31 ottobre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010) 3/3: Solo citazioni? Due esempi.

Il cinema contemporaneo di qualità ci ha insegnato a giocare con il passato utilizzando filmico e profilmico come pezzi di "reale" di pari dignità. Intendo dire che oggi il cinema, oltre a mettere in opera uno sguardo ontologico sul mondo che ci avvolge, recupera inquadrature e sequenze di grandi film del passato che sono ormai entrate a far parte dell'immaginario collettivo. Da qui ne deriva l'aspetto ludico ossia la tendenza a giocare con l'arte del passato cercando di riproporla in un diverso contesto spazio-temporale. Questi riferimenti a sequenze di vecchi film arricchiscono il testo di significati ulteriori trascinando nel plot anche i propri significati originari e influenzando il "gioco" in atto. Lo spettatore, oltre a divertirsi nel cercare di "indovinare" il contesto originale storico, riesce più o meno consapevolmente a intuire l'esplosione esponenziale di nuovi significati e pertanto il senso globale dell'opera si allarga allo spazio circostante occupando nuovi territori: prende campo l'idea che cercare di definire e "incasellare" il messaggio dell'artista (ciò che vuole dire) sia un'operazione riduttiva. Chi gioca tende anche a trascinare nel game il proprio vissuto, ma soprattutto tende a deformarlo per adattarlo ad una personale visione del mondo. Questi aspetti positivi e interessanti, che meriterebbero un'analisi più approfondita della presente lettura, incontrano però dei limiti. Aumentando i livelli di esposizione al gioco (citazioni e immagini di mondo che si aprono su altre citazioni e immagini) si corrono dei rischi. Il gioco resta stimolante fin quando il giocatore riesce a mantenere ferma la sua attenzione: il sogno lucido e condiviso ha valore solo se la volontà rimane focalizzata e vigile. L'interprete-spettatore corre il rischio, evidenziato da Nolan, di confondersi e di non essere più in grado di operare distinzioni. Il mancato riconoscimento dei vari livelli di realtà equivale a trasferire nuclei semantici da un livello all'altro che potrebbero danneggiare la capacità critica e analitica. Rimanere sempre desti non significa rinunciare al gioco e al sogno proprio perché gioco e sogno rimangono due aspetti fondamentali della vita interiore, carburante utile per affrontare in condizioni ottimali lo “scontro” con i pezzi di una realtà quotidiana che risulta sempre più parcellizzata, caotica, e priva di senso. L'arte deve anche essere gioco, deve decostruire per rimontare ma deve anche evidenziare la falsità dei dogmi e i dubbi che dobbiamo tenere presenti di fronte alle invadenti ricostruzioni e interpretazioni monolitiche degli eventi propinateci dai media controllati dal potere. Con questo non voglio prendere in considerazione un discorso politico sulla società, ma evidenziare come l'arte abbia sempre portato avanti una visione alternativa o differenziata da quella del potere. Questo discorso rimane impreciso perché qui mi interessa focalizzare l'attenzione su altri aspetti. Ma lasciarsi andare credendo al mondo che ci viene mostrato può essere anche una cura peggiore del male. Credere che non esistano alternative al mondo dell'artista è un po' come rimanere schiavi della roulette di un casinò: giochiamo e perdiamo e ogni volta raddoppiamo la posta per recuperare tutti i soldi persi e se per caso dovessimo vincere punteremmo ancora l’intera posta per guadagnare sempre di più ottenendo soltanto una definitiva sconfitta. Questo gioco ci trascina in un incubo senza uscita: ci giochiamo lo stipendio, i gioielli di famiglia, i mobili, la nostra stessa vita. Alcune citazioni di Inception sono particolari perché non badano solo a intrattenere e stupire in quanto contengono come dei “filamenti” critici, dei modelli conoscitivi che tendono a superare l'abisso labirintico del mondo Escheriano in cui rischiamo o abbiamo rischiato di rimanere invischiati nel credere troppo in questo nuovo tipo di immagini seriali, risultato di un cocktail che comprende frammenti di storie e di sogni. Il pericolo di rimanere incastrati in questi mondi fantastici può essere superato con un semplice oggetto (una trottola o qualcos'altro) per ricordarci sempre del nostro corpo addormentato sulla sedia di un cinema che è magari situato in un quartiere dove hanno sfrattato famiglie non abbienti. Due citazioni in particolare mi hanno colpito emotivamente, ma senz'altro ve ne sono altre molto più interessanti.

1) Il ralenti delle esplosioni degli oggetti di Zabriskie Point.



