26 giugno 2008

E venne il giorno (Manoj Nelliyattu Shyamalan, 2008)

La disgregazione del senso e l’incapacità di una visione ortocentrica (o almeno la consapevolezza di questa assenza visiva) non hanno trovato degni sostituti. Intendo dire che la perdita del punto focale privilegiato (il punto di vista di Dio), non è stata rimpiazzata da una “nuova consapevolezza” o, meglio, da una asistematicità analitica del mondo. Prospettive (frontale, d’angolo ma anche razionale) ed egocentrismo rimangono come pezzi vaganti di materiale pericoloso sempre in rotta di collisione con uno sguardo “privilegiato”. Spesso le aspettative dello sguardo, residui dei valori schematici della vita quotidiana, si riferiscono a delle situazioni “senso-motorie tipiche dell’immagine-azione del vecchio realismo” (1). Come afferma Deleuze, nei film del “vecchio” realismo i personaggi reagivano a delle situazioni, interagivano con l’immagine azione (anche nel caso in cui si trovavano immobilizzati) e pertanto lo spettatore riusciva ad identificarsi. Gli oggetti e gli ambienti vivevano di una realtà propria, “[…] ma era una realtà funzionale, strettamente determinata dalle esigenze della situazione, anche se queste esigenze erano tanto poetiche quanto drammatiche […]” (2). Liberarsi da queste ancore risulta fondamentale davanti a molto cinema odierno (ma non solo) e secondo me anche per riuscire ad apprezzare un film quale E venne il giorno, che altrimenti potrebbe dare l’impressione di essere un film “tirato via”. Ritengo al contrario che il film di Shyamalan sia molto più curato di quanto non possa sembrare a prima vista per almeno tre motivi che mi vengono alla mente en passant: è un film onirico, è un film in fieri, è un film puramente ottico. 1) Onirico. I personaggi congelati in una sorta di frame-stop “fisico” in Central Park come nelle strade di Filadelfia o nella campagne della Pennsylvania sono affetti da un’incapacità senso-motoria. Non reagiscono più agli stimoli di una logica univoca di situazioni spazio-temporali apparentemente controllabili. In altri termini chi è colpito dal germe si addormenta e non muove più il corpo. Il suo corpo diventa un automa in attesa di un agghiacciante evento onirico. La fase psico-motoria, relegata al certo e al sicuro, al verosimile e al prospettico, all’univoco e al vero, svanisce nel sonno: il corpo immobile adesso sogna la sua distruzione, o meglio, la sua destrutturazione. Il suicidio del corpo è il tentativo di valorizzare un nuovo modo di appropriarsi del mondo, di incarnarsi nel mondo, ossia la morte del corpo come morte del visibile. Il sogno ha inizio. E, come in Golconda di Magritte, gli uomini immobili per le strade e gli uomini che piovono dal cielo ci trascinano in un sogno; la visione prende il sopravvento, l’immagine esiste al di là dell’oggetto rappresentato, al di là delle apparenze senso motorie che ingannano l’occhio. Inoltre la prospettiva di queste immagini oniriche non è mai controllabile, strutturabile (campi contro campi, campi lunghi, ecc.) ma limitante. Le riprese di Shyamalan non appagano, non producono liberazione, ma inducono a ripiegare lo sguardo su di sé, in quanto non c’è, e non ci deve essere, identificazione, ma trasmissione. Si può dire che l’azione fluttua “nella situazione, più che compierla o rafforzarla” (3). Nel sogno non posso misurare spazio, controllare azioni, coordinare eventi, non posso insomma sperare di conoscere una persona e di ritrovarla nell’inquadratura che segue. Nel sogno posso solo “sapere” senza che nulla arrivi a confermare il mio sapere. Nella scena dell’altalena i presupposti sono senso-motori, ma i risultati onirici. La macchina da presa inquadra dall’alto il ramo su cui è stata fissata l’altalena, e più di una volta (non ricordo bene e per questo dovrei rivedere il film) quasi per suggerire che qualcosa accadrà. Nel cinema motorio qualcosa accade sempre, lo sguardo soffre nell’attesa, l’immedesimazione trasferisce le nostre ansie sulla bambina e sul mostro che giungerà a carpirla. Ma non accade niente: il sogno è già conosciuto ma non vi sono raccordi nel sogno, solo un punto di vista antiprospettico. 