20 maggio 2012

Linea d'ombra-Festival Culture Giovani 2012: 4/5 Passaggi d'Europa


Nel commentare i lungometraggi ho deciso di riportare la sinossi pubblicata dalla direzione della rassegna sulle schede informative dei cortometraggi, di riportare altresì il mio commento pubblicato “a caldo” sul sito del Festival dopo la visione del corto, il voto assegnato in qualità di giurato-web e infine il mio commento attuale.

A moi seule (Frédéric Videau, 2011)

Una ragazza siede nella sala d’attesa di una stazione degli autobus in mezzo al nulla. In mano ha la foto di una bambina scomparsa. E’ lei. Otto anni prima, infatti, Gaëlle era stata rapita e tenuta isolata dal mondo. Un’esperienza traumatica con cui dovrà imparare a convivere, mentre cerca di adattarsi a una libertà. Il film riporta lo spettatore indietro nel tempo per farlo partecipare alla lotta per la sopravvivenza della piccola protagonista, chiusa in una cella sotterranea senza finestre, in attesa di vedere il suo rapitore. Con l’uomo che l’ha rapita, lei finisce per stabilire una relazione singolare, di sottomissione e di potere, di paura e di attesa, fino all’epilogo.

Gradevole da seguire e accattivante. Preso nella sua interezza mi è piaciuto, ma analizzato nelle sue sequenze profuma di cliché (ad esempio l’aguzzino in fondo non poi così aguzzino, la ragazza che a tratti sembra innamorarsi del suo carnefice, ecc.)
Voto 3

Un film a prima vista interessante che analizza il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino con relativa Sindrome di Stoccolma. Eppure Videau rinuncia ad approfondire i rapporti tra gli esistenti mescolando (tramite l’utilizzo di flashback) il periodo della prigionia con quello dell’acquisita libertà. E se si sofferma a mostrare quanto poco libera sia la ragazza anche dopo la prigionia (le restrizioni della casa di cura), il film non decolla. Lo studio del rapporto tra il rapitore e Gaëlle non riesce a portarci dentro una così smisurata tragedia, limitandosi a presentare un rapitore che vuole essere solo un padre padrone (insegna i compiti alla “figlia” e rinuncia volontariamente a fare sesso con lei) senza che via sia almeno l’abbrivo di un pathos o le motivazioni di un gesto simile. Mentre la ragazza viene abbandonata a se stessa, tra il “ricordo” della prigionia e il nuovo rapporto con madre e  psicologo, rinunciando a conoscere le sue più recondite pulsioni (come estrarre la rabbia di Gaëlle o mostrarci il terrore della ragazza per l’acquisita libertà), l’aguzzino evapora nel plot come una qualsiasi comparsa: purtroppo il personaggio rimane imbrigliato sulla superficie del film. Forse A moi seule ambiva a diventare metafora dell’artista che non riesce a recuperare la propria libertà espressiva neppure dopo una “prigionia” creativa (forse un romanzo o un film girato su commissione?). In effetti recuperare la propria libertà espressiva, liberarsi dai limiti imposti da un’economia che fagocita qualsiasi aspetto della nostra vita rimane un tabù. Ma se sia stato davvero questo l’intento di Videau allora il film risulta ancora meno riuscito, perché Videau non ha avuto il  coraggio di affondare la lama nel riflusso di un mercato che obbliga l’arte a sottomettersi, rinunciando a proporre una visione autentica (ad esempio creare un doppio tra la figura del rapitore e dello psicologo), con il legarla magari a un suo personale punto di vista; per fare un esempio (ma questa affermazione non vuole essere una scelta di campo): prospettare una decrescita economica riferita almeno all’arte.


Future last forever (Özcan Alper, 2011)

Sumaru sta conducendo una ricerca etnomusicale per conto dell’Università di Istanbul. Per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia si reca a Diyarbakir, città del sud-est della Turchia, abitata prevalentemente da curdi. Nel corso del suo viaggio ascolta anche le storie delle donne curde che hanno perso i loro mariti e i loro figli durante la sanguinaria tirannia ed è costretta a confrontarsi col suo passato. Il suo compagno, partito per un remoto villaggio del Kurdistan, non è mai più tornato. Le persone che incontra nel suo viaggio non riescono a rimarginare la sua profonda ferita. Neanche Ahmet, col quale inizia una breve relazione, riesce a liberarla dal passato. Il giovane non comprende cosa cerchi Sumaru in quel desolato villaggio nella provincia di Hakkari al confine dell’Iraq, cosa del suo passato la conduce proprio lì.

