10 giugno 2008

Ultimo tango a Parigi. 1. La figura aptica della morte. (1/4)

Dipingere il malessere di una società che rifiuta il dolore, che espelle la sofferenza, il decadimento fisico, l’idea stessa della morte, una società che annulla la vita rinunciando al suo sapore in nome del benessere di un’altra idea di vita, mentre la morte lavora giorno dopo giorno dall’interno. I volti di Francis Bacon sono spettri che aprono il loro interno mostrando il disfacimento morale, mentre i colori non sono immagini, riflessi aerei, flussi di luce che immergono il dolore nell’aria e nell’emozione impressionista dell’attimo, ma sono nel corpo, attraversano il corpo, sciogliendolo nelle sensazioni che esprime. E siccome per Bacon il “secolo breve”(1) è il secolo dell’orrore, delle nefandezze, dell’angoscia, dei soprusi, l’ “oggetto” deve esprimere la rabbia deformata e mutilata. Lo spettro “apre” la carne mostrando l’incessante lavorio della morte, attimo dopo attimo. La forza invisibile, il malessere che scorre nel mondo, l’orrore del quotidiano, uscendo allo scoperto e mostrandosi allo sguardo, non è una materia o un oggetto di per sé, ma una forza invisibile, un’entità che trascina il male dell’anima all’esterno. Nei suoi dipinti Bacon restituisce questa forza invisibile utilizzando vari sistemi (non starò a fare un excursus sui suoi differenti periodi pittorici): movimenti del corpo, riflessi di superfici, sfocature di parti del dipinto. Il fuori fuoco (2) in particolare serve a Bacon per deformare la rappresentazione dei corpi allo scopo di sfigurarli, e le zone fuori fuoco dei dipinti si concentrano di solito sulle figure umane attraverso parti cancellate, quasi buttate nel gorgo dell’inespresso, o immagini riprese nella loro rotazione o sviluppo temporale. Si notino in particolare i volti dei suoi quadri, le dissolvenze delle membra (Bacon era influenzato dal cinema e in particolare da Bunuel), gli specchi frastagliati ed evanescenti. Nei titoli di testa , si vede, nella parte sinistra dello schermo, un quadro di Francis Bacon raffigurante un uomo sdraiato su un letto, dai colori saturi ove dominano il rosso e l’arancione. Dopo pochi minuti il quadro lascia il suo posto, nell’altra metà dello schermo, ad un altro dipinto di Bacon che raffigura una donna seduta al centro della stanza. Qui dominano colori freddi (rosa e azzurro). Dopo i titoli di testa, prima dell’incipit, i due quadri si affiancano nello schermo. Stiamo entrando nel film attraverso la pittura di Bacon. Nell’incipit ci troviamo davanti a un Marlon Brando che vaga disperato in una Parigi (lo vedremo) ancora intrisa di Nouvelle Vague, colto nel momento in cui lancia un urlo sotto la soprelevata parigina, mentre la Schneider cammina velocemente con aria rilassata. Il dolore dell’uomo e l’ingenuità della donna si incontreranno nell’appartamento vuoto, avvolto in una semi oscurità color arancio. Questo uso del colore e di questa luce arancione, preso direttamente da Bacon, influenza il plot e la storia, anzi determina e dirige gli incontri nella stanza-quadro, nella gabbia in cui gli attanti sono “liberi” di muoversi e di esprimere la loro sessualità . La stanza diventa così l’inferno di una umanità disperata, trasportando nel gorgo degli inferi anche la beata innocenza della gioventù, la spontaneità con la quale Jeanne accetta di “subire” la morte in atto che imprigiona “fuori dal tempo” (perché il tempo del cinema viene scandito fuori dall’appartamento) e dentro l’anima corrosa dall’attesa(3). La deformazione del materiale si esplica attraverso le grandi sale deserte, come abbandonate, della casa vuota, ma anche attraverso gli oggetti e le pose plastiche assunte da Paul e Jeanne. Ad un certo punto si vede lei riflessa in uno specchio rotto situato oltre una porta aperta. L’immagine è distorta, evanescente, rotta. L’unità prospettica dello spazio (come quella cronologica del tempo) è segmentata e de-costruita nelle in-formazioni deformanti, riportando un possibile futuro in atto (anche lei morirà dentro?). Il sapere falsificante emerge improvviso quando vediamo far capolino il volto ancora apparentemente felice ed entusiasta della ragazza, pronto e attento ad osservare la misteriosa posa plastica di un uomo che ha già perso la sua gravità logica. Lo sguardo, in altri termini, viene continuamente dirottato e allontanato, illuso e colluso col mezzo di ripresa, con lo sguardo indignato e “perverso” (nel senso che è pertinente al verso “giusto” e conforme del senso comune del pudore) dell’ordine pubblico o di una magistratura che di lì a poco condannerà il film al “rogo” perpetuo (4). Ma la connessione extrasensoriale della vista si lega alla “tattilità” dell’immagine. Se l’icona si corrompe e si deturpa nella sua dimensione tattile o aptica, allora non si tratta di voler vedere distintamente; e per questo secondo me il film non è un film “osceno, amorale e improponibile”, ma è un film che ci trasporta (almeno nelle parti girate in interno) dentro la pittura di Bacon, mostrandoci direttamente la morte al lavoro, attimo dopo attimo, intenta a consumare anche la storia più romantica (che non è quella tra Tom e Jeanne ma tra Jeanne e Paul). Le due uniche vere tematiche, le uniche due super storie (e mi scusino tutti coloro che amano la “trama”) si riducono e si allineano ai due momenti topici della vita: Eros e Thanatos. Tutto si adegua e si conforma, deriva, ritorna, fugge, si colloca in questi due unici temi. Ciò che trasforma questa desolazione, questa attesa ansiosa e impudente, in questo caso è la luce crepuscolare striata d’arancio, quasi per concretizzare, dare un forma o, meglio, quasi per sformare Thanatos; ma bisogna considerare anche le innumerevoli “lenti” sparse nei vari appartamenti come l’appartamento alcova dei nostri due eroi oppure l’appartamento dove la moglie di Paul si è suicidata. Queste lenti sono riflessi nello specchio, vetrate colorate e smerigliate che deformano volti, scene imprecise (ove si vedono a fatica i movimenti degli attori), specchi rotti, tende macchiate di sangue, pioggia sui vetri che deforma lo sguardo. L’immagine, allontanata dalla sua nitidezza e velata dai colori e dalle sfumature della morte, è come se venisse toccata (“tango” in latino “io tocco”) dalla figura aptica della morte. Qui il tempo non esiste proprio perché l’esperienza tattile, il freddo alito che genera un tocco angosciante, la disperazione della privazione e della ricerca di un surrogato inequivocabilmente impossibile (la stanza è un rifugio che dura al massimo il tempo di una proiezione) hanno ridotto le ellissi, forse annullate. La moglie è morta da poco tempo, si trova ancora adagiata nello squallido albergo nel suo feretro, immobile, bellissima (perché truccata) ma inespressiva, partecipe allo sguardo che allinea e colora ma ormai vanamente incalzata dalle domande di Paul. Il suo sguardo è diretto verso l’alto e non vedremo mai una sua soggettiva, perché siamo già da tempo dentro la soggettiva aptica di Bacon-Bertolucci.


