17 marzo 2008

La fille coupée en deux (Claude Chabrol, 2007)

Ogni tecnica rimanda a una metafisica (André Bazin)

Attenzione in questo post faccio spoiler! Dopo cinquanta anni esatti dal suo primo film, Le Beau Serge, fa un certo effetto leggere ed esprimere un’opinione su un film di Chabrol. Claude Chabrol è stato il primo critico dei “Cahiers” a girare il suo lungometraggio, anche se gli accordi con Resnais, Truffaut, Rivette, Bitsch, prevedevano la creazione di una cooperativa. E questo è stato possibile perché la moglie ereditò dalla nonna 32 milioni di franchi che Chabrol investì immediatamente in una società di produzione fondando la AJYM Films (“A” era l’iniziale del nome della moglie Agnès; “JYM” le iniziali dei due figli Jean-Yves e Mathieu) e girando nel 1956 il primo film professionale della Novelle Vague (il cortometraggio Le Coup du berger). Semplificando al massimo (e sbagliando) mi viene da pensare che la meravigliosa esperienza della Nouvelle Vague è iniziata per l’eredità di una nonna. Dopo cinquanta anni il regista riesce ancora a graffiare mettendo in scena, come ha fatto in tanti altri suoi film, difetti e perversioni dell’alta borghesia francese, mostrando lo scarto tra rappresentazione della mente e reale, tra noumeno e Ding an sich. Il noumeno kantiano sarebbe la rappresentazione di tutto quello che sta oltre le possibilità della mente, tutte quelle cose che la mente non è in grado di conoscere ma che deve pur “rappresentarsi”, ossia “ciò che si pensa come reale”. Ma ciò che si pensa come reale, nel cinema, diventa spesso, o tende a diventare, il verosimile (che è differente in ognuno di noi perché ognuno di noi si costruisce nella mente una differente mappa della realtà). Il Ding an sich (la cosa in sé) invece è il limite a cui tende (senza mai arrivarci) il noumeno. Gabrielle, con la sua spavalderia, il desiderio di affermare la sua personalità senza distinzione di età e sesso, si innamora delle immani possibilità che può offrire la cultura, ma per far questo deve scendere nell’inferno della perdizione, sottomettendosi al gioco perverso di Charles Saint-Denis, uno scrittore cioè un creatore del falso. Ogni artista – si pensi alle Mémoires del Goldoni – è un bugiardo, in quanto tende a costruire a posteriori un percorso lineare degli eventi più o meno casuali che ha incontrato durante la sua ricerca quando si è mosso dentro un labirinto senza porte d’ingresso. E siccome l’artista è un bugiardo, in quanto non può fermare la parola in un significato (ti amo), impedito com’è dalla ricerca di nuove forme (“ti amo” diventa “non posso vivere senza di te”), la forza della ragazza crolla dentro le stesse immagini, durante i dialoghi con Charles davanti allo specchio o nel letto o seduti al tavolo di un ristorante. Letto, specchio, tavolo o scrivania: tre oggetti del quotidiano che accolgono la perdizione e l’estasi della cultura. Ma il rapporto tra i personaggi è molto complesso. Saint-Denis dice spesso alla moglie di amarla in un modo quasi fastidioso, senza anima, mostrando la sua indifferenza. Il nostro noumeno rapporta il tono della voce con il contesto (la tradisce) costruendo una rappresentazione ideale tipo “quell’uomo non ama la moglie perché la tradisce, ma è odioso perché la illude, non è sincero e poi se ne va con una ragazzina; quale punizione meriterebbe?” Invece il vecchio intellettuale abbandona la ragazza, non la moglie, e quindi ancora disprezzo: ha abbandonato una ragazza che lo amava, che aveva accettato la perdizione per amore. In realtà non è così. Chabrol riesce sempre a sorprendermi. Certo questo non è il suo miglior film. Vi sono film in cui questi “giochi” gli riescono meglio ma sono comunque sorpreso. La ragazza ha accettato di sua iniziativa la perdizione quasi come una sfida, si sposerà con Paul Gaudens, giovane rampollo di una famiglia ricca, continuando ad amare il suo vecchio scrittore. La fille coupée en deux non è solo una storia d’amore romantica, non è solo un voler affossare l’alta borghesia (Chabrol l’ha fatto in altri film e con altri argomenti) ma è il tentativo di mostrare l’opacità delle immagini, portandoci in un percorso senza uscite, alla ricerca di una metafisica delle “cose in sé”, la cosiddetta realtà con la sua imponderabile perversione. Ma i punti di riferimento sono spesso cambiati, la realtà è inafferrabile, l’immagine non sempre mostra quel che mostra. Il Ding an sich kantiano è nel fuori campo, ma non in quello che poi Chabrol ci mostrerà nel sintagma, ma in quello che non vedremo mai e che la nostra mente cercherà di ricucire a modo suo. Gabrielle si sposerà con Paul Gaudens, accetterà il potere dei soldi ma anche la forza della giovinezza, anche in questo caso rinunciando a mentire (la ragazza non legge e non ha fantasia), rivelando la parte orribile del suo rapporto con lo scrittore (la rappresentazione senza amore può diventare pornografia). Paul, a sua volta, “credendo” di essere innamorato (ma poi scopriremo che non lo è) cerca di rimediare in quanto parte lesa (o presunta parte lesa). Il rapporto a tre diventa molto complicato poiché il bene e il male si scambiano di posto, si abbracciano, si contorcono disturbando la vista, inquietando il nostro noumeno. La realtà non è una mappa geografica. Chi è allora Gabrielle Deneige? Una donna perversa? Ogni tanto ne nasce una e si veste di rosso, si tinge le labbra di rosso, è solare, e quando arriva il suo tramonto un’altra prenderà il suo posto (nel film vediamo Joséphine Gaudens vestita di rosso). È una donna innamorata? Probabilmente sì, ma anche no, perché tradisce persino la memoria dell’amato rivelando la verità (ma quale verità?) Il gioco si fa ancora più perverso: una bugia avrebbe garantito un certo equilibrio, ma una verità (direi più “una rappresentazione ideale della verità”) al contrario riporta il noumeno ad uno stadio primordiale. Adesso non resta che entrare nella magia, luogo dove il mondo è come lo vogliamo noi a prescindere dalle regole di “vero” create da chissà chi. L’immagine è tagliata e possiamo solo ricucirla a modo nostro. Un film dove i significati sono scollati e dove ha senso (mi si perdoni il bisticcio di parole) solo il senso profondo “delle cose in sé”. Il Ding an sich di Kant.

