8 ottobre 2007

Pierrot le fou (Jean-Luc Godard, 1965)

Accredito solo il titolo originale (Pierrot le fou) perché la traduzione italiana (Il bandito delle 11) è troppo orribile. Quando un professore mi consigliò di vederlo, e non sapevo che sarebbe diventato uno dei miei film più amati/odiati, pensai che era pazzo a consigliarmi un film dove uno rapina le banche alle undici. Pierrot le fou mi ha insegnato a guardare il cinema con occhi diversi, mi ha "indotto" a cercare nelle pieghe della struttura, come nell'opacità delle immagini, l'estetica stessa del cinema, la sua naturale capacità di dire tutto, di raccontare un mondo intero in una sola immagine. Nel film sono presenti i temi della passione, dell’amore, della morte. È la storia dell’ultima coppia romantica, come dice Godard. In questo film il discorso non si traveste da storia, ma esce allo scoperto, si mostra per quello che è, con tutti i problemi e tutte le domande e tutti i tentativi che comporta. Perché fare un’inquadratura invece di un’altra? Come si gira un film? Cosa pensa l’attore in quel momento? Bisogna porsi delle domande, affrontare i problemi. L’immagine non deve essere accostata ad altre immagini per dare l’illusione di un senso di unità. Un’immagine non è solo un’immagine. È qualcosa di più, perché deve comprendere il prima e il dopo. Bisogna sapere cos’erano i personaggi prima di essere messi nel quadro. In Pierrot le fou c’è un tentativo di scardinare il sintagma, di rimanere dentro l’immagine, di abbandonarsi alla materia. Ogni immagine non si somma alle altre per creare il senso, perché già ogni immagine contiene in sé il suo senso. Le prime battute di Ferdinand fuori campo introducono l’argomento: «Velázquez dopo i 50 anni non dipingeva mai una cosa definita. Girovagava intorno agli oggetti come l’aria e il crepuscolo». È questo il vero soggetto del film. Velázquez non dipingeva più le cose definite, ma quello che c’è tra le cose. Il film è un tentativo di penetrare negli interstizi che vi sono tra le immagini, di penetrare nei vuoti, di entrare nei circuiti dove scorre questa differenza di potenziale per prendere la scossa. Infilare le dita nei buchi della presa della corrente, come fanno i bambini. Domandarsi: cosa sono quei buchi nel muro? E rispondersi: sono fatti per infilarci le dita. Ma come si fa ad entrare in questo circuito per prendere la scossa? Ebbene Pierrot le fou in questo senso è solo un’ipotesi di lavoro (A differenza di "Deux ou trois choses que je sais d’elle" che è già l’interno del circuito). È un progetto per future operazioni . Bisogna partire dai dati che possediamo; non bisogna scegliere le cose, gli oggetti, i soggetti per metterli nel quadro; bisogna invece scartare tutto quello che può entrare nell’obiettivo e poi rimontare, ma non nei modi del cinema classico. Rimontare per far vedere la divisione, la separazione tra un’immagine e l’altra, tra un’immagine e un suono. Questo modo di montaggio o meglio di smontaggio che "parte dall’immagine audiovisiva classica, per farla a pezzi" (Bernardi "Introduzione alla retorica del cinema"), che parte dai personaggi per lasciarci solo rumori gesti e corpi, è un modo per sottolineare come la realtà sfugga sempre al linguaggio.

34 commenti:

Deneil ha detto...

no questo proprio non so cosa sia..ora mi informo un po' e chissà che non gli dia un opportunità..anche perchè non ho capito:dici che è uno dei tuoi film più amati/odiati..cioè lo consigli o no?ma l' immagine che usi arriva da questa pellicola?se si lo vedo assolutamente..anche solo per curiosità!

simone ha detto...

segnato... :)

Luciano ha detto...

@Deneil. Sì, l'immagine che uso appartiene a questo film. Si tratta di Pierrot (Belmondo)che si tinge il volto di blu prima di ... Amato/Odiato, perché la prima volta che l'ho visto mi ha irritato, poi è andata a finire che è diventato oggetto della mia tesi di laurea. Grazie Deneil. A presto.