2) In fieri. Stiamo assistendo alla “formazione” di un film. Supponiamo che “qualcuno” giri una storia di formazione di un film. Inquadro il regista, i personaggi, i luoghi. Gli attori sono ancora insicuri, fuggono dal set senza sapere dove andare, pezzi di découpage cadono per terra strappati dai problemi esecutivi che spesso “obbligano” a non seguire lo scritto, l’immobile. I luoghi chiusi sono palesemente falsi: una scuola dove non si insegna null’altro che ad avere terrore del tempo (sì, i terroristi, la fine del mondo, ma in realtà il ragazzo pensa al naso, ognuno pensa al suo naso deforme, la paura è qui e l’altrove è un luogo a perdere), poi una stazione perduta come punto di arrivo ( e il personale delle ferrovie dove va?), un bar da dove tutti fuggono (ma lì non è successo niente). Una casa-set dove tutto è finto ma nonostante questo, più vero delle cose reali. Gli oggetti hanno acquistato una loro autonomia, non sono più oggetti funzionali ad una situazione senso-motoria, ma esistono di per sé, sono oggetti, anzi immagini di oggetti che non hanno niente da spiegare, niente da chiarire, ma sono lì per essere “investiti” dai sensi. Gli attori, in queste condizioni, non sono nella parte, perché stanno ancora per affinare la loro arte, le loro capacità, sono in procinto di trasformarsi in personaggi che non reagiscono ma che “registrano”. Il personaggio più “che essere impegnato in un’azione, è consegnato a una visione, che insegue o da cui è inseguito” (4). Anche l’aperto è un set, forse meglio di un set: è la luce che cambia ad ogni istante con il passaggio delle nuvole, una luce casualmente minacciosa, ma non sapremo mai perché deve essere così minacciosa. E il vento è un evento affascinante. Portatore di tossine? Un vento atomico di tanti film Horror? Lo respiriamo attraverso lo sguardo e l’udito, è il vento che muove le foglie in un film dei Fratelli Lumiére, Le Déjeuner de Bébé, che emozionò gli spettatori più del bambino imboccato amorevolmente dai genitori. 3) Ottico. Adesso riprendo da Deleuze un altro concetto: l’intollerabile. E venne il giorno è la messa in scena dell’intollerabile. Con questo non intendo visione di un orrore intollerabile, visione del mostro (veleni, terrorismo, Cia, ecc.) che arriverà, prenderà, fagociterà, distruggerà. La situazione senso-motoria ha lasciato spazio ad una situazione ottica e sonora. Questa concerne uno spazio diverso, uno spazio qualsiasi, sconnesso, svuotato, uno spazio non prospettico ma incerto, incoerente. Queste situazioni possono riguardare anche la banalità del quotidiano, possono essere semplici frasi o un cellulare che suona lasciando sul display il nome di un possibile amante. E poi? Nulla. Solo questo. Non ne nasce una “logica” conseguenza, perché non c’è uno schema predefinito nel reale, ma solo un gesto, un paio di bellissimi occhi azzurri sgranati sul mondo e sulle preoccupazioni che neppure sconvolgono. La stessa paura è una constatazione banale, proprio perché non ci può essere paura per un mostro che non è senso-motorio. “Anche la distinzione tra soggettivo e oggettivo tende a perdere d’importanza man mano che la situazione ottica e la descrizione visiva sostituiscono l’azione motoria. Si ricade infatti in un principio di indeterminabilità, di indiscernibilità: non si sa più quel che nella situazione è immaginario o reale, fisico o mentale, non perché li si confonde, ma perché non si deve saperlo e non è più nemmeno il caso di domandarlo” (5). L’intollerabile per Deleuze è qualcosa di troppo ingiusto o troppo potente o troppo bello, è un’illuminazione, una veggenza; è il riconoscimento di una banalità che nella vita reale spesso trascuriamo. È il passare accanto a un incidente, magari con morto, di cui non sopportiamo la vista: tiriamo diritto perché non è tollerabile. La visione ci abitua a vedere qualsiasi mostro, ma la veggenza fa conoscere l’intollerabile della nostra inabilità diegetica in cui “[…] vediamo, più o meno subiamo una potente organizzazione della miseria e dell’oppressione” (6). L’immagine-cliché è sempre in agguato, dietro ogni chiusura di senso. Shyamalan lo sa e tenta, attraverso una luce naturale ma impossibile (pare che abbia trascurato recitazione ed effetti speciali per dedicarsi alla ricerca di una luce naturale legata al formarsi delle nuvole), di bucare il cliché, lasciando sempre aperto il senso di ogni immagine. I personaggi si muovono in questo paesaggio sospeso nel senso come nuovi inquilini smarriti che non conoscono il condominio. Non sanno dove andranno. Non sanno se tradiranno o hanno già tradito. E non sanno nemmeno perché il mondo è impazzito. Anche la salvezza non è nella folla, ma non servirà neppure fuggire dalla città. La salvezza non è neppure nei piccoli numeri, neppure in chi ha scelto di rifugiarsi da sempre in mezzo alla natura. Il frame-stop con perdita della corporeità senso-motoria colpirà anche gli ultimi eremiti. A questo punto rimangono solo gli occhioni azzurri di Alma come simbolo di un nuovo modo di vedere. L’immagine tempo ha subordinato il movimento (7).

