11 settembre 2008

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Kim Ki-duk, 2003)

Questo è un film che non si fa afferrare tanti sono i simbolismi religiosi e no, riferiti al buddismo o a improvvise trovate che non possono ricondurre immediatamente a significati o metafore legate alla religione. Certamente la religione nel film è importante (ambientato in un tempio buddista galleggiante su un laghetto incastonato tra i monti). La ricerca dell’equilibrio interiore, il ciclo della vita che si ripete, l’insegnamento dell’autodisciplina, ecc. Certamente. Le letture sono infinite, come le emozioni suscitate dal film. Il film che ho visto io non è solo un “contenitore” di significanza (fondamentale, importante, liberatoria, positiva) o di immagini estetizzanti (formali, equilibrate, contemplative, implementabili), ma è anche una struttura che si devolve, si offre alla percezione di un ritmo che non trascina ma macina (abbandonato ai margini, vacuo, saturabile, espositivo), è una miscela instabile di immagini-sutura (pittoriche, squilibrate, distratte, non collegabili). Sulla riva le ante di una porta che non unisce, come apertura o soglia, nessuna muraglia, nessuna barriera, si aprono, come un sipario, mostrando cinque atti di una pièce teatrale. Una rappresentazione teatrale con scenografia costituita da un tempio e una quinta dove sono disegnati i monti. Il palco è il lago della platea che osserva immobile gli eventi appena sussurrati, che accoglie i corpi e le anime di personaggi colti nell’atto di entrare e uscire attraversando la sala fino alla riva. Questo mondo appare in un perfetto equilibrio dove il senso delle cose non è riposto nella volontà umana o in un disegno divino che ha previsto questa assenza di mondo, ma è soprattutto il tentativo di costituire un fragile ritmo (tra l’altro occultabile) allo stesso modo di una poesia che deve “violentare una norma” (1). Questi equilibri instabili, questo ritmo sempre sul punto di collassare, trascinano l’animo attraverso la sorte di un bambino educato da un maestro nella solitudine di una vallata immersa nella natura, attraverso un percorso di purificazione che non approda in nessuna soluzione consolatoria. “Considerando che la frammentazione propria del montaggio […] è interruzione del flusso visivo da una parte (lo stacco) e designazione dall’altra (l’inquadratura), bisogna ricollocare queste qualità nell’ottica di una «poetica» del cinema allo stato puro, vale a dire una creazione di forme che fa sentire al tempo stesso il mondo e la sua distanza. Si impongono allora due termini: ritmo e rime” (2). Il ritmo impone la sua presenza soprattutto attraverso la partizione in cinque atti del film (le quattro stagioni più una), un’ellissi scandita dai battenti del portone che si apre sul lago mostrando l’isola-tempio galleggiante sulle acque. E ogni atto, ogni stagione, non è solo un salto temporale da un evento all’altro (o meglio, visivamente, da una stagione all’altra) ma soprattutto un salto nel vuoto che “mostra” l’accaduto (il tempo trascorso) attraverso indizi (oggetti o personaggi o animali) che rimandano a un passato occluso, incastrato nel battito-apertura della porta. Per citare un esempio il monaco, quando in autunno vede sul giornale la foto del suo ex-allievo e legge della sua fuga dal carcere dov’era stato rinchiuso per omicidio, viene a conoscenza di un passato scandito in un altrove sconosciuto, affiorato nel tempo “presente” tramite un frammento, un pezzo di giornale. Il tempo è il soggetto del film. Un tempo che si sposta e si mostra anche tramite brevi sequenze, lievi dissolvenze che servono a monitorare l’evento principale dell’attesa inestinguibile. Quando l’allievo omicida incide sul legname della zattera-tempio le frasi scritte dal suo maestro e i due poliziotti passano i colori con dei pennelli sulle incisioni, il tempo restituisce il senso della mortalità e dell’impossibilità di evitare una nuova alba. Il passato e le sue conseguenze proiettate nell’adesso (e gli echi del male che giungono sotto forma di “indizi”) sono macigni pesanti, un fardello che bisogna portarsi appresso al fine di espiare errori passati, presenti e futuri. Quelle che Amiel definisce rime, ossia “ripetizioni sporadiche, similitudini approssimative, sensazioni che aprono alla memoria uno spazio differente e proiettano in altri luoghi sentimenti che tornano a palpitare […]” (3), si innestano nel tessuto filmico come immagini o suoni dirompenti, capaci di “deformare” il senso delle informazioni senza soluzione di continuità. Così, ad esempio, la serpe che ritorna durante le stagioni o il tocco del corpo della donna da parte del giovane allievo durante l’estate e da parte del neo-maestro durante il gelido inverno, o ancora il sasso che il bambino lega in primavera al corpo di un pesce, di una rana e di una serpe così come il sasso che l’altro bambino mette in bocca nei menzionati animali durante la seconda primavera, (oppure anche la donna, morta nell’ellissi, che ritorna – ma è la stessa? – con un fazzoletto sul volto e muore scivolando nel buco del ghiaccio scavato dal monaco per lavarsi le mani), ebbene questi “ritorni” sono rime che restituiscono alla pellicola una struttura armonica (naturalmente le rime in questo film sono moltissime e tutte quante notevoli). Pertanto il tempo come soggetto, il ritmo come scansione del tempo stesso e le rime come “sfogliatura” delle immagini, inducono a leggere Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera come si legge una poesia. In questo modo il senso di questo splendido film, il senso profondo che entra nell’animo e scuote, che violenta la “norma”(4), è la disperazione per un male irrimediabilmente costituitosi (più o meno volontariamente, più o meno casualmente) e per un tempo che trascina gli echi di questo ciclico, ineffabile continuo ritorno (degli eventi che ricompongono errori incolmabili). La preghiera come purezza e (consentitemi questo brutto termine) “ripulitura” dalle scorie velenose, ma anche la natura che assorbe ogni cosa (compreso il male e compresa la preghiera) non aiutano a salvare l’anima. Questo compito spetta alla poesia. Forse non proprio una salvazione, né una redenzione, piuttosto una fioritura di sensazioni, sapori, profumi, ritegni, un percorso di conoscenza che non può e non deve essere abbandonato, ma seguito nelle sue più difficoltose biforcazioni allo scopo di scegliere non tra un gesto o l’altro tra una credenza o l’altra, tra un dolore o l’altro, bensì allo scopo di porre in evidenza l’atto stesso della scelta. In fondo il film è una poesia di scelte e di conseguenze che determinano altre scelte e altre conseguenze.