Il ralenti delle esplosioni nell’epilogo di Zabriskie Point, al suono di Careful with That Axe, Eugene dei Pink Floyd, conclude e sottolinea una tragedia compiuta. Gli oggetti della vita quotidiana, ormai divenuti status symbol, indici di ricchezza e manufatti che catturano l’ambizione e il desiderio degli uomini, determinando le differenze tra le classi sociali e le razze, “devono” essere distrutti, annichiliti in una caleidoscopica sequenza di scatenato luddismo. Come ho scritto in uno dei primi post di questo blog, riferendomi a Zabriskie Point: “ il fallout di scatolette, auto, elettrodomestici ridotti in pezzi, obbliga lo sguardo a sostare sull'immagine, a contemplare i colori e le reliquie di un'epoca senza futuro. Ogni pezzo di reale che cola giù dallo schermo è un pezzo non ricostruibile, non assemblabile. La realtà si dissolve nell'immagine stessa ed è irrecuperabile” (1). Il ralenti di Antonioni è un “pensiero” che deve suscitare in noi una riflessione critica o per lo meno una preoccupazione per un mondo che sta perdendo la sua densità. Gli oggetti che esplodono devono essere osservati al ralenti perché solo in questo modo è possibile accelerare e accostare la loro disgregazione fisica alla disgregazione morale di un mondo esploso in mille pezzi: oggetti non intesi come manufatti prestigiosi, ma assimilabili al ciarpame da discarica, lo stesso ciarpame che infesta ogni attività dell’uomo contemporaneo. La coeva arte concettuale analizza questi aspetti cercando di uscire dalla dittatura dell’oggetto (materiali, tele, bronzi, crete) per rifiutare un mercato (aste, quotazioni, investimenti) che riesce ad annichilire la vera fonte dell’arte: l’idea e la riflessione che annullano il manufatto. E il nostro pensiero alla fine coincide con quello di Daria che se ne va con l’auto dopo aver guardato la villa ancora intatta: nulla è accaduto se non nella sua mente. In Inception non c’è tutto questo. L’utilizzo del ralenti, che evidenzia le esplosioni di oggetti e palazzi della via parigina, non è finalizzato alla conoscenza degli oggetti e del loro mancato riconoscimento, ma è orientato a mostrare la spettacolarità di un sogno lucido, teso a stupire lo sguardo che scorre da una visione “naturalistica” (la gente seduta ai tavolini dei caffè) a una visione “stupefacente” (il mondo che esplode senza che nessun passante rimanga coinvolto nella tragedia). Proprio perché gli esseri viventi non ne sono coinvolti, la spettacolarità si attenua, l’uomo rimane escluso dal disastro, non soccombe, è come se vivesse in un’altra dimensione e avesse ancora la possibilità di recuperare la sua umanità. Altrimenti vi sarebbe stata spettacolarizzazione dell'evento nel mostrare l’esplosione e la disintegrazione della carne. Il “filamento” è in questo caso il tentativo di evidenziare anche una violenza che può colpire all’improvviso in ogni luogo e chiunque (terrorismo, rapine, bombardamenti). L’oggetto non è aggredito, non viene messo a nudo e non c’è neppure il tentativo di raccontare la debolezza dell’uomo, ma c’è un incipit, c’è il desiderio di affrontare la surmodernità con determinazione, per non subirla o almeno per tentare di conoscerla senza subirla.



2) Il sottopasso pedonale del ponte Bir-Hakeim di Ultimo tango a Parigi.