(1) Gille deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano 1993(2), pp. 12-13
(2) Ibidem, p. 13.
(3) cit. p. 15.
(4) cit. p. 13.
(5) cit. pp. 17-18.
(6) cit. p. 31.
(7) cit. p. 34.

34 commenti:

chimy ha detto...

Bellissima riflessione per un film davvero profondissimo che dà molti spunti di analisi.

Il paragone con Golconda mi è piaciuto tantissimo... non ci avevo pensato, ma è davvero calzante.

Un saluto

Luciano ha detto...

@Chimy. E' interessante e pieno di spunti come tutti i film che fanno discutere. Golconda mi è venuto in mente guardando il "frame-stop" del parco Parigino che mi è parso identico al quadro di Magritte, ma anche perché i miei incubi più spaventosi mi mostrano spesso "immagini congelate". Grazie Chimy!

A presto.

Ale55andra ha detto...

E come non concordare? Ovviamente non posseggo ancora le conoscenze per concordare anche con i rimandi a Deleuze, però quello che hai scritto per me calza a pennello con quella che è anche la mia visione di questo film.

gahan ha detto...

Hai offerto un ottimo quadro che aiuta a decomporre il funzionamento estetico del film, soprattutto in alcuni snodi. Sarebbe interessante vedere come si potrebbe coniugare il tutto col resto dell'opera di Shyamalan. Ci rifletterò su, nel frattempo grazie.

stella ha detto...

Luedì esame di storia e critica del cinema con Bernardi!!!!!!!!!!!!!!
Aiuto!!!!!!
:)

[[[ciao valeeee!un bacione alla puzzola!]]]

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Ho citato Deleuze, perché la sua ipotesi sull'intollerabile mi sembrava uno spunto adatto per questo film, ma è ovvio che non bisogna conoscere Deleuze per apprezzare e gustare a fondo "E venne il giorno". Mi fa piacere constatare che i nostri gusti siano identici^^

Luciano ha detto...

@Gahan. Sì, sarebbe interessante estendere l'analisi agli altri film. Purtroppo non ho visto tutti i film di questo autore e attualmente non sono in grado di esprimere valutazioni. Mi procurerò le opere mancanti. Grazie a te, Gahan.

Luciano ha detto...

@Stella. Nessuna preoccupazione, Bernardi è un grande, vedrai che andrà tutto bene. In bocca al lupo^^

Vale ha detto...

Ciao Stella!!!
in bocca al cinepresa e prendi un bel 30...
Baci anche a te

alt ha detto...

INVITO UFFICIALE

Egregio Pierrot (o preferisce essere chiamato Ferdinand?), egregia Vale,
con la presente ho il piacere e l'onore di invitarvi personalmente a partecipare a L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ, apertosi l'8 giugno u.s.
Come forse avrete già appreso leggendo la stampa internazionale, L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ si svolge ogni domenica sul prestigiosissimo tavolo da gioco dell'Overlook Hotel. Se per gravi motivi personali e/o professionali o comunque incapacitanti vi trovaste nell'impossibilità di recarvi personalmente in Colorado entro la domenica prossima ventura, la direzione dell'albergo ha già predisposto una consolazione virtuale (sicurezza e riservatezza garantite).
Nella speranza di accogliervi nei nostri locali, vi invitiamo ad estendere l'invito ad amici di fiducia, vaghe conoscenze e persino pervertiti, nani e ballerine. Se mi è concesso un tono familiare, the more the merrier, come diceva George Stevens.
Resto il vostro umile servitore e vi trasmetto i distinti saluti di tutto lo staff dell'Overlook Hotel.
Jack Torrance

P.S.: In caso di mia assenza (ma tenderei ad escludere l'ipotesi, io non esco MAI dall'albergo; mai veramente, comunque) e per qualsiasi problema, non esitate a rivolgervi a Delbert Grady: è una persona di assoluta fiducia, gli affiderei mio figlio e sua madre a occhi chiusi spalancati.