(1) Eric Hobsbawm, Il secolo breve. L'epoca più violenta della storia dell'umanità. Rizzoli, 2000
(2) Gilles Deleuze, Francis Bacon. Logica della sensazione. Quodlibet, 1995
(3) Bertolucci in una intervista parla di gabbia in cui erano imprigionati i due interpreti ma in cui erano liberi di esprimersi. La ripresa del primo amplesso dei due sconosciuti è nata spontaneamente. Bertolucci ha detto a Brando soltanto di sollevare con le braccia la Schneider e di portarla verso la finestra, quindi ha detto ai due di scivolare in terra. Tutto il resto, anche l’idea di avvicinare il dolly da un campo lungo a un campo medio è stata un’idea spontanea di Bertolucci, colta nel momento della ripresa.
(4) Condanna definitiva della Cassazione nel 1976. Non faccio commenti perché libererei il mio inconscio alquanto irritato.

16 commenti:

chimy ha detto...

Che splendido post!

Le figure della morte di Bacon, sono uno degli elementi che mi ha sempre colpito di più, fra i tanti presenti, in questo film straordinario...

monia ha detto...

bellissimo post complimenti, non vedo l' ora di leggere il seguito, sarò anche banale ma è uno dei miei film preferiti! come giustamente dici si muove nelle forze contrapposte di eros e thanatos; quello che mi colpisce sempre ogni volta che lo rivedo è proprio "l' umanità disperata", che non investe soltanto la figura forse più esplicita di Paul, con tutto ciò che lo riguarda (la morte della moglie e più in generale la sua vita) ma anche quella di Tom, per il quale il cinema diventa un mondo parallelo che si mescola alla vita reale e allo stesso tempo se ne allontana inesorabilmente.un film disperatamente bello.

Luciano ha detto...

@Chimy. Sì, uno fra i tanti elementi. Ultimo tango è tra quei film su cui si potrebbe scrivere e discutere a lungo. Immenso.
Grazie^^

Luciano ha detto...

