27 settembre 2008

L'isola (Kim Ki-duk, 2000)

Vedendo questo film ho provato un dolore intenso. Ma la causa non è da imputare alla macelleria dei corpi, alle torture inflitte ai pesci o agli ami ingoiati, ai morti inabissati nel lago. La causa risiede nell’impossibilità di allineare la ricerca di un sostanziale consenso (di pubblico) con la necessità di consumare quel consenso attraverso la “fuga” da uno spazio geometrico e da un tempo scientifico (le coordinate della prospettiva). Intendo dire che il dolore è stato procurato dalla costruzione di uno spazio pittorico in cui lo sguardo si muove con difficoltà, obbligato a sopportare lacerazioni e ferite profonde. Per disconnettere il senso dal legame con una prosa ormai consumata (il racconto sempre identico a se stesso), Kim Ki-duk ha scelto di raccontare uno spazio astratto ossia svincolato dal banale obbligo di definire una lista di situazioni, ma comunque legato ai prodromi profondi di ogni storia: l’amore e la morte. Lo sviluppo narrativo (per altro molto labile) che mostra il rapporto tra Hee-jin e Hyun-Shik, non è una storia di amanti disperati, almeno non solo, ma è soprattutto un procedimento di formazione, un’esperienza mentale. Intendo affermare che le lacerazioni della carne (gli ami ingoiati), il sesso violento (il morso di Heen-jin sul labbro di Hyun-Shik e come corrispettivo i calci di Hyun-Shik sulla vagina di Heen Jin), le torture (il pesce mutilato, la gabbia nell’acqua, gli ami in gola e nella vagina), sono crudi colori presi da una tavolozza non ancora amalgamati e distesi sulla tela. Prima di scardinare le illusioni di un’immagine ingannevole (in quanto scelta arbitraria di chi la propone) bisogna mostrare i pezzi dolorosi di questa immagine, mostrare come questa immagine viene costruita. Dietro una storia romantica c’è sempre una materia (un corpo) che prova dolore. Pertanto il risultato (il film) è la somma di tanti corpi straziati, la giustapposizione di tanti pezzi sanguinanti. Poi, se vedremo anche la superficie confortante, riprodotta contro gli interessi di un rapporto reciproco (spettatore-regista), se la significanza risulterà o meno un rapporto duro, inevitabile, un incontro-scontro tra due anime dannate, questi effetti non rientrano (per mancanza di spazio) nel punto di vista assunto. In particolare ciò che mi interessa sono due aspetti del film: la pittura come sostanza, materia, costruzione delle linee semantiche del plot, la durezza come icona imprescindibile della durata. L’isola è un quadro. La vista d’insieme in campo lungo delle casette galleggianti, “sfumate” dalla bruma che esala dalle acque mattutine, potrebbe essere la sosta, la penetrazione dello sguardo in un dipinto appeso alla parete. Queste pennellate kimmiane iniziano con i colori nitidi, definiti, iniziano con immagini che a guardare bene non sono, nonostante il bellissimo paesaggio equoreo, naturalistiche. L’impatto duro col mondo si trascina attraverso la costruzione delle azioni, dei movimenti, degli eventi visti sempre attraverso una deformazione: campi lunghi o riprese effettuate “dall’acqua”, punti di vista di un altrove situato al di là della lente (vetro, acqua). C’è insomma nel film una sorta di magia oscura, inquietante, che va al di là del perturbante freudiano (1). L’Unheimlich (il Perturbante), per Freud è ciò che porta angoscia, una cosa che si avvicina al nostro ambiente quotidiano (quindi confortante) ma che in realtà nasconde in sé il mistero, l’enigma, la paura dello straniero. L’arte possiede la capacità di rompere l’illusione di una realtà manipolata (dal potere, dalla paura, dal bisogno di non sentirsi soli), di infrangere l’illusione del familiare, al fine di mostrarci almeno la deformazione impalpabile e crudele del reale. L’arte, attraverso l’Unheimlich mette in scena i mostri dell’oggi. Ma nell’Isola il familiare è spezzato sin dall’incipit. Non si tratta più di rompere le catene di un’apparente familiarità delle cose, perché la macchina da presa non mostra il mondo, bensì la pittura. Siamo in una fase ulteriore in cui dobbiamo fare i conti con l’incubo stesso; non l’incubo del mostro materializzatosi davanti ai nostri occhi, ma l’incubo del procedimento che mostra il lato astratto delle cose. L’incubo mostra ad esempio l’invasione della “strega del lago” (2), la “guardiana” delle casette galleggianti e allo stesso tempo la barista che porta caffè e tè ai pescatori; mostra la prostituta che dona il corpo a pagamento, la “sirena” che nuota sottacqua per colpire chi l’ha umiliata e per guardare, sbirciando da sotto la botola dei bisogni corporei, Hyun-Shik intento a fare l’amore con una ragazza. L’incubo mostra la silente Heen Jin che estrae gli ami conficcati nella gola di Hyun-Shik , salvandolo; infine mostra sempre Hyn-Shik mentre s’infila gli ami nella vagina e tira la lenza strappandosi le carni, mostra la “strega” salvata da Hyun-Shik ritornato nella “loro” casetta per togliere gli ami dalla sua vagina. La sofferenza dei corpi non è più la lesione narrativa della carne (causa effetto) anch’essa, nonostante l’orrore, riconducibile al familiare, ma è la durata stessa che s’incarna nella durezza “consustanziale” del mondo. In altri termini il tempo è un prodotto illusorio della speranza, un rimandare la disperazione a una futura consolatoria riparazione. Nell’Isola il tempo ha lacerato le carni, fossilizzandosi nella morte dello sguardo. È come una pennellata più grassa che definisce l’impossibilità di un ritorno. Hyun-Shik rimarrà nel quadro, camminando nella palude, addentrandosi in un canneto, che poi risulterà essere, dopo un reverse-zoom, il pube del corpo nudo di Hee-jin , distesa sotto una coltre d’acqua che ha allagato la sua barca semiaffondata. La donna adesso riposa supina nel suo sarcofago (barca) allo stesso modo dell’Ofelia di Millais distesa dal pittore preraffaellita in una coltre avvolgente di piante acquatiche (3).