Mario Scafidi ha detto...

devo dire che il sezionamento della pellicola da te fatto ha riacceso in me lo stimolo a vederla, stimolo che avevo perduto dopo aver letto tante opinioni demolitorie. se non altro qualcosa di interessante si può cavare fuori.

Luciano ha detto...

@Alt. Interessante un incontro con Grady (nel bagno dell'Overlook?). Grazie per l'invito e non mancherò di passare. A presto.

Luciano ha detto...

@Mario. Naturalmente si tratta del classico film che fa discutere. Non nego che molte scene siano "spiazzanti", ma secondo me non sono frutto di sciatteria. Spero che il film ti piaccia. Poi leggerò la tua recensione.

wd ha detto...

"Ritengo al contrario che il film di Shyamalan sia molto più curato di quanto non possa sembrare"

eh lo ritengo anch'io ma non ho saputo spiegarlo!

grazie L. Ottima analisi, of course.

Luciano ha detto...

@WD. "in The Happening si invita ancora una volta a proiettare i nostri sguardi sul “come potremmo diventare” senza un reindirizzamento progressista delle Coscienze"

Lo hai spiegato benissimo e in poche frasi. Una eccezionale capacità di sintesi che purtroppo non possiedo. Grazie a te. A presto.

Roberto Fusco Junior ha detto...

Questo è passato da queste parti in tutta velocità, senza darmi il tempo di arganizzarmi. Sembra interessante e cercherò di recuperarlo in qualche modo.

Luciano ha detto...

@Roberto. Per me un film da vedere anche se, come avrai notato, ha fatto e fa molto discutere. Leggerò con piacere la tua recensione.

davideb ha detto...

Ciao, ti andrebbe di fare uno scambio link con il mio sito? Se ti va contattami e lasciamo un commento sul mio, e aggiungi il mio blog con il nome di Crystal Street. Spero tu accetti.

ciao e grazie ;)

www.crystalstreet.altervista.org

filippo ha detto...

io più che altro negli effetti del "contagio" ho visto un'estrema presa di coscienza...quando tutto si ferma e ti trovi a riflettere.

E come se ognuno di loro stesse pensando "Mio Do, ma cosa sto facendo?".

Un'ondata di senso di colpa collettivo, insomma.

Per il resto, come ben sai, il film non mi ha particolarmente convinto.

Luciano ha detto...

@Davideb. Grazie per la proposta. Paaerò quanto prima sul tuo blog. A risentirci a presto.

Luciano ha detto...

@Filippo. Non mi sono soffermato sulla "questione tematica" del film, ma prendo atto della tua interessante osservazione (da analizzare e confrontare), degna di ulteriori approfondimenti. Anche questo da inserire nel gruppo dei film che fanno discutere.

simonebocchetta ha detto...

mh, opinione diversa da filippo, che mi aveva confortato nel mio 'non-convincimento-a-priori'... peccato, avessero detto tutti che era uno schifo avrei avuto meno remore ad ignorarlo... vedremo...

Luciano ha detto...

@Simone. Ti capisco. In effetti è un film che sta dividendo i cinefili. Credo che non sia piaciuto soprattutto a chi si aspettava una trama "robusta", coerente, "profonda".

t3nshi ha detto...

Wow, immaginavo che questo film ti avrebbe portato ad una riflessione così articolata! Complimenti. Sono d'accordo con molti aspetti, in particolare su quello onirico. Riguardo ad altre cose devo rifletterci meglio.
Un bel film, forse sono meno entusiasta di te. Ho l'impressione che Shyamalan si sia concentrato troppo su quello che c'è dietro al film ("E venne il giorno" è un film molto simbolico e criptico, e pieno di spunti di riflessione) e meno su quello che c'è davanti al film.
Resta comunque un buon film, coerente con il percorso iniziato da Shyamalan nei suoi precedenti lavori.

Ciao,
Lorenzo

Martin ha detto...

Ok, Luciano.
Che ne dici ora di parlare ANCHE del film?

Luciano ha detto...

@Lorenzo. Ovviamente un film suscita ad ognuno emozioni diverse e questo è tra quelli che creano discussioni e contrapposizioni. Niente di male, anzi... discutere fa sempre bene. E leggere opinioni che contraddicono le nostre è sempre un grande arricchimento. Il tuo punto di vista (molto simile al mio) mi sembra interessante e da prendere in considerazione. Grazie. A presto!

