di Jerry (dal sollevare il letto a guardare il suo volto dipinto sulla carta, ad aprire la finestra) è una sorta di danza tesa a sottolineare una gestualità strettamente relazionata al senso di benessere e gioia di vivere e di dipingere a Parigi, nonché agli oggetti che occupano l'angusto spazio del monolocale. La musica inoltre, anche quella extradiegetica delle sequenze descrittive, come qualsiasi altro suono (voce, rumori) è sempre legata all'espressione dei sentimenti dei personaggi e soprattutto alla presenza ingombrante e sempre ribadita di una Parigi che cerca di dimenticare gli orrori di una guerra terminata da pochi anni. La musica e i corpi (suoni, e movimenti) sono il respiro della città e del suo fascino. Lo stereotipo si stempera fino ad eclissarsi nel ritmo poetico di musica e danza. La poesia della musica sopperisce alla debolezza del plot con il suo ritmo vitale, il suo substrato polisemico, con la sua tendenza centrifuga ad annullare gli eventi ripetitivi e prevedibili. Come se non bastasse Minnelli ci regala un epilogo imprevisto o meglio un tentativo di disinnescare l'happy end già annunciato nei titoli di testa. Gli ultimi diciassette minuti sono l'apoteosi del colore e del movimento accompagnati da una delle più belle musiche del novecento, il tema di An american in Paris di Gershwin. La danza parte flebile e dimessa prendendo spunto da un disegno che Jerry ha strappato, ma si inoltra presto in territori inesplorati, si inerpica in percorsi esclusivi. In una Place della Concorde disegnata, i movimenti si intersecano, si amplificano tra piroette, danze, passi di tip tap e movimenti di folle (soldati, passanti, bambini, marionette giocolieri, ecc.). Jerry balla con Lise, balla nella piazza, balla nei locali, balla nei manifesti di Lautrec, nei dipinti degli impressionisti e forse in quelli di Van Gogh (dico forse perché, nonostante il riferimento a Van Gogh sia citato da più fonti non ho visto le pennellate dense, quasi gettate con rabbia sulla tela, del grande pittore olandese). Jerry e Lise ballano nei colori, non solo nella città reale idealizzata dalle quinte disegnate (prima appena stilizzate poi sempre più definite cromaticamente), ma in quella ideale sottomessa al desiderio e alla gioia di vivere dei protagonisti (e del popolo francese che vuol ricominciare una nuova vita dopo la barbarie dell’occupazione nazista). Il colore in particolare prende il sopravvento, quasi staccandosi dagli oggetti nella caleidoscopica sequenza del ballo nella fontana di Place de la Concorde quando l'acqua stilizzata in vapore o nebbia si tinge di viola, di porpora, di giallo e i due ballerini amanti sembrano sospesi nella rappresentazione stessa, non nella loro storia simile a tante, ma nella rappresentazione dell'amore stesso al di là di ogni banalizzazione.13 marzo 2010
Bastardi senza gloria (Quentin Tarantino, 2009)
a) Tavole. La tavola da pranzo rappresenta forse il luogo più sicuro, dove non ci si aspetta che accada niente di particolare se non un consumo di cibo. La tavola da pranzo è una pausa nel concatenamento di eventi, rappresenta una catalisi, un riempitivo in cui la storia si ferma e in cui l’oggetto (tavola) “racconta” l’ambiente ma anche le condizioni sociali, il carattere e l’umore dei suoi proprietari o almeno di chi si siede poggiando gomiti o mani per consumare o per parlare. Nella prima delle tre sequenze è una tavola misera, semplice, usata da una famiglia povera che vive nella paura perché offre un rifugio ad alcuni ebrei. In questo caso la tavola racconta l’assenza di cibo. Il contadino fa uscire le figlie e dialoga con Landa limitandosi a offrirgli un bicchiere di latte mentre la mdp pare indugiare muovendosi lentamente: campi e controcampi come nel più classico dei film, un primo piano sul bicchiere bevuto d'un sorso da Landa, il volto umiliato di LaPadite che non ha il coraggio di opporsi