21 settembre 2008

Soffio (Kim Ki-duk, 2007)

Soffio è la dimostrazione che il cinema di Kim Ki-duk si dipana lungo un percorso di conoscenza essenziale. Ma ciò che conta non è la ricerca di un traguardo (ma esiste nel “mondo” un traguardo?) bensì lo sviluppo stesso del percorso (la mappa), la sua consistenza e materia (di cosa è fatto, è una strada di molliche? è un lungo interminabile cantiere che non rispetterà mai i termini del capitolato?) e soprattutto chi lo percorre (pregiudizi? scansioni di altre storie da cercare proprio qui, in questo cantiere? affabulazioni evanescenti?). Guardando i suoi film è possibile temere una certa “maniera” (1) che affiora sulle ultime pellicole kimmiane. Ma la maniera, intesa come ripetizione di un discorso già affrontato, di un certo standard dell’iconico già assimilato e già registrato, non ha senso lungo un percorso che si deforma passo dopo passo. Caso mai la maniera si attesta in altri fortilizi, in altre strutture, in luoghi dove non conta la conoscenza, ma la media statistica del consenso. Secondo me, cercando di abitare dentro i film kimmiani, si percepisce che per un grande autore, un artista, non si tratta di maniera o cliché ma di idioletto(2). Per Eco l’idioletto è un “sistema di relazioni omologo”(3).

“Cosa significa l’affermazione estetica dell’unità di contenuto e forma in un’opera riuscita, se non che lo stesso diagramma strutturale presiede ai vari livelli di organizzazione? Si stabilisce come un rete di forme omologhe che costituisce come il codice particolare di quell’opera, e che ci appare come misura calibratissima delle operazioni che procedono a distruggere il codice preesistente per rendere ambigui i livelli di messaggio”(4).

Caso mai è l’idioletto (regola e codice dell’opera) che potrebbe generare “imitazione, maniera, consuetudine stilistica”. L’idioletto è la legge che governa l’opera, “[…] il diagramma strutturale che presiede a tutte le sue parti” (5). Soffio definisce un punto importante del diagramma. L’idioletto di Kim ki-duk, attraverso le sue opere, attinge forme diverse da identici enunciati. In altre parole l’icona scivola via leggera, si incolla alle pareti trasportando ogni volta le stesse stagioni, l’icona viene strappata e mangiata o trasferita dalla foto al muro della cella, ma non può essere contenuta in una forma perché differisce, ossia rimanda sempre ad altre forme, rinvia la sua entità (6). Questo film è costellato di situazioni limite e contiene innumerevoli riferimenti ai film precedenti. È l’affermazione dell’enunciato, la presentazione ufficiale dell’idioletto, questo diagramma strutturale che per Eco fa sì che un’opera, anche mancante di molti suoi pezzi perduti (esempio un affresco), possa essere assemblata poiché si tratta di “[…] dedurre, dalle parti di messaggio esistenti, quelle che vanno ricostituite” (7). In effetti Soffio contiene citazioni di precedenti film di Kim Ki-duk, ma contiene anche la possibilità per lo spettatore di ricomporre i pezzi mancanti attraverso il riconoscimento di uno stile emergente. Ad esempio in Soffio le stagioni ritornano sotto forma di parodia degenerata. I manifesti incollati al muro da Yeon con tanta precisione danno vita, in quanto scenografie che mostrano la natura, alla rappresentazione teatrale che si enuclea soprattutto attraverso le canzoni da lei interpretate; e mentre gli spettatori “interni” (la guardia e il prigioniero Jang Ji) interagiscono come in un happening, la regia muove le sue macchine da presa (le telecamere di sorveglianza) lasciando scorrere la rappresentazione fino al momento desiderato. Il regista-sorvegliante (lo stesso Kim Ki-duk visibile solo attraverso il riflesso del monitor) monta le sue sequenze interrompendole nel momento più alto dello Spannung proprio come nei serial tv. Queste stagioni di un musical a puntate, attaccate ai muri di un parlatorio (sotto forma di manifesti che mostrano paesaggi bucolici e silvani) sono posticce e false ma non meno di quelle diegetiche “attaccate” sulla celluloide. In altri termini la palese falsificazione del tempo ridotto a rappresentazione teatrale è solo una convenzione valida quanto e forse più delle convenzioni che accettiamo nel momento in cui ci adagiamo su una poltroncina della sesta, settima fila, preferibilmente centrale. Pertanto i brevi musical di Yeon sono sintesi e analisi di un vissuto (ad esempio lo psicodramma di Yeon che rivive il momento in cui da bimba stava per annegare), ma anche “canzoni” composte da stanze(8) sempre uguali e sempre diverse (la struttura della stanza con le sue regole identiche come ritorno di settenari ed endecasillabi e alternanza di rime, ma anche la differenza, nell’ambito dello stesso componimento, con cui ogni volta queste stesse stanze vengono “addobbate”). Il silenzio è un altro stilema tipico di questo cinema, ma stavolta è un silenzio indeducibile, irrinunciabile, che non si interseca e non si esprime attraverso un contatto oserei dire telepatico fra personaggi (Ferro3) ma è un silenzio che diventa cifra stilistica di un linguaggio, in altri termini è un silenzio “rumoroso”, e in parte gestuale (solo Jang Ji e il suo compagno di cella non parlano, mentre Yeon si esprime sia attraverso il silenzio, sia con la parola e il canto). Il silenzio comincia, lungo il suo percorso, a trovare degli ostacoli, a inciampare negli oggetti (il compagno di Jang Ji urla terrorizzato alla vista del sangue che esce dalla gola di Jang Ji). Questi ostacoli rappresentano una delle numerose variazioni nel linguaggio kimmiano. Il suo idioletto, il suo linguaggio personale e singolare, si deforma per adattarsi alla conformità geologica dello spazio e all’entropia temporale. Tutto fluisce. Ad esempio (e sarebbe interessante analizzare il film o la filmografia di Kim Ki-duk da un punto di vista tematico) anche il concetto kimmiano di acqua (9) subisce una deformazione. Nei suoi film (e soprattutto in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera) l’acqua ricopre un ruolo importante, fonte di vita spirituale e passione (Primavera estate...), “bara di freschezza” in cui si immerge il già accaduto (Bad Guy), qui è come un gelido cristallo, un’acqua invernale (il ghiaccio e la neve) che definisce e blocca nel mondo ogni possibilità di riforma (ricomporre un matrimonio, alleviare gli ultimi giorni di vita di un condannato a morte), ma che nel soffio caldo di un fiato che si condensa sul vetro divisorio di un parlatorio diventa un supporto sul quale sigillare una speranza.