@Grazie Simone. E' un piacere ospitarti. A presto.

Edo ha detto...

Eh devo ancora vederlo. Mi ero chiesto più volte da che film provenisse il tuo avatar! Lo vedrò e ti farò sapere

Luciano ha detto...

@Edo. Sì ho rivelato il segreto. Un film commerciale che negli anni sessanta riscosse un discreto successo, ma che oggi molti definirebbero noioso. Avrebbero potuto anche mettergli un altro titolo: "La citazione", perché il film è pieno zeppo di citazioni (verbali e visive) letterarie, pittoriche, pubblicitarie, ecc. Grazie e a presto.

filippo ha detto...

Ah...finalmente ho capito anch'io da dove avevi preso l'avatar!^^
Questo me lo segno anch'io!

Luciano ha detto...

Il mio e il tuo avatar messi insieme fanno due belle facce, no? eh, eh.
Grazie Filippo, a presto. ^^

honeyboy ha detto...

io di godard ho tanti film ma non ne ho visto ancora nessuno...
non è che mi consiglieresti da dove iniziare?

Edo ha detto...

Io di Godard ho visto solo Fino all'ultimo respiro. A questo punto mi guardo Pierrot le fou!

Luciano ha detto...

@Honeyboy. Non me la sento di dirti di iniziare da Pierrot le fou. Comunque i suoi migliori film degli anni 60(per me) sono "Fino all'ultimo respiro", "Questa è la mia vita", Pierrot le fou, Il disprezzo, Il maschio e la femmina,Una storia americana, La cinese. Anni 70: Crepa padrone, tutto va bene. Anni 80: Prénom Carmen, Je vous salue Marie. Anni 90: Nouvelle Vague, Germania anno 90 nove(nuovo) zero. Anni 2000: Eloge de l'amour, La nostra musica. Tra film per la tv, cortometraggi, lungometraggi e digitale ha all'attivo circa un centinaio di opere. D'altronde oggi Godard "gira" per sé stesso, senza condizionamento alcuno (produttori e pubblico). Lui è fatto così, prendere o lasciare. Dagli anni 80 ha iniziato (con il film Passion) un nuovo itinerario dove le "storie" servono da pretesto, perché in realtà a lui interessa definire sempre e comunque un'estetica dell'immagine. Pasolini definì il suo cinema come cinema di poesia. Per Aumont Godard è un pittore che dipinge con le immagini. Grazie e a presto.

@Edo. Secondo me un film che non lascia indifferenti (nel bene e nel male). Il film è tratto dal romanzo Obsession di Lionel White, ma le continue citazioni rompono il ritmo della narrazione in modo tale che questo film, se fosse un libro, non sarebbe un romanzo ma un saggio. Grazie e a presto.

Sдmo ha detto...

ho letto il vostro alberino circa Jean-Luc Godard,

alberino grande reale

SAMO

Luciano ha detto...

Grazie Samo. La tua visita mi ha fatto molto piacere. Ciao.

Anonimo ha detto...

Ce l'ho, ma nn ho ancora trovato il tempo di vederlo. Sapessi quanti film ho da recuperare...Di Godard ho visto solo Bande à part, bellissimo.
Complimenti ancora per le bellssime analisi.
Ale55andra

Luciano ha detto...

Grazie Ale55andra. Domani vengo a trovarti sul tuo blog. Lo sai, da qui non posso collegarmi perché ho solo IE. Mi fa piacere che ti sia piaciuto Bande à part. Godard è un regista ostico. Quindi sono sicuro che ti piaceranno molti suoi film. A presto.

Anonimo ha detto...

Luciano, sono di nuovo visibile si IE cmq ^_-
Ale55andra

Luciano ha detto...

Benissimo! Non me n'ero accorto. Il prossimo week end proverò anche a collegarmi dal PC di casa. Grazie. A presto.

honeyboy ha detto...

e finalmente l'ho visto, mamma mia, per ora sono a 3 godard e 3 film che mi hanno letteralmente lasciato a bocca aperta!
(e non smetterò mai di ringraziarti, il mio avvicinamento a godard è passato anche da questo post!)