all'ironia malefica del tedesco e pare che ci dica in ogni attimo: avete visto le mie due figlie, cosa avrei dovuto fare? Minuti che non scorrono quando la mdp scende lentamente sotto le tavole del pavimento per mostrare gli ebrei rifugiati nella cantina; la suspense si prolunga nell’attesa di una catastrofe, fino alle schegge di legno che schizzano dappertutto, mentre i mitra delle SS, bucando il pavimento, bucano anche una speranza. La “seconda” tavola dove Shosanna siede al cospetto di Goebbels, scambiata per la fidanzata dell’eroe nazista Frederick Zoller, è apparecchiata con chicchere di porcellana e bicchieri di cristallo che fanno mostra di sé su una tovaglia bianca; è una tavola apparentemente capace di rasserenare (e in effetti la sequenza non si conclude con una sparatoria), come se il lusso e il bianco fossero automaticamente portatori di pace a differenza della miseria e della materia grezza (il legno non lavorato dei due tavolacci). Eppure questo candore racchiude il più alto grado di orrore dell’intero film, perché siamo appena entrati con Shosanna all’interno degli inferi, rappresentati da un apparente, tranquillizzante senso di normalità. Gli oggetti e le decorazioni dell’ambiente (un locale da pranzo) e i manufatti sulle credenze che denotano gusto del superfluo e pertanto consapevolezza di un ricercato piacere estetico, sono in realtà il biglietto da visita della fucina degli orrori, il luogo in cui si prendono decisioni di morte. La suspense non è qui incentrata nell’attesa di un epilogo da fine sequenza (trattandosi di Tarantino viene da chiedersi cosa farà Landa a Shosanna) ma nella proiezione di un epilogo ancora più drammatico e sanguinario (Perché l’ha risparmiata? Cosa nasconde il folle colonnello?). La suspense non esplode nell’epilogo di una lunga attesa, ma nella sospensione del senso, nell’attesa di un’altra attesa. La “terza” tavola è sempre misera, diventa la tavola di un’osteria dove la birra scorre a fiumi (mentre i bastardi bevono whisky ), in cui un gruppo di soldati delle SS giocano al “Chi sono” bevendo e cantando e coinvolgendo nella loro ilarità il gruppo di “bastardi”. Questa tavola è il luogo deputato in cui gli ostacoli (il gruppo di tedeschi che impedisce il regolare incontro dei nostri eroi) devono essere superati tramite una finzione, in cui ognuno finge di essere chi non è ad esclusione di Bridget che a sua volta finge di essere quello che è (un’attrice) per nascondere ciò che non è (una spia).
b) Bevande. Ogni tavola ha la sua bevanda: il latte (la purezza degli innocenti) bevuto dal colonnello nella capanna del contadino contrasta con la sua stessa ferocia ma anche sottolinea la sua raffinatezza (non è un volgare ubriacone). Questo aspetto viene però contraddetto quando Landa si trova davanti alla tavola dove sono presenti anche i prigionieri appena catturati: il tenente Reine e un suo bastardo. Sopra la tavola che segna come una linea di confine tra i personaggi (dalla parte del potere Landa e dalla parte della sottomissione Reine) sono posati un telefono e un fiasco di vino rosso. Il bianco della ferocia si è trasformato nel rosso della vittima, ciò che presupponeva una promessa di morte è ormai la morte stessa sopraggiunta, la fine di ogni speranza. Il brindisi con il male suggella l'epilogo della storia, la sconfitta e la perdita. Ma questo passaggio dal bianco al rosso avviene dopo aver indagato ogni possibilità di trasformazione alcolica o meno: dal bianco al giallo oro della birra, dal paglierino dello champagne bevuto nel candore della sala da pranzo al nero del caffè bevuto da Landa, al bianco del latte sorseggiato da Shosanna fino al bronzato dello scotch che gli avventori bevono nella locanda. La qualità degli oggetti sale di livello, il grossolano si affina con promesse di ferocia inaudita fino al suo estremo epilogo: il sangue macchia gli oggetti del loro stesso colore.