(1) Riprendo da De Mauro il senso che intendo per maniera: “Arte, pratica artistica che si fonda sull’imitazione cristallizzata e sulla ripetizione di formule e modi ormai scontati denunciando carenza di ispirazione, di naturalezza, di invenzione”.
(2) Dal Glossario di retorica, metrica e narratologia di Claudia Bussolino (Alpha Test 2006): “È lo stile individuale che caratterizza la scrittura di un autore come voce singolare e personale, l’insieme dei mezzi linguistici di un particolare parlante. È un repertorio linguistico considerato individualmente e non collettivamente”.
(3) Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Milano 2002, p. 67
(4) Ivi, p.67.
(5) p.68.
(6) Intesa nel senso di insieme delle qualità costitutive dell’ente (cfr. Scolastica)
(7) La struttura assente, p.68.
(7) Mi riferisco in particolare alla stanza come gruppo di strofe e parte fondamentale di un canzone. In questo senso mi riferisco soprattutto alla canzone petrarchesca. Ma mi riferisco anche alla “stanza vuota” ogni volta addobbata in modo diverso.
(9) L’acqua per un ricercatore è composta da due molecole di idrogeno e una di ossigeno e questa è la sua realtà, la sua obiettività che però lo sguardo non percepisce notando solo la sua manifestazione sensibile. A sua volta la mente assimila questa esperienza visiva (ma non solo) in base alla proprie esperienza e/o aspettative. L’acqua assume la sua valenza solo attraverso una mediazione mentale, una ricostruzione. In poesia l’acqua è invece non solo il significante di un liquido ma anche una connotazione simbolica, un segnale che scuote l’animo e rinforza il corpo. È più vera l’acqua del chimico o l’acqua del poeta?

14 commenti:

chimy ha detto...

Bellissima analisi.

C'è della maniera, è vero, ma Kim Ki-duk tratta costantemente le sue tematiche (il suo cinema) dandogli delle valenze, dei risvolti, sempre diversi e interessanti.