Nel film di Bertolucci la sequenza viene mostrata nell’incipit quando ancora Jeanne e Paul sono due sconosciuti al momento ignari che si incontreranno nello stesso appartamento messo in affitto. Entrambi cercano un luogo “nuovo”, un ambiente dove abbandonare la loro vita precedente, ma Paul è lontano, assorto nei propri pensieri, poi sapremo, per la perdita della moglie; sta camminando sulla strada pedonale del ponte Bir-Hakeim. È talmente rapito dalla sua disperazione da non vedere neppure una ragazza che gli passa accanto. La plongé mostra Paul sulla sinistra dell’inquadratura mentre sulla destra è posta la più vicina, rispetto al nostro punto di vista, delle colonne in ferro che sorreggono la sopraelevata di Birk-Hakeim, le stesse insomma che vediamo in Inception. La mdp si avvicina dall’alto fino a mostrarci il capo piegato all’indietro (e che lascia così intravedere parte del volto) di Paul. Le mani portate agli orecchi per non sentire il frastuono del treno che sta passando poco più sopra e l’immediato urlo di Paul sono indizi di una disperazione in atto sottolineata da uno splendido PP di Paul sempre intento a tapparsi le orecchie mentre sta abbassando il capo. Svanito il frastuono comincia a camminare lentamente sulla passeggiata pedonale. L’immagine mostra Paul ripreso in PP e il fuori fuoco delle colonne del Bir-Hakein, nonché, a distanza, la figura intera di una donna, ancora immersa nello sfuocato, che si sta avvicinando. Quindi un campo lungo del ponte e poi Paul che è stato raggiunto dalla donna: lui sembra stia per piangere, lei si tiene il cappello con la mano destra; passandogli accanto, si volta lentamente per guardarlo; poi riprende a guardare in avanti fino ad avvicinarsi alla mdp: si tratta di Jeanne, una giovane donna apparentemente tranquilla. Adesso la situazione si è rovesciata: Jeanne è ripresa sulla sinistra in PP mentre Paul rimane indietro allontanandosi nel fuori fuoco del campo lungo posto sulla destra dell’immagine. Questa breve sequenza di un solo minuto, completamente senza dialoghi, è piena di segni che inducono lo spettatore a riflettere: l’uomo ha un problema grave, è talmente disturbato da non sopportare il rumore del treno che scorre in alto sui binari, talmente fuori “fuoco” da non vedere una bella ragazza che si volta per guardarlo. È un uomo di mezza età che vuole solo poter morire. Mentre Jeanne, la sua apparente fioritura, è ancora sfumata, distante. Per il momento il nostro sguardo non riesce quasi a scorgerla nell’indistinta passeggiata pedonale, nella selva dei piloni che sorreggono la sopraelevata. Paul è sulla sinistra finché non viene affiancato dalla donna. Adesso è Jeanne a entrare nella zona nitida dell’immagine mentre Paul rimane indietro, scomparendo quasi nell’indistinguibile selva delle colonne in ferro. Pare trasandato nel vestire, o meglio è ben vestito, ma i suoi abiti sono anch’essi fuori sintonia, indossati male; nel complesso rendono l’idea di uomo perduto. Lei al contrario pare sofisticata, si tiene un cappello con la mano per timore di vederselo portare via dal vento; indossa vestiti raffinati, forse appartengono a una donna di buona famiglia borghese, che non può avere niente in comune con l’uomo. Eppure… eppure si volta, lo ha visto; quell’uomo deve sembrarle così strano. La passeggiata dell'incipit è la metafora del film: nella prima parte Paul conduce il gioco, comanda la donna con la “violenza” della sua disperazione, trascinandola all'interno di un rapporto amoroso al di là di ogni limite; in seguito Jeanne lo raggiunge, lo supera, accetta di “subire” per poi imporre il suo stile. La sequenza (bellissima) è una anticipazione sintetica del loro rapporto che sta per nascere, un rapporto d’amore e morte, disperazione e deformazione del senso, come nei quadri di Bacon su cui scorrono i titoli di testa. Ogni aspetto della sequenza presuppone lo sguardo attento e vigile dello spettatore, il suo senso critico, la sua capacità di rimanere desto al fine di comporre il quadro. In Inception non è così; innanzi tutto vi sono dei dialoghi, soprattutto le domande di Cobb e la sua preoccupazione per il fatto che Ariadne abbia ricostruito un pezzo di realtà all’interno di un sogno; poi vi sono alcuni passanti, proiezioni convergenti del subconscio, che possono diventare pericolosi, ostacoli imprevedibili che distraggono lo sguardo, lo deviano su altre rotte al fine di catturare i sensi dello spettatore; infine sopraggiunge Mal, si materializza per uccidere Ariadne che si sveglia di soprassalto. La passeggiata sul passaggio pedonale non è la medesima e lo spettatore può permettersi molte distrazioni. Abbiamo già avuto modo di vedere Mal che in questa sequenza appare anche nel ricordo di Cobb; infatti mentre lui cammina dietro ad Ariadne, sulla passerella pedonale del ponte Bir-Hakeim, rivede se stesso abbracciato a Mal: sono entrambi appoggiati a una balaustra con vista sulla Senna proprio ai lati dello stesso sottopassaggio pedonale del Ponte Bir-Hakeim. Un ricordo all’interno di un sogno. In Ultimo tango a Parigi non siamo ancora stati informati dei motivi della sofferenza di Paul , non conosciamo le implicazioni e neppure Bertolucci è tentato di mostrare il ricordo di un tempo passato tra Paul e sua moglie, perché vi sono già troppi dati sulla scena, tutto è lasciato al montaggio e all’espressività degli attori: Paul e Jeanne non si conoscono e non dialogano, tutto deve essere estrapolato dallo sguardo vigile, critico. In Inception lo sguardo deve essere accalappiato, deformato, trascinato nel gorgo senza fondo. Cobb dapprima si trova dietro Ariadne e poi la supera, ma non basta, l’equilibrio viene spesso rotto dai rispettivi controcampi (prima Ariadne davanti a Cobb, rimasto indietro, inquadrati con carrellata a precedere, poi ripresi dal dietro con carrellata a seguire e di conseguenza Cobb “davanti”, più vicino alla mdp, e Ariadne “dietro”). La sequenza è frastagliata, piena di indizi che non sono veri indizi, perché non rimandano a una storia o a un “qualcosa” che accadrà, non informano ma affermano. Questa sequenza potrebbe vivere di vita propria, essere una sorta di cortometraggio in cui un uomo segue una donna e questa donna poi viene uccisa dalla moglie gelosa dell’uomo credendoli amanti. Paul e Cobb hanno perso entrambi la moglie ma mentre Paul esprime la sua disperazione nel mondo, Cobb l’ha apparentemente codificata in un labirinto mentale: il labirinto di Paul è nel fuori, all’esterno, lascia indizi per ricostruire gli eventi, educa lo spettatore a raccogliere la sfida. Nel contempo la disperazione di Cobb è interiorizzata, abbandonata nello stupore tutto postmoderno che deve soprattutto catturare l’attenzione. Nel primo caso vi sono i segni per sperimentare un’emozione, nel secondo l’emozione è fine a se stessa, ingigantisce per trascinarci nel carosello. Ma ritengo però che in Inception vi siano anche dei “filamenti” che escono dal manierismo per (o tentare di) stabilire un altro status della visione: quei “filamenti” sono i piloni che definiscono una location e soprattutto la vita che pullula nella prima parte della sequenza (prima della rottura dello specchio le vie erano deserte), i passanti che restituiscono il senso di un’apparente, eppure ricostruibile, “normalità”. In altri termini vi sono indizi che permettono di capire il rapporto tra i due “amici”. Anche il rapporto è a tre come in Ultimo tango e c’è una moglie defunta ma mentre nel film di Bertolucci il senso del film è raccolto e si incarna nei movimenti, nei vestiti e nelle espressioni dei protagonisti (non nel dialogo, non nel pensiero – focalizzazione esterna) in Inception ci è data la possibilità di controllare tutto (focalizzazione zero) di prevedere tutto senza alcuno sforzo; eppure qualcosa di impalpabile sfugge, qualcosa di vago, di indefinibile: nel mondo sur-moderno oltre alla liquefazione dei rapporti ci sono appigli per resistere, per ricostruire un evento ancora da conoscere basandosi su semplici dati: Ariadne sta a Cobb come Jeanne sta a Paul ma ad un livello diverso, più morbido insomma, più delicato, più abbozzato. Questa passeggiata è allo stesso tempo onirica, coinvolgente, finalizzata a trascinare dentro il Luna Park, ma allo stesso tempo cerca espellere lo spettatore dal gioco, rimettendo tutto in discussione. In altri termini: è solo una coppia che sta litigando? E’ solo un uomo che corre dietro a una donna? È intollerabile vedere il primo piano di una donna apparentemente indifferente e soddisfatta seguita da un uomo che sembra preoccupato per lei. Estrapolando questo brevissimo spezzone di sequenza (circa quaranta secondi, anche meno se si escludono i due flash di Cobb che si vede insieme alla moglie Mal nello stesso luogo) potremmo quasi trovarci in un film della Nouvelle Vague fino almeno al momento in cui i passanti circondano Cobb e Ariadne. La spinta centrifuga che cerca di espellere lo sguardo è molto forte, non densa, ma decisa, un accenno che tracima e indica un evento da venire.