c) Due sparatorie e mezzo. Tra queste sequenze assistiamo a sparatorie con spargimento di sangue, nazisti uccisi e loro scalpi presi dai bastardi, esplosioni, incendi, torture, strangolamenti. Ogni oggetto può essere portatore di vita ma anche di morte. Le tre sequenze ai tavoli sembrano momenti di pausa, catalisi in cui si formano i motivi per altri episodi di violenza, sono emblema della violenza stessa, il luogo in cui si crea il presupposto che porterà a qualcosa di angosciante. Nella prima e terza sequenza d’altronde le sparatorie avvengono veramente ai tavoli, mentre nella seconda si ha un apparente squilibrio: la sparatoria finale non accade, ma solo perché la sparatoria è la stessa Shosanna, colei che darà il via allo sterminio dell’epilogo, condotto, voluto e sperimentato dall’alter-ego del regista stesso, dalla sua proiezione cinematografica: il colonnello Landa. Shosanna è un’arma appena innescata o almeno lasciata scivolare lentamente nel suo destino (anche nella sequenza della prima tavola Landa rinuncia a sparare mentre la ragazza ebrea fugge tra i campi). È il leitmotiv di una tragedia e quell’incontro nell’antro della “purezza” rappresenta benissimo il vuoto di un potere violento e feroce che nel mondo non è stato fermato prima di avere ormai provocato una tragedia planetaria. Fra trine e broccati, tra chicchere e teiere fumanti, tra oggetti e candore di tanta bellezza formale è sorto il nuovo mostro di Tarantino, ossia rabbia e disperazione per il fatto che nessuno abbia potuto fermare prima un dramma tanto immenso. Sarebbe andato bene anche un feroce e folle colonnello nazista con la sua svastica incisa sulla fronte.
27 febbraio 2010
Sogno (bi-mong) (Kim ki-duk, 2008)

Jin intaglia timbri e Ran cuce abiti. Non si sono mai conosciuti ma entrambi hanno una storia alle spalle di cui ancora combattono il ricordo lui ancora disperatamente innamorato della sua ex-ragazza, Ran invece detesta il suo ragazzo che ha da poco lasciato. Una notte lui sogna di provocare un incidente e lei da sonnambula lo provoca davvero, pur perdendone il ricordo. Da quel momento tra i due si crea un legame difficile da comprendere, che avrà effetti devastanti.
18 febbraio 2010
Avatar (James Cameron, 2010)
28 gennaio 2010
Avatar (J. Cameron, 2010)
Jake Sully, un ex Marine costretto a vivere sulla sedia a rotelle. Nonostante il suo corpo martoriato, Jake nel profondo è ancora un combattente. E' stato reclutato per viaggiare anni luce sino all'avamposto umano su Pandora, dove alcune società stanno estraendo un raro minerale che è la chiave per risolvere la crisi energetica sulla Terra. Poiché l'atmosfera di Pandora è tossica, è stato creato il Programma Avatar, in cui i "piloti" umani collegano le loro coscienze ad un avatar, un corpo organico controllato a distanza che può sopravvivere nell'atmosfera letale. Questi avatar sono degli ibridi geneticamente sviluppati dal DNA umano unito al DNA dei nativi di Pandora i Na’vi. Rinato nel suo corpo di Avatar, Jake può camminare nuovamente. Gli viene affidata la missione di infiltrarsi tra i Na'vi che sono diventati l'ostacolo maggiore per l'estrazione del prezioso minerale. Ma una bellissima donna Na'vi, Neytiri, salva la vita a Jake, e questo cambia tutto.
“Sospensione dell’incredulità”(1) Per molti aspetti, e in maniera assai maggiore di quanto non si pensi, è ciò che accade durante la visione di Avatar. La “sospensione dell’incredulità”o “sospensione del dubbio” consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un'opera di fantasia. In Avatar sia precedentemente al film stesso che durante la visione tutto sembra offuscato dalla martellante idea di essere davanti al 3D questo meraviglioso “prodigio delle tecnica” adesso di fronte ai nostri occhi, ma ciò che non diventa oggetto di critica, ciò che rimane sospeso almeno durante l’atto di visione, è esattamente il narrato.