27 commenti:

yusufyusuf ha detto...

Nice blog...

www.yusufyusuf85.blogspot.com

Luciano ha detto...

Grazie Yusuf, ho ricambiato la visita. Anche il tuo un blog bellissimo^^

Anonimo ha detto...

Questa importanza delle immagini continua ad incuriosirmi sempre di più, soprattutto da quanto ho cominciato a leggerti. Infatti sto cercando di armarmi di testi e saggi al riguardo ^^
Detto questo, il film non l'ho visto e nonostante avessi avvisato il lettore della presenza di eventuali spoiler, non ho resistito a non leggere ^^
Ale55andra

monia ha detto...

gran bel post, io sto ancora aspettando di poterlo vedere al cinema (dalle mie parti i film più belli arrivano sempre con mesi di ritardo)! dopotutto è chabrol e "devo" vederlo sul grande schermo!

Anonimo ha detto...

Che film!Che film!

MrDavis

t3nshi ha detto...

Come sempre un'ottima analisi, molto piacevole da leggere.
Mi vien da pensare di non aver capito bene il film, forse mi aspettavo qualcosa che in realtà non era (critica all'alta borghesia). Perchè se da un lato ho trovato ottimo il percorso di perdizione della ragazza e il non voler mostrare, ma solo suggerire gli eventi, dall'altro lato ho trovato superficiale l'aspetto di critica sociale.
Come dici te forse al film non interessava nemmeno questo aspetto. Aspetto di recuperare altri film di Charbrol per farmi un'idea più completa.

Ciao,
Lorenzo

Luciano ha detto...

@Ale55andra. Sì purtroppo quella dell'immagine è una mia mania. Secondo me anche l'immagine apparentemente più scontata e trasparente possiede una sua opacità, che mi incuriosisce e mi affascina. Ehm... per curiosità: hai già in mente (o possiedi) testi specifici sull'argomento?

Luciano ha detto...

@Monia. Capita anche da me. C'è un cinema a pochi km da dove abito che il mercoledì e il giovedì proietta (con mesi di ritardo) film considerati di "qualità". E Chabrol è tra questi.

@MrDavis. Concordo anche se Chabrol ha fatto di meglio.

Luciano ha detto...

@Lorenzo. Sono d’accordo sulla “blanda” critica alla società borghese. E il film non è certo tra i migliori di Chabrol. Inoltre tra i grandi registi “narrativi” della Nouvelle Vague gli preferisco Truffaut e Rohmer. Ma Chabrol a 78 anni dimostra ancora di saper fare cinema . In più (non voglio fare spoiler e starò sul vago) l’atto improvviso che dà una svolta alla storia non è una novità nei film di Chabrol. Ecco… ad esempio, riguardo al coup de theatre, “Stéphane, una moglie infedele” gli è anni luce avanti. Il film comunque mi è piaciuto (ma credo di aver capito che in parte sia risultato gradevole anche a te). A presto^^

Anonimo ha detto...

Luciano, avevo in mente i testi di Deleuze, tu cosa mi suggerisci?
Ale55andra

Luciano ha detto...