1) Mi si scusi per l’autocitazione, ma tenevo a specificare che queste parole sono state riprese pari pari da una delle mie prime recensioni postate su questo blog riguardante Zabriskie Point e che risale ormai al luglio del 2007.

32 commenti:

VP ha detto...

anche a me era venuto in mente zabriskie, ma non c'ho riflettuto più di tanto

ultimo tango non l'ho mai visto, eppure ero cosciente del fatto che la scena della passeggiata rimandasse a questo film, poiché è una di quelle pellicole delle quali conosci qualcosa pur senza averle mai viste (paradosso?)

sempre un piacere e sempre interessante ;-)

un saluto

Luciano ha detto...

@VP. E' vero. Non sappiamo perché ma certi film sono entrati nel nostro subconscio, sono ormai patrimonio comune. In particolare questi due esempi sono stati molto semplici da ricercare nell'iconico di Inception. E ve ne sono altri sicuramente più complessi e interessanti.

A presto

jeff ha detto...

Ciao. Ho letto la tua riflessione sul film e mi è interessata in particolare quella sulla seconda citazione. Tra i due film penso non ci siano somiglianze che si possano cogliere in questa scena. Inception non ha nulla a che vedere con Ultimo Tango. Penso che il regista abbia scelto quella location perchè gli dava l'opportunità di tirar fuori l'idea degli specchi posti l'uno di fronte all'altro in uno spazio aperto parigino (non so quanto sia famoso quel ponte al di là di Ultimo Tango), utilizzando un luogo che appartiene all'immaginario cinefilo. L'unica cosa che potrebbe accomunare i due film è la storia di un amore che si è spinto in una sua idealizzazione estrema... ma solo in Inception in realtà viene presentato un rapporto d'amore, in Ultimo Tango c'è solo una relazione vuota, una perdizione esistenziale che avviene nello spazio della stanza dell'ultimo piano di un edificio-albergo (questo articolato in modo davvero evocativo). Ma Inception non parla propriamente di "relazione d'amore".

ciao.

Luciano ha detto...