(1) Cfr. Sigmund Freud, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Boringhieri, Torino, 1980.
(2) La definizione “strega del lago”, riferita a Heen Jin, è ripresa da: Andra Bellavista, Kim Ki-duk, Il Castoro, Milano, 2006, p.72.
(3) John Everett Millais nel suo dipinto (Ofelia, 1852) [fig. in basso a destra] riprende dall’Amleto di Shakespeare la tragedia di Ofelia annegata nel fiume. Ma è attraverso le parole della Regina Gertrude che veniamo a sapere dell’annegamento, pertanto la tragedia si consuma come assenza:
Amleto (IV,7)
LA REGINA GERTRUDE
… Le vesti
le si gonfiarono intorno, e come una sirena
la sorressero un poco, che cantava
brani di laudi antiche, come una che non sa
quale rischio la tenga, o come una creatura
nata e formata per quell'elemento.
Ma non poté durare molto: le vesti
pesanti ora dal bere
trassero l'infelice dalle sue melodie
a una morte fangosa.

23 commenti:

bandeàpart ha detto...

bellissima analisi...credo che lo spessore del cinema di Kim Ki-duk sia tutto nel modo che il regista ha di affrontare il rapporto tra la narrazione, il tempo e lo spazio...il tuo punto di vista è a tal proposito molto interessante...

ciao,
francesco

Noodles ha detto...

Lo recuperai qualche mese fa grazie al bellissimo cofanetto della Rarovideo che raccoglie i tre film più "vecchi" di Kim. Bellissimo. C'è già dentro tutta la poesia dei film futuri. L'immagine finale, simbolica, che assegna alla donna un ruolo da ninfa delle acque è bellissimo.

Mario Scafidi ha detto...

oddio, deve essere atroce!

Alberto Di Felice ha detto...

Contraddicendo la mia regola, ho comunque letto col solito interesse che meriti, sebbene io non abbia visto il film. Purtroppo l'ho incontrato negli ormai remoti anni di Telepiù, coi suoi bei sottotitoli, quando non avevo ancora la testa adatta per "certe cose", e ricordo di aver cambiato canale dopo mezz'ora-- Rimedierò.

chimy ha detto...

Altra bellissima analisi che sottolinea la grande capacità di regia pittorica che Kim riesce ad avere in quasi tutti i suoi film.

