16 dicembre 2012

Cosmopolis (David Cronenberg, 2012) 1/4:Potlatch postmoderno

… le città si son sviluppate nella storia come delle fortezze, delle gabbie sicure. La natura era da qualche parte là fuori, nel deserto, nella campagna, nelle foreste, nelle montagne; le città erano luoghi in cui la gente cercava riparo da questi pericoli. Oggi, paradossalmente, la situazione si è ribaltata,  perché le minacce che noi percepiamo provengono dall’interno della città (1).

La limousine come una guscio, un involucro, una comoda capsula inglobante che protegge dal mondo, garantisce sicurezza, isola dai rumori e dal caos del reale. Ma non dalla violenza, perché questo guscio è comunque interconnesso con gli eventi, anzi dal suo interno Eric può controllare, gestire, spostare capitali enormi. E l’attacco alla sicurezza del suo software può penetrare virtualmente le insonorizzate pareti della comoda limousine. Come un Ulisse postmoderno, Eric accetta di navigare nelle strade di una New York aliena eppure allo stesso tempo così familiare, con le sue proteste, i suoi funerali, i bar, le biblioteche, gli attivisti, gli intellettuali, i manager, in altri termini la solita New York conosciuta. L’approdo, la sua Itaca, è il suo barbiere di una volta. Tagliarsi i capelli dall’altra parte della città affrontando pericoli e insidie è il proposito da realizzare. Non valgono il percorso, il viaggio. Importano il proposito, la differenza, il gesto di raggiungere un altro traguardo, constatata l’impossibilità di oltrepassare l’imprevedibile. Infatti meraviglia che un giovane manager come lui, in grado di eseguire ogni giorno transazioni miliardarie analizzando sofisticati algoritmi economici pur di decodificare la complessità della finanza contemporanea, non riesca a capire il  motivo per cui lo yuan continui a salire nonostante ogni calcolo indichi l’opposto. Perché tutto questo? Vorrei partire dalla fine. La fine di un’economia, di uno stile, di un modo di pensare, di un mondo, l’epilogo di Cosmopolis, l’ultima emozionante, fulminante sequenza: l’incontro scontro con Benno Levis il cui arrivo è stato annunciato sin dall’incipit. Durante il dialogo decostruente tra i due  nella “capsula” povera di Benno (una sorta di magazzino di oggetti e mobilio dismessi), il terrorista psicologo, riferendosi al desiderio di Eric di essere il primo in ogni cosa   (...vuoi sbagliare, andare in rovina. Vuoi avere più degli altri, puzzare più degli altri…”), afferma: “Nelle antiche tribù il capo che distruggeva la maggior quantità dei suoi beni era il più potente”. Questa parte del dialogo (durante la quale i due si puntano a vicenda le pistole contro) mi ricorda la cerimonia del potlatch (2)  che si svolgeva in alcune tribù di nativi americani residenti sulla costa americana e canadese all’incirca negli attuali stati di Washington negli Stati Uniti e della Columbia Britannica in Canada. Molto interessante era il potlatch dei Kwakiutl o Kwakwaka’wakw che praticavano festeggiamenti per cui la “[..] popolazione era infatti presa nell’ingranaggio di un sistema di scambio che conferiva il massimo prestigio al singolo individuo che distribuisse la maggior quantità di beni di maggior valore […]. Non si trattava […] della semplice donazione di beni: in certe occasioni questo impulso di auto glorificazione diventava tanto travolgente che si strappavano coperte, si dava fuoco a prezioso olio di pesce, si incendiavano interi villaggi, e si gettavano in mare «schiavi» per annegarli”(3). Il “viaggio” di Eric all’interno del suo tepee corrazzato è il suo personale potlatch, ma allo stesso tempo è il potlatch di un mondo che sembra avere “raggiunto” lo stesso standard delle antiche tribù native dell’America che stupirono Franz Boas (5), poiché il comportamento dei Kwakwaka’wakw sembrava ai loro occhi la contrapposizione a un capitalismo che mirava ad accumulare beni e il cui prestigio era conferito dall’ostentazione della ricchezza. Questo atteggiamento dei nativi invece, per cui al contrario l’apice del prestigio consisteva nel donare o distruggere i propri beni, sembra allinearsi all’evoluzione matura di un’economia che, lungi dall’essere una scienza esatta, somiglia sempre più a una puntuale