C’è una diffusa teoria per il quale il corpus della letteratura- anche del teatro, del cinema, della televisione, del fumetto e di qualsiasi altro medium a carattere narrativo – sia costituito da un susseguirsi ininterrotto di “plagi”, ovvero che un numero assai limitato di storie originarie verrebbe riproposto continuamente in una serie di varianti e sotto varianti, differenziandosi tra loro soltanto per soltanto per elementi formali quali il mezzo narrativo o le scelte di stilistiche. Questa teoria insomma, formulata nei sui termini più radicali, vorrebbe mostrarsi come tentativo di negare alla narrazione qualsiasi possibilità di innovazione. A rafforzare questa teoria ci sono diversi studi quali quelli di V.Propp, o di C.Volger e di molti altri che non sto qui a citare che hanno individuato strutture fisse che non fanno altro che ripetersi, con l’impressione definitiva che tanto la letteratura, quanto ogni altro medium narrativo, se non proprio ridotta a plagiare se stessa, abbia realmente un margine sempre più ridotto di novità da esplorare. Questo ovviamente accade anche tutt’ora e nemmeno Avatar si esime da ciò. Ma cosa consente a storie simili o addirittura uguali di differenziarsi a tal punto da poter apparire alla fine completamente diverse??? La risposta è molto semplice, ciò che ci fa distinguere una storia dalle altre è il mondo in cui essa si svolge. Il cinema in questo senso è lo strumento primo che si appropria del “mondo” narrativo, ma che a differenza della letteratura, esso non c’è lo racconta, bensì lo mette davanti ai nostri occhi.”Il cinema è vero; una storia è menzogna” “Non ci sono storie. Non ci sono che situazioni, senza capo ne coda: senza inizio, senza nucleo senza fine ; senza dritto e senza rovescio; si possono guardare da tutti i punti di vista; la destra diventa la sinistra; senza limiti di passato o di futuri, sono il presente”(2) Con Avatar si è dentro un continuo andare e tornare, un connettersi e un disconnettersi, si entra e si esce restando sempre in unico luogo, il luogo “dell’io ti vedo”, si realizza il desiderio che un personaggio andando incontro ad un altro, ci porta finalmente con sé; e non lo stiamo accompagnando da dietro o da vanti, e nemmeno di fianco, siamo diventati lui, guardiamo attraverso i suoi occhi, è lui a diventare questa volta l’Avatar di noi stessi.
Ma al di là dell’ ambiguo gioco di parole che il titolo del film mette in questione e della prolissa riflessione che si potrebbe fare a proposito, Avatar aggiunge un sottilissimo tassello a quell’idea per il quale il cinema non serve a raccontare storie, la “storia” è solo una cornice senza il quale ci sarebbero solo un casuale susseguirsi di immagini. Il 3D ha ancora bisogno di essere indagato, ma soprattutto di essere sperimentato. L’utilizzo attuale è limitato alle scene d’azione e in quei sognanti carrelli in avanti di scoperta e meraviglia. Sembra quasi che la sua unica collocazione possa solo essere il Fantasy o quei generi che giocano su stilemi di eccessiva effettistica, ignorando totalmente un cinema sensoriale vero e proprio.