Hai ragione che per analizzare i suoi film è necessario vederli e ri-vederli diverse volte. Per ora con "Soffio" sono fermo ad una sola visione (in sala, più di un anno fa), ma l'avevo già amato moltissimo.

Lo rivedrò, comunque, a breve.


Un saluto

Luciano ha detto...

@Chimy. Sono d'accordo. Infatti Kim Ki-duk tratta le tematiche sempre in maniera differente e per me la "maniera" non è una vera e propria "maniera" ma piuttosto l'affermazione netta e prorompente del suo idioletto. I suoi film per adesso sono tutti di ottima qualità, ed è ovvio che, stilando una classifica, alcuni vadano in fondo (ma rivedendo molti suoi film riesco sempre meno a capire quale potrebbe essere la mia classifica kimmiana). Ti ringrazio^^ Un caro saluto.

Valentina Ariete ha detto...

Belle analisi, tutte!

Ma lo sai che anch'io avevo in mente di recuperare i film di questo regista di cui (si sono 'gnuurande) non ho visto nulla?!

Recentemente mi hanno consigliato Ferro 3.

Vedrò di recuperare.

Alberto Di Felice ha detto...

Kim la maniera pura l'ha attraversata appieno ne "L'arco"; "Soffio", invece, mi sembra con "Time" l'opera di un autore maturo, che ha di certo suoi codici ma che non ha finito di svilupparli, e anche contraddirli. Un ottimo film.

Luciano ha detto...

@Valentina. Benissimo! non vedo l'ora di leggere una tua recensione su Ferro3.

Luciano ha detto...

@Alberto. Sono d'accordo. Soffio è un'opera matura con una sua valenza. Qui il percorso di conoscenza prosegue in pieno, senza soste. Il codice si sviluppa, si tras-forma, si de-forma in quanto idioletto e non certo "maniera".

Ale55andra ha detto...

Interessantissimo questo discorso sull'idoletto che va a porre diciamo dei paletti a quella che di solito definiamo "maniera". Comunque, come ben sai per ora ho visto solo Ferro 3 che per me è un film immenso. Prima o poi recupererò anche gli altri.

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Rimanendo nell'ambito dell'analisi testuale o intertestuale, l'idioletto è lo stile individuale di una autore, il suo modo particolare di scrivere (nel cinema di filmare e/o montare). Ma questo "stile" può "perdere in originalità" diventando imitazione, consuetudine stilistica, ossia maniera. Ecco, per me, generalizzando molto (e rischiando di essere impreciso) Kim Ki-duk riesce, nonostante tutto, a non sconfinare nella "maniera". Magari ci sono film più riusciti e altri meno, ma secondo me il suo cinema segue un percorso ben definito. Spero che tu possa vedere presto altri suoi film in modo da poter leggere una tua bellissima recensione.

AmosGitai ha detto...

Sì, Ferro 3 è meraviglioso. Solo se si riesce ad estrapolarne l'essenza dai canoni di cinema tradizionale.

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Sì,un film stupendo, da "leggere" come una poesia^^

Roberto Fusco Junior ha detto...

Mi ripeto ma devo recuperare questo autore. Anche questo mi sembra interessante.

Luciano ha detto...

@Roberto. Molto interessante. Quando recupererai qualcuno di questi film mi farai sapre. A presto!

nettu ha detto...

Oddio, spero tu abbia più di sessant'anni (o meno di quattordici) per scrivere così.
Ancora le critiche con mezzi discorsi immersi in un plasma di parole ornamentali, che costituiscono un appoggio fallace a semplice arbitrarietà.

E aggiusta quell'orrore sulla molecola dell'acqua...

Luciano ha detto...

@Nettu. Be'... ognuno ha i suoi gusti anche nel leggere le critiche ai film. Se non ti gusta puoi benissimo evitare di leggermi. Le tue osservazioni, se pur rispettabili, mi sembrano soggettive e arbitrarie perché i miei "discorsi" sono basati su ricerche, letture e faticoso studio ma anche se fossero solo arbitrarie rifletterebbero comunque il mio gusto personale. Ma questo passi. Ciò che invece mi sembra atto non pertinente e gratuito è l'accusa di essere fallace (accusa che, permetti, rasenta l'offesa)e, detto fra noi, è un'accusa che respingo al mittente. Grazie per la visita.