follia. Questa follia che contribuisce a cercare l’ulteriore vetta oltre la vetta, ossia la caduta nell’abisso. Eric, multi miliardario e super protetto dalle guardie del corpo e dalla sua auto veste blindata, non sembra preoccupato dall’accumulo, vuole sempre di più, si ostina a puntare sul crollo dello yuan, vuole acquistare la cappella Rothko,  vuole “puzzare” più degli altri, vuole essere terrorista più del terrorista, buttare il suo mondo per elevarsi ancora più in alto, distinguersi allo scopo di incollare i pezzi di una sua asimmetrica personalità. Il capitalismo postmoderno tende a somigliare alla apparente follia delle cerimonie dei Kwakiutl immolandosi in un potlatch oltre un secolo dopo i festeggiamenti distruttivi di una tribù di nativi. Cronenberg, che conosce bene la storia del suo paese (i Kwakiutl erano una tribù canadese) inserisce nel plot un cerchio stilistico che collega simbolicamente il percorso “asimmetrico” di Eric (andata senza ritorno dalla casa auto al tugurio di Benno, i capelli tagliati da un lato, la prostata) al percorso altrettanto asimmetrico di un’economia ormai globalizzata e collassata, protesa verso un limite oltre il quale persiste una autofagia (nel senso di riciclo del proprio contenuto) senza speranza già sperimentata alcuni secoli fa da una tribù di nativi. Le guerre, le carestie non bastano più; per sopravvivere conta scomporre e ricomporre le merci e i capitali senza soluzione di continuità. E Cronenberg, nel percorrere questa strada, delinea la sua analisi antropologica di un cinema che “deve” tracimare invadendo altri alvei, perché il cinema non può essere (imbrigliato da una narrazione che non riesce più a stare dietro alla mancanza di senso di un mondo imprevedibile e da tempo ormai non più classificabile secondo i canoni di  algoritmi narrativi) sempre più spesso e inequivocabilmente legato a strutture che esaltano il bisogno di legarsi a dei punti di riferimento; in altri termini mi riferisco alla deriva di una  narratività che diventa giorno dopo giorno qualcosa che assume vita autonoma, che esiste a prescindere dalla Storia (con la esse maiuscola) e dal mezzo (arte, letteratura, cinema, ecc.). Il percorso della sceneggiatura (dialoghi molto somiglianti al romanzo di DeLillo) conduce all’interno di un cul de sac (la casa dello stalker) in cui non conta la “storia” personale (le frasi di Eric e Benno non sono racconti o descrizioni, ma sintomi di una malattia), ma la Storia profonda, antropologica, di una smarrita umanità, diventata il metro di paragone futuro di una vecchia ricerca di un antropologo intento a studiare un’antica tribù di nativi. Se, sintetizzando e correndo il rischio di essere banale, il cinema classico e post-classico è prettamente narrativo, quello di Lynch ipernarrativo, di Godard  cinema-saggio e di Greenaway pittura, quello di Cronenberg somiglia sempre più a un cinema perso, ingrassato nell’alveo fluviale di una carnosità putrescente e poi tracimato nell’attesa di trasformarsi in animale terrestre: un linguaggio non più fluido che specifica, definisce ed enuclea, ma un linguaggio “deponente” (nel senso di un linguaggio che detiene solo una forma passiva), incapace di definire un evento eppure straordinariamente in grado di formare o per lo meno fare intuire l’essenza di un contenuto inglobata all’interno di uno stile che si sta definendo sempre di più come un clic, un soffio, un flusso vitale.

1) Zygmunt Bauman, Il buio del postmoderno, Aliberti editore, Roma 2011, pp. 30-31.
2) Potlatch. Da Wikipedia: Il potlatch assume la forma di una cerimonia rituale, che tradizionalmente comprende un banchetto a base di carne di foca o di salmone, in cui vengono ostentate pratiche distruttive di beni considerati "di prestigio" (http://it.wikipedia.org/wiki/Potlatch)
3) Marvin Harris, L’evoluzione del pensiero antropologico. Una storia della teoria della cultura, Il Mulino, Bologna, 1971 p. 411.
4) Franz Boas (1858-1942). Antropologo tedesco tra i fondatori dell’antropologia moderna. Suo lavoro più importante: L'organizzazione sociale e le società segrete degli indiani Kwakiutl (1897) in cui analizza la cerimonia del potlatch.
 


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