1) Termine coniato da Samuel Taylor Coleridge in uno scritto del 1817 ( fonte Wikipedia)
(2)Epstein J.(1922) in Jean Epstein, cur. L Vichi, il castoro cinema, 2003
22 dicembre 2009
2046 ( W. Kar-Wai, 2004) Pt. 2/2
Il saggio infatti propone di individuare all’interno dell’esperienza avventurosa una distinzione fondamentale. Detto in maniera semplicistica l’idea generale di avventura, secondo Jankelevitch, comporta un’oscillazione costante tra la serietà e il gioco, ovvero, tra l’idea di rischio che un’avventura di qualsiasi genere può comportare come l’ipotesi di morte e l’idea ludica il desiderio che spinge l’uomo avventuroso a vivere esperienze entusiasmanti, ma comunque ignote. Arrivando alla conclusione finale che non può esistere un’avventura senza che non vi siano questi due elementi messi in costante relazione. Inoltre Jankelevitch differenzia tre tipologie di avventura, queste sono caratterizzate da una presenza maggiore o minore di serietà o di gioco. Abbiamo infatti l’avventura mortale dove a prevalere è la serietà, l’avventura estetica dove a prevalere e invece il gioco e infine, la più importante , l’avventura amorosa dove le parti si controbilanciano vicendevolmente. L’avventura estetica in 2046 è quella rappresentata dal libro che Chow sta scrivendo, egli si trova più fuori che dentro, in quanto secondo Jankelevitch perché vi sia avventura estetica è necessario che il soggetto sia venuto fuori, non ne deve essere più coinvolto. Tutta la storia nel film è narrata da una voce off omodiegetica: “ovvero il personaggio che appartiene alla storia la racconta allo spettatore a cose concluse”(1) . Avviene che l’esperienza narrata da Chow nel suo libro si attua sottoforma di intertesto letterario, ma la percezione che se ne deriva è che in realtà Chow non è del tutto distaccato cioè non si trova ne del tutto fuori, ma neanche del tutto dentro, la componente di avventura amorosa è ben evidente tendendo ad avere una presenza maggiore rispetto al resto, le due categorie quella puramente estetica e quella amorosa si interscambiano. Guardando infatti gli aspetti dell’avventura amorosa descritti da Jankelevitch; […] “L’avventura amorosa è un’enclave all’interno della serietà prosaica della quotidianità […] l’avventura amorosa non fa parte del destino del’uomo, fa forse parte della sua destinazione […] L’avventura amorosa appare come una parentesi all’interno del vissuto, come una sorta di poemi in versi interpolato al centro del testo prosaico e serio dell’esistenza”(2). Il tema dell’amore per il protagonista mette profonde radici al centro della sua esistenza, e questa viene coinvolta globalmente, a tal punto da esserne trasformata. Per Chow l’amore è un gioco serio o una serietà giocosa, dualità che trova la sua possibile collocazione una nella forma del film e nella forma del libro. Il rapporto che chow intrattiene con le donne che incontra, ha in alcune una prevalenza di serietà con altre quella del gioco. Questo stesso comportamento oscillante è presente anche nelle donne. Vediamo infatti che con alcune di queste c’è un semplice rapporto amoroso, frivole avventure di qualche notte, mentre in altre sono i sentimenti a prendere i personaggi alla sprovvista facendoli cambiare atteggiamento. Ma un aspetto che Jankelevitch sottolinea, e che in questa sede risulta particolarmente appropriato, è come alle diverse parti, maschile e femminile, corrisponda un diverso modo di futurizione dell’avventura amorosa attraverso le categorie di Imminenza per le donne e Urgenza per gli uomini. “L’imminenza è femminile ella misura in cui essa prevale l’attesa passiva, ma solerte e affatto quiescente. […] Nell’Urgenza prevale al contrario il coraggio, che è la virtù dell’azione e la facoltà di andare apertamente incontro al futuro.”(3) Questo è ciò che fa esattamente il protagonista, egli parte verso il 2046 attraverso la spinta dell’urgenza , ma in previsione di una scadenza.
In un certo senso il libro, come atto volto a prolungare l’io in una altra realtà continuerebbe a oscillare tra memoria e scadenza, ma questa volta il primo avrà una valenza iterativa e ludica quindi un divertimento puramente estetico e il secondo invece sarà puntuale e serio, ma in un luogo (2046) che non ha concreta attualizzazione. Il 2046 in fondo è solo una camera d’albergo, che nell’accezione di Marc Augee (4) risulta essere un non –luogo, ma che in questo caso è un non-tempo di una memoria oscillante contornata da una scadenza sospesa, dove diverse donne del passato si sono alternate, tranne l’unica realmente amata da Chow.
(1)Metz C. Il luogo del Film, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995
(2)Jankelevitch V. L’avventura, La Noia, La Serietà Marietti edizioni, 1991
(3)Ibid
(4)Augee M.Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Eleuthera, 2005
19 dicembre 2009
2046 ( W. Kar-Wai, 2004) Pt. 1/2
Hong Kong, 1966. Chow ,fa ritorno nella sua città dopo tre anni passati a Singapore nel tentativo di ricostruirsi una vita dimenticando il perduto amore Su Li Zhen.“Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della terra. E c'è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046. Tutti quelli che vanno al 2046, hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti. Perché si dice che niente cambia mai, nel 2046. Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente, perché nessuno è mai tornato. Nessuno tranne me ”
Ma che il vero protagonista della storia sia il tempo è fuor di dubbio, ad iniziare dal titolo stesso del film. Il 2046 assume diverse forme all’interno del percorso intrapreso dal testo, esso infatti è un anno, un luogo nel tempo, un libro , una stanza d’albergo, ma più specificatamente esso sembra identificare una scadenza, un tempo limite.