@Jeff. Infatti. Non era mia intenzione mettere sullo stesso piano i due film che non hanno assolutamente niente in comune. Ho scelto due sequenze di Inception che secondo me sono state riprese più o meno inconsciamente da Nolan forse guardando questi film (d’altronde ritengo che un grande regista deve essere prima di tutto un cinefilo appassionato e amare il cinema e pertanto do per scontato che Nolan conosca le due sequenze che ho scelto come esempi). Poiché volevo portare avanti un mio discorso sul cinema di Nolan (più che altro una mia sensazione) ho scelto proprio queste due sequenze “simili” a quelle di due film di elevatissima qualità e degni esempi di cinema moderno degli anni settanta. Ho notato che Nolan tende gradualmente a uscire da un certo tipo di cinema: vedi ad esempio la “trasformazione” di Gotham City del suo Batman. Mi sono posto una domanda: è possibile testimoniare la fluidità di un mondo surmoderno uscendo dal coinvolgimento ludico di certo cinema contemporaneo (tenendo conto anche dei finanziamenti delle Major che ovviamente guardano soprattutto al profitto)? Il rapporto d’amore (bellissimo) è ovvio in Inception ma a me interessava solo rapportare le due sequenze per evidenziare certe differenze che ho enucleato nel post (avrai notato che ho posto una proporzione tra Cobb e Ariadne e non tra Cobb e Mal). Comunque il rapporto tra Paul e Jeanne di Ultimo tango è molto complesso, infatti lo definirei una storia di amore-morte. La morte nel film è sempre presente sequenza dopo sequenza e l’epilogo ne è la tragica conseguenza. In Zabriskie Point addirittura niente è paragonabile a Inception, ma qui ho voluto paragonare i due ralenti: quello di Zabriskie induce a riflettere (società dei consumi, violenza del potere, ecc.ecc.) quello di Inception, oltre a stupire, vuole anche indicare qualcos’altro. Grazie per le tue stimolanti e attente riflessioni. Ciao.

jeff ha detto...

No, certo, se Inception anche lontanamente fornisce l'occasione di parlare di due pezzi di cinema, ben venga. Non penso di aver detto niente di rilevante. Più che al film di Antonioni, il ralenti lo accostai a quelli di Zack Snyder.. non so cosa potrebbe uscirne fuori :)

Ho letto gli altri due post e sono d'accordo con la citazione che Ale55andra estrapola dal tuo 1/3 riguardante il non-sogno. Sul web ho trovato molti commenti "avversi" in cui si faceva notare la mancanza dello "stile onirico". C'è più costruzione che sensazione in Inception ma a ben vedere come hai anche tu scritto, Nolan rappresenta il senso di realtà che accettiamo mentre viviamo il sogno e non il senso di irrealtà (e varie altre accezioni) dello stesso, che invece possediamo quando ci accorgiamo che era effettivamente "solo" un sogno (spero di aver scritto con chiarezza). Come dire: il film non è il punto di vista di Fisher, ma quello di chi gli fornisce il sogno e dunque non può che essere oggettivo, verosimile.. Sarebbe però interessante fare paralleli con eXistenZ e Paprika, film che si prestano a un bel gioco di interpretazioni.

Il limbo mi ha cmq ricordato molto Synecdoche new york, un film tragico, estremamente duro, sofferto, che rappresenta la costruzione di una vita che si fa scena teatrale, tre livelli di scena teatrale, una città in scala riprodotta dal protagonista per la sua auto-analisi.. Anche quello un film lontano, ma chissà quanto.

ciao

Luciano ha detto...

@Jeff. Non conosco molto il cinema di Snyder ma ho la sensazione che il regista ami l'attimo rallentato in sé. Mi sa che per lui il ralenti è un bel gioco. Questo mio giudizio è opinabile anche perché personalmente gradisco poco il ralenti che deve essere usato raramente e a piccole dosi. Be'... eXistenZ è uno dei miei film preferiti... molto particolare. In effetti fare un parallelo tra il film di Cronenberg e Inception sarebbe per me molto faticoso, un impegno certo interessante ma di difficile soluzione. Comunque non avevo pensato a eXIstenZ che in effetti si presta molto a essere preso come esempio: qui mi sembra di non vedere in particolare sequenze paragonabili nell'iconico ma in effetti si tratta addirittura di mettere in parallelo l'intero film: un lavoro immane. Comunque la tua è un'ottima proposta e notevole l'idea di accostarlo a Paprika. Per quanto riguarda Synecdoche new york... caspita deve essere un film fantastico. Purtroppo non mi è stato possibile vederlo. Tante proposte interessanti e sinceramente pertinenti. Grazie^^

Ismaele ha detto...

adesso che l'ho letto mi torna in mente quel ponte di Ultimo tango, cavolo, hai una memoria incredibile!

Gino ha detto...

Personalmente "Inception", pur essendomi piaciuto abbastanza, non l'ho preso molto seriamente, mi è sembrato un po' un'operazione commerciale, come se Nolan volesse accontentare il mainstream con un film falsamente(?)profondo e al contempo strizzare l'occhio ai cinefili più d'elite.
Mi ha dato quasi l'impressione di un film non pienamente riuscito, che fa della filosofia spicciola e che semplifica molto il concetto di mondi ad incastro, a domino, che Lynch(ma forse già Ruiz nel lontano '83)aveva proposto con INLAND EMPIRE 4 anni fa.
Devo ancora leggere i tuoi post, forse è ora di rivalutare il film da parte mia.
Tu che ne pensi? Che impressioni hai avuto su "Inception"?

