15 settembre 2010

L'uomo nell'ombra (Roman Polanski, 2010)

Immobilità del testo

L’auto abbandonata sul ponte del traghetto, mentre le altre escono subito dopo l’approdo, indica un evento accaduto: qualcuno (poi scopriremo essere il ghostwriter di Adam Lang) non ha potuto ultimare il viaggio per annegamento. L’immobilità del mezzo, che viene superato dagli altri al fine di uscire dall’imbarcazione, giustifica la ricerca di un altro ghostwriter e diventa indice di una situazione, effetto di un accadimento (in questo caso la morte del primo scrittore). L’immagine è inquietante perché l’assenza di movimento induce a ricostruire un evento misterioso: qualcuno è stato ucciso. Un oggetto appartiene sempre a qualcuno che prima o poi si presenterà a ritirarlo. Il fatto che lo stesso oggetto venga “abbandonato” sul traghetto dal secondo ghostwriter per sfuggire a due probabili killer, potrebbe amplificare il valore dell’indice (ossia l’autovettura dell’incipit indica una morte), ma questo non accade perché vediamo lo scrittore saltare sulla banchina prima che sia troppo tardi, mentre non ci è dato vedere il secondo arrivo del ferry boat con l’auto abbandonata. L’automobile “ritorna” come nuovo potenziale indice (il cui oggetto in questo caso è un evento che deve accadere) nell’epilogo, quando la vediamo accelerare mentre il ghostwriter sta attraversando la strada. Stavolta è un mezzo in veloce movimento che annuncia un evento funesto. I due veicoli potrebbero comporre un equilibrio, una sorta di equazione inversa, ossia immobilità (chi l’ha abbandonata e perché?) e accelerazione (aiuto, potrebbe colpire il ghostwriter!), potrebbero regolare una perfetta simmetria se non fosse che l’auto dell’epilogo non indica la conseguenza di un accadimento, ma presuppone un’anticipazione che non garantisce un esito certo; non indica un risultato bensì una probabilità, un proposito che ha bisogno di un altro indice quale a esempio i fogli del manoscritto che volano lungo il viale, così come i passanti che corrono in direzione del fulcro dell’evento posto nel fuori campo, sulla destra del fotogramma. La mente ricuce un’assenza, una mancanza (immagine) e ricostruisce un epilogo. Se non vi fossero state le pagine del dattiloscritto avremmo potuto sentire le urla di qualche passante o il rumore sordo della lamiera che ferisce la carne oppure niente, ma in tal caso il dubbio avrebbe preso il sopravvento: è stato investito o no? Non sembrano esservi dubbi, e al manoscritto, più che all’auto, spetta il compito di indicare il fatto. L’auto in questo caso diventa più che altro un mezzo, un gesto, in altri termini un motivo (avviso di pericolo) che ritorna e riemerge in molte circostanze (ad esempio la vettura che insegue il ghostwriter dopo che è uscito dalla casa di Paul Emmett). La bellezza del film scaturisce anche dall’abolizione di revolver e coltelli, mitra e bombe, esplosioni e acrobazie, poliziotti e agenti. O meglio, gli agenti ci sono ma si trovano nell’ombra e sta a noi scoprirlo, i poliziotti forse ci sono forse no. Al contrario l’unico colpo che viene sparato (e che prende in pieno la vittima), concreto, tangibile, udibile, colpisce all’improvviso Adam Lang e quasi dispiace constatare che la funzione del cattivo non sia interpretata da Pierce Brosnan, perché in fondo l’affezione al personaggio induce a volerlo “mente” più che mero esecutore di altrui volontà. Eppure queste sono le regole del thriller: depistare per sorprendere, ma anche regolare la narrazione con motivi e oggetti per svelare senza rivelare, raccontare l’impronunciabile con intensa affabulazione, in altri termini dire molto senza dire niente e lasciare alle immagini, come al montaggio, la più ampia espressività. Riuscire a innervare un plot con immagini apparentemente descrittive (il mare, la pioggia, la spiaggia), lasciar scorrere il sangue nelle vene di una pellicola che sembra non averne bisogno (la suspense, una storia di sesso, un bigliettino che passa di mano in mano, vecchie foto) non significa rinunciare ad una “storia movimentata”.