@Martin. Ah, ah... divertente! Possiedi la rara capacità di sintetizzare il tuo punto di vista che in questo caso, immagino, si trova agli antipodi del mio. Be'... capita. Ed è giusto sia così. Le mie analisi, ormai l'avrai intuito, sono fatte così: diciamo molto attente (spero) al discorso e poco interessate alla trama (sul blog anche per mancanza di spazio). Ma ormai lo sai.

bandeàpart ha detto...

ottima analisi per un film che è stato su molti blog (ma non solo) incredibilmente massacrato, sottovalutato, incompreso...

a presto,
bandeàpart

Luciano ha detto...

@Bandeàpart. Ho notato infatti che, a chi non è piaciuto, non è piaciuto per niente. Nessuna via di mezzo (o quasi). Forse perché il film è al di sopra della media? Capita spesso che un film massacrato all'uscita in sala, poi, col tempo, sia considerato un capolavoro. Non credo che "E venne un giorno" possa ambire a tanta considerazione, ma può darsi che dopo ulteriori visioni sia preso in maggiore considerazione. Grazie e a presto.

iosif ha detto...

innanzitutto, buongiorno.
devo dire che un po' mi scoccia che non sia piaciuto quasi a nessuno questo shyamalan, era più facile prendersela con signs o unbreakable, dove le parti erano più equilibrate. in genere preferisco far parte di una minoranza, altrimenti è facile scivolare nella maggioranza che nella foga propria della moltitudine sottovaluta o incomprende (termine che da questo momento devolgo all'umanità) i film.
io non credo d'aver mancato l'inquadramento del film, almeno non secondo quelli che sono i miei parametri valutativi e d'apprezzamento. e d'altronde non potrei utilizzarne altri. e, lo dico con tutto l'affetto e la stima possibile, e semplicemente per amore di dialettica, con la tua attenta recensione non mi hai offerto altri metodi di lettura.
le teorie di deleuze sono certamente raffinate ed affascinati, e possono talvolata regalarti una visione più approfondita, uno sguardo privilegiato su degli elementi che avresti altrimenti trascurato.
deleuze va però allo spirito stesso del cinema, e lo spirito è presente in ogni opera, qualunque sia il suo valore. anche la più sgangherata delle espressioni ha bisogno di un linguaggio, una sintassi e una vita.
motivo per cui l'applicazione dell'analisi deleuziana non credo possa essere di per sé un valore, né credo sia sufficiente a definire un prodotto come superiore alla media. quando parli dell'onirico, dell'intollerabile, mi sembra una traduzione del film in termini d'analisi, termini che in questo caso sono molto più affascinati del film stesso.
l'immagine-sogno deleuziana implica un rincorrersi di immagini virtuali, a cui tu pure accenni, che difficilmente accordo alla sospensione un po' goffa mostrata in questo film, sempre interrotta dalle azioni e dalle discussioni dei protagonisti e sempre in fondo presente a se stessa. e la stessa mancanza di reale sospensione la trovo nella parti che nella tua analisi citi parlando di in fieri e di intollerabile. bellissima la tua rievocazione del concetto di intollerabile, ma nel meccanismo di shyamalan io vedo solo cliché.
ok, chiudo qui. scusa se mi sono dilungato, ma pur non concordando ho trovato le tue evocazioni estremamente interessanti e stimolati.
ciao.

Luciano ha detto...