Gino ha detto...

@Luciano: Anche io ti consiglio vivamente "Synecdoche: New York".
A dire il vero sono ancora scisso sul valore di quel film, non so ancora se si tratta di un capolavoro o meno, ma sono sicuro che ti piacerà moltissimo.
E' un film a metà strada tra INLAND EMPIRE e 8 1/2(bada bene, secondo me questi due film, soprattutto il secondo sono comunque inavvicinabili)e in effetti rassomiglia anche a Inception(sarebbe più corretto dire il contrario, ma tant'è).
Sono sicuro che ne uscirà un'ottima analisi. Inoltre SNY è anche un film leggibile in chiave junghiana a quanto ne so.
Roger Ebert, il maggiore critico statunitense(per quanto possa valere), lo ha definito il miglior film del decennio scorso...
Beh, che dire? Merita sicuramente una visione!

Chimy\ ha detto...

Brillanti collegamenti, non li avevo pensati.

Sinceri complimenti per questo speciale su "Inception" :)

Un saluto Luciano

Ho voglia di cinema ha detto...

Complimenti per il blog, ti seguirò con piacere!

Luciano ha detto...

@Ismaele. Forse non tanto incredibile poiché postai una mia recensione su Ultimo Tango circa due anni e mezzo fa anche se quel ponte parigino è per me un caro luogo del mio immaginario.

Luciano ha detto...

@Gino. Non vi sono dubbi che sia un blockbuster e non è paragonabile a INLAND EMPIRE. Il film mi è piaciuto perché, come ho scritto, mi sembra contenga spunti notevoli, al di là del giocare sui sogni a incastro, perché credo che a Nolan non interessi in particolare analizzare il sogno, ma uscire da un certo modo di essere del cinema contemporaneo. Poi, ovviamente, ci sono sempre i limiti del mercato e le responsabilità che ti pone davanti la produzione. Il regista è uno strano personaggio del cinema: a metà strada tra autore, esecutore dei voleri del produttore, coordinatore del cast, psicologo e mediatore. Molto difficile per un regista "essere libero", al cento per cento, di fare quello che vuole. Con questo non voglio giustificare i limiti di Inception ma Nolan mi sembra sulla buona strada. Non è Lynch ovviamente ma è solo Nolan, per ora. Mi rammarico di non avere visto Synecdoche: ma si trova in DVD? Be', se è a metà strada tra INLAND e 8 1/2... caspita! Un film notevole non vi sono dubbi. Il mio rammarico aumenta. Se poi Ebert l'ha definito il migliore del decennio scorso... allora tanto di cappello. Spero di poterlo recuperare. Ti ringrazio per queste delucidazioni^^

Ho visto che hai aperto da poco un blog e hai iniziato con tre grandi film (per non parlare di Shining!). Appena possibile ricambierò la visita leggendo i tuoi lavori. A presto.

Luciano ha detto...

@Grazie Chimy. Sei sempre tanto gentile^^ Ma devo dirti che sono tanti gli spunti offerti dalla lettura delle tue recensioni che leggerti è sempre un grande piacere.

Un caro saluto.

Gino ha detto...

@Luciano: Molto illuminante e devo dire che concordo con te.
A caldo il film mi ha fatto decisamente una buona impressione, poi riflettendoci su mi sono poi un po' distaccato sotto certi aspetti, comunque comprendo bene il tuo discorso(premesso che non ho letto nessuno dei tuoi tre post sul film ancora).
In effetti l'ho trovato un po' debole da un punto di vista psicanalitico, ma il cinema non è psicanalisi, per quanti paralleli si possano trovare(dai tempi dei cortometraggi di Thomas Edison, quindi dagli inizi del '900), dunque mi rendo conto che il mio discorso è molto restrittivo.
Il film è effettivamente sperimentale nel suo genere, sperimenta cioè nuove vie, pur non essendo artisticamente accostabile a INLAND EMPIRE, se non per la compresenza di universi paralleli, comunque giustificabili sulla base della dimensione puramente onirica, che soltanto nel finale (potrebbe sembrare che)trabocca.
E' più un mio atteggiamento un po' snob che mi porta un po' a prendere le distanze dal film che non il suo effettivo valore.
Tra l'altro lo stesso Ebert gli ha dato 4 stelle su 4.
Non ho ancora letto i tuoi post sul film per due ragioni:
1) Ho prima quelli su INLAND EMPIRE;
2) La ragione principale... un po' anche banale, è che temo di ricredermi e di rivalutare troppo drasticamente l'opera(essendo io facilmente influenzabile!), per cui preferisco lasciar passare un po' di tempo per poter meglio assorbire il film.
Rimedierò il prima possibile! ^^
Su "Synecdoche: New York" mi limito a dire che mi è sembrato il film più confusionario degli ultimi dieci anni(INLAND EMPIRE mi sembra sempre un discorso a sé stante)e una visione consigliatissima.
Non sonon sicuro che possa piacerti, ma di sicuro lo troverai un interessante oggetto di studio.
In DVD non lo trovi, credo sia ancora inedito in Italia, penso che il sistema sia un solo e facilmente immaginabile, purtroppo.
Ne ho una copia sottotitolata.
Il paragone con "8 1/2" non prenderlo troppo alla lettera: vale soltanto come spunto iniziale, essendo il film una sorta di operazione metacinematografica, che finisce gradualmente con inscenare una contaminazione tra vari piani di realtà. Vabbè, non voglio rivelarti troppo.
Comunque "Otto e Mezzo" resta superiore DI GRAN LUNGA, ma questo è ovvio e inevitabile!
A presto ^^