Accelerazione dell'acronimo

L’accelerazione, impressa nell’auto dell’epilogo, si attesta dentro le inquadrature. Ogni volta che ho sentito dire, all’uscita del cinema: non mi è piaciuto perché lento, mi sono sempre chiesto cosa sia la lentezza. Forse lunghe inquadrature, magari in CL, seguite da panoramiche che lasciano all’occhio il tempo di distinguere, vedere, analizzare il paesaggio. Mentre la velocità, e suppongo l’affezione per il film (perché lo sguardo “non può” rimanere in sospeso per troppo tempo), si evincono da un montaggio più “frenetico” ove dominano inquadrature brevi, campi, contro campi, magari veloci movimenti di macchina (che non permettono di distinguere) e carrellate e/o voli della mdp che schizza in ogni direzione e altezza. Però questa storia aveva bisogno di mostrasi con delicatezza, essere assorbita lentamente per permettere alle immagini di accelerare. E questo è stato possibile con un montaggio accorto e preciso dove nessuna inquadratura sembra giustapposta casualmente tanto per far progredire la storia. Le sequenze sembrano partire “lente” (molto descrittive) per accelerare quasi come per giungere in tempo all’epilogo o meglio all’intenzione di un epilogo (È morto? Si è solamente ferito?). Come l’auto da statica e concreta (la vediamo) diventa statica e ideale (quando viene abbandonata la seconda volta), poi simile a un automa condotto dal navigatore, infine sempre più veloce, allo stesso modo un cellulare può diventare protagonista: dapprima mero oggetto utilizzato per scoprire la voce di un misterioso numero telefonico, poi addirittura in movimento sul tavolo indotto dalle vibrazioni causate da una chiamata a cui il secondo ghostwriter non intende rispondere (da oggetto a funzione). Così lo stesso manoscritto: prima un volume di oltre seicento pagine apparentemente insignificanti (lo scrittore ne cancellerà molte) poi oggetto ricercato e desiderato (Per il suo valore? Ma non può valere niente!) in quanto rubato nell’incipit e quindi consultato nell’epilogo per rivelare un codice che non si trova celato nel racconto di una vita, ma si dispiega nella rivelazione di un segreto, fino ad aprirsi e volare nei flutti del vento come acheni col pappo appena soffiati via dall’infiorescenza del tarassaco. Pertanto un motivo che ritorna sempre sotto una nuova pelle: causa efficiente di un progetto, corpo da revisionare per rifondare una vita e infine vacue parole che celano un codice, un “dispiegamento". Ciò che interessa non è il racconto del manoscritto, lo svelamento del motivo della scelta e della personalità di Adam Lang, ma la sua stessa struttura, in altri termini la verità mimetizzata nell'acronimo (le prime parole di ogni capitolo svelano un mistero) è il termine del viaggio dell'eroe; poi non importa se quel bigliettino che passa di mano in mano cede sintropia al sistema reintegrando nuova energia (ossigenando per un attimo il plot), perché niente è più pericoloso di un manoscritto che cambia per l'ultima volta la sua pelle indicandoci l'inutilità della storia: lo scrittore rischia grosso ad amare i propri personaggi fino a fare sesso con la donna del capo (un classico) che poi sarà la sua prevedibile nemesi solo per aver disvelato il senso profondo di un testo.

12 commenti:

perso ha detto...

Quante volte in questi giorni ho sentito dire del film della Coppola "non mi è piaciuto perchè è lento"! Questo però è un commento che secondo me può uscire solo dalla bocca di un consumatore svogliato oppure occasionale di cinema. la concezione di lentezza è del resto un derivato dei ritmi accelerati della Tv, dove è vietato indugiare, perchè è vietato pensare. Anche per il film di Polanski ho sentito dai miei amici gli stessi commenti. Ma secondo me non era lento. magari un po' lungo, ma il ritmo era adeguato alla storia

Anonimo ha detto...

Interessantissima l'attenzione posta sulla "lentezza" che spesso viene riscontrata nei film. Anche io mi sono sempre chiesta cosa potesse significare in realtà. Altrettanto interessante l'analisi di alcuni elementi fondamentali della pellicola come l'auto e il manoscritto. Io l'ho trovato davvero straordinario come atmosfere, regia e fotografia. Il finale poi lo considero un vero e proprio capolavoro.