Luciano ha detto...

@Honeyboy. Ti è piaciuto! Mi fa piacere! Hai visto che razza di film? Hai reagito meglio di me. La prima volta (come ho detto anche in un commento sopra) mi irritai. Poi lo rividi e mi resi conto che lo avevo giudicato con troppa fretta. Infine ci ho fatto la tesi. Allora a questo punto sai perché "mi sono" tinto la faccia di blu. Non ho proprio più segreti. Ciao e grazie!

Pickpocket83 ha detto...

Dovevo assolutamente tornare per leggere questo post, che avevo letto parecchio tempo fa...dovevo rileggerlo adesso. Splendido, inutile che te lo dica.

A presto

Luciano ha detto...

@Pickpocket. Ti ringrazio, ma su Pierrot ho molto materiale. Se penso che dopo la prima visione ero irritato e non avrei potuto scrivere neppure un rigo, mentre tu hai subito scritto frasi bellissime, non posso che continuare a rallegrarmi.

Gino ha detto...

Oi, proprio un paio di giorni fa ho finalmente visto questo CAPOLAVORO e devo dire che sono rimasto sorpreso dalla bellezza di questo film, una vera e propria poesia e al contempo uno dei film più complessi e stratificati che mi sia mai stato dato di vedere.
Ho letto il tuo illuminante ed ottimo intervento e credo che non riuscirò a scrivere nulla - almeno per un bel po' di tempo - su questo film.
A questo punto, oltre che un approfondimento su Godard, sarà necessaria una revisione di "Fino all'ultimo respiro"(comunque non prioritario, visto che ne ho di nuovi da visionare).
Non posso aggiungere altro alla tua analisi, mi sento impossibilitato a parlare di Godard e di questo capolavoro, almeno per il momento(o per l'"eternità"?).
Ma sbaglio o si riferiva a Las Meninas Ferdinand in quella citazione iniziale di Velazquez? In qualche modo c'entra con quanto disse già Foucault nell'incipit di "Le parole e le cose"?
Comunque mi piacerebbe approfondire molto l'analisi di questo film, l'ho trovato estremamente affascinante, complesso ed attraente, sfuggevole e sinuoso come lo è soltanto la poesia, romantico e disperato come lo era Pierrot, triste maschera di un romantico d'altri tempi, Pierrot folle, Pierrot innamorato... ma non è forse la stessa cosa(come viene detto)?
Bellissimo il finale.
La copia di "Pierrot le fou" era in originale francese con i sottitoli in italiano, comunque.

Luciano ha detto...

@Gino. Sei troppo gentile. In effetti il post è un'estrema sintesi (anche abbastanza tirata via) di uno dei miei tanti lavori sul film. Anni fa lo vidi tante di quelle volte da andare in overdose. Adesso è passato molto tempo e quasi quasi me lo riguardo. Mi fa piacere sapere che il film sia stato di tuo gradimento. Be'.. in effetti con Godard funziona così: o ti rifiuti di vedere anche solo una sequenza o non puoi fare a meno di vedere tutto. Nel mio caso riesce sempre a sorprendermi. Sono convinto (e spero) che invece prima o poi scriverai qualcosa (sono troppo curioso). Sì, si riferiva a Las Meninas, infatti Godard per filmare usa il pennello del pittore. Sono d'accordo con te: poesia. Io invece all'epoca non avevo possibilità di trovarlo e riuscii a noleggiarlo presso una mediateca (purtroppo doppiato e con alcune inquadrature tagliate). Per questo dovetti procurarmi una copia in francese (senza sottotitoli). Comunque averlo visto in originale e sottotitolato è proprio il massimo^^. Pierrot maschera triste e allegra, "Pierrot amico mio", romanzo di Queneau (ma il film non è tratto dal romanzo).

Gino ha detto...