Luciano ha detto...

@Gino. Ti capisco. Anche a me capita spesso di non riuscire a scrivere un rigo perché il film deve continuare a scorrere nella mia mente. È come se non avesse, dal momento della visione, mai finito di girare nel proiettore. Devo forzatamente attendere, ma non perché non abbia le idee chiare, bensì per il fatto che sento il bisogno di "lavorarlo" ancora. Penso che 8 1/2 sia inarrivabile anche se, immagino, potrebbe essere interessante citarlo in seno a una recensione su Synecdoche. A questo punto non so se potrò riuscire a recuperare il film di Kaufman. Peccato.

A presto

Luciano ha detto...

@Ho voglia di cinema. Ti ringrazio. Sei molto gentile^^

Gino ha detto...

Credo sia tutto un punto di(riuscire a)interiorizzare un film, il che richiede spesso molto tempo. "Synecdoche: New York" rientra poi di diritto tra i film più caotici degli ultimi anni, mi sembra che il suo caso sia ancora più complesso.
Non so, magari arriverà in Italia, io ho dovuto utilizzare il mulo per poterlo vedere sottotitolato.
Vale la pena vederlo.
Il confronto con 8 1/2 è certamente non casuale e risulterà abbastanza evidente vedendo SNY, però la filosofia alla base dei due film è completamente diversa secondo me, andando al di là degli ovvi richiami tra i due.
Se ti capita l'occasione vedilo. Tra l'altro il protagonista è il bravissimo Philip S. Hoffman, qui in uno dei suoi ruoli migliori(per performance e per importanza), anche se a dire il vero sono ancora un po' incredulo e restìo a considerare SNY un capolavoro, come molti hanno frettolosamente fatto.

Luciano ha detto...

@Gino. Infatti, mi incuriosisce molto e sicuramente prima o poi riuscirò a vederlo anche perché ho letto che è piaciuto a molti. Sono sicuro che comunque il film mi intrigherà non poco. Comunque è sempre un azzardo definire immediatamente un film un capolavoro, io almeno non mi sentirei in grado di poterlo fare... forse dopo dieci anni...

Gino ha detto...

Anche qui ti do perfettamente ragione. Un capolavoro lo si vede nel tempo, perché un film degno d'essere definito in tal modo deve:
1)Restare nel tempo.
2)In qualche modo cambiare il modo di concepire il cinema, o quantomeno sperimentare nuove vie in maniera efficace... ma anche semplicemente risultare un prodotto ben riuscito, un esempio di ottimo film.
Intendo dire che un film non deve necessariamente essere complesso o chissà quanto originale per essere un capolavoro, esistendo diversi presupposti atti a stabilire se un film è un capolavoro o meno.
Poi si entra anche nell'ambito personale, non essendo io assolutamente competente di cinema ed incapacitato dunque a stabilire quale film sia un capolavoro e quale non lo sia.
Forse sarò un po' frettoloso, ma mi azzardo a dire che Mulholland Dr. è un capolavoro e a mio avviso è abbastanza oggettivamente quantomeno tra i film più importanti degli ultimi dieci anni.
Gli altri è troppo presto per dire.

Luciano ha detto...

@Gino. Anch'io mi guardo bene dal definire un film (almeno uscito negli utlimi dieci anni) capolavoro anche se a volte ne sono tentato. MD lo è? Forse e avrei voglia di dirlo). Certo è che ancora sta sedimentando ma con forza. Un film prorompente. Potremmo anche definirlo tale (me lo sento).

Gino ha detto...

Mi fa piacere che ti sia piaciuto: ho diversi amici cinefili che non amano l'ultima fase di Lynch e devo dire che pur comprendendo benissimo le loro ragioni, non posso non amare i suoi ultimi 4 film(da "Strade Perdute" in poi)e forse "Mulholland Dr." rappresenta l'apice di Lynch. Se è un capolavoro mi sa che solo il tempo potrà dircelo e spero di poter dire un giorno lo stesso per INLAND EMPIRE, che è - questo lo devono ammettere tutti - quantomeno un'esperienza unica ed il film più estremo di Lynch, il più lynchiano(anche se in realtà sarebbe banale definirlo in questi termini visto che ogni film di Lynch è un suo prodotto, eccettuato forse "Dune", a causa delle forti imposizioni e che comunque non ho ancora visto).