@Carissimo Iosif, innanzitutto ti ringrazio per il tuo graditissimo e ottimo intervento in cui delinei le tue perplessità rispetto a un certo modo di applicare analisi “deleuziane”. Sono d’accordo con te quando affermi che Deleuze va allo “spirito del cinema” presente in ogni opera e proprio per questo bisogna “cercare” questo spirito (se si ritiene di averlo intravisto) nelle opere stesse. Deleuze stesso fa esempi, cita film, si avvale di immagini “raccolte” da film, perché vuole ancorare la sua analisi alla “concretezza” dell’opera. Il suo non è un discorso prettamente teorico ma una “ricerca” di immagini (scene, sequenze) che lo hanno affascinato e/o stimolato. Però sia l’approccio “deleuziano”, sia la mia recensione sono opinabili. Per quanto riguarda la mia recensione (e non “la mia analisi” perché ritengo di non aver “applicato” nessuna metodologia semiotica), trattasi di un approccio estetico (voglio sperare) legato a una miscela di immagini filmiche (mi riferisco al film “E venne il giorno”) e aspettative diegetiche (esperienza, letture, emozioni, speranze). Da questo “impasto” è nata la mia recensione che tu legittimamente trovi non convincente. Con questo non intendo avallare il tuo punto di vista, ma solo affermare la validità di ciascuna visione, di ciascun punto di vista. Bisognerebbe casomai mettersi d’accordo (o tentare di allineare le nostre personali connotazioni semantiche) sul concetto di “cliché”. Nel mio caso il termine “stereotipo” viene usato nel senso di situazione, sequenza, personaggi, immagini prevedibili. E non mi sembra che questo concetto sia applicabile al film in oggetto. Sul film di Shymalan si può dire tutto (sconclusionato, inverosimile) ma non che sia prevedibile. Ma questo è il tuo punto di vista e lo prendo in considerazione, perché quando rivedrò il film (purtroppo ho poco tempo e non so quando capiterà) cercherò di “filtrare” la visione anche nel confronto con uno “standard ipotetico” (genere?) a cui si riferiscono questi tipi di film. Mi fa piacere che le mie “evocazioni” ti siano risultate interessanti ma soprattutto ti ringrazio nuovamente per il tuo preciso e garbato intervento. A presto ;)

iosif ha detto...

bè, una scelta analitica l'hai fatta, riferendoti alle teorie e alla terminologia di deleuze piuttosto che ad altre.

ad esempio, uno dei cliché più evidenti del film è l'associazione fra il vento, anzi, la specifica folata di vento e la propagazione delle tossine. si ricorre ad una rappresentazione intuitivamente accettabile, anche se realisticamente errata, per rappresentare l'invisibile richiamando nozioni o credenze maturate indipendentemente dalla visione specifica.
in altro modo gli screzi amorosi rimandono direttamente a cliché di genere. il cliché, nell'umtimo esempio inteso più che altro come frame, non è una cosa negativa in sè, ma credo che la difficoltà, non superata dal regista, sia nel contestualizzarli, renderli vivi.

grazie per la controrisposta e per l'ospitalità. avere visioni differenti può essere una buona occasione per scambiare due chiacchiere.
un saluto, alla prossima.

Luciano ha detto...

@Iosif. In questo senso sì. Una scelta si fa sempre. Intendevo dire che le mie non sono analisi semiotiche e nemmeno pretendono di esserlo (secondo me inadatto il poco spazio di un post), ma “esternazioni emozionali” che presuppongono scelte, ma più che una scelta direi una “sensazione” o un “sapore”. Questo per sottolineare (ma suppongo capiti a tutti) che descrivo solo come mi sono trovato nel film (casa) che mi ha ospitato.

Il vento del film non mi sembra un vento organizzato, coerente, o un vento che ad esempio rimandi a luoghi comuni entrati nel nostro immaginario. Esempio: una folata che scivola sui capelli, una brezza che muove la gonna a una donna che guarda l’orizzonte da una scogliera, oppure un vento violento che sbatte una porta sì da spaventare la vittima che fugge dall’arma dell’assassino. In fondo il “vento” potrebbe essere un semplice anonimo vento e le tossine potrebbero non esistere. Gli screzi amorosi sono “inutili”, “inverosimili”, rasentano l’afasia. Afasia come ultimo atto della coppia? No, non mi interessa. Screzi amorosi come sottolineatura del casuale, dell’inverosimile, dell’inutile, della noia. M’incuriosisce la tua rivalutazione del cliché inserito nel contesto e reso vivo. Molto interessante. Grazie a te Iosif. Un vero piacere scambiare i nostri punti di vista. È in questo modo che si formano le idee.

lucamarra1 ha detto...

Ciao,

Sono contento di trovare estimatori di questi film, seppellito sempre più sotto critiche negative. In ogni caso, trovo anch'io affascinante l'uso dell'idea dell'"intollerabile". Applicabile anche in altri film del regista. Sarei contento se leggessi anche la mia opinione su E venne il giorno

Grazie.


Luca Marra

leparolehannogliocchi.splinder.com

Luciano ha detto...

@LucaMarra. Mi fa piacere che tu abbia apprezzato il concetto di "intollerabile" (la mia solo una proposta di lettura al pari di altre). Passerò il prima possibile a leggere la tua recensione che già mi sta incuriosendo. Grazie a te per il commento. A presto sul tuo blog ;)