Io ho la cattiva abitudine di vedere i film una sola volta, però credo che prima o poi dovrò decidermi a revisionare molti film che ho trovato complessi o che non ricordo bene(Blow-Up, L'avventura, Amarcord, Fino all'ultimo respiro)... e alla lista ci aggiungerò "Pierrot le fou" che ho trovato un capolavoro assoluto, anche se con Godard, a quanto ho capito, non è corretto parlare di "capolavori". Sono opere d'arte di Godard. Punto. Non si può sperare di oggettivare con etichette troppo semplicistiche - come ho rischiato di fare vedendolo - certi film.
Dopo aver visto "Pierrot le fou" ho spento il televisore con la certezza di non aver mai visto nulla di simile prima d'allora.
Purtroppo ho dovuto usare il mulo per la copia originale con sottotitoli, molti film non sono reperibili in Italia se non con grossi tagli(vedi "Le Mépris")e con titoli a dir poco ridicoli!
In realtà ieri ho cercato di scrivere qualcosa sul film, però è... difficile cercare di sintetizzare un film del genere senza ridurlo ad una visione unilaterale, univoca.
Credo che sarà necessaria una revisione oppure iniziare a scoprire gli altri film di Godard.
Il prossimo sarà - mi sono deciso! - "Vivre sa vie".
Quelli degli anni '80 li sto rimandando a tempi migliori.
Per quanto ne so in quel film i riferimenti letterari(a Joyce, Chandler, Baudelaire, Rimbaud...)si sprecano.
Ieri ho letto un'analisi di "Fino all'ultimo respiro"(uso il titolo italiano per evitare grossolani errori con il francese!)che era in un libro di Bertetto e devo dire che mi ha fatto ripensare molto al film, che a questo punto rivedrò.
A quanto ho capito c'è una visione molto esistenzialista(sartriana e camusiana)e nichilista, che forse in "Pierrot le fou" viene un po' meno a favore di un romanticismo disperato e di una rinnovata sperimentalità, che fa da eco al post-strutturalismo di quegli anni. Senza contare che i riferimenti marxiani sono molti celati(come la scena degli americani)a favore di una visione più simile a quella di "fino all'ultimo respiro", semi-anarcoide. Ma anche parlare di anarchia con questi due film mi sembra tropppo riduttivo, semplicistico. La vera anarchia non è quella dei personaggi, figure sì a tutto tondo, ma pur sempre "pennelli" del regista come gli altri elementi della storia(riutilizzo la tua metafora, perdonami!), ma è quella linguistica-stilistica. Godard, qui molto più radicalmente che nel precedente film, spinge la sua ricerca al di là di ogni regola, al di là anche di schematizzazioni diegetiche e caratterizzanti. Il suo sistema per caratterizzare storia e personaggi deve necessariamente eccedere questi elementi che nei suoi film, a quanto ho capito, divengono semplici elementi, anzi "pennelli", al contrario che negli altri film, in cui divengono mezzi. Ma non è una ricerca fine a se stessa, ma invece qualcosa di molto stimolante e che parte da un'idea ben precisa.
Prima ancora che un regista Godard è uno sperimentatore colto, un filosofo delle immagini, anche se in modo molto differente da come lo era, per dire, Kubrick.

Luciano ha detto...

@Gino. Vivre sa vie è un film stupendo e non vedo l'ora di sapere cosa ne pensi. In effetti Godard non è paragonabile a Kubrick (anche se sono entrambi due veri artisti). Soltanto che nel girare i film Kubrick era molto pignolo e preciso, non era possibile con lui lasciare spazio all'improvvisazione. Non così per Godard che spesso non seguiva un copione e a volte riprendeva gli attori senza quasi farsene accorgere e poi montava e appunto toglieva via il "superfluo". I tuoi ragionamenti su Pierrot sono molto interessanti e spero che ti sia possibile prima o poi pubblicare qualcosa sull'argomento. Per quanto riguarda Godard pittore devo precisare che ho ripreso la metafora da Jacques Aumont (come vedi nessuna originalità da parte mia) e precisamente dal suo volume "L'occhio interminabile. Cinema e pittura" (paragrafo 8: "Godard pittore, ovvero il penultimo artista"). Cito volentieri una frase di Aumont secondo me molto interessante: "[...] mentre Je vous salue Marie o Sauve qui peut (la vie) elaborano il cinema per ritrovare la pittura, e i suoi segreti, Pierrot le fou rappresenta la pittura, innanzitutto per interrogare meglio il cinema". (p. 164).