 Interessante e gradevole perché (come è stato già detto) sembra un documentario innestato in un film più tradizionale. Sono rimasto affascinato dai suoi campi lunghi.
Voto 4

Elegia di un popolo ferito da guerra ed eccidi resa mirabilmente tramite interviste ai veri abitanti di un villaggio turco del Kurdistan al confine dell’Irak. Nonostante le premesse il film non scade mai in facili messaggi politici o nell’esasperazione del dramma, in quanto lo “sfondo” di un popolo sofferente, le sue cicatrici mai rimarginate, diventano la degna cornice di un viaggio alla ricerca della propria anima come dell’anima del mondo. Il paesaggio stesso diviene (soprattutto quei campi lunghissimi sulle pianure e sulla costa dell’Anatolia) un personaggio. Citando Béla Balázs (per il quale vi è una corrispondenza tra volto umano e paesaggio per cui un primo piano può racchiudere un intero mondo) direi che la sofferenza dei volti degli uomini intervistati assume la straordinaria fotogenia dei colori e delle forme del paesaggio anatolico. Stessa cosa accade per il volto di Sumaru, la bellissima studentessa che intraprende il suo viaggio per raccogliere le canzoni popolari dell’Anatolia, obbligata a fare  i conti con il suo passato legato appunto a quegli stessi luoghi. Un insieme perfetto di bellezza (i luoghi, il volto della donna), sofferenza (gli intervistati, le fotografie sul muro), relazioni (amore, amicizia) che concorrono a creare il pathos di questo film, la sua elegia.


L. (Babis Makridis, 2012)

Il protagonista, un uomo di quarant’anni, è molto più che un autista personale. Il suo lavoro è letteralmente la sua vita e la sua macchina è molto di più che un semplice mezzo di trasporto, ci vive dentro e lì riceve, a scadenze fisse, la sua famiglia. Il suo datore di lavoro è un ricco narcolettico che, ovviamente, non può guidare. L’autista, che noi conosciamo come l’uomo, gli procura del miele speciale, ma quando arriva un altro ancora più rapido di lui, perde il lavoro e decide di cercarsi un altro mezzo di trasporto. Il nostro eroe procede inconsapevole verso il disastro. Siamo a una metafora della Grecia attuale?

 Ottimo film con il suo linguaggio per me innovativo da tenere in considerazione. Spero davvero che questo regista riesca a sviluppare un modo di girare film capace ogni volta di sorprenderci.
Voto 4

Metafora della vita, metafora del mondo, metafora delle aspettative e dei sentimenti di un uomo, L. raccoglie e dispone luoghi deputati rivoltandoli e rovesciandoli. L’auto-casa, il lavoro per un narcolettico, il suo licenziamento perché surclassato in abilità da un antagonista più rapido a consegnare il miele, l’amico ucciso per errore, la sua famiglia che incontra nei parcheggi, il miele stesso come combustibile-cibo speciale, l’abbandono dell’auto e il suo sodalizio con un gruppo di motociclisti, rappresentano il montaggio stesso, la capacità di decostruire il filmico e disporlo lungo una nuova linea di luoghi deputati che non rappresentano ognuno la propria realtà (auto, miele, orso, famiglia, ecc.) ma la possibilità di ricomporre in nuove immagini la conoscenza. In questo “paesaggio” decostruito si muovono le azioni umane, i loro reciproci rapporti che si formano e deformano in continuazione impedendo al cinema di fissarli indelebilmente. Ad esempio l’auto non è solo un mezzo di trasporto, ma una casa, un lavoro, un’ostrica che protegge e permette di sopravvivere. Il suo abbandono per la moto costituisce un cambiamento, una trasformazione, regola il plot ma anche un nuovo tipo di messaggio:  la storia della vita attraversa le forme plasmandosi a sua volta.

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