Sin dalla voce off che introduce il film, viene messo in evidenza che lo scopo di/del 2046 per Chow, come quello del protagonista del libro, sia quello di recuperare i ricordi perduti, ma in modo specifico, cercare di ricordare se una donna in particolare , conosciuta anni prima (1), lo avesse amato veramente. Il 2046 diventa dunque punto limite, una scadenza entro cui è possibile ritrovare i ricordi perduti.
La storia è del tutto narrata al passato, siamo dentro un grande flashback, all’interno del quale la Programmazione temporale è suddivisa in quattro blocchi ben distinti, che vanno dal 1966 al 1969, essi a loro volta sono localizzati a partire dalla rispettive notti di natale 24-25/12, che ne identificano un nuovo inizio. Ma essendo all’interno di un passato ricordato la scansione temporale si presenta frammentata, ovvero siamo di fronte a delle immagini-ricordo che, come evidenzia Deleuze, è un immagine che non ha il suo prolungamento in un movimento senso-motorio, ma in una percezione, […] “la soggettività acquista un nuovo senso, non più motorio o materiale , bensì temporale e spirituale”(2) All’interno di questo flashback si delineano diversi circuiti che, corrispondono ai diversi blocchi temporali, ogni circuito evidenzia un’area di ricordi che tende a congiungersi o a sovrapporsi con i successivi blocchi di tempo, ma senza soluzione di continuità. Seguendo il discorso di Deleuze, che parlando di Mankiewicz, mostra come quest’ultimo abbia compreso che la memoria non potrebbe mai ricordare e raccontare il passato se questa non si fosse formata nel momento in cui il passato era presente, dunque con un scopo futuro. Ovvero l’immagine memoria/ricordo per potersi raccontare si forma nel momento in cui questa sta acquisendo il presente. Ciò sta a significare che l’immagine ricordo del testo non è una pura immagine ottico sonora sospesa, che allude ad una pura virtualità, ma è un’immagine attualizzata o in via di attualizzazione che rimanda, nel momento della sua fruizione, ad un presente. I ricordi infatti vengono riconosciuti e attualizzati. Con l’immagine ricordo si ha un riconoscimento attivo che permette di passare da un immagine di percezione ad un immagine senso motoria che si era momentaneamente interrotta. Ma l’idea di sospensione, cioè la pura percezione ottico sonora avviene come dice lo stesso Bergson “ nel momento in cui il riconoscimento attivo del ricordo fallisce”, quindi, nel momento in cui l’atto del ricordo non si concretizza, l’immagine senso motoria, non riesce più a concatenarsi con le altre rimanendo cosi sospesa. 2046 si muove esattamente attraverso questi due poli; da un lato abbiamo la presenza di immagini-ricordo che rinviano ad un riconoscimento attivo, quindi ad una memoria concreta e sttualizzata,( le diverse amanti che hanno caratterizzato i quattro anni della vita di chow) dall’altro abbiamo delle immagini-sogno, sospensioni ottico-sonore che non permettono una soluzione di logica continuità dei singoli blocchi temporali, se non attualizzandosi in altre immagini, e che provengono tutti da un tempo limite che ne identifica una scadenza. Una scadenza che ha una rappresentazione puramente virtuale (Il ricordo della donna amata non giunge mai). Questa Scadenza entra in relazione con il L’oggeto di Valore da raggiungere. In questo senso le diverse percezioni di ricordo fungono come Piani Nnarrativi d’uso ( ovvero delle azioni che fungono da acquisizione di competenze in vista di una prova finale) in funzione ad un PN di base che non verrà raggiunto. La speranza di Chow di ritrovare il ricordo amoroso di questa donna, fallisce.