(1) Jan Mukarovskj, La funzione,la norma e il valore estetico come fatti sociali, Einaudi, 1971
(2) Vincent Amiel, Estetica del montaggio, Lindau, Torino 2006, p.130.
(3) Ivi, p. 132-133.
(4) In questo caso intendo “norma” come standard precipuo e ormai etichettato: lacrime, risa e altri sentimenti già confezionati, presi da vari profilmici e incollati sul supporto.

26 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

ad un tratto, vedendo questo film , ho iniziato a sbattere energicamente la testa contro il muro... Sopraffatto da una noia insostenibile!!

bandeàpart ha detto...

bella recensione per un film assolutamente strepitoso...ad un tratto ho iniziato a sbattere energicamente la testa contro il muro...sopraffatto da una bellezza insostenibile...

ciao...

Luciano ha detto...

@Mario. Mi sa che la filmografia di Kim ki-duk non sia da te molto gradita. Succede. Non è possibile che i nostri gusti siano ogni volta identici.

Luciano ha detto...

@Bandeàpart. Un film notevole. Rivedendolo dopo molto tempo mi è piaciuto di più. Forse all'epoca non ero entrato nello spirito del film. O forse mi capita perché li sto vedendo uno dietro l'altro e probabilmente sono in sintonia con l'estetica kimmiana. Strani effetti ;) Ti ringrazio!

AmosGitai ha detto...

Un film che ho sempre avuto paura di vedere, perché sicuramente non leggero. In certi casi è davvero difficile... lo consigli proprio? (Conosco già la tua risposta!)
:)

Christian ha detto...

E' stato il film che ha cominciato a farmi cambiare opinione su Kim Ki-Duk. Prima ero convinto che fosse un grande autore, sincero e potente. Da qui in poi ha cominciato a infastidirmi, a sembrarmi finto e artefatto, a inseguire le platee "da festival" a colpi di filosofia zen spicciola e di estetismi da quattro soldi. Il film non è brutto, intendiamoci (i successivi La samaritana, Time e L'arco sono ben peggiori), ma per me ha rappresentato il momento in cui ho depennato KKD dalla lista dei miei registi di culto.

iosif ha detto...

nonostante sia in buona parte d'accordo con christian, per quel che riguarda il regista, questo primavera estate... è il suo film che preferisco. visibilmente artefatto, vero, ma ancora fatto ad arte. più fastidio mi darà ferro 3. bella la tua analisi, luciano, quando richiami il teatro, e quando parli di "rime" interne. qui sono giustificate da intenti formativi e "spirituali" che appaiono sinceri ed ispirati.

Alberto Di Felice ha detto...

Invece posso dire che, con l'esclusione de "L'arco", è quello che mi ha detto meno. Ci ho visto (qui e ne "L'acro") probabilmente un pizzico di troppo di quella che christian chiama "filosofia zen spicciola e di estetismi da quattro soldi" -- che di converso non ho ritrovato nei successivi, che con parizla eccezione per "La samaritana" sono mediamente sottovalutati.

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Infatti ti consiglio di vederlo (secondo me non è un film “difficile”) magari può annoiare (ma nel mio caso non è successo, anzi, non mi sono nemmeno accorto dello scorrere del tempo), ma sicuramente risulta comunque un film interessante.