"L'isola" forse è l'apice di questa forza che ha il genio coreano di dipingere le sequenze, ancor prima che di girarle...


Un caro saluto

Christian ha detto...

E' stato il primo film di KKD che vidi, ricordo che mi fece parecchia impressione ma mi spinse ad annotarmi il nome del regista e a vedere altri suoi film non appena possibile...

Luciano ha detto...

@Bandeàpart. Ti ringrazio :) E ovviamente concordo con la tua affermazione. Il rapporto tra tempo e spazio nel suo cinema è fondamentale.
A presto!

Luciano ha detto...

@Noodles. Sì un film bellissimo e la donna, ninfa dell'acqua, che sembra uscito da un quadro preraffaellita è un'immagine che è già entrata nella storia del cinema.

@Mario. Niente da fare. Ki-duk ti è proprio indigesto ;)

Luciano ha detto...

@Alberto. Spero che la prossima visione ti sia gradita. Attendo una delle tue interessanti e bellissime analisi.

Luciano ha detto...

@Chimy. E' vero. Una grande regia pittorica che si esalta maggiormente in questo film di grande impatto visivo. Grazie Chimy!

@Christian. Ci credo. Averlo visto come primo film di Kim Ki-duk dev'essere stata un'emozione indescrivibile.

Roberto Bernabo' ha detto...

Complimenti per la retrospettiva su Kim ki-duk (trovi qualcosa anche da me) e grazie per il commento su Paul.

Si anche come uomo è stato davvero un grande.

Buona domenica.

Rob.

Luciano ha detto...

@Roberto. Ah, benissimo. La carenza di tempo mi impedisce di navigare con attenzione sul tuo blog, e ti ringrazio per la notizia. Non vedo l'ora di leggere le tue recensioni sui film di Kim Ki-duk. Grazie e Buona Domenica anche a te!

honeyboy ha detto...

Bellissimo questo film, lacerante, non sei l'unico ad aver provato un dolore intenso...
stupendo anche il post, come sempre

Pickpocket83 ha detto...

Uno dei film che più amato del regista coreano. La tua analisi ne mette in luce in modo come sempre perfetto la ricchezza e la complessità.

Un carissimo saluto

Luciano ha detto...

@Honeyboy. Grazie Honeyboy. E' un film (mi accorgo che lo sai meglio di me)che riesce a "lacerarti" l'anima.

@Pickpocket. Un film da amare sempre, che riesce a scardinarti da dentro. E dopo vedi il mondo con occhi diversi. Ti ringrazio :)
Un caro saluto.

Cineserialteam ha detto...

Ottima analisi...

Luciano ha detto...

@Cineserialteam. Grazie, troppo gentile. ;)

AmosGitai ha detto...

Fa parte della mia collezione, ancora da vedere.
Tu come sempre, ne fai poesia!

SFIDA SENZA REGOLE

Ale55andra ha detto...

Certo che questi gli ami li usano proprio dappertutto eh? :P Ovviamente scherzo, dev'essere sicuramente un film che ti colpisce nel profondo, dovrò colmare questa lacuna prima o poi.

artaud ha detto...

belle parole per avvicinarsi ad un bel film

Luciano ha detto...

@Amosgitai. Spero che tu possa vederlo presto. Attendo una tua recensione. Grazie!

@Ale55andra. In fondo stanno tutti pescando in un lago ed è ovvio che prima o poi qualche amo finisca in "luoghi segreti"! ;)
Non vedo l'ora di leggere qualche tuo post kimmiano^^

@Artaud. Sempre gentilissimo. A presto.

Fosco Del Nero ha detto...

Ciao!
Sono capitato per caso sul tuo blog... ben fatto e molto originale!
Ti va uno scambio link?
Anche io nel mio recensisco film (tra l'altro anche io sono appassionato di produzioni orientali e quindi trovi molti film e anime di Giappone e dintorni).
Fammi sapere (magari da me, così leggo subito)! :)

Fosco Del Nero
www.foscodelnero.blogspot.com

E se ti interessa un doppio scambio link, ho anche un blog su libri: www.libriromanzi.blogspot.com

Luciano ha detto...

@Fosco. Ti ringrazio per la proposta! Passo prima a visitare il tuo blog e ti faccio sapere. A presto.