@Ale55andra. I due testi di Deleuze, L'immagine-movimento e L'immagine-tempo sono due capisaldi di un nuovo modo di leggere il cinema inaugurato proprio dal grande filosofo. Soprattutto L'immagine-tempo è un libro molto interessante e ammetto che mi ha influenzato tantissimo (per non dire formato). Un testo difficile e ostico, ma vale la pena di leggerlo. Però il libro non si sofferma sull'immagine tout court ma è una riflessione sul cinema e sul rapporto tra spazio e tempo nel cinema. Nell'immagine-tempo Deleuze analizza il vuoto che si crea fra le immagini (non considerare queste mie frasi una sintesi del libro perché è impossibile riassumere un'opera tanto fondamentale). Un libro che invece studia prettamente l'immagine in sé è: Jacques Aumont, L'immagine, Lindau 2007.

Noodles ha detto...

Secondo me Gabrielle è un po' un Uno, nessuno e centomila, ma inconsciente, inconsapevole. Avrebbe tutte le caratteristiche per essere una insopportabile, eppure ci conquista con la sua innocenza. E Ludivine è perfetta per quel ruolo.

Anonimo ha detto...

Grazie mille del consiglio Luciano, lo prendo per olo colato ^^
Ale55andra

Anonimo ha detto...

Concordo con le tue parole. Chabrol fa un cinema molto simile a diversi suoi film del passato sia per situazione che per personaggi, continua (come hai giustamente detto) a graffiare mostrando i difetti e i vizi dell'alta borghesia.
A me colpisce molto però di come riesca a rendere attuali queste sue ossessioni pur avendole trattate già ampiamente (soprattutto per i rapporti interpersonali di cui hai parlato).

Un saluto

chimy ha detto...

L'anonimo sopra ero io ^^

Ciao

claudio ha detto...

adoro chabrol!
questo l'ho però perso, recupererò davanti al pc (anche se non è la stessa cosa...)

Luciano ha detto...

@Noodles. Ludivine senza dubbio bravissima. Gabrielle dà l'impressione di essere una donna sicura e forte, in realtà rimane "tagliata" dal meccanismo ambiguo del fuori campo (di tutto quello che succede e non può conoscere ma solo intuire). Sono d'accordo con le tue osservazioni.

@Ale55andra. Ti ringrazio, ma proprio oro colato... in effetti ci sono tanti testi interessanti (e vedo che ne conosci molti). Ti ho citato solo un testo tra tanti che mi sembra importante per chi voglia approfondire lo studio dell'immagine ^^

Luciano ha detto...

@Chimy. E' vero. Chabrol riesce sempre a rendere attuali le sue ossessioni. E credo perché è un vecchio "volpone" che conosce benissimo la tecnica e l'immagine. I suoi film sono così precisi e anche se spesso sono trasposizioni di romanzi riescono sempre a risultare narrazioni filmiche più che letterarie.

@Eh, sì. Non è la stessa cosa, ma sempre meglio che non vederlo.

Luciano ha detto...

@Claudio. Scusami. Il commento sopra era la risposta al tuo. Mi sono dimenticato di inserire il tuo nome.

Roberto Fusco Junior ha detto...

Chabrol è un grande, questo suo ultimo film purtroppo l'ho lisciato. E quello che scrivi mi fa pentire non dico amaramente ma quasi. Tutti questi film che Chabrol ha girato sulla borghesia sono molto diversi tra di loro, come sono diversi i tanti film di Hitchcock in cui il protagonista è un uomo accusato ingiustamente di qualcosa o che viene scambiato per qualcun'altro.

Luciano ha detto...

@Roberto. In effetti apparentemente i film di Chabrol sembrano tutti lo stesso film, ma in realtà sono storie diverse e le forme cambiano (anche se forse ciò che accomuna i suoi film è la precisione formale e la minuziosa cura dei particolari).

Pickpocket83 ha detto...

Purtroppo non sono riuscito a vederlo: dalle mie parti è passato nelle sale alla velocità della luce, e in un periodo densissimo. Spero di recuperarlo, magari in DVD. Questa tua analisi, come sempre magistrale, lo impone.

A presto ;-)

Luciano ha detto...

@Pickpocket. Spero che tu possa vederlo quanto prima in modo da poter leggere una tua bellissima recensione.

A presto^^

honeyboy ha detto...

siamo stati travolti dalla stessa immagine (la fille coupée en trois!)
ovviamente ho letto e riletto il tuo post, e come al solito ti faccio i miei complimenti!

Luciano ha detto...

@Honeyboy. Eh sì, siamo spesso in sintonia anche se, ovviamente, ognuno con le prorpie peculiari caratteristiche. Grazie, sei sempre molto gentile.

Mario Scafidi ha detto...

una prospettiva di lettura del film davvero interessante; anche se dissento nella valutazione positiva che emerge dalle tue parole; io ho amato molto poco questo film, mi sarei aspettato qualcosa di diverso e di più da chabrol.

Luciano ha detto...

@Mario. Sì, ricordo il tuo post (e il tuo voto così basso...). Comunque concordo che ci sono Chabrol migliori. Ecco (e l'ho già citato in un commento sopra) io accosterei questo film a "Stéphane, una moglie infedele" (un film del 1968). Naturalmente i due film sono differenti (a parte la critica all'ambiente borghese), ma secondo me quello del '68, come direbbe Barthes, "punge" di più.