Gino ha detto...

Scusa per il ritardo!
Questo modo di lavorare di Godard ricorda un po' quello di Lynch, fatte le debite e doverose differenze. Appena vedrò "Le Mépris" o "Vivre sa vie" ti farò certamente sapere. E comunque sono d'accordo con Amount, Pierrot le Fou è la pittura, dalla citazione iniziale su Velazquez, fino all'esplosione finale di colori di Pierrot, con il volto dipinto.

Luciano ha detto...

@Gino. Come vedi sono io che devo scusarmi per il ritardo. Non ti preoccupare. Dopo una mia risposta a un commento generalmente non mi attendo altre risposte anche se, ovviamente, mi fa molto piacere quando chi visita il mio blog lascia i propri commenti. Non avevo pensato ad accostare i modi di lavorare di Godard e Lynch. Mi sembra un'affermazione da tenere in considerazione. Sarebbe interesante approfondire con deduzioni ed esempi. Ottima proposta^^

Gino ha detto...

Tempo fa ho visto il bellissimo "Deux ou trois choses que je sais d'elle" e rileggere questo tuo post su Pierrot è stato davvero utile per comprendere anche quest'ultimo.
In effetti è proprio come dici: Pierrot era una prova di film(ma che prova!), 2 o 3 cose invece è come trovarsi catapultati direttamente all'interno del circuito godardiano.
Essere disorientati inizialmente può sembrare frustrante, ma è proprio questo il bello di Godard. E' l'unico regista al mondo in grado di fare della filosofia davanti(o dentro!)ad un caffè!
Godard è davvero un genio e credo che Pierrot sia tra i suoi lavori migliori! Appena posso vedo "La Cinese", "Alphaville" e poi passo ai film degli anni '80(l'unico che ho visto dell'ultimo periodo è l'interessantissimo "Passion").

Luciano ha detto...

@Gino. Hai visto un film fantastico, sei entrato nel circuito e hai preso la scossa. Deux ou trois choses... è uno di quei film che ogni tanto sento il bisogno di rivedere: troppo bello. Mi aiuta a sopportare lo stress della vita quotidiana e anche se è un film di oltre 40 anni fa, sembra sempre attuale. Ho provato a scrivere (e ho scritto) tantissimo su questo film, ma non ho mai avuto il coraggio di pubblicare niente, perché (ho visto che anche tu provi queste sensazioni) mi sembra sempre di non aver raggiunto niente e che le mie parole siano sempre limitate e inutili rispetto alla grandezza di questo capolavoro.

Gino ha detto...