Luciano ha detto...

@Christian. Capisco. Il film può sembrare “artefatto”, impacchettato apposta per… Secondo me invece (tengo però a sottolineare che gli preferisco Bad Guy) questo Primavera, estate… se fosse un testo scritto (e in effetti tenta di trasformarsi in testo linguistico scritto) sarebbe più un sonetto che un racconto in prosa. Io almeno ho cercato di leggerlo (e naturalmente vederlo) in questo modo.

Luciano ha detto...

@Iosif. Ti ringrazio (come sempre gentilissimo). Concordo con quanto hai espresso nel tuo commento, infatti Primavera estate è un film “spirituale” che tratta del tempo che “riporta” ciclicamente i soliti quesiti e di una formazione che non è mai definitiva.

Luciano ha detto...

@Alberto. Mi rendo conto perfettamente delle problematiche. Anche a me dà fastidio una “narrazione didascalica” ma mi sono interessato più alle assonanze interne, agli echi del montaggio che si allineano e si incastrano per formare un ritmo (insieme agli stacchi delle inquadrature) molto poetico. Per me paragonabile a una canzone (nel senso di componimento poetico).

chimy ha detto...

Direi che l'hai beccato il mio preferito :)

Uno dei miei film preferiti in assoluto e PRIMO (senza grossi dubbi) nella mia classifica personale cinematografica del nuovo millennio.
Visto e rivisto una ventina di volte... mi emoziona sempre dall'inizio alla fine.

Ho già salvato la tua analisi (straordinaria!) che rileggero moltissime volte! :)

Zonekiller ha detto...

Complimenti per la recensione e il sito...bella anche la scelta di titoli...non l'ho visto recupererò...ti linko e a presto!

Luciano ha detto...

@Chimy. Senz'altro un film di ottima qualità. Purtropo l'ho visto solo due volte. Quattro anni fa e qualche giorno fa. Ma sento che Primavera, estate... deve essere rivisto molte volte per assaporare tutta la poesia che contiene. I film di Kim ki-duk (secondo me tutti o quasi ad ottimi livelli) possiedono questa peculiarità: dopo ogni visione migliorano. Per adesso i miei preferiti sono Ferro3 e Bad Guy, ma mi sto rendendo conto che con Kim ki-duk le mie classifiche non sono affatto stabili. Lo rivedrò ancora.

Luciano ha detto...

@Chimy. Ho postato il comemnto troppo presto dimenticandomi di ringraziarti. Troppo gentile. Non ci crederai ma sento ch ela mia analisi è carente in più punti proprio perché dovrei rivedere questo film molte altre volte. A presto^^

@Zonekiller. Ti ringrazio per la visita e per il link al mio blog. Mi ha fatto molto piacere. Visiterò prestissimo il tuo blog e nel frattempo provvedo a linkarlo. A presto.

Ale55andra ha detto...

Mannaggia, in questi giorni non ho moltissimo per immergermi nelle letture attente delle tue analisi, non appena trovo un pò di tempo libero scappo a leggere quest'altro excursus kimkidukiano!!

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Ci mancherebbe! Il tuo problema è anche il mio. Non riesco a concludere un impegno di lavoro e il termine ultimo si avvicina. Per questo pubblico più raramente (e non vado al cinema). Inoltre i miei post presuppongono lettori dotati di molta pazienza e anzi colgo l'occasione per ringraziarti^^ Le tue visite sono sempre gradite. A presto.

AmosGitai ha detto...

OK! Provo presto a vederlo e leggerai cosa ne penso!

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Benissimo! Poi mi farai conoscere il tuo punto di vista.

Dan ha detto...

Se interessa, venerdì e sabato notte verranno trasmessi in Fuori Orario rispettivamente "Primavera, estate, autunno..." e "Ferro 3".

Luciano ha detto...

@Dan. Ti ringrazio per la graditissima notizia e per la visita. Ricambierò presto. Ciao!

Roberto Fusco Junior ha detto...

Bel film davvero, pura poesia (lo pensavo pure io anche se, chiaramente, non ci ho pensato su come te).

Luciano ha detto...

@Roberto. Sì, per me è come leggere una poesia. E il modo in cui ci hai pensato mi incuriosisce molto.

Pickpocket83 ha detto...

Davvero nulla da aggiungere al tuo splendido e come sempre illuminante post. Leggendolo ho rivissuto le sensazioni provate durante la visione del film, uno dei miei preferiti (se non il mio preferito in assoluto) di Kim Ki-Duk. Sensazioni se possibile potenziate da una lettura attenta ed accurata come la tua. La poesia come unica forma di "redenzione" possibile è un concetto molto molto bello.

Un abbraccio, a presto

Luciano ha detto...

@Ti ringrazio Pickpocket. Naturalmente la mia è solo un'opinabile proposta dettata dall'aver vissuto in un testo che suscita emozioni intense e riflessioni estreme. Un ottimo Kim Ki-duk.