Luciano ha detto...

@Gino. Sono d'accordo. Forse un giorno IE acquisirà un'importanza "letale" nel senso che vi saranno estimatori colpiti in pieno dalla sua densa "frustata". Bisogna attendere.

Gino ha detto...

Mi perdonerai se torno su Kubrick(sembra che sia quasi la mia ossessione!), ma è lo stesso che con molti film di Kubrick, considerati dai più poco riusciti al momento dell'uscita... poi sappiamo tutti che ogni suo film(o quasi)ha scritto la storia.
Poi ovviamente Lynch non è certo Kubrick, però era per rendere l'idea. :)

Anonimo ha detto...

..solo per farti i complimenti per questo post...notevole ed istruttivo.

un saluto
nickoftime

Luciano ha detto...

@Nickoftime. Come sempre gentilissimo. Grazie^^

A presto

AlDirektor ha detto...

Magnifici spunti di riflessione ritrovare due citazioni del genere.
Analisi, le tue, splendide e davvero dettagliate, che rimandano "Inception" ad altri due film celebri (e discutibili magari, non tanto Bertolucci quanto Antonioni).
Ma che in parte, a mio parere, svalutano il film di Nolan.
Mi spiego meglio: la tua descrizione della prima scena di "Ultimo tango a Parigi", evidenzia la forza del cinema di Bertolucci e la meraviglia che quel determinato film sa dare a qualsiasi scena, senza l'aiuto di dialoghi, didascalie o spiegazioni varie.
Caratteristiche che evidenziano i problemi di "Inception", pellicola troppo didascalica in certi momenti, troppo appesa a dei "punti" che Cobb spiega ai personaggi (più che altro al pubblico) e che talvolta sembrano solo scuse per mandare avanti una sceneggiatura bucherellata.
Certo il confronto tra "Ultimo tango" e il film di Nolan non può che andare ad infierire su "Inception", calcolata la magniloquenza del film di Bertolucci e le gigantesche interpretazioni di Brando e della Schneider.
Riguarda l'ultima, efficace e famosissima sequenza di "Zabriskie point", il paragone è sicuramente azzeccato: specialmente per il fatto che entrambe le sequenze sconvolgono lo spettatore, trasportandolo in una palese non-realtà, ma insinuando un dubbio. Simile per entrambi i film: stiamo sognando?
Nel film di Antonioni, il confine sogno-realtà è tracciato (Daria si riprende dal momento onirico e sale in macchina), in "Inception" no.

Scusami per la prolungata "risposta", ma le tue riflessioni sono davvero ottimi argomenti per dibattere.
Grazie Luciano.

Luciano ha detto...

@AlDirektor. Ci mancherebbe, anzi il tuo intervento è graditissimo. Infatti secondo me Inception non è all’altezza dei due film citati, anche se non intendevo sminuire il film di Nolan. Piuttosto, come hai benissimo messo in evidenza, mi sono divertito a notare alcune “fratture” nel post-modernismo di Nolan e per me questo è positivo (Inception è un ottimo film), perché gli stilemi del post-modernismo rischiano di esaurirsi e diventare cliché, mentre Nolan, da grande regista qual è, riesce a costruire, o meglio, tenta di “creare” qualcosa di diverso. Io spero che sia un cinema che chieda allo spettatore un maggiore senso critico o almeno la capacità di porsi delle domande. Proprio quello che stiamo facendo in questo momento. Grazie, come al solito sei gentilissimo^^

AlDirektor ha detto...

Certo, non ho pensato che il tuo intervento era atto a sminuire Nolan, ma il confronto è spontaneo: il film di Bertolucci surclasserebbe tanti altri grandi film, essendo una pellicola fuori dal comune (e avendo quasi 40 anni cavolo!).
E sul discorso degli stilemi sono d'accordissimo: attualmente i grandi registi si svelano coloro che sanno usare stereotipi, rinnovandoli.
Un post come il tuo che parla di citazioni, non può rimandare ad un altro grande della cinmeatografia, ossia Tarantino. Certo non è grande solo chi sa utilizzare il già visto in maniera nuova, però alcuni personaggi lo sono anche grazie a questa loro talentuosa caratteristica.
Ed il meglio lo dici alla fine: un cinema che (ri)chieda allo spettatore di porsi delle domande.
Altrimenti che lo vediamo a fare il film, se dopo non sappiamo che dire (o che dirCi)?

Un saluto Luciano.

Luciano ha detto...

@AlDirektor. Senza dubbio Tarantino è un altro grande del cinema contemporaneo. Un autore su cui non ho ancora scritto niente. Dovrò rimediare ;)

A presto.

Vegas ha detto...

Wow che film, complimenti a Christopher Nolan, il film mi ha colpito particolarmente... e complimenti a voi davvero un bel blog

Luciano ha detto...

@Vegas. Tutti i complimenti per un film bellissimo vanno a Nolan. Ti ringrazio, sei molto gentile^^