Grandissimo film davvero. Premesso che sono appena agli inizi della mia passion(e) per Godard, che avrà fatto quasi un centinaio di film, degli otto che ho visto(A bout de souffle - che rivedrò! -, Pierrot le Fou, Vivre sa Vie, Le Mépris, Week-end, Passion, Une femme est une femme, Deux ou trois choses que je sais d'elle)
questo e Pierrot sono probabilmente i miei preferiti e comunque anche quelli più interessanti.
Io non ci riuscirei a scrivere qualcosa su questo film, è davvero esagerato. Credo che le tue parole a proposito di Pierrot e di 2 o 3 cose riassumano bene l'importanza rappresentata da quest'ultimo nella carriera di Godard.
Se in Pierrot vi era ancora il tentativo di entrare nella struttura filmica da parte di Godard(corrispondente all'impossibilità da parte di Ferdinand di diventare un tutt'uno con la realtà, fino alla fine), in 2 o 3 cose - che come giustamente hai detto "è già all'interno del circuito" - Godard riesce a creare un mondo vero e proprio(una struttura, anzi)di cui la protagonista è parte. E' lei la "elle" del titolo o è "la regione parigina"? O, come dicono i sottotitoli del film, "il bagno che molti non hanno"? La parte e il tutto, è questa la risposta secondo me.
E ancora una volta Godard riprende, in maniera forse ancora più consapevole che in Pierrot, la domanda di partenza: perché fare questa inquadratura, perché riprendere questa pianta?
Una visione certo non basta a cogliere poi i risvolti filosofici del film(si potrebbero tirare in ballo Heidegger e Wittgenstein, esplicitamente citati, o i post-strutturalisti)che dovrò comunque rivedere, anche perché è stata un'esperienza davvero unica.
Tra l'altro mi sembra di aver capito che è con questo film che Godard anticipa in parte la sua critica al consumismo(che sfocierà in un film quasi bunueliano nella sua commistione di ironia, satira e crudeltà: Weekend), pur senza intraprendere ancora in maniera troppo netta un'analisi marxista.
La chiave(anche se mi sembra un po' limitativo parlare di semplice chiave per comprendere un film di Godard da quel che ho visto, visto che si tratta di film analizzabili secondo diverse prospettive: sociali, filosofiche, economiche, metacinematografiche, riflessioni sull'arte, ecc...)potrebbe essere costituita dalla volontà quasi joyciana(che a sua volta sviluppò l'idea già inaugurata da Zola)di riprendere la realtà e di osservarla in maniera scientifica, pur con la consapevolezza di non poterne cogliere tutte le sfumature(quivi lo scacco di Ferdinand/Pierrot)ed il continuo domandarsi del perché "questa inquadratura".
Forse sono sulla pista sbagliata, di sicuro ho bisogno di approfondire Godard, magari vedendo altri suoi film.

Luciano ha detto...

@Gino. Le tue riflessioni sono molto pertinenti e interessanti. Il film potrebbe essere “studiato” e approfondito utilizzando tante discipline diverse (approccio filosofico, sociologico, politico, artistico, ecc.) e pertanto cercando in esso la vita “vera” con tutti i suoi problemi , la sua ineluttabile “progressione” e messa in morte. Mi piace l’ipotesi della volontà “joyciana” : scrissi qualcosa di simile anche sulla mia tesi su Pierrot che tra l’altro sfiorava vagamente la questione (sviluppo, entrata, penetrazione) portata avanti da Due o tre cose… Non mi sembra che tu sia sulla pista sbagliata o per lo meno mi pare che siamo (per quanto riguarda almeno questi due film) in totale sintonia (o quasi).

/// JAMES DYLAN RAY /// ha detto...

///

VELOCISSIMA ADDENDA

Il titolo tradotto in italiano (che, devo concordare con te, non è un gran che) è però una strizzatina d'occhio a chi Godard un po' lo conosce.
JLG, infatti, in un'intervista non difficile da trovare, ha parlato del suo film come di una trasposizione di un roman policier intitolato "Il demone delle ore undici".

BUONA VISIONE, amici.

james dylan ray.

Luciano ha detto...

@James Dylan Ray. Sì, è la traduzione francese del romanzo di Lionel White, Obsession, che purtroppo non ho letto. Il passaggio in effetti è molto sottile come “sottile” (nel senso che Pierrot le fou è “liberamente” tratto da…) è il “passaggio” dalla novella al film, ma sinceramente avrei preferito un più semplice “Piero il folle” oppure, citando il romanzo di Queneau, “Piero, amico mio”. Grazie per la precisazione :)

Jacques Rayon aka J.D. Ray ha detto...

Ciao Luciano.
Grazie della tua gentile risposta.
La mia precisazione era solo un puntino sulla "i", che per?o penso aggiunga qualcosa ancora all'intrico di questo bellissimo film (tra l'altro, e per fortuna forse, seppur a scapito di altre pietre miliari, uno dei meno violentati dalla distribuzione italiana!).
...Io, con la mia ragazza, lo chiamo "pietro il pazzo". Mi piace l'assonanza.

Buona serata, cinefilo!

Luciano ha detto...

@Jacques Rayon aka J.D. Ray. Si in effetti i filg di Godard degli anni sessanta sono stati rovinati da vari "accorgimenti" che hanno snaturato il sennso profondo del lavoro di Godard.

"Pietro il pazzo". Hai ragione! Senz'altro la migliore traduzione di Pierrot le fou. Sarebbe stato un titolo perfetto^^