“Ho amato una donna ma lei mi ha lasciato. Speravo fosse nel 2046. E quindi sono andato a cercarla lì. Ma non c'era. Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato. La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai.”
I singoli blocchi di tempo sono caratterizzati ognuno dalle diverse donne che rispettivamente occupano la stanza d’albergo 2046. La caratteristica di questi blocchi spiega chiaramente il funzionamento dell’immagine ricordo che si prolunga appunto in una percezione; il soggetto posto all’attenzione di Chow, ovvero l’unica donna da lui amata realmente, passa attraverso diversi circuiti, dove ogni volta l’immagine iniziale(donna amata) viene a cancellarsi per sostituirsi con un'altra,(amanti) cosi facendo, questi circuiti entrano in contraddizione, si riprendono e si annullano, come spiega Bergson […] “si può vedere come l’effetto del progresso dell’attenzione, consiste nel creare di nuovo, non solo l’oggetto percepito, ma anche i sistemi sempre più vasti cui esso può ricollegarsi”(3). La virtualità dell’immagine-sogno rimane permanente, essa si attualizza indirettamente attraverso le immagin- ricordo di altre donne. Bergson nello spiegare la generazione dei diversi circuiti a partire dall’oggetto originale indica come ci sia una “difficoltà” insita nel circuito più profondo ovvero dove l’oggetto di base crea la sua immagine consecutiva che lo ricopre. In 2046 questo primo circuito di sostituzione/creazione è dato dal fatto che solo una di queste donne, la prima che incontriamo nel film, ha lo stesso nome della donna amata da Chow, appunto Su Li Zhen, questa non occuperà la stanza 2046, in quanto “prima copia” da quale verranno generate tutte le altre. Il titolo del film come il titolo del romanzo funziona cosi come il circuito più vasto, l’involucro esterno entro in quale coesistono tutti gli altri, e in questo senso Deleuze non è mai stato più pertinente nel dire che “non si tratta più del legame senso motorio dell’immagine azione nel riconoscimento abituale e neppure i vari circuiti percezione-ricordo che li suppliranno nel riconoscimento, sarà piuttosto la relazione debole e dissociata tra una sensazione ottico-sonora e una visione panoramica, tra un’immagine sensoriale e un’immagine-sogno totale.
Scadenza e memoria sono le due marche di riconoscimento entro il quale si muovono i ricordi di Chow. Il tempo più che avanzare scivola e i personaggi sono in balia di questo flusso che li conduce alla deriva e le loro esperienze si tramutano in immagini di transizione. E’ raro l’uso di dissolvenze per indicare passaggi di inquadratura, la tecnica del jump-cut diventa motivo principale dei raccordi tra inquadrature che si uniscono tra loro con dei bruschi tagli come appunto nella ricostruzione di un ricordo, i frammenti mancanti devono essere ricostruiti quando è possibile dalla mente dello spettatore. A conferma di una tensione di coscienza tutta individuale, il ralenti in 2046 funzione come pratica dettagliante a livello temporale, la durata dell’evento rappresentato è dilazionata, frazionata. Se infatti il ralenti ci mostra da un lato l’azione nella sua esatta totalità dall’altro, esso si allontana da una temporalità percettiva reale dello spettatore. Viene ad annullarsi l’idea baziniana che l’inquadratura nel cinema non è una immagine ma un blocco di tempo omogeneo. Nel film , in una stessa inquadratura gli elementi che la compongono si muovono a diverse velocità, ad esempio quando Chow sta consumando il suo pasto in ralenti e dietro di lui le persone si muovono in accelerato. E in effetti è proprio una mancata coordinazione di velocità dei sentimenti che ci viene mostrato. I protagonisti non sono mai allineati tra di loro, il vero amore lo si può conoscere o troppo presto o troppo tardi, giungendo alla lucida riflessione sulla sedimentazione delle forme del tempo nell’articolazione delle emozioni, il tempo come una tensione di coscienza.
1) Cfr. dello stesso regista In The Mood For Love
2)Deleize G. L’immagine-tempo, Ubulibri Milano, 1986
3)Bergson H. Materia e Memoria, Laterza, 2004
4)Gilatta L. Wong Kar-Wai, Dino Audino Editore, 2004