Ale55andra

Luciano ha detto...

@Perso. La tua visita mi fa molto piacere. Grazie! In effetti il concetto di lentezza è molto complesso e di difficile interpretazione, tanto che, sinceramente, ammetto di non essere in grado di definire con precisione cosa significhi esattamente film lento e/o quando un film da lento diventi veloce. Anche perché nella fiction potrebbe valere la regola del paradosso di Zenone secondo cui Achille non raggiungerà mai la tartaruga. E infatti è possibile anche dare il senso della velocità rallentando al massimo persino i proiettili (vedi Matrix). Pertanto ritengo che il film di Polanski non possa essere giudicato in base alla sua velocità o lentezza (come anche tutti i film) perché è solo questione di ritmi interiori e mentali dello spettatore. Il sottoscritto ad esempio adora anche (se ben costruite) le lunghissimi inquadrature "statiche" alla Kiarostami tanto per intenderci. Nella vita poi è pacifico che le cose belle vadano assaporate con la massima calma. Concordo pienamente sulla follia della Tv che ho la fortuna di vedere raramente. Grazie ancora per il tuo graditissimo commento..

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Il film è molto bello e in effetti il finale è molto curato e "gioca" sulla naturale capacità del cinema di stimolare il nostro cervello a ricostruire anche la realtà che non vediamo. Mi è piaciuto infatti il modo in cui Polanski "conclude" la sua opera. Il manoscritto, oltre ad espediente per dimostrare l'avvenuto incidente, è anche un "lavoro" che è stato lasciato nella strada: funziona se rimane legato (leggere gli incipit di ogni pagina per scoprire la verità), ma è frammentazione di mondo se abbandonato al vento. Grazie^^

Roberto Fusco Junior ha detto...

Un gran bel film, un'ottima analisi la tua, come sempre. A chi dice che la lentezza rende brutti i film tolgo il saluto.
Un saluto!

Luciano ha detto...

@Roberto. Un bel film molto curato, come sempre quando si tratta di Polanski. Sempre gentilissimo^^ Un caro saluto!

Ismaele ha detto...

uno dei film più belli che ho visto è "El sol del membrillo", di Victor Erice, la maggior parte della gente direbbe che non succede niente e se ne andrebbe dopo pochi minuti, per me un capolavoro unico.
scusa la digressione.
credo che lentezza e velocità debbano essere contestualizzate e la tua analisi mi sembra davvero centrata.
nei nostri tempi velocità e consumo sono dittatori (elogio della lentezza, decrescita, ecc. sono da perseguire, scusa ancora la digressione).
e il cinema e l'arte sono parte e figli dei tempi.
nel film, che mi è piaciuto molto, e non annoia mai, ho visto anche l'eterna lotta fra la Penna e la Spada, due forze raramente conciliabili.

Luciano ha detto...

@Ismaele. Interessante osservazione, lotta tra penna e spada, che meriterebbe un approfondimento. Questo aspetto mi era sfuggito. In effetti il discorso sulla lentezza è complesso proprio perché, secondo me, l’idea di velocità è una costruzione mentale ed è relativa, per dirla con Einstein, ai sistemi di riferimento e in effetti la massima velocità concepibile talvolta nel cinema sconfina nel ralenti. El sol del membrillo purtroppo non l’ho ancora visto ma so che è un film eccezionale assolutamente da vedere. Mi auguro di poterlo recuperare in qualche modo.

cinemaleo ha detto...

Un film di rara tensione che nobilita il genere thriller, foriero -purtroppo- di tanto cinema spazzatura

Luciano ha detto...

@Cinemaleo. Parole sacrosante.

Ismaele ha detto...

El sol del membrillo - Victor Erice

lo danno il 26 notte a Fuori Orario

(i giorni precedenti anche gli altri di Victor Erice)

buona visione, ti piacerà :)

io registro con questo sistema:

http://slec.splinder.com/tag/come+registrare+da+radio+e+tv

ciao

Luciano ha detto...

@Ismaele. Grazie oer l'informazione. Spero di riuscire a registrarlo, ma non so se sarò in grado visto il poco tempo a disposizione per imparare. Purtroppo ho letto il tuo commento solo adesso. Grazie ancora^^