@Sei molto gentile Monia. In effetti la "disperazione" attraversa anche Tom ma viene vissuta in modo differente: un altro tipo di cinema ma non per questo meno "disperato". Un'apparente "spensieratezza" che il cinema condanna a svanire attraverso i luoghi di una città e lo scroscio improvviso di un temporale. Un film infinito.

chimy ha detto...

Oddio... INLAND EMPIRE... l'unico film che costantemente continuo a rivedere ogni 3 mesi circa.
Un film-calamita, che spesso ti chiama e non puoi resistere a rivederlo.
Un film che non guardi... è lui che guarda te.

(forse sto un pò correndo, ma l'header mi ha esaltato ^^)

Ale55andra ha detto...

Ahia! Non ho visto mai Ultitmo tango a Parigi e, ancora più grave, non ho ancora visto Inland empire! Però ora che mi sono un pochetto, ma solo pochetto, liberata da impegni universitari, forse posso mettermi leggermente in riga.

Luciano ha detto...

@Chimy. No anzi, siamo in sintonia. vedere INLAND EMPIRE è come calarsi in un pozzo senza fondo. Da quando l'ho visto non sono stato in grado di scrivere una parola. Questo impegno rappresenta per me una sfida. Spero che ne esca un post interessante.

@Ale55andra. Ti consiglio di vedere Ultimo tango. Sono convinto che ti piacerà. Per me rappresenta uno dei momenti più alti della cinematografia italiana. Un esempio di cosa bisogna chiedere al cinema e di cosa deve chiedere a noi il cinema. Anche INLAND non va trascurato. Come ho detto sopra, INLAND è un buco nero che ti trascina là dove non esce nemmeno la luce. Un'emozione. Allora attendo eventuali recensioni su questi film^^

iggy ha detto...

Posso dire, per rimanere in tema, che questo post è un orgasmo? Cos'altro si può aggiungere se non che da questo momento in poi continuerò a cliccare F5 sulla mia tastiera in attesa che appaiano le altre 3 parti del post!? ^^

Luciano ha detto...

@Iggy. Sei gentilissimo! Grazie^^ Le altre parti si soffermano su altri aspetti del film e spero che possano risultare interessanti. A presto ;)

VonMajor ha detto...

sei sempre una conferma, gran bel post.
sarei curioso di vedere cosa scriveresti in una ipotetica recensione/analisi di INLAND EMPIRE.
io lo sto già facendo per la mia tesi di laura in semiotica dei media.
grazie per essere passato dal blog dovrei aggiornarlo più spesso ma tra lavoro e studio è un bel casino dedicarsi alle foto. a presto

Luciano ha detto...

@Vonmajor. Grazie. Gentilissimo^^ Ho messo l'header di INLAND EMPIRE: significa che tra un po' ne farò una recensione. Attualmente non so ancora cosa scrivere, ma ormai mi sono compromesso. Per me una sfida.
(Ti invidio per la tesi su INLAND).
Ci mancherebbe. Il tuo è un originale blog di bellissime foto. Tornerò a visitarti. A presto!

Richmond ha detto...

Ottimo post, analisi puntuale e ricca di suggestioni. E Bertolucci si presta sempre in maniera notevole a spunti metafilosofici o ad interpretazioni affascinanti come lo è questa.
Bel blog.
A presto.

Luciano ha detto...

@Richmond. In effetti il cinema di Bertolucci sembra fatto per stimolare un certo tipo di approccio. Ti ringrazio^^ Quanto prima vengo sul tuo blog a ricambiare la visita. A presto.

Anonimo ha detto...

Bernardo!!!!!Che dire: io amo questo regista!!!!Questo film è UNICO: non ci sono parole per spiegare ne il film ne l'aura che ci gira intorno quanto è immenso.
Bellissima analisi!

MrDavis

Noodles ha detto...

Quella dell'header, quell'improvviso "musical" che irrompe è la mia sequenza preferita di INLAND. Un colpo di fulmine immediato in mezzo a quella massa incredibile e informe che è quel film. Al cinema volevo proporre l'applauso.
Poi mi contenni.
Ok, off post totale, scusate :P

Luciano ha detto...

@MrDavis. Ti ringrazio^^ Sono d'accordo, il film è UNICO, è immenso. Scriverci una recensione è come buttare una goccia nel mare.

@Noodles. Sequenza pazzesca. Imprevedibile, irraggiungibile. Un film che è una "massa informe" (ottima immagine)e come tale va guardato. Ci mancherebbe, quando si "parla" di INLAND ogni luogo e momento è sempre quello giusto.